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		<title><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></title>
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		<description><![CDATA[Rivista di criminologia, criminalistica, investigazione, sicurezza e intelligence]]></description>
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		<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2026 16:47:00 +0200</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[La "droga del palloncino": il gas esilarante tra sballo rapido e rischi invisibili]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso della "droga del palloncino". Non si tratta di una nuova sostanza sintetica creata in laboratorio, ma dell'inalazione di protossido di azoto, un gas utilizzato comunemente in ambito medico. È considerato uno degli anestetici più antichi e affidabili e il suo utilizzo, ovviamente, è strettamente regolamentato. In odontoiatria e in chirurgia pediatrica, ad esempio, viene impiegato per la cosiddetta sedazione cosciente: il paziente respira il gas attraverso una mascherina per indurre uno stato di rilassamento profondo, riducendo l'ansia e il dolore, pur rimanendo sveglio e in grado di rispondere ai comandi.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cos'è e come viene consumato per uso ricreativo?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il protossido di azoto è un gas di libera vendita in Italia, poiché è comunemente utilizzato come propellente per spray alimentari (come le bombolette per la panna montata) o in ambito automobilistico. Il gas è compresso in piccoli contenitori metallici simili a dei proiettili, chiamati in cucina "caricatori per sifoni". All'interno di queste bombolette, il gas si trova in forma liquefatta a temperature che possono toccare i -40°C.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'uso del palloncino è una protezione meccanica indispensabile. Infatti, se si provasse a inalare il gas direttamente dalla bomboletta, il freddo estremo congelerebbe istantaneamente labbra, lingua e corde vocali, causando gravi ustioni. Il palloncino permette al gas di espandersi, rallentare e riscaldarsi leggermente prima di essere respirato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'utilizzatore sigilla le labbra attorno all'imboccatura e inspira profondamente. In quel momento, il gas occupa tutto lo spazio nei polmoni, sostituendosi all'ossigeno. Il sangue smette di trasportare ossigeno al cervello per trasportare solo protossido di azoto, che raggiunge il sistema nervoso centrale in pochi istanti. Qui, il gas provoca il rilascio di dopamina e blocca i recettori NMDA.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Quali sono gli effetti e i rischi?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La massiccia scarica di dopamina innesca euforia e risate incontrollate, mentre l’inattività dei recettori NMDA provoca un effetto sedativo, distorsione delle percezioni sensoriali e un forte senso di distacco dalla realtà. L’effetto dura da 30 secondi a un minuto; il corpo, infatti, non trattiene il gas, che viene espulso rapidamente non appena si torna a respirare aria normale. Il problema sorge quando la pratica diventa una costante, innescando una pericolosa dipendenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al momento dell’assunzione, il rischio principale è l’ipossia, cioè l'assenza di ossigeno nei polmoni. Questo può causare svenimenti immediati, perdita della coordinazione motoria e, nei casi più gravi, arresto respiratorio. Sulla lunga distanza, il sistema nervoso viene messo a dura prova. Il protossido di azoto ossida l’atomo di cobalto nella vitamina B12, rendendola inattiva. Questa vitamina è fondamentale per il mantenimento della mielina, la guaina che ricopre gli assoni dei neuroni e permette la trasmissione dei segnali nervosi. Senza una protezione mielinica integra, i neuroni non riescono più a comunicare e degenerano. Quindi, un uso prolungato può portare a danni al midollo spinale e ai nervi periferici, causando parestesie (formicolii e intorpidimento), debolezza muscolare e, in casi estremi, l’incapacità di camminare.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La percezione del rischio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La pericolosità di questa pratica risiede nella sua accessibilità. Essendo un gas legale per scopi industriali, molti giovani lo considerano "sicuro" rispetto alle droghe tradizionali. Tuttavia, la facilità con cui si ripete l'inalazione per prolungare l'effetto aumenta esponenzialmente la tossicità cronica. Quindi, quello che sembra un divertimento di pochi secondi può trasformarsi in un danno permanente alla salute.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le origini e il vuoto normativo in Italia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il protossido di azoto fu scoperto alla fine del XVIII secolo come “curiosità” per l'élite. Nell'Inghilterra dell'Ottocento, nobili e intellettuali organizzavano i cosiddetti "Laughing Gas Parties" per puro intrattenimento. Solo in seguito la medicina ne comprese il valore anestetico. Il ritorno come droga ricreativa di massa è avvenuto negli anni Settanta negli USA e nel Regno Unito, legato alla cultura dei rave, dove fu ribattezzato giornalisticamente "hippy crack" per il basso costo e la rapidità dell'effetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, in Italia, il fenomeno è esploso, ma ci troviamo in una "zona grigia" giuridica. A differenza di Francia o Paesi Bassi, che hanno introdotto restrizioni severe, in Italia il gas non è ancora inserito nelle tabelle delle sostanze stupefacenti. Questa legalità tecnica facilita l'acquisto e ostacola l'intervento delle Forze dell'Ordine, alimentando una falsa percezione di sicurezza. Eppure, i dati post-Covid parlano chiaro: i ricoveri per paralisi e danni neurologici da utilizzo cronico sono in costante aumento.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 14:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Geographic Profiling tra funzione di decadimento calibrata e predefinita]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo Magliocca - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">Abstract</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’articolo risponde a coloro che ritengono che i sistemi di supporto decisionale impiegati nell’attività di Geographic Profiling e le relative procedure computazionali, realizzate su indagini geo-statistiche ed ipotesi spaziali sviluppate ed utilizzate in altri Paesi, siano inapplicabili all’esterno degli originari contesti geografici e territoriali in cui sono stati implementati. Di conseguenza, secondo taluni è sempre necessario calibrare le funzioni di decadimento.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Tendenzialmente, i sistemi di profiling geografico utilizzano funzioni di decadimento predefinite o non calibrate, che sono originate dall’analisi spaziale di uno specifico campione di criminali; tali funzioni, dopo, vengono applicate nelle investigazioni di altri eventi criminosi, a prescindere dalle differenze tra i casi, dalla tipologia di reato, dallo scenario geografico della zona dei crimini o dell’area di studio.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Dalla, seppur non copiosa, letteratura tematica internazionale, dall’esperienza nonché dal metodo operativo dell’autore non emergono, in termini di accuratezza di analisi, rilevanti risultati derivanti dall’uso delle funzioni di decadimento calibrate sulle condizioni locali rispetto a quelle già implementate nei sistemi di profiling geografico.</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">1. Il Geographic Profiling</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è il metodo investigativo specializzato, di provenienza criminologica, qualitativo e quantitativo, che contribuisce, tramite lo studio delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi, a delimitare un’area geografica in cui concentrare le ricerche di un serialista sconosciuto, in particolare dove l’autore del reato potrebbe avere il suo “punto di ancoraggio geografico” (Rossmo 2000). Esso viene generalmente applicato nei casi di omicidio seriale, stupro, incendio doloso, rapina, furti seriali, sebbene possa essere utilizzato anche nei singoli reati (furto di auto, furto con scasso, eventi dinamitardi) che coinvolgono scene multiple o altre caratteristiche geografiche significative. Un margine di applicabilità del Geographic Profiling è stato rilevato, sotto rigide e specifiche condizioni metodologiche, anche in taluni delitti informatici come i casi di truffe seriali on-line commesse con l’utilizzo di carte di credito ed associate alle finte vendite di prodotti commerciali (Magliocca, 2020; 2022e; 2026b).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le località utilizzate nella profilazione geografica non sono solo le scene del delitto, ma anche altri luoghi associati e strettamente collegati all’attività criminosa: ad esempio, luogo di incontro con la vittima, luogo di abbandono del cadavere o di un oggetto appartenente alla vittima.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Questo metodo investigativo non individua la posizione esatta in cui un reo potrebbe con molta probabilità avere la sua residenza. Piuttosto, il profiling geografico individua l’area sociale del reo, i luoghi principali delle attività di un autore di reato. Questi punti di ancoraggio geografici e spaziali potrebbero includere il luogo di lavoro, il luogo delle attività ricreative, il luogo da cui un aggressore conduce la caccia alle proprie vittime.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è in grado di trasformare l’immagine dei luoghi dei crimini di un serialista, fissati su una mappa, da un ritratto statico ad una narrazione geo-criminologica visuale dinamica, fatta di valutazioni e spunti investigativi utili alle indagini (Magliocca, 2025e). Ma il Geographic Profiling non risolve un caso. Invero, è uno strumento che si inserisce nell’ambito delle metodologie e delle tecniche investigative adatte per gestire meglio l’analisi di un crimine seriale con la priorizzazione delle aree di interesse e dei sospettati, ad esempio dei soggetti con precedenti simili alla serie investigata presenti nell’intera area di ricerca.</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">2. La funzione di decadimento della distanza</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei dati riguardo alla mobilità criminale indica che gli spostamenti seguono un modello di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">decadimento della distanza</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dalla residenza del reo. Questa funzione di decadimento sembra che non sia solo un modello criminale ma è un fenomeno umano che riflette la tendenza degli individui a condurre le proprie attività quotidiane routinarie in prossimità dei nodi di attività rispetto a luoghi più lontani (Bernasco, 2020; Bernasco et al., 2022). In effetti, noi potenziali clienti di un negozio siamo propensi a percorrere una certa distanza rimanendo vicino le nostre case, ad eccezione se il nostro scopo/spesa è importante, specifico. In campo criminologico-investigativo, il decadimento della distanza indica la diminuzione della probabilità che un autore di reato si sposti lontano da casa per commettere un crimine e che tale probabilità decade all’aumentare della distanza dalla residenza del reo (Brantingham, Brantingham, 1984). La funzione di decadimento della distanza può essere considerata come il prodotto delle teorie dell’attività di routine e della rational choice (scelta razionale): gli autori di reato individuerebbero frequentemente i luoghi adatti per commettere un crimine durante le attività non-criminali di routine (Brantingham P. e Brantingham P., 1993) e, tendenzialmente, considererebbero i potenziali costi e benefici delle loro decisioni quando scelgono i luoghi dove delinquere (Cornish, Clarke, 1986; Zipf, 1965).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rengert et al. (1999) sostengono che che la funzione di decadimento della distanza ad un livello aggregato non è un “artefatto statistico” ma piuttosto esemplifica la reale tendenza degli autori di reato, a livello individuale, a minimizzare la distanza rispetto all’ubicazione dei loro siti del crimine.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il concetto della funzione di decadimento della distanza è, ormai, comunemente accettato sia negli studi sul comportamento spaziale degli autori di reato e sia nell’ambito del Geographic Profiling.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le due funzioni generalmente utilizzate nell’ambito del Geographic Profiling sono la funzione negativa esponenziale e quella troncata negativa esponenziale.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In pratica, alcuni ricercatori sostengono che la probabilità che vengano commessi crimini è maggiore in prossimità della base del reo e diminuisce in modo esponenziale man mano che l’autore del reato si allontana dalla sua base. Questa condizione è afferente alla funzione di decadimento esponenziale negativa utilizzata dal sistema Dragnet (Canter, Youngs, 2008), costruita sulla mobilità di un campione di 79 serial killer americani (Paulsen, 2005).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Secondo le ricerche di Rossmo (2000), è probabile che intorno all’area di residenza del reo vi sia una zona in cui è meno possibile che si verifichi un crimine (zona cuscinetto o buffer) e che, ad una certa distanza ottimale dalla base del reo, il numero dei reati inizi a decrescere in modo esponenziale (funzione esponenziale negativa troncata).</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">3. Il supporto informatizzato al Geographic Profìling</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Per ottimizzare la fase di elaborazione del profilo geografico criminale sono stati sviluppati alcuni strumenti di supporto decisionale, che analizzano la «scena geografica del crimine» al fine di individuare quantitativamente la probabile dislocazione dell’area di residenza dell’autore del reato.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling si basa non solo sulla ricerca nel campo della criminologia investigativa ed ambientale, della geografia comportamentale, della psicologia criminale, delle investigazioni criminali ma anche sull’analisi geo-statistica.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Infatti, i sistemi di Geographic Profiling utilizzano funzioni di decadimento per rilevare l’area in cui il serialista può avere la sua base.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Un autore di reato è sottoposto all’azione di due forze contrapposte ogni volta che si sposta dal suo domicilio per delinquere: il desiderio di operare all’interno della propria comfort zone e la razionale scelta di non farsi catturare. La prima forza spinge l’autore del reato verso la propria abitazione o comunque verso un’area familiare; la seconda lo conduce, razionalizzando la sua decisione, ad allontanarsi, a spostarsi per ricercare gli obiettivi. Questa contrapposizione di forze è bilanciata da una equazione matematica, espressa attraverso l’applicativo Rigel.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rigel è il sistema professionale di Geographic Profiling più conosciuto e più completo al mondo, in costante aggiornamento, sviluppato dalla Environmental Criminology Research Inc. (Canada) ed originato dagli studi di Kim Rossmo. Il sistema Rigel, mediante sofisticate funzioni algoritmiche, sviluppa una previsione quantitativa circa l’area di ricerca di un serialista.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Italia, questo autore, unico Geographic Profiling Advisor operativo certificato, abilitato all’uso nonché in possesso dell’avanzato applicativo Rigel, adotta, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, un approccio computazionale per:</span></div><div data-text-align="start"><ul><li><span class="fs12lh1-5">effettuare una linkage analysis finalizzata a determinare, in base ai fattori disponibili e rilevati, se i crimini sono collegati tra loro, evitando l’illusione di collegamento;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">generare, dopo l’analisi investigativa della «scena geografica del crimine» (Magliocca 2020b-c; 2023b; 2024c), un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “Criminal Geographic Targeting” (CGT) di Rossmo (2000; 2005), e utilizza stabilmente, in certe condizioni metodologiche, l’avanzato sistema professionale di geographic profiling Rigel, il quale esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio del serialista attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</span></li></ul><br><br><b><span class="fs14lh1-5">4. L’accuratezza del profilo geografico</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Esistono due principali metodi utilizzati per determinare la prestazione del profilo geografico elaborato da un sistema di supporto decisionale: l’error distance e la percentuale di hit score</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(</span><span class="fs12lh1-5">Rich, Shively, 2004).