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Burnout, l’invisibile malattia dell’anima

Pubblicato da in Sociologia forense ·

Autore: dr. Domenico Romeo, criminologo

È passata inosservata per tanti anni, quasi declassata, spesso, come un normale “stato di tristezza o depressione passeggera”. Con il tempo, poi, è cresciuta in forma esponenziale catturando l’attenzione del mondo della psicanalisi e della ricerca. È la sindrome di “burnout”, una nuova malattia del secolo, una patologia che colpisce l’anima e la mente di molte persone. “Burnout” si traduce letteralmente in italiano in “esaurito”, “bruciato” e indica l’impossibilità psichica di un soggetto di potere proseguire un normale percorso di vita professionale e personale. Le origini del burnout affondano negli anni Trenta, quando l’impossibilità di consolidare dei successi già acquisiti da parte di un’atleta veniva ricondotta ad un decadimento psicologico dello stesso atleta.  Dagli anni Trenta fino agli anni Settanta non si registrano ulteriori studi ed approfondimenti su tale tematica, fino a quando la psichiatra americana Christina Maslach apre una porta importante in tema di analisi, stabilendo che il burnout è una malattia soggetta ad aggredire categorie professionali dedite ad attività “intrarelazionali” (gli infermieri, i medici e categorie affini). I rapporti professionali posti in essere dalle categorie sopra indicate, con soggetti deboli, sofferenti, vengono attenzionati dalla psichiatria del tempo, con relative disamine sulle reali ed eventuali implicazioni. L’esito di tali analisi prodotte dalla psichiatria americana, coniano il termine di “esaurimento emozionale”, qualificando il burnout come autentica malattia della mente, dello spirito, del cuore. Gli stessi maggiori studiosi del burnout, nel 1997, al termine di un ciclo di studi, ampliano ulteriormente il raggio di rischio di “contagio” di questa malattia non solo alle categorie mediche sopra indicate. Il raggio viene esteso a qualsiasi categoria professionale che vive a “contatto” con soggetti di varia “estrazione sociale e comportamentale”: forze dell’ordine, avvocati, imprenditori, liberi professionisti, insegnanti e chiunque impiega il proprio tempo con un pubblico, risultano essere soggetti interessati. Il “role taking” (particolare capacità empatica a compenetrarsi nell’altrui persona), pertanto, diventa arma a doppio taglio per taluni soggetti particolarmente sensibili e la ricerca di una fonte d’equilibrio nell’approccio individuale appare il muro divisorio che andrebbe a impedire invasivi sovraccarichi emozionali. Da qui, si sviluppano ulteriori approfondimenti sulle cause generative del burnout, partendo dalla fase “alborea” riconducibile allo stadio dell’“erosione dell’ambiente di lavoro”, che va ad incrociare elementi apparentemente estranei: carico e ambiente professionale, stimolazioni derivanti da miglioramenti, equità e valori connessi. I dati ad incrocio sopra specificati rappresentano degli elementi di congiuntura di particolare rilevanza nella considerazione che gli stessi, singolarmente, rappresentano fronti di studio dalla valenza significativa. Nel caso di specie, l’eccessivo carico di lavoro (definibile tecnicamente in “bossing”), potrebbe essere una concausa da non sottovalutare. Sarebbe utile porre l’analisi su un ipotetico aspetto di una problematica sociale e professionale collegabile al burnout: l’anomia. Essa, non è altro che la presa coscienza di un soggetto di muoversi endogenamente in una società non meritocratica e che induce, in via diretta ed indiretta, all’utilizzo di mezzi illeciti per il raggiungimento di un fine. Durkheim e Merton vengono ricordati, fino al momento, come i maggiori studiosi di tale fenomeno e nel caso de quo l’interrogativo da porsi dovrebbe essere il seguente: non sarebbe il caso di analizzare i “case-linkage-system” che legano l’insorgenza della sindrome di burnout all’anomia? Meglio specificando: vi è un legame fra il burnout ed il tipo di società anomica?  A dire il vero, questo sarebbe un terreno su cui cimentarsi, dando la possibilità ad equipes di analisti (psicologi, psichiatri, criminologi, giuristi) di costituirsi in uno specifico pool atto alla disamina degli elementi acquisiti.
Dopo avere prodotto, in via prodromica, tali analisi preliminari, si indica la sintomatologia frequente del burnout, comprensiva del profilo psicologico del soggetto vittima:
  • sintomi aspecifici: stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, irrequietezza, insonnia;
  • sintomi somatici: insorgenza di patologie varie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.);
  • sintomi psicologici: rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, negativismo, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, con i familiari ed amici, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti  e del prossimo circostante,  critiche nei confronti dei colleghi, amici, familiari, etc.
È bene precisare, altresì, che difformemente da quanto era stato illustrato nelle proposizioni esegetiche iniziali atte ad inquadrare il burnout, la psicologia clinica ha sovvertito un criterio fondante: la malattia dell’anima non colpisce il soggetto in quanto “utente” già predisposto naturalmente, ma è il contesto umano e sociale che genera il malessere al soggetto malcapitato. Un capovolgimento di fronte che, per ovvie ragioni, ribalta ogni tipo di analisi ad incrocio sul fenomeno. Riallacciandomi a quanto già richiamato in incipit, la dottrina sul burnout stabilisce che è difficile, in via iniziale, individuare il disagio psicologico in un soggetto che nei casi peggiori arriva a diventare vittima di sé stesso cedendo all’alcolismo, al gioco d’azzardo o compulsivo ed a qualsiasi altra forma di alienazione aberrante fino al momento da lui mai posta in essere.  Quali sono le cause per opporre rimedio e per prevenire la nascita di questa subdola malattia dell’anima? La prima pietra si poggia garantendo un clima professionale non incline a conflittualità o facilmente incline a crisi relazionali. È opportuno, altresì, favorire una netta separazione fra ambiente professionale e ambiente familiare, garantire un clima di meritocrazia, crescita umana e professionale, prevenire infortuni, la condivisione della gestione del carico di lavoro, delle aperture e il gioco di squadra. La psicologia clinica, intervenendo nel merito, nella fase di repressione del problema individua la psicoterapia quale deterrente utile, coniugato al “recupero dell’orgoglio di gruppo, d’appartenenza, dei valori etici” che indurrebbero ad una maggiore autostima. Identità ed autostima rimangono panacee senz’altro indispensabili durante lo stadio della repressione, ma in via preventiva è favorire sempre il dialogo negli ambienti professionali l’arma in più per la mente. Il dialogo, pertanto, come fonte di crescita individuale e ambientale, quale elemento indispensabile atto alla crescita umana di qualsiasi tipo di società e pronto ad allontanare qualsiasi malattia dell’anima.

Dott. Domenico Romeo
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