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Criminogenesi e patologie di origine endocrina

Pubblicato da in Neuroscienze forensi ·

Autore: dr.ssa Beatrice Pecora, criminologa

Abstract
Le odierne conoscenze in ambito neuroscientifico concorrono sempre in misura maggiore alla comprensione del comportamento umano, compresi il comportamento deviante e criminale, tanto è che, da alcuni anni, si sta affermando, soprattutto negli Stati Uniti, una nuova branca della criminologia chiamata “neurocriminologia”.
Nel presente elaborato, saranno messi in luce gli studi riguardanti le disfunzioni del sistema neuroendocrino che, potenzialmente, possono concorrere ad indurre un soggetto afflitto da patologie del predetto sistema a commettere azioni illecite o criminali.
Grazie a numerose ricerche negli ambiti biologico e fisiologico, soprattutto in relazione alle funzioni cerebrali che regolano l’organismo, oggi sappiamo che le interazioni con l’ambiente risultano determinanti per il corretto funzionamento del sistema neuroendocrino. In particolare, quando la qualità dell’ambiente e delle relazioni sociali risulta significativamente diminuita, si generano nell’organismo alterazioni che impattano sugli assi ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT), ipotalamo-ipofisi-surrene e somatotropo nel quale è coinvolto l’ormone della crescita (GH). Tali alterazioni non si possono inquadrare unicamente in mere disfunzioni organiche, in quanto è dimostrato che si ripercuotono anche sul comportamento che, in taluni casi, può portare il soggetto malato a sviluppare patologie di ordine psichiatrico.
Pertanto, la ricerca bibliografica di cui al presente elaborato cercherà di delineare, sulla base di alcuni autorevoli studi, la relazione tra squilibri ghiandolari e ormonali e comportamento criminale.