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’</span><i><span class="fs12lh1-5">error distance</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">è rappresentato dalla distanza tra la zona di massima probabilità in cui è stimata la posizione della base del reo e il luogo effettivo della residenza/punto di ancoraggio dell’autore di reato (Rossmo, 2005; 2011; Paulsen, 2006). In pratica, maggiore è la distanza, maggiore sarà l’errore di rendimento del profilo.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rossmo (2011) propone la percentuale di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5">, metodo ritenuto molto più appropriato per valutare la tecnica investigativa. Questo parametro stima la proporzione dell’estensione geografica dell’area che deve essere ricercata (dall’area con la probabilità più alta alla zona con un livello di probabilità più basso) prima che la residenza dell’autore sia localizzata rispetto all’intera superficie di studio. Ad esempio, se gli eventi offensivi seriali si sono verificati in un’area di 20 chilometri quadrati e l’autore del reato ha la sua base entro quattro chilometri quadrati della superficie di probabilità, la percentuale di hit score è del 20 percento. Più basso è il punteggio di hit score, maggiore è il livello di affidabilità e precisione del profilo geografico.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Secondo i maggiori esperti profilers geografici un valore di hit score inferiore al 15% è soddisfacente (Konable, 2003).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In base agli studi circa l’accuratezza operativa dei profili geografici, Rossmo (2003; 2011) ha riportato una percentuale media del punteggio di hit score pari al 5 percento. In pratica, secondo tale valutazione, circa il 90-95 percento dell’area totale di caccia non dovrebbe essere sottoposto alle ricerche da parte delle agenzie di controllo, attuando in tal modo un notevole risparmio di risorse operative.</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">5. I risultati della ricerca e della pratica operativa</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le ricerche tematiche indicano che le funzioni di decadimento della distanza impiegate da alcuni applicativi di geographic profiling si dividono in:</span></div><div data-text-align="start"><ul><li><span class="fs12lh1-5">funzione empirica di decadimento già calibrata, basata sull’analisi della spazialità degli autori di reato rilevata in precedenti crimini risolti nell’area di studio;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">funzione matematica di decadimento predefinita (non calibrata) ovvero una funzione che rappresenta matematicamente l’asserzione generica secondo cui gli autori di reato abbiano maggiori probabilità di vivere in prossimità dei luoghi in cui delinquono, piuttosto che lontano da essi (Levine, 2007). Per esempio, nell’analisi svolta su tre serie di stupri commessi dal medesimo serialista nella città di Milano è stata utilizzata con il parametro definito “lognormal” una funzione matematica in quanto non erano disponibili, in generale, le informazioni riguardanti i modelli di spostamento degli stupratori italiani e, in particolare, degli stupratori presenti nell’area milanese (Santtila et al., 2003). Pertanto, la base della funzione era costituita dalle ricerche statunitensi svolte su casi di stupri commessi nella contea di Baltimora (Maryland, U.S.).</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Le funzioni di default, cioè predefinite e non calibrate, sono quelle maggiormente utilizzate. Esse sono originate dall’analisi di uno specifico campione di criminali seriali e vengono dopo applicate, mediante l’impiego dei sistemi di profiling geografico, nelle investigazioni di altri eventi criminosi, a prescindere dalle differenze tra i casi, dalla tipologia di reato e dalle caratteristiche geografiche dell’area di studio.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">È stato eccepito che la funzione di decadimento calibrata probabilmente produce una previsione più accurata per localizzare la residenza dell’autore del reato rispetto agli algoritmi standard utilizzati dai sistemi di supporto decisionale, in quanto essa sarebbe in grado di cogliere l’unicità spaziale degli autori di reato, del tipo di reato e le caratteristiche dell’ambiente.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Italia, è stata elaborata la funzione di decadimento della distanza sugli stupri commessi a Milano (Santtila et al, 2003; Zappalà, 2014). Successivamente, questa funzione, calibrata e creata dalla spazialità di criminali sessuali operanti nel milanese, è stata utilizzata anche in altre circostanze ambientali, in particolare in uno studio del 2008 per realizzare il profilo territoriale su un caso storico di stupro seriale nella città Torino. Il risultato ottenuto, ritenuto positivo, ha rivelato che da una iniziale area di ricerca del reo - superficie di probabilità di 544 km quadrati, è stata ristretta l’area delle investigazioni a qualche chilometro quadrato (Zappalà, Bosco, 2008; Zappalà, 2014). Per Magliocca (2025e), l’estendibilità e l’adattabilità della funzione di decadimento, calibrata per gli autori di stupro nella città di Milano, anche alla città di Torino è stata garantita dalle caratteristiche delle due città, le quali sono conurbazioni urbane che non presentano un’eccessiva variazione e disparità di zonizzazione, ed una dissimile densità demografica.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La funzione di decadimento della distanza non potrebbe essere trasferita da un’area di studio all’altra, ma necessiterebbe sempre di essere ricalibrata per tenere conto delle differenze nelle distanze percorse all’interno dello scenario di studio in base ai parametri specifici che caratterizzano determinati reati in specifiche giurisdizioni (Levine, 2002). Kent et al. (2006) raccolsero i dati di 497 casi di omicidio, avvenuti dal 1991 al 1997 a Baton Rouge (U.S.), con residenza nota del reo, e georeferenziarono i delitti commessi nell’area di studio. Questi dati servirono per costruire una funzione di decadimento calibrata finalizzata a creare il profilo geografico del serial killer Sean Vincent Gillis, in base a nove scene del crimine (siti di abbandono di cadaveri, luogo di incontro). Utilizzando questa metodologia, i ricercatori rilevarono che il profilo geografico aveva previsto con accuratezza la residenza effettiva del serial killer di Baton Rouge.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Gli studi riportati nella letteratura tematica, pur non producendo un numero elevato di ricerche, hanno cercato di determinare se una funzione di decadimento calibrata per un particolare tipo di crimine o un determinato contesto geografico abbia un potere predittivo maggiore rispetto alla funzione di decadimento predefinita, non calibrata.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In una raccolta di furti seriali domestici commessi in Dorset (U.K.) e Glendale (U.S.), Emeno e Bennel (2008) hanno riscontrato che le funzioni calibrate non hanno prodotto rilevamenti circa l’individuazione della zona dove ricercare il punto di ancoraggio del reo significativamente più accurati rispetto alle funzioni predefinite.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Nuova Zelanda, nel campione di 101 serie di crimini sessuali, è stata eseguita un’analisi spaziale e geografica mediante l’applicazione alle serie criminose di una funzione di decadimento calibrata e, in seguito, i dati ottenuti sono stati confrontati con l’analisi prodotta con l’utilizzo della funzione predefinita negativa esponenziale utilizzata dal sistema di supporto decisionale (Hammond, 2013). La calibrazione, creata in base ai modelli di mobilità tra l’abitazione ed i luoghi del crimine dei serialisti neozelandesi, non ha migliorato in modo significativo l’efficacia dell’analisi tanto che le differenze nella proporzione dell’area totale da investigare per individuare l’abitazione del colpevole, generate dalla funzione predefinita e da quella calibrata, non sono risultate considerevoli.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Anche Pal (2007), in uno studio sulla valutazione dell’efficacia della funzione di decadimento calibrata individualmente in relazione a 135 crimini contro la proprietà (furti di auto, residenziali, furti) nella contea di Baltimora, ha rilevato che utilizzare funzioni di decadimento calibrate individualmente potrebbe non essere necessario per i furti d’auto ed i furti in abitazione. Tuttavia, in relazione ai furti, i valori calibrati hanno fornito esiti migliori rispetto ai valori predefiniti per quanto attiene la percentuale di hit score. I risultati indicano che, nella maggior parte dei casi, non vi sono differenze statisticamente significative tra le funzioni calibrate individualmente e quelle con valori predefiniti.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In alcuni c</span><span class="fs12lh1-5">asi storici pratici analizzati dall’autore, i quali, dopo la valutazione della scena geografica del crimine, sono stati esaminati anche mediante l’utilizzo del sistema professionale Rigel, è stato riscontrato, in termini di accuratezza della prestazione della funzione di decadimento, un ottimale livello di hit score: il serialista Erostrato, il caso dei rapinatori del Pollino, i truffatori seriali on-line, lo stupratore seriale di Legnano, lo strangolatore di Ipswich nel Regno Unito, l’incendiario seriale di Los Angeles.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In un caso di truffe on-line commesse da due truffatori seriali, nell’analisi di Rigel il livello di hit score è stato pari a 0.16% ed a 18.52%, in relazione alla posizione di due distinti punti di ancoraggio utilizzati dagli autori di reato (Magliocca, 2022e; 2026b).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il profilo geografico, realizzato con il sistema di Geographic Profiling professionale Rigel nel caso dello stupratore di Legnano, segnala il valore del 14% della zona di probabilità per le ricerche dell’aggressore in un’area di 59 Kmq ed una percentuale di hit score effettivo pari a 2.76%, il che significa che se le ricerche iniziano dalla zona di massima probabilità del profilo andando verso l’esterno di essa le investigazioni dovrebbero intersecarsi con il serialista entro 1,6 kmq (Magliocca, 2023c).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nel caso del serialista Unabomber italiano, Rigel ha rilevato una percentuale di hit score pari a 1.47% (serie completa, dagli anni 1993 al 2006) e 0.42% (serie criminosa dagli anni 1993 al 1998), in relazione al punto di ancoraggio del principale sospettato (Magliocca, 2020a; 2026a).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nella revisione approfondita del recente caso del serialista Erostrato, la percentuale di hit score effettiva, in relazione alla reale ubicazione della base del reo, è stata di 2.62% e 1.23%, rispettivamente per il primo ed il secondo scenario tecnico della serie criminosa (Magliocca, 2024e; 2025f), corrispondente, quindi, ad un limitato settore zonale da sottoporre ad investigazione.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nella vicenda di una serie di rapine nell’area del Pollino, commesse da un gruppo di rapinatori, il valore di hit score del profilo geografico è stato di 3.74%, 4.43% e 5.21%, in relazione al domicilio di tre membri del gruppo criminoso (Magliocca, 2020a; 2023a).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nel caso degli omicidi seriali in Ipswich, nel Regno Unito, attribuiti allo strangolatore di Suffolk, utilizzando i cinque siti di incontro - di ultimo avvistamento delle vittime, il punto di ancoraggio del reo si trovava all’interno della zona di massima probabilità del geo-profilo rilevata da Rigel con un hit score pari a 6.61%, rispetto a quello atteso di 13.9% (Magliocca, 2025e).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nell’analisi dimostrativa concernente un incendiario seriale, autore di oltre 50 incendi urbani nell’area di Los Angeles, il punto di ancoraggio del serialista è stato associato ad un valore di hit score pari a 0.33% (Magliocca, 2021b; Nordskog, 2016).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Canada, in una vicenda di bombing seriale, le Agenzie di controllo hanno rintracciato i negozi dove erano stati acquistati i vari componenti utilizzati per costruire i dispositivi esplosivi. Successivamente, le posizioni degli esercizi commerciali sono state utilizzate dalla Royal Canadian Mounted Police per rafforzare e generare, tramite il sistema Rigel, un’analisi geografica, a seguito della quale la base dell’autore di reato è stata localizzata all’interno di un’area con un valore di hit score pari a 1.5% (Rossmo, 2025; Filer, 2009).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Sudafrica, il geoprofilo realizzato da Rigel per gli omicidi seriali di WemmerPan ha individuato i punti di ancoraggio dell’autore di reato in una zona pari a 1% dell’area di ricerca, con hit score di 0.09% e 0.84% (Rossmo, 2023), in cui sia il luogo di lavoro e sia l’abitazione della compagna e del fratello del serialista costituivano notevoli influenze sul modello spaziale dei crimini.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Altresì, alcuni crimini violenti seriali (omicidi e stupri) commessi in Sudafrica, esaminati dalla Investigative Psychology Unit della Polizia sudafricana, sono stati sottoposti, in prospettiva comparata, all’analisi di Rigel ed anche di CrimeStat (Schmitz, 2012). Rigel è riuscito a rappresentare ed a individuare la zona delle ricerche anche degli autori di crimini seriali sudafricani. Inoltre, Rigel si è rivelato più consistente nella costruzione dell’area di picco del profilo, in termini di accuratezza (effettiva ubicazione della base nell’area di massima probabilità) e di precisione (estensione dell’area da sottoporre ad investigazione prima dell’individuazione del punto di ancoraggio del reo) a confronto dei rilevamenti sviluppati dalle funzioni matematiche implementate nel sistema statistico CrimeStat. In effetti, se si considera la funzione negativa troncata - l’unica utilizzata dal sistema Rigel - i risultati dell’output di profilo non sono ottimali come quelli generati da Rigel.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’affidabilità di Rigel e dei suoi parametri tecnici di analisi è rilevabile dalla percentuale bassa di hit score e i risultati appaiono significativi perché tutti i dati spaziali del geoprofilo si sono dimostrati sufficienti e operativamente validi per localizzare gli autori di reato.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La letteratura internazionale indica che, da un verso, l’utilizzo delle funzioni costruite sulla mobilità degli autori di reato che hanno agito in altri Paesi può risultare utile ai fini della predizione della localizzazione del luogo del punto di ancoraggio; dall’altro, essa suggerisce anche che il comportamento individuale - spaziale e nello spazio - condivide caratteristiche generali che possono essere, in linea di massima, modellate ed utilizzate nell’investigazione criminale per determinare l’area del punto di ancoraggio di un serialista.</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs14lh1-5">6. Conclusioni</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">I modelli di Geographic Profiling dovrebbero essere calibrati con parametri geo-spaziali caratterizzanti le aree in cui i crimini investigati avvengono (in Kent, 2006). Gli esiti della letteratura tematica ed anche del metodo operativo non restituiscono, in termini di fiducia nell’analisi, rilevanti risultati derivanti dall’uso delle funzioni di decadimento calibrate sulle condizioni locali rispetto a quelle già implementate nei sistemi di profiling geografico.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Le funzioni predefinite sviluppate dall’analisi di campioni di crimini e di autori di reato non correlati ai casi in cui viene applicato il sistema di profiling geografico possono essere utilizzate con un buon livello di aspettativa anche per investigare altri casi.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Contrariamente a quanto atteso, e come già hanno rilevato i primi studi in materia, la calibrazione delle funzioni di decadimento della distanza per tipo di crimine o per area geografica, sebbene sia auspicabile, non ha prodotto, in termini generali, sostanziali differenze migliorative dell’accuratezza della profilazione geografica e le funzioni predefinite si sono rilevate abbastanza stabili ai fini della predizione delle aree geografiche da investigare per ricercare il reo.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Allo stato, quindi, sembra che non ci sia alcun rilevamento operativo secondo cui la funzione calibrata sulle regioni geografiche investigate sia in maggior misura precisa, in termini di “distanza di errore” e di percentuale di hit score, in confronto alle funzioni predefinite.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, non esiste alcuna pressante necessità di calibrare le funzioni di Geographic Profiling per tipologia di reato o per i diversi scenari geografici ed ambientali, poiché la calibrazione non comporta, con una causalità diretta, sviluppi importanti riguardo all’accuratezza complessiva della profilazione geografica atteso che, nell’insieme, dagli studi effettuati e dall’esperienza pratica, non sono state riscontrate differenze oltremodo significative tra funzione di decadimento calibrata e quella predefinita in relazione al rilevamento del punto di ancoraggio del serialista. D’altronde, lo stesso prof. Rossmo, competente conoscitore del valore e delle questioni riguardanti l’applicazione delle funzioni di decadimento in altri Paesi, delle diversità geografiche ed ambientali tra Stati Uniti, Inghilterra, Canada ed Italia e, di conseguenza, del differente modello di spostamento di un autore di reato, ha utilizzato, a livello internazionale, con successo, il sistema professionale Rigel nell’analisi di diversi serialisti.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nonostante ciò, è opportuno favorire la ricerca in questo settore di analisi investigativa poiché vi è la necessità di esaminare più serie criminose mediante la comparazione delle diverse funzioni di decadimento (calibrate e predefinite), riguardo alle tipologie di crimine e al relativo scenario ambientale, per avere delle stime sempre più affidabili riguardo al comportamento geo-spaziale criminale.</span></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div data-text-align="start"><b><br></b></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs11lh1-5">Note sull’autore</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Domingo Magliocca è Geographic Profiling Advisor, responsabile dell’Unità Specialistica di Ricerca GOP - Geographic Offender Profiling dell'Istituto di Scienze Forensi e docente di Criminologia applicata e tecniche investigative al Polo Universitario ISF Corporate University.</span></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><hr></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs12lh1-5">Bibliografia e articoli di interesse</span></b></div><div data-text-align="start"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Almond L., McManus M., Hankey N., Trevett N., Mee R. 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(2020b), Il sopralluogo criminologico sulla scena geografica del crimine, in Rivista Sicurezza e Giustizia, dicembre.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2020c), Introduzione al crimine violento. Criminal profiling e classificazioni pratiche, Primiceri Editore</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021a), Investigative Geographical Profiling. A short overview about the geographical crime scene investigation, e-book, Youcanprint.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021b), Hollywood Fire Devil Case. Analisi investigativa criminologica e geografica di un incendiario seriale</span><b><span class="fs11lh1-5">,</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rivista Sicurezza e Giustizia, dicembre</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021c), The Criminological Inspection on the “Geographical Crime Scene”, in American Journal of Multidisciplinary Research &amp; Development (AJMRD), giugno</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021d), The Directional Pattern Analysis of offender’s action, in rivista Sicurezza e Giustizia, ottobre;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021e), Il ruolo del Geographic Profiling nelle investigazioni criminali, in Manuale teorico-applicativo di Criminologia e Scienze Criminalistiche (a cura di C. Brasi), Licosia Edizioni</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022a), La scena geografica del crimine. Oltre il confine della criminalistica, su rivista Criminologia Italia</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022b; 2025), La “logistica” criminologica e spaziale del luogo di abbandono della vittima in caso di omicidio, su rivista Criminologia Italia, n. 2 Anno - 2025</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022c), Dai luoghi del crimine alla probabile base dell’autore di reato, in rivista Criminologia Italia</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022d), Dal cyberspazio al profilo geografico dell’autore del reato, in https://www.forensicnews.it/dal-cyberspazio-al-profilo-geografico-dellautore-del-reato/</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022e), “La geografia di un cybercrime. L’utilizzo dei principi criminologici e degli strumenti del geographic profiling per investigare lo schema spaziale ed individuare la probabile area del «punto di ancoraggio» di un truffatore seriale on-line”, relazione al XXXV Congresso della Società Italiana di Criminologia, Roma, 6-8 Ottobre</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022f), L’ipotesi «geografica» del presunto Mostro di Milano, su rivista https://www.forensicnews.it/, marzo</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D., (2023a), Analisi della scena geografica del crimine. Indizi nel paesaggio, DirittoPiù Editore</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023b), Modellazione criminale, luoghi e “scena geografica del crimine”, pubblicato in ISF Magazine, https://www.scienzeforensi.net/blog/?modellazione-criminale,-luoghi-e--scena-geografica-del-crimine</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023c), L’utilizzo dei principi criminologici e del geographic profiling per investigare i crimini sessuali seriali, in Rivista di Criminologia, Investigazione, Psicopatologia e Scienze Forensi Internazionali, vol. 55, n. 4 https://globalresearchpublishing.com/wp-content/uploads/2024/01/Criminology-Investigation-Psyhopathology-and-International-Forensic-Sciences-Volume-55-Issue-4-October-December-2023-2.pdf</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023d), Geographic Profiling. Oltre i punti su una mappa, su rivista Crime Line Magazine, giugno</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. 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			<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 13:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Alberto Stasi più efficiente di un serial killer: 17 minuti che sfidano la biologia umana]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000037"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Nella complessa architettura della sentenza di condanna contro Alberto Stasi, esiste un elemento che continua ad interrogare profondamente gli esperti. Si tratta dei celebri 23 minuti che, secondo la ricostruzione giudiziaria, sarebbero stati sufficienti per compiere l'intero iter delittuoso. Tuttavia, sottraendo i tempi tecnici necessari per l'aggressione (circa 3 minuti) e il rientro a casa, fino all’accensione del pc (altri 3 minuti), il fulcro del mistero si restringe a soli 17 minuti. Questo brevissimo lasso di tempo rappresenta un vero e proprio paradosso, che sfida non solo la logica, ma le leggi stesse della neurofisiologia umana.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La tempesta neurovegetativa nell’atto omicidiario</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere l'anomalia della ricostruzione del delitto, occorre analizzare cosa accade nel corpo di un individuo che compie il suo primo omicidio con una violenza così efferata. Durante un massacro, le strutture neurali arcaiche del nostro cervello, nello specifico quelle deputate alla sopravvivenza, prendono il controllo assoluto, escludendo completamente la razionalità e l'empatia. In questa fase di "puro istinto", il cervello inonda l'organismo di un “cocktail” massiccio di adrenalina, noradrenalina e cortisolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I segnali fisiologici sono estremi: il cuore batte all’impazzata, la pressione arteriosa tocca picchi altissimi e la percezione sensoriale si altera drammaticamente, portando alla cosiddetta "vista a tunnel" e a una rigidità muscolare che rende impossibile ogni movimento di precisione. È la biologia umana che si prepara allo scontro, non alla pulizia metodica di una scena del delitto.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Il "crash" biologico e il tempo del recupero</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il problema centrale risiede in ciò che avviene un istante dopo la cessazione dell'azione violenta. Quando le ghiandole surrenali interrompono il rilascio di adrenalina e noradrenalina, il corpo subisce un violento contraccolpo omeostatico, perché si verifica un brusco calo ormonale, che provoca quasi sempre un tremore incontrollabile, nausea, brividi e, in molti soggetti, uno stato di trance o di profondo esaurimento fisico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Scientificamente, occorrono come minimo 10 minuti solo perché i primi effetti dell'adrenalina e della noradrenalina inizino a scendere, permettendo di recuperare la coordinazione motoria fine e una sufficiente capacità di pensare. Eppure, secondo la sentenza, Stasi sarebbe passato istantaneamente dalla furia dell'omicidio all'efficienza chirurgica della bonifica. Una transizione che sfida la statistica biologica: nessun tremore o altri sintomi fisici e nessuna confusione mentale. Stasi ha girato un “interruttore”: dalla modalità “killer” e passato alla modalità “pulizia e controllo” delle tracce.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">L'enigma dell'ipercontrollo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Se questo caso fosse stato analizzato dall'Unità di Analisi Comportamentale (BAU) dell'FBI, gli esperti americani si sarebbero trovati di fronte a un dilemma scientifico di portata mondiale. Nella letteratura criminologica del Bureau, persino assassini seriali dotati di quozienti intellettivi superiori alla norma hanno mostrato fragilità umane post-delitto, quantomeno nei primi delitti. Edmund Kemper, riferì di cadere in un "buco nero" psicologico dopo ogni omicidio; Ted Bundy descrisse uno stato di shock prolungato dopo i suoi primi delitti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'unica "finestra" di credibilità per la sentenza risiede in una configurazione psichica rarissima che l'FBI monitora con estrema attenzione: il soggetto “overcontrolled” (ipercontrollato).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso statunitense di Christopher Porco (2004) ne è l'esempio più inquietante: dopo aver massacrato i genitori con un'accetta, Porco ripulì la scena con una freddezza disumana e tornò al campus universitario comportandosi con una normalità assoluta. In questi rari soggetti, il funzionamento cerebrale permette di mantenere la lucidità operativa anche durante e dopo eventi traumatici estremi.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Tra la legge della statistica biologica e criminologica e l’eccezione psicologica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, se Alberto Stasi è colpevole entro i tempi stabiliti dai giudici, non ha agito come uno studente al suo primo omicidio, ma come una mente capace di superare in efficienza numerosi dei più spietati serial killer della storia. Per l'FBI, un profilo simile rappresenterebbe una mente criminale di immenso interesse scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Restiamo dunque sospesi tra due possibilità: o la ricostruzione temporale della sentenza ha ignorato i limiti invalicabili della biologia umana, o Alberto Stasi rappresenta quell'eccezione psicologica così rara da apparire, per la scienza, quasi impossibile.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video del prof. Massimo Blanco:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><b><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=IL_CYyLiTyc" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=IL_CYyLiTyc</a></span></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 14:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Criminalità informatica: il fenomeno del cybercrime]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore:</span><span class="fs12lh1-5"> dr.ssa </span></b><b class="fs12lh1-5">Irene PATTIS D’AMBROSI</b></div></div><div><br></div><div><div><b class="fs14lh1-5">Abstract</b></div></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Il presente articolo analizza il fenomeno della criminalità informatica, approfondendo la natura dei reati informatici, il profilo delle vittime e le dinamiche degli autori. Attraverso dati statistici e rilevazioni concrete, si evidenziano l’incidenza del cybercrime e le strategie adottate per contrastarlo. Viene infine discusso come prevenzione e sensibilizzazione possano rafforzare la sicurezza digitale a livello individuale e collettivo.</span></div></div><div><br></div><div><div><b class="fs14lh1-5">Tipi di reati informatici e incidenza</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La criminalità informatica, anche detta cybercriminalità, è l’insieme delle attività illegali che coinvolgono l’uso di computer, reti informatiche o dispositivi digitali. Questi crimini possono colpire sia singoli utenti che aziende, organizzazioni o enti pubblici, e possono causare danni economici, furto di dati, violazione della privacy o disservizi. Da un punto di vista tecnico la criminalità informatica viene definita come qualunque tipo di attività illecita compiuta attraverso l’uso di strumenti informatici o reti telematiche. Sebbene oggigiorno sia possibile identificare un numero sempre crescente di reati informatici, le principali tipologie sono: l’accesso abusivo a sistemi informatici (l’ingresso non autorizzato all’interno di un sistema informatico altrui), il furto di identità digitale (l’uso di dati personali altrui per scopi illeciti), il phishing (l’invio di email o messaggi fasulli e truffaldini per ottenere dati sensibili), la diffusione di malware e virus (l’installazione di software dannosi per rubare, danneggiare o bloccare dati), il Denial of Service (DoS) e Distributed Denial of Service (DDoS) (l’inaccessibilità di un sito o di un servizio causato intenzionalmente), il cyberstalking (la persecuzione online nei confronti di una persona, spesso tramite social media o email), le truffe online (l’utilizzo di tecniche quali vendite fraudolente, acquisti fantasma, o promesse di guadagni fasulli) e la pedopornografia online (la produzione, diffusione o detenzione di materiale pedopornografico tramite internet).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni, la criminalità informatica ha assunto un ruolo antagonista e destabilizzante nel panorama della sicurezza globale, sviluppando strategie sempre più sofisticate volte a eludere i sistemi di protezione e a sfruttare le vulnerabilità generate dall’evoluzione tecnologica. In Italia, secondo il Rapporto Clusit del 2023, il numero di attacchi informatici gravi è aumentato del 12% rispetto all’anno precedente, con un totale di oltre 2.400 incidenti significativi registrati [Clusit, 2023].