Articolo
Nell’ambito della criminogenesi sono stati condotti alcuni interessanti studi sulla relazione che intercorre tra fattori endocrini e criminalità. Molto interessante è il The New Criminology di Schlapp e Smith (1928), una pubblicazione in cui gli autori in parte sostenevano e in parte contestavano le teorie di Lombroso. Secondo i due studiosi, gli individui che soffrono di disturbi endocrini sono i tipici delinquenti nati. Con tale teoria, essi intendevano spiegare il tasso particolarmente alto di criminalità nella prima generazione di americani nati da immigrati stranieri, la cui causa veniva appunto imputata alla trasmissione ai figli dei disturbi ghiandolari delle madri provocati dal grande stress fisico e mentale da esse subito per effetto del viaggio, dell’impatto del paese straniero, delle preoccupazioni economiche.
A differenza delle teorie lombrosiane, la teoria di Schlapp e Smith non considerava la dotazione ereditaria come immutabile (la madre immigrata può, a seguito a migliorate condizioni di vita, generare un figlio sano), il che serviva a spiegare perché, sovente, uno solo dei figli tendeva a delinquere. Come pure riteneva possibile una terapia per tali fattori ereditari sfavorevoli, senza dimenticare, poi, che molti casi di disturbi endocrini non sono ereditari.
Secondo l’opinione prevalente, la possibile relazione tra squilibrio ghiandolare e comportamento criminale è indiretta e psicologica, nel senso che disordini dell’ipofisi e di altre ghiandole provocano un senso di inadeguatezza che possono scatenare l’aggressività o altre emozioni emotive compensatorie che portano al delitto. Specialmente in casi di delinquenti sessuali il trattamento ormonale è ritenuto in qualche caso vantaggioso. In Inghilterra, ad esempio, esso è stato sostenuto, benché cautamente, soprattutto da Golla e Hodge.
Le malattie endocrine sono gli unici disturbi a figurare nel Trattato delle malattie mentali ad opera di Eugenio Tanzi (1905), prendendo il nome di “psicosi tiroidee”.
Nei trattati medici di qualche secolo fa, il paziente affetto da malattie endocrine soffriva di cretinismo, di disturbi della crescita e dell’apprendimento[1].
Il sistema neuroendocrino è molto importante nell’organismo degli esseri umani considerato che viene influenzato dall’ambiente e, a sua volta, lo influenza attraverso l’azione degli ormoni sia a livello periferico che del sistema nervoso centrale.
Si riscontrano alterazioni psichiatriche, in iper e ipoattivazione, degli assi ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT), ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e dell’asse somatotropo nel quale è coinvolto in modo preponderante l’ormone della crescita (GH) come descritto qui di seguito.
  • HPT diseases: in iperattivazione si manifesta adenoma tiroideo o morbo di Graves correlati ad ansia, depressione, stanchezza e instabilità emotiva;
  • in ipoattivazione con ritardo mentale e cretinismo in condizioni di ipotiroidismo neonatale; Invece, nell’adulto, l’ipotiroidismo è associato a manifestazioni neurologiche meno gravi e/o alterazioni psichiatriche o comportamentali;
  • HPA diseases: in iperattivazione si evidenziano aspetti psicopatologici quali mania, disturbo d’ansia, disfunzione cognitiva, ideazione suicidaria, depressione nei pazienti con sindrome di Cushing, melancolia con iperarousal, insonnia e anoressia. In ipoattivazione con la comparsa del morbo di Addison, sonnolenza, irrequietezza, apprensione e disturbi del sonno;
  • Asse Somatotropo diseases: in iperattivazione con eccessiva secrezione di GH che si manifesta in acromegalia[2] la quale, in taluni casi, è sintomo di tumori ipofisari. La comparsa di schizofrenia o le psicosi maniaco-depressive sono degli eventi rari. In ipoattivazione, i bambini dimostrano un deficit del GH che comporta una riduzione dell’apprendimento e dell’attenzione nonché disturbi dell’integrazione viso-motoria con annessi disturbi del sonno. Possono oltremodo risultare psicologicamente immaturi e con uno sviluppo deviato della personalità. Negli adulti si è riscontrato l’isolamento sociale, disturbi del sonno, disturbi emotivi e anomalie del metabolismo, rdisturbi d’ansia, fobia sociale e depressione.
Invero, dagli studi effettuati risulta esistere un legame tra sistema neuroendocrino e quello psichico.
Le alterazioni evidenziate possono ricondursi a patologie psichiche o mere alterazioni ormonali ovvero di vari fattori ambientali o biologici. In conclusione, risulta più corretto affermare che nei soggetti con disturbi endocrini si manifestano un carattere incline all’aggressività che si innesca nei circuiti nervosi tramite ormoni e neurotrasmettitori.
Gli ormoni oggetto di studio sono quelli sessuali come il testosterone e gli estrogeni (prolattina[3]) e così anche gli ormoni corticali come il cortisolo e gli ormoni di sostanza midollare surrenale, cioè l’adrenalina e la noradrenalina secreti dal midollare del surrene. Invece, il neurotrasmettitore maggiormente attenzionato è la serotonina in relazione all’aumento dell’aggressività. Quest’ultimo neurotrasmettitore, la cui denominazione “tecnica” è 5-idrossitriptamina (5-HT), è nello specifico un mediatore largamente distribuito in natura nei tessuti sia animali che vegetali. Nell'essere umano, la 5-HT è stata ritrovata nelle piastrine, nell'intestino, nel sistema nervoso centrale (SNC) ma anche in quello periferico. Nei mammiferi, la mucosa intestinale è il tessuto con la più alta concentrazione di 5-HT e, a questo livello, più del 90% è presente nelle cellule enterocromaffini (De Ponti, 2004)[4].
Il trasportatore della serotonina (SERT), analogamente ai trasportatori di acido γ-aminobutirrico (GABA) prolina, creatina, betaina, glicina e alcune monoammine (dopamina, noradrenalina), appartiene alla famiglia dei neurotrasportatori Na⁺Cl⁻ dipendenti, che agiscono come cotrasportatori e, in particolare, come sinporti. Il SERT è prevalentemente correlato ai trasportatori delle catecolamine, alla dopamina e alla noradrenalina (Takeshi et al., 2002) e, insieme a questi, viene classificato come trasportatore di membrana neuronale Na⁺K⁺ dipendente (Blakely et al., 1994).
Altri studi hanno dimostrato che l’aggressività e il comportamento suicida sono associati a bassi livelli di trasmissione serotoninergica. Infatti, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) si sono dimostrati efficaci nel contrastare questi comportamenti (Coccaro et al., 1997; Verkes et al., 1998).
In conclusione, allo stato attuale non è ancora possibile affermare con un buon margine di sicurezza che esista una correlazione tra i disturbi endocrini e il crimine. Piuttosto, risulta più indicato affermare che un autore di un reato con disturbi endocrini non è da ritenersi pericoloso socialmente o responsabile del reato commesso in virtù della patologia del sistema endocrino, bensì per la comparsa di patologie psichiatriche correlate al sistema neuroendocrino.
 

[1] Casalini, Dizionario di medicina, Volume I e II, terza ediz., Utet, 1938
[2] L'Acromegalia è una malattia rara determinata dall'eccessiva produzione, da parte dell'ipofisi, dell'ormone della crescita (GH - Growth Hormone). Nel 99% dei casi è dovuta ad un adenoma benigno dell'ipofisi. Il GH esercita la maggior parte delle sue azioni non direttamente ma regolando la produzione, a livello del fegato e dei tessuti periferici, di una proteina, l'IGF-1 (Insulin-like Growth Factor-1).
[3] Svolge una funzione protettiva durante la gestazione con aumento del latte materno. Di contro, l’ormone luteinico è responsabile dell’abbassamento del progesterone con conseguente incremento dell’aggressività.
[4] Tavole di Biologia, Atlanti scientifici, Giunti Marzocco, 1967

Dr.ssa Beatrice Pecora
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