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I dati statistici relativi al fenomeno della criminalità informatica nel contesto italiano indicano che i reati più diffusi nel nostro paese sono le truffe online (28%), seguite da attacchi ransomware (22%), phishing (20%), accessi abusivi a sistemi (18%) e Distributed Denial of Service (12%) [Clusit, 2023]. I ransomware, in particolare, hanno registrato un picco nel 2022-2023, colpendo aziende, enti pubblici e strutture sanitarie, bloccando i sistemi e richiedendo riscatti in criptovalute. I reati legati al phishing sono in forte aumento, con oltre 16.000 campagne malevole via email segnalate nel 2023, con un incremento del 38% rispetto al 2022 [CERT-AgID, 2023]. Anche le truffe online attraverso falsi siti e-commerce, finti annunci e servizi di pagamento fraudolenti sono molto diffuse, con oltre 124.000 denunce presentate in Italia in un solo anno. [Ministero dell’Interno, 2023]. Infine, risultano in costante aumento anche i crimini informatici connessi a fenomeni di odio e abuso online, quali la diffusione non consensuale di materiale intimo (c.d. revenge porn), i delitti in materia di pedopornografia e le condotte di adescamento di minori attraverso piattaforme digitali. Il Centro Nazionale di Contrasto alla Pedopornografia Online ha rilevato un incremento del 27% di contenuti illeciti nel dark web nel 2023 [Polizia di Stato, 2023].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel complesso, i dati statistici più recenti confermano un incremento costante e strutturale del fenomeno, evidenziando come la criminalità informatica sia giunta a rappresentare oltre il 15% dei reati denunciati in ambito tecnologico in Italia [Clusit, 2023], a testimonianza di un impatto ormai stabile e significativo nel quadro della sicurezza nazionale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Vittime: profilo e statistiche</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le vittime della criminalità informatica in Italia sono estremamente diversificate per età, sesso, livello di istruzione e attività economica. Tuttavia, alcune categorie risultano particolarmente esposte a determinati tipi di attacchi. Secondo i dati ISTAT 2022 infatti, il 45% delle vittime di frodi informatiche è compreso tra i 35 e i 54 anni, fascia d’età attiva in ambito professionale e bancario [ISTAT, 2022]. Le vittime maschili costituiscono il 52%, mentre le donne rappresentano il restante 48%, con differenze a seconda della tipologia di crimine. In particolare, le donne rappresentano le vittime principali di reati a sfondo personale, come il revenge porn e lo stalking digitale; secondo il Ministero dell’Interno infatti, solo nel 2023 oltre 6.000 denunce hanno riguardato la diffusione non consensuale di materiale intimo, con un incremento del 28% rispetto all’anno precedente [Ministero dell’Interno, 2023]. Un’altra categoria che tende ad essere maggiormente colpita dai reati informatici è quella degli anziani, che risultano vulnerabili a truffe via email o telefono; secondo recenti dati il 38% dei casi di truffa online ha coinvolto persone over 65, spesso poco alfabetizzate digitalmente [Clusit, 2023]. Risulta importante ricordare anche la vittimizzazione dei minori, sempre più esposti a cyberbullismo e sexting; il MIUR ha rilevato che il 22% degli studenti tra i 12 e i 18 anni riporta di aver subito almeno una forma di aggressione digitale [MIUR, 2023]. Infine è importante citare anche le aziende italiane, soprattutto piccole e medie imprese, che sono frequentemente vittime di attacchi ransomware, phishing e furti di dati: il Rapporto Clusit indica che il 61% delle aziende italiane ha subito almeno un attacco informatico nel 2023 [Clusit, 2023].</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Criminali informatici</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli autori di tali condotte, comunemente definiti criminali informatici o cybercriminali, non costituiscono una categoria omogenea, bensì un insieme articolato e variegato di soggetti. Vi rientrano, infatti, singoli hacker operanti in autonomia, gruppi strutturati e organizzati, insider aziendali che abusano delle proprie credenziali di accesso, attivisti digitali mossi da finalità ideologiche (c.d. hacktivisti), nonché, in taluni casi, veri e propri attori statali impegnati in attività di spionaggio o destabilizzazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La motivazione principale dietro al cyber crime risulta essere quella economica: il 62% degli attacchi informatici gravi in Italia ha infatti fini economici, e i responsabili non sono singoli individui disorganizzati ma gruppi criminali ben strutturati e coordinati [Clusit, 2023]. Il 24% di questi attacchi informatici è attribuibile a movimenti hacktivisti (attivisti hacker) con motivazioni ideologiche ben precise (associazioni come Anonymous), mentre il 14% è legato a cyber-spionaggio industriale o geopolitico (gruppi sponsorizzati da Stati come Russia, Cina e Corea del Nord) [CNIL, 2023]. Da un punto di vista statistico, l’età media dei cybercriminali italiani varia dai 18 ai 35 anni, con una netta prevalenza maschile (89%); generalmente molti di essi iniziano come appassionati di informatica e si connettono a reti criminali attraverso il dark web, dove acquistano malware, tool per DDoS e servizi di phishing-as-a-service [Europol, 2023]. Sebbene circa il 40% degli attacchi risulti avere origine geografica riconducibile all’Europa orientale e all’Asia, l’impiego di strumenti di anonimizzazione, come VPN e rete Tor, rende difficile l’identificazione dell’effettiva provenienza delle condotte illecite [ENISA, 2022].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parallelamente, un’incidenza significativa negli attacchi criminali è attribuibile ai cosiddetti “insider”, ossia dipendenti o collaboratori che abusano delle proprie credenziali di accesso o dei privilegi loro assegnati: secondo le stime, tali soggetti sono responsabili di circa il 20% delle violazioni informatiche [Ponemon Institute, 2023].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I cyber-criminali moderni tendono a usare metodi sempre più sofisticati: malware polimorfi, intelligenza artificiale, deepfake, tecniche di evasione dei firewall e machine learning per individuare vulnerabilità e falle nei sistemi.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Contrasto alla criminalità informatica</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dai dati ricavati emerge che i crimini informatici sono un fenomeno in costante espansione, che troppo spesso colpisce vittime ignare e impreparate. Per questo motivo è di vitale importanza implementare strategie volte al contrasto del cyber-crimine. Le più efficienti sono sicuramente la prevenzione (l’utilizzo di software antivirus e firewall, l’aggiornamento regolare dei sistemi, la sensibilizzazione del personale sui rischi del web), la protezione dei dati (l’utilizzo di password robuste, i backup regolari e la consapevolezza dei rischi di phishing), il coordinamento (la collaborazione tra forze dell’ordine, governi e aziende per contrastare la criminalità informatica), la formazione (gli investimenti nella formazione di esperti di sicurezza informatica e nello sviluppo di tecnologie avanzate), e la cooperazione internazionale (la facilitazione della collaborazione internazionale per contrastare la criminalità informatica).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contrastare la criminalità informatica richiede un’azione coordinata tra autorità, aziende e organismi internazionali. In Italia, la Polizia Postale è il punto di riferimento per l’investigazione dei reati digitali, operando insieme al CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) per la difesa e la salvaguardia delle infrastrutture sensibili [Ministero dell’Interno, 2023]. A livello internazionale, l’Italia partecipa alla Convenzione di Budapest e lavora con Europol, Interpol e il Centro Europeo contro il Cybercrimine, con sede a L’Aia nei Paesi Bassi. Nel 2021 è stato inoltre istituito il Perimetro Nazionale di Sicurezza Cibernetica, che ha provveduto ad imporre standard minimi di sicurezza agli operatori strategici; successivamente le procure italiane hanno creato dei nuclei specializzati contro il cyber-crime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’altra efficiente strategia di contrasto ai crimini informatici consiste nell’impiego di tecnologie di monitoraggio del dark web, piattaforme di threat intelligence e sistemi di intelligenza artificiale finalizzati alla rilevazione precoce di minacce e all’analisi predittiva di comportamenti anomali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, nel nostro contesto nazionale, la persistente carenza di risorse economiche, infrastrutturali e formative rappresenta un limite significativo, ostacolando la piena ed efficace implementazione delle misure necessarie a garantire alti livelli di protezione e un adeguato contenimento del fenomeno dei crimini digitali.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Strategie di prevenzione e sensibilizzazione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">prevenzione della criminalità informatica risulta oggi più che mai un elemento fondamentale e la formazione e informazione su un corretto e sicuro usi del web dovrebbe essere garantita ad ogni individuo che utilizza qualsiasi tipo di piattaforma digitale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conoscenza e la comprensione del funzionamento degli strumenti informatici risultano strettamente connesse allo sviluppo di un’adeguata educazione digitale e alla consapevolezza dei meccanismi che regolano l’ecosistema tecnologico. In tale prospettiva si inserisce il progetto “Una vita da social” promosso nel 2023 dalla Polizia Postale, iniziativa di sensibilizzazione rivolta a studenti, docenti e famiglie sui rischi connessi all’uso della rete e dei social network, che nel corso delle sue edizioni ha raggiunto centinaia di migliaia di giovani su tutto il territorio nazionale. Anche il MIUR, riconoscendo l’importanza di un utilizzo responsabile di Internet, ha implementato dei moduli di educazione civica digitale e uso consapevole dei social [MIUR, 2023].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da anni le aziende italiane stanno investendo in security awareness training, soluzioni di protezione degli endpoint e sistemi strutturati di gestione delle vulnerabilità, elementi ritenuti essenziali per garantire una formazione adeguata del personale nell’utilizzo degli strumenti informatici aziendali. In particolare vengono promossi e incentivati presidi tecnici fondamentali quali l’autenticazione multifattoriale (MFA), la segmentazione delle reti, l’adozione di procedure di backup offline e l’esecuzione periodica di simulazioni di attacco informatico, finalizzate a testare il livello di resilienza organizzativa e la prontezza operativa dei dipendenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 2018 è inoltre entrato in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation), un regolamento europeo che obbliga tutte le organizzazioni che trattano dati personali di cittadini residenti nell’UE a notificare qualsiasi tipo di violazione entro 72 ore, spingendo le imprese a rafforzare le misure di sicurezza (Regolamento UE 2016/679). Anche i CERT (Computer Emergency Response Tream), che si occupano di gestire le segnalazioni di incidenti informatici svolgono un ruolo attivo nella prevenzione, pubblicando avvisi su truffe emergenti e raccomandazioni di sicurezza [CERT-AgID, 2023]. Infine anche i media tradizionali e i principali canali di comunicazione di massa, quali radio e televisione, contribuiscono alla sensibilizzazione della popolazione tramite campagne informative e messaggi di pubblica utilità volti a richiamare l’attenzione sui corretti comportamenti da adottare in rete, al fine di garantire la sicurezza individuale e tutelarsi dai rischi connessi all’utilizzo del web.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel complesso, tutte queste misure e iniziative assumono un rilievo fondamentale, poiché soltanto la diffusione capillare di una solida cultura della sicurezza informatica può efficacemente arginare e contenere l’espansione del fenomeno criminoso in ambito digitale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, la criminalità informatica rappresenta una minaccia concreta e in continua evoluzione, che colpisce trasversalmente individui, aziende e istituzioni. I dati evidenziano un incremento costante sia nella frequenza che nella sofisticazione degli attacchi, rendendo sempre più urgente un approccio integrato alla sicurezza digitale. È fondamentale investire nella prevenzione, nella formazione e nella cooperazione, sia a livello nazionale che internazionale. Solo attraverso la diffusione di una solida cultura della sicurezza informatica, il rafforzamento delle infrastrutture e una maggiore consapevolezza dei rischi, sarà possibile fronteggiare efficacemente questa nuova forma di criminalità e garantire una società digitale più sicura per tutti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><hr></div> &nbsp;<div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia e sitografia</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div> &nbsp;<div><ul><li><span class="fs11lh1-5">AgID (2022), Linee guida per la sicurezza nel perimetro cibernetico nazionale, https://www.agid.gov.it/it/linee-guida</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Assintel (2023), Rapporto annuale ICT e sicurezza informatica, https://www.assintel.it/sala-stampa-2/cyber-report-nel-2023-184-di-cyber-attacchi-nel-mondo-il-61-viene-dal-dark-web/#:~:text=Secondo%20i%20dati%20raccolti%20dal,attacchi%20rispetto%20al%20trimestre%20precedente.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">CERT-AgID (2023), Bollettini di sicurezza informatica, https://www.agid.gov.it/it/argomenti/sicurezza-informatica.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Clusit (2023), Rapporto Clusit sulla sicurezza ICT in Italia, https://clusit.it/pubblicazioni/</span></li><li><span class="fs11lh1-5">CNIL (2023), Giurisdizione e cooperazione internazionale nei reati informatici, https://sistemapenale.it/it/notizie/novita-in-tema-di-cybersecurity-e-reati-informatici-il-testo-della-legge-28-giugno-2024-n-90-pubblicato-in-gu?out=print</span></li><li>ENISA (2022), <span class="fs11lh1-5">Threat Landscape Report</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.enisa.europa.eu/publications/enisa-threat-landscape-2022.</span></li><li>Europol (2023), <span class="fs11lh1-5">European Cybercrime Centre (EC3) annual report,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">https://www.europarl.europa.eu/cmsdata/286518/Europol%20CAAR%202023.pdf</span></li><li>Garante per la Protezione dei Dati Personali (2016), <span class="fs11lh1-5">Regolamento UE 2016/679 (GDPR)</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.garanteprivacy.it/documents/10160/0/Regolamento+UE+2016+679.+Arricchito+con+riferimenti+ai+Considerando+Aggiornato+alle+rettifiche+pubblicate+sulla+Gazzetta+Ufficiale++dell%27Unione+europea+127+del+23+maggio+2018</span></li><li>Gazzetta Ufficiale (2022), <span class="fs11lh1-5">Codice Penale - Sezione reati informatici</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/10/01/24G00155/SG</span></li><li>ISTAT (2022), Indagine sulla sicurezza informatica e uso dei servizi digitali, <span class="fs11lh1-5">https://www.istat.it/comunicato-stampa/pubblica-amministrazione-locale-e-ict-anno-2022/</span></li><li>Ministero dell’Interno (2023), <span class="fs11lh1-5">Rapporto annuale Polizia Postale</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.interno.gov.it/it/notizie/report-2023-dellattivita-polizia-postale-nel-contrasto-crimini-informatici</span></li><li>Ministero della Giustizia (2023), <span class="fs11lh1-5">Rapporti delle procure specializzate in cyber crime</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.giustizia.it/cmsresources/cms/documents/anno_giudiziario2024_relazione_amministrazione2023_indice.pdf</span></li><li>MIUR (2023), <span class="fs11lh1-5">Educazione digitale nelle scuole italiane</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.mim.gov.it/scuola-digitale</span></li><li>Polizia di Stato (2023), <span class="fs11lh1-5">Progetto ‘Una vita da social’</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.poliziadistato.it/articolo/a-roma-le-tappe-conclusive-di--una-vita-da-social--e--scuole-sicure</span></li><li>Sulli B. (2023), Ponemon Institute, <span class="fs11lh1-5">Cost of Insider Threats Global Report</span><span class="fs11lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://ponemonsullivanreport.com/2023/10/cost-of-insider-risks-global-report-2023/</span></li></ul></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 15:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'arma del Cloud: l’attacco di Handala e il sabotaggio strategico di Microsoft Intune]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000034"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><b><span class="fs12lh1-5">dr.ssa Erica MALAFRONTE</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Cybersecurity Analyst -</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><div><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Immagine1_8xyy9gy2.png"  width="602" height="660" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) ha esortato le organizzazioni statunitensi a seguire le linee guida di Microsoft per rafforzare lo strumento di gestione degli endpoint Microsoft Intune, dopo che un attacco informatico lo ha sfruttato per compromettere i sistemi del gigante della tecnologia medica Stryker.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma cosa è successo?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Un attacco su scala globale: il caso Stryker</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'11 marzo 2026, il colosso statunitense della tecnologia medica Stryker Corporation è diventato il bersaglio di una delle operazioni di sabotaggio informatico più vaste e distruttive mai registrate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'attacco, rivendicato dal gruppo iraniano Handala (noto anche come Void Manticore o Storm-842), ha causato una paralisi operativa globale, colpendo infrastrutture critiche in</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">79 Paesi</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Contesto geopolitico e ritorsioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il gruppo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Handala Hack</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(noto anche come</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Void Manticore</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">o</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Storm-0842</span></b><span class="fs12lh1-5">), attore legato al Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS), ha dichiarato che l'operazione è stata una ritorsione diretta per un attacco missilistico statunitense avvenuto il 28 febbraio 2026 contro una scuola femminile a Minab, in Iran, che avrebbe causato 175 vittime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Stryker è stata colpita non solo per la sua rilevanza economica ($25 miliardi di vendite), ma anche per i suoi contratti da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">$450 milioni con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e i suoi legami con Israele.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Analisi tecnica: come funziona Microsoft Intune</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere la portata del sabotaggio, è necessario analizzare il funzionamento di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Microsoft Intune</span></b><span class="fs12lh1-5">. Si tratta di un servizio di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Mobile Device Management (MDM)</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">basato sul cloud che funge da centro di invio di configurazioni per gli uffici IT.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Attraverso politiche</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">BYOD (Bring Your Own Device)</span></b><span class="fs12lh1-5">, le aziende richiedono ai dipendenti di registrare i propri dispositivi personali per accedere a risorse aziendali come email o Teams.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo concede al reparto IT la supervisione amministrativa del dispositivo.</span><br><span class="fs12lh1-5">Una delle funzioni standard di Intune è il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">"Wipe"</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(cancellazione remota): un interruttore di emergenza progettato per ripristinare i dati di fabbrica su un dispositivo smarrito o rubato.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La catena d'attacco</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'operazione non ha sfruttato vulnerabilità "zero-day", ma ha preso di mira il punto più debole: l'</span><b><span class="fs12lh1-5">identità digitale</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><ol><li><b><span class="fs12lh1-5">Accesso amministrativo.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Gli attaccanti hanno compromesso credenziali di alto livello (account</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Global Administrator</span></b><span class="fs12lh1-5">) per l'ambiente Microsoft Intune di Stryker. In questo modo, hanno ottenuto il controllo totale del pannello di comando utilizzato dall'azienda per gestire i dispositivi dei dipendenti;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">esecuzione del Wiper.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Invece di distribuire un virus, gli hacker hanno semplicemente selezionato tutti i dispositivi registrati e attivato il comando legittimo di “</span><b><span class="fs12lh1-5">Wipe”</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">simultaneo.</span></li></ol><b><span class="fs12lh1-5">Risposta del Sistema Operativo:</span></b><b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">quando un iPhone o un dispositivo Android riceve un comando di wipe dal suo server MDM affidabile, il sistema operativo obbedisce immediatamente e senza riserve, avviando un ripristino completo delle impostazioni di fabbrica.</span></b><b><br></b></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Immagine2.png"  width="727" height="132" /><br></div><div data-text-align="start"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">A causa di questa azione, i telefoni hanno rimosso non solo le app aziendali, ma hanno eseguito un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">reset completo del sistema operativo</span></b><span class="fs12lh1-5">, cancellando foto personali, applicazioni bancarie e persino le</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">eSIM</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">cellulari, lasciando molti utenti impossibilitati a utilizzare l'autenticazione a due fattori (2FA) per i propri account privati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le pagine di accesso dei dispositivi rimasti attivi sono state compromesse e alterate, mostrando il logo di Handala.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le fonti indicano che oltre</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">200.000 sistemi</span></b><span class="fs12lh1-5">, inclusi server e dispositivi mobili in 79 paesi, sono stati colpiti da questo attacco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per massimizzare il danno, Handala ha utilizzato simultaneamente diversi metodi di distruzione:</span></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">sistemi offline e GPO.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Per colpire i computer non connessi al momento dell'ordine iniziale, gli attaccanti hanno preparato script malevoli distribuiti come Group Policy (GPO) legittime dal Domain Controller.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Al ricollegarsi alla rete, i sistemi eseguivano automaticamente il wiper;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">PowerShell e Intelligenza Artificiale.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">S</span><span class="fs12lh1-5">tato distribuito un ulteriore wiper basato su un PowerShell script, probabilmente sviluppato con l'assistenza dell'Intelligenza Artificiale, capace di enumerare e cancellare ricorsivamente tutte le directory degli utenti;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">c</span></b><b><span class="fs12lh1-5">rittografia VeraCrypt e RDP.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Per i sistemi sopravvissuti, gli aggressori hanno utilizzato VeraCrypt per cifrare i drive, mentre hanno impiegato l'accesso diretto tramite RDP per eliminare manualmente le macchine virtuali (VM) dalle piattaforme di virtualizzazione.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Impatto globale e conseguenze operative</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'impatto è stato catastrofico:</span></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">perdita di dati.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Handala ha dichiarato di aver cancellato i dati di oltre</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">200.000 sistemi, server e dispositivi mobili</span></b><span class="fs12lh1-5">, oltre ad aver esfiltrato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">50 terabyte di dati critici</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Il gruppo ha inoltre minacciato di renderli pubblici, affermando che l’obiettivo è denunciare quella che definisce “ingiustizia e corruzione”;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">p</span></b><b><span class="fs12lh1-5">aralisi del lavoro.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">In Irlanda, oltre</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">5.000 lavoratori</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sono stati rimandati a casa a causa dell'inaccessibilità totale della rete;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">i</span></b><b><span class="fs12lh1-5">mpatto economico.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">Il titolo azionario della società Stryker è sceso di circa il 3,6% lo stesso giorno;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">i</span></b><b><span class="fs12lh1-5">nterruzione dei servizi medici.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">L'attacco ha messo fuori uso la piattaforma</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">LifeNet</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">in diverse aree, come ad esempio nello stato del Maryland, dove il sistema è andato offline in gran parte del territorio.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Lifenet viene utilizzata per trasmettere elettrocardiogrammi (ECG) in tempo reale dai paramedici agli ospedali. Il personale medico di emergenza è stato istruito a ricorrere alle consultazioni via radio per descrivere verbalmente i risultati degli elettrocardiogrammi ai medici riceventi.</span></li></ul></div><div><span class="fs12lh1-5">L'attacco del gruppo Handala contro Stryker ha evidenziato come il piano di gestione cloud (management plane) sia diventato il nuovo perimetro critico della sicurezza aziendale.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5">In un'infrastruttura moderna, strumenti come Microsoft Intune centralizzano il controllo di centinaia di migliaia di dispositivi in un unico dashboard per garantire efficienza operativa; tuttavia, questa stessa centralizzazione trasforma il portale in un singolo punto di fallimento catastrofico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se un attaccante ottiene le credenziali amministrative, entra in possesso del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">"telecomando principale"</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dell'intera organizzazione, potendo causare danni massicci senza dover violare singolarmente ogni endpoint.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'operazione condotta da Handala/Void Manticore dimostra che nella cyber guerra moderna i sabotatori non hanno più bisogno di sviluppare malware complessi o exploit zero-day.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È sufficiente abusare della fiducia riposta nelle suite di gestione legittime: se un'azienda utilizza un software per gestire e proteggere i propri asset, un aggressore con le giuste chiavi può usare quello stesso software per annientarli.</span><br><span class="fs12lh1-5">Per questo motivo diventa fondamentale implementare misure di sicurezza e politiche di governance adeguate per proteggere i sistemi di gestione centralizzati.</span><br><span class="fs12lh1-5">Tra le principali pratiche di prevenzione rientrano l'adozione dell'</span><b><span class="fs12lh1-5">autenticazione multi fattore (MFA)</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per tutti gli account privilegiati, l'applicazione del principio del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">least privilege</span></b><span class="fs12lh1-5">, la</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">segmentazione dei ruoli amministrativi</span></b><span class="fs12lh1-5">, il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">monitoraggio e logging continuo delle attività amministrative</span></b><span class="fs12lh1-5">, oltre alla</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">rotazione periodica delle credenziali sensibili</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">e alla</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">verifica costante delle configurazioni di sicurezza</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'identità non è più solo un controllo di accesso, ma il vero e proprio nuovo perimetro di difesa nazionale e aziendale: proteggere gli account privilegiati e i sistemi di gestione significa, di fatto, proteggere l'intera infrastruttura. Una governance della sicurezza solida e proattiva diventa quindi la condizione necessaria per evitare che strumenti progettati per difendere l'organizzazione possano trasformarsi, nelle mani sbagliate, nelle armi più efficaci contro di essa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><hr><b><span class="fs11lh1-5">Risorse Microsoft</span></b></div><div data-text-align="start"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Raccomandazioni sulla protezione di Microsoft Intune:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Best practices for securing Microsoft Intune</span><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Indicazioni sull'implementazione della Multi Admin Approval in Microsoft Intune:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Use Access policies to implement Multi Admin Approval</span><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Configurazione di Microsoft Intune utilizzando i principi Zero Trust:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Configure Microsoft Intune for increased security</span><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Implementazione delle policy RBAC di Microsoft Intune:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Role-based access control (RBAC) with Microsoft Intune</span><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Indicazioni sulla distribuzione di Privileged Identity Management (PIM) su Microsoft Intune, Entra ID e altri software Microsoft:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Plan a Privileged Identity Management deployment</span><span class="fs11lh1-5">. &nbsp;</span></li></ul></div><div data-text-align="start"><hr></div><div data-text-align="start"><b><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Rithula Nisha: Stryker Cyber Attack: Iranian Threat Actor Claims Revenge, 2026.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">https://cybermagazine.com/news/iran-war-cyber-front-stryker-cyber-attack</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Ecosistema Startup: Hackers iraníes atacan Stryker con wiper via Intune (2026).</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">https://ecosistemastartup.com/hackers-iranies-atacan-stryker-con-wiper-via-intune/</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Krebs on Security (Brian Krebs): Iran-Backed Hackers Claim Wiper Attack on Medtech Firm Stryker (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://krebsonsecurity.com/2026/03/iran-backed-hackers-claim-wiper-attack-on-medtech-firm-stryker/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Reddit (r/cybersecurity): Stryker Hit by Handala - Intune Managed Devices Wiped (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.reddit.com/r/cybersecurity/comments/1rqopq0/stryker_hit_by_handala_intune_managed_devices/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">SecureWorld (Drew Todd): Iran-Linked Hacktivist Group Hits Stryker in Destructive Wiper Attack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.secureworld.io/industry-news/iran-linked-hacktivist-group-weaponizes-microsoft-intune-in-destructive-wiper-attack-on-stryker</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">SOCRadar: Dark Web Profile: Handala Hack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://socradar.io/blog/dark-web-profile-handala-hack/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Handala Hack” - Unveiling Group’s Modus Operandi (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://research.checkpoint.com/2026/handala-hack-unveiling-groups-modus-operandi/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Undercode Testing (HackMoN Ai): Iran-Linked Handala Hackers Weaponize Microsoft Intune: The Wiper Attack Blueprint You Must Defend Against Now (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://undercodetesting.com/iran-linked-handala-hackers-weaponize-microsoft-intune-the-wiper-attack-blueprint-you-must-defend-against-now/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">WION (Tarun Mishra): Stryker uses Microsoft, but how did Iran hack iPhones of its employees? Understanding the Handala cyberattack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.wionews.com/photos/stryker-uses-microsoft-but-how-did-iran-hack-iphones-of-its-employees-understanding-the-handala-cyberattack-1773310596097/1773310596098</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">CISA (America’s Cyber Defense Agency): CISA Urges Endpoint Management System Hardening After Cyberattack Against US Organization (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.cisa.gov/news-events/alerts/2026/03/18/cisa-urges-endpoint-management-system-hardening-after-cyberattack-against-us-organization</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 11:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La lucidità come criterio di sicurezza]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazioni_e_Intelligence"><![CDATA[Investigazioni e Intelligence]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000033"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mondo della sicurezza si misurano procedure, si certificano dispositivi, si aggiornano protocolli. Si ragiona di misure e di contromisure, ma ciò che conta davvero, quando la routine si spezza e il contesto diventa instabile, è la mente di chi deve utilizzare le risorse e governare i sistemi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La lucidità operativa è la capacità di mantenere attivo il pensiero quando la situazione si altera improvvisamente e la routine si interrompe. Rimanere lucidi consente di osservare con precisione, valutare l'efficacia dell'azione e decidere con coerenza anche quando il contesto diventa instabile. Non è una questione di coraggio o temperamento. È una forma di disciplina cognitiva che si costruisce con metodo e allenamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso degli anni ho visto persone tecnicamente preparate perdere lucidità in pochi secondi. Allo stesso tempo, ho visto persone comuni prendere decisioni straordinarie perché avevano sviluppato un'abitudine mentale alla stabilità: respiravano, osservavano, riconoscevano ciò che stava accadendo e agivano con precisione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un vecchio paracadutista del Tuscania mi spiegò questa differenza con un'immagine che non ho più dimenticato. Descriveva che nelle situazioni cinetiche gli uomini si dividono in due categorie: quelli che, al rumore improvviso, si accovacciano e quelli che, invece, si alzano e si girano verso la fonte del rumore. Quel veterano non parlava di istinto o di coraggio, ma della capacità di trasformare uno stimolo in informazione. Chi percepisce la paura, reagisce allo stimolo accovacciandosi; chi osserva la situazione e la interpreta, si gira e risponde alla situazione. È una distinzione sottile, ma decisiva per chi deve agire sotto pressione e assumere decisioni rapide e affidabili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mondo delle imprese e delle organizzazioni complesse accade la stessa cosa. Una risorsa umana che perde la lucidità interpreta male un segnale, comunica in modo disordinato, prende scorciatoie, sottovaluta un rischio o si blocca proprio nel momento in cui servirebbe una decisione chiara. Tutto questo avviene prima ancora che la procedura possa essere applicata. La perdita della lucidità è l'anello debole della catena decisionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per questo la lucidità è un criterio di sicurezza a tutti gli effetti: riduce l'errore e ne mitiga le conseguenze, migliora la qualità delle decisioni, stabilizza il team sotto pressione e garantisce la continuità nell'applicazione delle procedure. Una mente lucida riconosce i segnali, distingue ciò che è urgente da ciò che è solo rumore, mantiene un linguaggio operativo coerente e protegge il funzionamento dei sistemi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Molti ritengono che la lucidità sia un talento innato, ma non è così. È una competenza che si costruisce attraverso un addestramento fisico e mentale che richiede metodo, ripetizione e consapevolezza. Si sviluppa la gestione della respirazione, con esercizi di attenzione, micro-pause intenzionali, analisi dei segnali e revisione delle proprie reazioni. Ogni volta che si impara a riconoscere il proprio stato interno, si rafforza la capacità di restare presenti anche sotto pressione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sicurezza non è soltanto tecnica e rispetto delle procedure; i suoi criteri di funzionalità operativa trovano, nella capacità di orientamento della lucidità mentale, il loro riferimento essenziale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 17:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Malati psichiatrici violenti e sicurezza: ecco perché il sistema non funziona]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000032"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Le immagini che negli ultimi anni scorrono sui nostri schermi televisivi e sui social media sono di quelle che fanno accapponare la pelle e lasciano un senso di impotenza misto a incredulità: cittadini comuni che, mentre camminano per strada o sbrigano le loro faccende quotidiane, vengono aggrediti improvvisamente, brutalmente e senza alcun motivo apparente da soggetti che poi si scopre essere affetti da gravi disturbi mentali. Sono persone spesso già note alle autorità, già denunciate per fatti simili, quindi, ci si chiede per quale ragione non siano chiuse in carcere o in un manicomio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di entrare nel vivo dell’analisi tecnica, è impossibile non citare il caso drammatico di quella povera donna che, il 6 febbraio 2026, mentre era in bicicletta con il figlio di soli dieci anni, è stata colpita violentemente con un pugno da un giovane immigrato tunisino di ventidue anni. Parliamo di un soggetto che per lungo tempo ha terrorizzato l’intero quartiere di San Lorenzo, a Roma, e che solo ora, dopo un TSO, sembra aver attirato l’attenzione della Prefettura. La prima reazione istintiva di chiunque veda le sequenze del video è la rabbia pura, una rabbia che si traduce in domande legittime, ma cariche di frustrazione: perché quel pazzo è ancora libero di circolare? Perché nessuno lo ha rinchiuso? In questi momenti è facile e quasi naturale puntare il dito contro i giudici, che sembrano lasciare liberi soggetti pericolosi, o contro le forze di polizia, accusandole di non fare abbastanza per garantire la sicurezza pubblica. Tuttavia, in questo approfondimento voglio spiegarvi esattamente perché queste persone malate e violente sono ancora in giro a colpire passanti inermi, e voglio farlo andando oltre la questione dell'immigrazione irregolare che, pur essendo un tema cruciale, dato che chi delinque e commette azioni violente non dovrebbe restare nel nostro Paese a prescindere dalla patologia, rappresenta solo una parte di un problema enorme che riguarda anche moltissimi cittadini italiani. La causa di queste situazioni assurde non è l'incompetenza dei singoli, ma una vera e propria voragine normativa che parte da lontano, specificamente dalla legge 180 del 1978, la famosa “legge Basaglia”. Prima di allora esistevano i manicomi, luoghi dove il malato mentale spesso peggiorava invece di guarire, a causa di strutture fatiscenti e di un approccio che somigliava più alla detenzione carceraria che alla cura medica. L’intento della legge Basaglia era nobilissimo e poggiava su solide basi scientifiche. Infatti, la psichiatria aveva compreso da tempo che, per migliorare, il cervello di un malato di mente ha bisogno di relazionarsi con contesti sani e non di restare isolato con altri malati, magari in condizioni peggiori delle proprie. Il problema, però, è che, come accade troppo spesso in Italia, si è passati da un'ottima intuizione a una pessima messa in pratica. Abbiamo chiuso progressivamente i manicomi e, nel 2015, abbiamo eliminato definitivamente anche gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che erano destinati proprio ai malati socialmente pericolosi. La realtà è che se il malato viene curato, se la terapia funziona e se esiste un supporto familiare e territoriale adeguato, il sistema regge; ma se il malato è aggressivo e pericoloso, venendo a mancare gli OPG, questi resta di fatto in strada con rischi enormi per sé e per gli altri. In sostanza, abbiamo tolto le sbarre, ma non abbiamo costruito una sorveglianza sanitaria efficace.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Molti pensano che la soluzione sia il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, ma bisogna capire che si tratta di una misura d'emergenza che dura solo pochi giorni. Infatti, con il TSO il soggetto viene portato in ospedale, stabilizzato con i farmaci e, una volta passata la fase acuta, i sanitari sono obbligati per legge a dimetterlo. A quel punto si apre il baratro: chi controllerà che continui la terapia? Chi aiuterà le famiglie, spesso composte da anziani fragili che vivono un inferno quotidiano nel gestire figli in crisi psicotica? Oltretutto, molte volte i soggetti violenti con gravi disturbi mentali sono persone senza fissa dimora, i quali, dopo essere stati dimessi dall’ospedale, prima o poi tornano di nuovo in azione alla prima crisi psicotica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di vista giudiziario la situazione è ancora più complessa: se un soggetto viene arrestato per un reato violento, ma il perito del tribunale, dopo tutti gli accertamenti del caso, dichiara che era totalmente infermo di mente al momento del fatto, il giudice non può mandarlo in carcere, perché sarebbe illegale. Il magistrato dovrebbe allora disporre l’invio in una REMS, cioè una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Le REMS hanno sostituito gli OPG, ma queste strutture sono pochissime e hanno liste d'attesa infinite. Basti pensare alla Lombardia, una regione di oltre dieci milioni di abitanti, che dispone di un solo polo REMS a Castiglione delle Stiviere con appena centosessanta posti totali. La “patata bollente”, quindi, passa sempre dal giudice al perito del tribunale, il quale deve cercare disperatamente una comunità di riabilitazione privata, ma queste strutture, pur essendo convenzionate, non sono attrezzate né obbligate ad accettare pazienti che non si possono gestire in sicurezza. In altri termini, se il malato è pericoloso, non attivano il servizio. Alla fine di questo percorso a ostacoli, quando non ci sono altre possibilità, la “palla” passa di nuovo al giudice, il quale non ha altra scelta se non applicare misure di sicurezza blande e che non possono garantire l’incolumità dei cittadini, come la libertà vigilata o l'obbligo di dimora. Non è colpa dei giudici, né delle Forze dell’Ordine, né dei servizi sociali o del perito del tribunale: è colpa di un sistema che da cinquant'anni risparmia sulla salute mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per concludere, non serve tornare al medioevo dei manicomi e dei manicomi giudiziari, ma serve che la politica faccia la sua parte istituendo strutture pubbliche sicure e garantendo che la cura sia obbligatoria e costante per chi rappresenta un pericolo, perché la situazione sta peggiorando e non si può più permettere che un malato violento sia libero di colpire chiunque per strada, danneggiare ciò che gli capita a tiro o, peggio, aggredire o rapire bambini.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 16:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Stasi e Sempio: perché l'analisi comportamentale in TV o sui social è solo pseudoscienza]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</b></span></div><div><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso di Garlasco, tornato prepotentemente alla ribalta con la recente attenzione mediatica su Andrea Sempio e la figura di Alberto Stasi, rappresenta un laboratorio a cielo aperto per osservare quanto possa essere pericolosa la deriva della psicologia del comportamento quando viene trasformata in un tribunale sommario della simpatia. In questo contesto, è necessario ribadire con forza che l'analisi del linguaggio non verbale, pur essendo una disciplina affascinante e fondata su decenni di ricerca, non può e non deve essere utilizzata per emettere sentenze basate su frammenti di video o percezioni epidermiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso assistiamo ad analisi televisive dove un battito di ciglia o una postura delle mani vengono interpretati come "segnali inequivocabili" di menzogna, ignorando il principio cardine stabilito da Paul Ekman: non esiste un "segno di Pinocchio". Ekman, pur avendo codificato le microespressioni facciali attraverso il rigoroso sistema FACS (Facial Action Coding System), ha sempre predicato estrema cautela, sottolineando che quelli che noi chiamiamo "hot spots" (punti caldi) non sono prove di colpevolezza, ma semplici indicatori di un conflitto emotivo di cui ignoriamo l'origine. Se un indagato mostra un segno di disgusto o di rabbia mentre parla di un crimine, la pseudoscienza conclude immediatamente che odiava la vittima, mentre la scienza forense si pone una domanda fondamentale: quella rabbia è rivolta alla vittima o al fatto che la vita di quella persona è stata distrutta da un'accusa infamante? &nbsp;Questo ci porta direttamente all'Errore di Otello, un fallimento logico di proporzioni colossali che avviene quando lo stress, l'ansia o l'agitazione vengono scambiati per i segnali di un colpevole che mente. Persone come Alberto Stasi o Andrea Sempio, catapultate in un tritacarne mediatico e giudiziario, manifestano spesso reazioni neurofisiologiche che il pubblico non comprende: la rigidità, lo sguardo fisso o la mancanza di lacrime "da copione" non sono segni di cinismo, ma possono essere manifestazioni di uno shock traumatico o di uno stato dissociativo. Interpretare la mancanza di emozione come mancanza di rimorso è un pregiudizio che non ha alcuno spazio nel diritto moderno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un altro elemento tecnico imprescindibile, quasi sempre ignorato nei talk show, è la necessità della "baseline". Per diagnosticare una menzogna, un esperto deve prima conoscere il comportamento normale e neutro del soggetto: qual è la sua frequenza respiratoria abituale? Qual è il suo ritmo di ammiccamento naturale quando non è sotto pressione? Analizzare una clip di pochi secondi senza questi parametri di confronto è un'operazione scientificamente nulla, paragonabile alla pretesa di diagnosticare un'aritmia cardiaca a un uomo che corre una maratona senza aver mai misurato il suo battito a riposo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'analisi del comportamento ha il suo valore massimo esclusivamente come "bussola" investigativa, utile a orientare l'interrogatorio o l'intervista cognitiva per capire dove "scavare" alla ricerca di prove fisiche, ma non può mai sostituirsi al DNA, alla BPA (Bloodstain Pattern Analysis), alle evidenze informatiche e alle altre discipline forensi o alla logica degli atti. Portare la pseudoscienza nel dibattito pubblico trasforma il processo penale in un pericoloso "concorso di estetica" dove chi ha la faccia "giusta" si salva e chi appare "strano" viene condannato. La civiltà del diritto impone di diffidare dai "guru" che vendono certezze assolute e di tornare al rigore dei dati, perché la psicologia e la criminologia forense richiedono umiltà e la capacità professionale di ammettere quando non vi sono elementi sufficienti per una valutazione attendibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per gli studenti e gli esperti che volessero approfondire seriamente la materia, il riferimento resta la bibliografia scientifica internazionale, dai testi base di Paul Ekman come "I volti della menzogna" alle ricerche metodologiche di Aldert Vrij sulla detenzione dell'inganno e ai lavori di Giuliana Mazzoni sulla memoria e la testimonianza, che insegnano come l'analisi del comportamento sia solo uno dei tanti strumenti a disposizione degli investigatori e mai la prova giudiziaria su cui basare una condanna.</span><br></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr><b><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">FACS (Facial Action Coding System): creato da Ekman e Friesen, è l'unico sistema oggettivo per codificare ogni movimento facciale anatomicamente possibile attraverso le "Action Units" (AU).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Intervista Cognitiva:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tecnica di audizione che utilizza principi di psicologia cognitiva per aiutare la memoria del testimone senza inquinarla, dove l'analisi del non verbale serve a monitorare il carico cognitivo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">L'errore di Otello:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">concetto analizzato magistralmente in</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="8,0,0" data-index-in-node="58"><span class="fs11lh1-5">I volti della menzogna</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(P. Ekman), fondamentale per capire come la paura di non essere creduti possa mimare i segnali della colpevolezza.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La baseline investigativa:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">protocollo standard nelle interviste forensi che prevede una fase di "calibrazione" su argomenti neutri prima di affrontare i temi critici del reato.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Letture consigliate</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ekman, P.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="10,0,0" data-index-in-node="11"><span class="fs11lh1-5">I volti della menzogna</span></i><span class="fs11lh1-5">, Giunti Editore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Vrij, A.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="10,1,0" data-index-in-node="10"><span class="fs11lh1-5">Detecting Lies and Deceit: Pitfalls and Opportunities</span></i><span class="fs11lh1-5">, Wiley.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Mazzoni, G.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="10,2,0" data-index-in-node="13"><span class="fs11lh1-5">Psicologia della testimonianza</span></i><span class="fs11lh1-5">, Carocci.</span></li></ul></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 16:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Zoe Trinchero: il "no" che uccide e la genesi del narcisismo culturale]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000030"><div><b class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</b></div><div><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso di Zoe Trinchero, strangolata e gettata nel fiume a quanto pare per un "no", ci pone davanti a uno specchio deformante. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una patologia sociale che ha già mietuto vittime come Sara Campanella a Messina, uccisa per strada da un collega di università respinto. Non parliamo di una malattia mentale improvvisa, ma di quello che Christopher Lasch, nel 1978, definì</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">"narcisismo culturale",</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">una deriva dove l'individuo smette di riconoscere l'altro come soggetto autonomo e lo percepisce solo come funzione dei propri bisogni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla base di questa violenza c’è un vuoto di parole. Viviamo in un’era di iperconnessione digitale che nasconde un drammatico</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">analfabetismo emozionale</span><span class="fs12lh1-5">. Oggi, i giovani sanno come comunicare un’immagine, ma non sanno come processare un sentimento. Se un ragazzo non è stato educato a dare un nome alla frustrazione, alla tristezza o al senso di rifiuto, queste emozioni rimangono "corpi estranei" dentro di lui.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Quando il dolore non può essere nominato e pensato, deve essere scaricato all'esterno. L'aggressività, quindi, diventa l'unico linguaggio possibile per chi non possiede il vocabolario del dolore. In questa prospettiva distorta, l'omicidio non è "amore troppo forte", ma l'incapacità totale di gestire un'emozione negativa attraverso il pensiero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo avere il coraggio di guardare dentro le nostre case. Un bambino che cresce in un ambiente dove i "no" sono rari o inesistenti riceve un messaggio pericoloso: "Il mondo è ai tuoi piedi". Ma il danno peggiore avviene attraverso il sistema dei</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">rinforzi costanti e delle lodi immeritate</span><span class="fs12lh1-5">.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Se un genitore loda il figlio per ogni banalità, se lo convince di essere un "genio" o un "essere speciale" a prescindere dal suo impegno reale o dal rispetto degli altri, non sta costruendo la sua autostima, ma il suo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">narcisismo</span><span class="fs12lh1-5">. L'autostima sana nasce dal superamento dei propri limiti, mentre il narcisismo nasce dalla rimozione degli stessi. Questo bambino, una volta adulto, avrà sviluppato un "Sé grandioso" estremamente fragile, un gigante dai piedi di argilla che ha bisogno del plauso continuo per non crollare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per un giovane cresciuto in questa bolla di lodi e condiscendenza, il "no" di una donna non è un semplice rifiuto sentimentale, è un attentato alla propria esistenza. Il rifiuto spacca la maschera di perfezione che i genitori e la società gli hanno costruito addosso.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Se non c'è stata un'educazione al limite, il rischio è lo sviluppo di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">marcati tratti narcisistici</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che possono sfociare in un vero e proprio</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">disturbo di personalità</span><span class="fs12lh1-5">. In questo stato, l'empatia è assente. L'altro non è una persona da amare, ma un oggetto da possedere. Se l'oggetto si ribella o si nega, il narcisista prova un'angoscia di annientamento talmente forte da reagire con una ferocia distruttiva. Uccidere l'altro,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">nella sua mente malata,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">diventa l'unico modo per riprendere il controllo e "mettere a tacere" la fonte della propria umiliazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il contesto sociale agisce da acceleratore. La nostra è la società della gratificazione istantanea. Abbiamo insegnato ai ragazzi che il desiderio deve essere soddisfatto al ritmo di un "clic". Il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">"tutto e subito"</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è diventato la regola d'oro, eliminando il concetto di attesa e di conquista.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Nelle relazioni, questa mentalità è letale. L'amore richiede tempo, pazienza e la possibilità del fallimento. Se un giovane applica la logica del consumo ai rapporti umani, non può tollerare che una persona non sia "disponibile" o "accessibile" secondo i suoi tempi. Il desiderio diventa pretesa e la pretesa, se inevasa, sfocia in rabbia narcisistica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso, alcuni politici e anche i genitori invocano l'intervento delle istituzioni per "educare ai sentimenti", ma questa è una delega impossibile, perché l</span><span class="fs12lh1-5">'educazione all'empatia inizia nella culla</span><b><span class="fs12lh1-5">.</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">È una responsabilità primaria che i genitori hanno dal primo istante di vita del bambino. L'empatia si insegna mostrando che il dolore dell'altro esiste e va rispettato e che i propri desideri finiscono dove iniziano i diritti altrui. Se un genitore non ha mai avuto la forza di dire un "no" difficile, se ha sempre protetto il figlio dalle conseguenze dei suoi errori, ha di fatto disarmato quel ragazzo di fronte alla vita. La scuola può istruire, ma è la famiglia che deve strutturare l'essere umano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi delitti non sono "raptus", sono il punto di arrivo di un modello educativo fallimentare che privilegia il successo all'etica, la lode alla verità e il possesso al rispetto. Finché non riporteremo il valore del limite e della frustrazione costruttiva al centro della crescita dei nostri figli, continueremo a produrre individui tecnicamente evoluti ma emotivamente barbari, incapaci di accettare che un "no" è, semplicemente, una parte della libertà dell'altro.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 16:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La gestione dell’attività investigativa tra urgenza e fretta]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazioni_e_Intelligence"><![CDATA[Investigazioni e Intelligence]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002F"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><br></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’indagine su un omicidio è in assoluto l’attività nella quale il tempo assume una dimensione rilevante; il ritmo è esasperato e per restare lucidi è necessario distinguere sempre l’urgenza dalla fretta. Non si tratta di fare delle classificazioni semantiche né di dedicarsi ad un esercizio di stile; è una distinzione operativa che incide sulla qualità dell’azione, sulla sicurezza degli operatori e, in ultima analisi, sull’esito dell’indagine. Confondere questi due concetti implica: alterare la percezione del tempo, perdere di lucidità, compromettere la precisione e, soprattutto, commettere errori. L’investigazione criminale è un’attività che affronta la complessità del caos e ogni errore è fatale perché ne compromette la bontà, ne inficia i risultati, getta discredito sull’organismo operante.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’urgenza è consapevolezza del tempo che scorre con un ritmo incalzante. Il ritmo è quello della flagranza (poco prima o immediatamente dopo), del “senza ritardo”, dei termini, del deperimento delle tracce, del pericolo dell’inquinamento probatorio… L’ufficiale o l’agente di polizia giudiziaria, o investigatore che dir si voglia, sa che ogni minuto conta, ma che ogni minuto dev’essere usato con metodo. È fondamentale mantenere la mente nitida mentre il contesto accelera.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il professionista dell’investigazione anticrimine è disciplinato, sa governare le emozioni; egli si affida al rigore del metodo, è in grado di individuare e di stabilire le priorità, senza lasciarsi travolgere dalla pressione. Nell’attività di polizia giudiziaria, l’urgenza è un elemento strutturale: preservare una scena del crimine, raccogliere una testimonianza fragile, eseguire un accertamento “urgente” sui luoghi o sulle persone. Sono momenti in cui la rapidità dell’azione e la precisione nell’esecuzione assumono una rilevanza significativa per lo sviluppo efficace dell’iter processuale.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La fretta è tutt’altra cosa; è la distorsione della percezione, è la perdita del quadro d’insieme, è l’azione che si sgancia dal metodo e si aggancia all’ansia. La fretta genera errori, amplifica il rischio, apre varchi al pericolo e compromette la qualità dell’attività. È un acceleratore senza controllo, un impulso che sostituisce la razionalità con la reazione istintiva. Quando si lascia spazio alla fretta, si perde di lucidità e di aderenza al contesto operativo.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nell’investigazione, come nella vita, “agire con calma” non significa rallentare; è un equivoco diffuso quello di associare la calma alla lentezza. Anzi, è l’esatto contrario, agire con calma significa mantenere il controllo mentre il tempo accelera; significa non farsi trascinare dalla pressione, ma contenerla e governarla. Ecco perché nelle situazioni critiche i superiori (di qualsiasi categoria professionale) anziché pressare i collaboratori per</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">i risultati o le soluzioni</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">devono sostenere, supportare, agevolare. Operare e lavorare con calma vuole dire prendere decisioni rapide senza perdere la logica, eseguire con velocità senza sacrificare la qualità e agire con risolutezza senza scivolare nella precipitazione.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La calma operativa è una competenza, non un atteggiamento, è ciò che permette di governare il ritmo incalzante del tempo dell’investigazione criminale: un tempo che non ammette pause, che non aspetta, che non perdona le esitazioni. Governare i tempi e cadenzare il ritmo significa scandire le fasi dell’azione con ordine, decidere con rapidità e non con impulsività, eseguire con velocità ma senza approssimazione, agire con risolutezza e senza precipitazione. È un equilibrio sottile che misura la professionalità dell’investigatore.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In ultima analisi la differenza che c’è tra urgenza e fretta è la medesima che sta fra il metodo e l’improvvisazione; tra chi ha la capacità di dominare il tempo e chi, invece, ne è dominato e travolto. Urgenza equivale a proattività, mentre la fretta è solo reazione. Tale distinzione nella metodologia dell’investigazione anticrimine è concreta, quotidiana, determinante. Riconoscerla, coltivarla e difenderla significa proteggere la qualità dell’indagine, la sicurezza degli operatori e la credibilità dell’istituzione.</span></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 16:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Incendio al “Le Constellation”: dalla dinamica del flashover alla responsabilità colposa]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazione_incendi_ed_esplosioni"><![CDATA[Investigazione incendi ed esplosioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Viviana Licia VAINI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Chimico forense, Investigatore di incendi ed esplosioni ISF Investigazioni Scientifiche, professore incaricato di Chimica forense e Investigazioni di incendi ed esplosioni all'ISF Corporate University</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, verso le 1:30 del mattino è divampato un incendio all’interno del bar</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Le Constellation</span></i><span class="fs12lh1-5">, situato nella località sciistica di Crans-Montana, nel Canton Vallese in Svizzera. L’evento si è verificato mentre era in corso la festa di Capodanno, con oltre un centinaio di persone presenti, in particolare giovani, di diverse nazionalità.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Secondo le ricostruzioni investigative preliminari, l’ipotesi maggiormente accreditata è che l’incendio sia stato innescato da fontane scintillanti pirotecniche fissate su bottiglie di champagne, dopo il contatto con il rivestimento fonoassorbente del soffitto, altamente infiammabile. Il punto di origine dell’incendio si localizzerebbe nella zona centrale del locale.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le fontane pirotecniche, infatti, producono scintille ad alta temperatura per un tempo di combustione prolungato di decine di secondi, che vengono proiettate verticalmente. Queste scintille posseggono dunque sufficiente quantità di energia per fungere da innesco nel momento in cui vengono a contatto con materiali facilmente infiammabili, quali i pannelli fonoassorbenti di rivestimento del soffitto, altri materiali sintetici o polimerici o elementi decorativi non ignifughi o con bassa classe di reazione al fuoco.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">A seguito dell’accensione, le fiamme superficiali si sono sviluppate rapidamente, producendo fumi caldi e tossici. All’interno del luogo chiuso, la rapida evoluzione delle fiamme ha portato all’accumulo dei fumi caldi e a un conseguente celere aumento della temperatura dell’ambiente, portando a un’evoluzione estremamente veloce verso il flashover.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il flashover è la fase di un incendio in cui tutte le superfici e gli oggetti all'interno di uno spazio prendono fuoco quasi simultaneamente perché hanno raggiunto la loro temperatura di accensione. Ciò che è fondamentale in questa fase dell’incendio, è che non c’è alcun bisogno che la fiamma si propaghi e trovi continuità dal punto di origine dell’incendio a tutte le altre parti della stanza. Accade all’interno dei luoghi chiusi perché una volta che è stato innescato un incendio, vengono prodotti gas caldi che si accumulano sempre più sul soffitto e scaldano, principalmente per irradiazione, tutti i materiali sottostanti. Questi, a causa del calore si decompongono e rilasciano gas infiammabili. Una volta raggiunta la temperatura di autoaccensione, questi gas si innescano. Poiché i materiali presenti oggi all’interno dei locali hanno tutti temperature di accensione molto simili, una volta che i gas dello strato superiore hanno raggiunto la temperatura di circa 600°C, tutto prende fuoco pressoché contemporaneamente. L’incendio passa da una fase localizzata ad una combustione generalizzata.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In questa fase, oltre alle fiamme e alle alte temperature, sono letali anche la forte riduzione della visibilità, l’inalazione di gas tossici e il panico collettivo accompagnato spesso dal collasso delle vie di fuga.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In particolare, relativamente al locale</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Le Constellation</span></i><span class="fs12lh1-5">, le indagini stanno facendo emergere mancanze a livello dei controlli di sicurezza, soprattutto nelle ispezioni antiincendio annuali. Da quanto fino ad oggi noto, sembra che l’unica uscita di sicurezza disponibile fosse chiusa a chiave e durante alcuni lavori di ristrutturazione la scala per salire al piano terra fosse stata ridotta di dimensione, aumentando il restringimento del collo di bottiglia che si è venuto a creare durante l’esodo dei presenti.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">A livello istituzionale, vi sono state diverse ripercussioni rispetto ai controlli sui locali pubblici, in particolare nella sicurezza antincendio e sulla gestione delle norme di sicurezza nei locali affollati, oltre che sui rischi dell’uso della pirotecnica interna.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rispetto a quest’ultimo punto, è d’obbligo riportare i numerosi incendi che si sono sviluppati negli ultimi anni in condizioni simili, molti dei quali causati dalla presenza di dispositivi pirotecnici e ciascuno malauguratamente causa di morte di un numero molto più elevato di persone, sebbene a livello europeo non abbiano avuto lo stesso riscontro: a partire dal 1942 vi sono stati 22 incendi all’interno di discoteche e nightclub, dei quali una decina dal 2000. L’ultimo di questi, provocato da fuochi d’artificio e causa della morte di 59 persone, è stato il 16 marzo 2025 nella vicina Macedonia del Nord.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Come in molti dei casi precedenti, anche nel locale</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Le Constellation</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">l’evento incendiario è stato causato da un innesco apparentemente banale e la pericolosità maggiore è derivata da una sommatoria di negligenze e noncuranze le cui conseguenze sono state amplificate dal contesto strutturale e gestionale. Relativamente alla dinamica dell’evento, la gestione dell’evacuazione risulta fondamentale: la presenza e l’individuazione delle uscite di sicurezza, eventualmente con segnalazione luminosa visibile nel fumo, e un sovraffollamento del locale rivestono un ruolo cruciale. L’analisi della dinamica quindi si estende alla valutazione sistemica del rischio, includendo progettazione del locale, materiali presenti, procedure di sicurezza e comportamento umano.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’intero aspetto riguardante le normative e la mancata applicazione delle ispezioni di sicurezza è il punto chiave relativo alla responsabilità penale dei gestori e delle autorità locali.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nel diritto penale, soprattutto nei reati colposi plurimi, è essenziale dimostrare il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva e l’evento morte. Ogni diversa causa di morte comporta profili di colpa differenti. L’identificazione delle cause effettive di morte è dunque uno degli elementi chiave per la qualificazione dei reati e per l’attribuzione delle responsabilità. Molte delle vittime potrebbero essere morte prima di essere raggiunte dalle fiamme a causa di intossicazione da monossido di carbonio, asfissia da fumo, inalazione di prodotti di combustione tossici o per trauma. L’autopsia consente di stabilire dunque la causa, oltre che determinare se la morte sia stata rapida o progressiva, elemento rilevante nella ricostruzione temporale dei fatti. Nel caso in cui si rilevasse morte per ustioni dirette si potrebbero individuare correlazioni con ritardi nei soccorsi o assenza di sistemi di spegnimento, la morte per inalazione di fumi, darebbe rilievo a carenze nelle vie di fuga, nei materiali e nella gestione dell’evacuazione, mentre la morte per trauma da calca o caduta potrebbe portare all’individuazione di responsabilità legate al sovraffollamento del locale e alla sicurezza strutturale. L’autopsia, dunque, contribuirà a chiarire se l’evento fosse prevedibile ed evitabile, se un diverso assetto di sicurezza avrebbe potuto impedire o ritardare il decesso e se, in presenza di misure adeguate, alcune vittime avrebbero potuto salvarsi.</span></div><div data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In ultimo, tra gli aggiornamenti più recenti vi è la notizia che nel 2024, poco più di un anno prima della strage, si era già verificato un principio di incendio nello stesso locale e con dinamica simile a quella del 1° gennaio 2026, senza però conseguenze gravi, in quanto rapidamente domato. Il verificarsi di un pericolo simile già in passato, potrebbe essere tra i fattori influenti sull’evoluzione verso l’ipotesi di dolo eventuale, in quanto il pericolo si era già manifestato in passato.</span></div><div data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 16:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il principio di Locard e la contaminazione: perché il sopralluogo non è mai neutro]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Accertamenti_tecnici"><![CDATA[Accertamenti tecnici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco Saliani - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Tutti i criminalisti conoscono il principio di Locard: “Ogni contatto lascia una traccia” e sanno che, quando due entità fisiche entrano in relazione, avviene sempre uno scambio di materiale, anche in quantità infinitesimali. Il principio di Locard è un’idea semplice che racchiude una potenza concettuale enorme: spiega perché esistono le tracce e, allo stesso tempo, perché la loro gestione richiede rigore assoluto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da questo postulato discende una conseguenza spesso sottovalutata: la contaminazione non è un rischio, è una certezza. Se ogni contatto lascia una traccia, allora qualsiasi presenza sulla scena del crimine la modifica. Non esiste intervento neutro, non esiste sopralluogo che non alteri lo stato originario dei luoghi. Fortunatamente, il più delle volte, queste alterazioni non determinano bias cognitivi, ma altre volte, quando il contesto investigativo generale è confuso, producono un fastidioso rumore di fondo che altera il logico e corretto sviluppo del percorso investigativo, generando errori procedurali fatali come la condanna di un innocente o l’assoluzione di un colpevole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La contaminazione non è un incidente, ma una condizione immanente al principio stesso di Locard. Per questo la tecnica del sopralluogo, i protocolli d’intervento, l’uso dei DPI, la sterilità degli strumenti, la catena di custodia e la documentazione accurata non servono a “evitare” la contaminazione, ma a contenerla. Sono strumenti di mitigazione, non di annullamento. La loro funzione è ridurre l’impatto inevitabile dell’azione umana, non garantire una purezza impossibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa premessa logica ha una ricaduta epistemologica decisiva: il DNA non è una prova. Nel linguaggio giuridico, la prova può assumere due forme: quella rappresentativa e quella indiziaria. La prova rappresentativa deriva dalla diretta percezione o registrazione di un fatto già accaduto; è ciò che un testimone vede con i propri occhi, ciò che una fotografia mostra, ciò che una videoripresa documenta. È una forma di conoscenza immediata, che rappresenta il fatto e lo rende accessibile agli altri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prova indiziaria non mostra ciò che è accaduto: lo suggerisce. È un ponte che collega un dato certo a un fatto ancora da dimostrare, utilizzando ciò che sappiamo in virtù dell’esperienza o della scienza. Nessun indizio parla da solo: richiede un’interpretazione, un contesto e una coerenza con l’intero quadro investigativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, il DNA non può essere considerato una prova rappresentativa, perché da solo non rappresenta nulla e non racconta nulla. È, a tutti gli effetti, una prova indiziaria: un dato materiale che necessita di essere interpretato, collocato e verificato. Il DNA non costituisce la conclusione di un ragionamento, ma il suo inizio. È una traccia che deve essere sviluppata, confrontata con scenari alternativi e inserita nella dinamica complessiva del fatto. In altre parole, il DNA non è un fatto: è un dato che, per diventare prova, deve essere trasformato in conoscenza attraverso un ragionamento corretto, non accettato come un sigillo di verità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo quadro, già di per sé complesso, si inserisce il touch DNA, il materiale genetico che viene lasciato semplicemente sfiorando una superficie. È una traccia estremamente sensibile e, al tempo stesso, fragile dal punto di vista interpretativo. La sua presenza non implica un contatto diretto con la vittima né un’azione rilevante per il fatto: può derivare da trasferimento secondario o terziario, da contatti casuali, da contaminazione ambientale o dagli stessi operatori. Il touch DNA non indica un gesto: indica un passaggio. E un passaggio, da solo, non racconta una storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">A complicare ulteriormente il contesto interviene la tecnologia. Le attuali tecniche di amplificazione consentono di rilevare quantità di DNA che fino a pochi anni fa erano del tutto invisibili. La sensibilità degli strumenti moderni permette di intercettare tracce infinitesimali, che un tempo sarebbero rimaste fuori dal campo dell’osservazione forense. Questo progresso non limita il principio di Locard, ma lo amplifica. Se ogni contatto lascia una traccia, oggi siamo semplicemente in grado di vedere tracce che prima non vedevamo. Purtroppo la maggiore capacità di rilevazione non coincide con una maggiore capacità di interpretazione; più tracce emergono, più diventa complesso comprenderne l’origine, la dinamica, il significato. La tecnologia amplia il panorama, ma non elimina l’ambiguità; anzi, la rende più evidente e richiede un rigore interpretativo ancora più elevato, ed ecco perché è assolutamente imperativo che l’investigatore anticrimine governi il processo investigativo tornandone ad essere l’assoluto protagonista e non il partner del tecnico di laboratorio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La genetica forense non risponde alla domanda “chi è colpevole”, perché il DNA non è una fotografia né una testimonianza. Non dice “questa persona ha compiuto questo gesto”, ma permette di valutare quanto sia plausibile che un profilo genetico appartenga ad un individuo coinvolto nel fatto, rispetto alla possibilità che appartenga a qualcuno del tutto estraneo. È un modo di ragionare basato sulle probabilità, non sulle certezze. Il laboratorio non fornisce una verità definitiva, ma un confronto tra due scenari: uno in cui l’indagato è coinvolto e uno in cui non lo è. Il valore del DNA nasce dal rapporto tra queste due possibilità, non da un’affermazione assoluta. Per questo una compatibilità genetica non equivale a un’identificazione. È solo un dato che deve essere interpretato nel contesto, confrontato con gli altri elementi e inserito nella logica complessiva dell’indagine. Scambiare un risultato probabilistico per una certezza significa trasformare un’indicazione in una conclusione, e questo è l’errore più grave che si possa commettere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Locard ci dice che le tracce esistono sempre; la logica ci impone di riconoscere che la contaminazione è inevitabile; il touch DNA mostra quanto sia facile lasciare materiale genetico senza intenzione e l’epistemologia forense insegna che il valore probatorio non sta nella traccia, ma nella sua interpretazione critica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conclusione diventa inevitabile: ogni contatto lascia una traccia, ma non ogni traccia lascia un significato.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 16:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I femminicidi sono realmente in aumento o è solo propaganda?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Centro di Ricerca]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La dicotomia tra dato e percezione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel dibattito pubblico contemporaneo, il termine "femminicidio" è divenuto un fulcro attorno al quale orbitano narrazioni contrapposte. Da una parte, il monitoraggio costante di movimenti sociali come Non Una Di Meno denuncia una strage senza fine; dall'altra, le statistiche italiane e internazionali raccontano una realtà differente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quindi, da che parte sta la verità?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">L’evidenza statistica: un’isola di relativa sicurezza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Se si analizzano i dati forniti dal Ministero dell’Interno e dall’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine), l'Italia si conferma come uno dei paesi con i tassi di omicidi volontari di donne più bassi a livello globale. Con un’incidenza che oscilla tra lo 0,34 e lo 0,38 per 100.000 donne, il nostro Paese presenta numeri inferiori rispetto alla media europea e anche mondiale. A differenza di quanto la comunicazione volta a un fine politico-sociale possa far percepire, non si è in presenza di un aumento numerico dei delitti letali. Al contrario, il trend storico degli omicidi in Italia è in costante calo da oltre trent'anni, sebbene la componente dei femminicidi mostri una resilienza maggiore rispetto agli omicidi maschili.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">​Il ruolo di Non Una di Meno tra advocacy e distorsione metodologica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'accusa di distorsione dei dati spesso rivolta ad osservatori indipendenti come “Non Una Di Meno”, noto movimento politico e sociale transfemminista, che ha l'obiettivo principale di contrastare la violenza di genere, merita una riflessione metodologica. Infatti, Non Una Di Meno, nella propria statistica aggiornata al 31 dicembre 2025, include i suicidi indotti, le morti sospette, i decessi legati alla mancanza di supporto sociale, ma anche i “lesbicidi” e i “transcidi” (neologismi creati “ad hoc” dal Movimento) che non hanno nulla a che fare con il concetto oramai comunemente accettato di “femminicidio”, spostando l'analisi dal "reato accertato" alla "violenza sistemica". Pertanto, se da un lato questo approccio svolge una pregevole funzione di monitoraggio sociale, dall'altro risulta criticabile poiché sovrappone fattispecie eterogenee che spesso divergono dalla reale dinamica criminale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Il mito del patriarcato e la realtà individuale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Un punto centrale del dibattito odierno riguarda il concetto di "patriarcato", spesso invocato come causa scatenante universale. Tuttavia, l'evidenza sociologica e criminologica smentisce tale asserzione: il movente patriarcale, inteso come esecuzione di un mandato culturale di dominio, racchiude oggi una piccolissima quota dei reati. Inoltre, la violenza di genere non è un fenomeno tipicamente italiano, in quanto l'Italia registra tassi di letalità molto più contenuti rispetto a molte altre democrazie occidentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La realtà dei casi giudiziari evidenzia invece la prevalenza di variabili cliniche individuali: gravi disturbi della personalità (narcisistici, borderline o paranoidi), scompensi psicotici, dipendenze o patologie del legame. In tale contesto, però, è fondamentale chiarire che evidenziare tali variabili non significa definire l'autore come "malato di mente" nel senso di non imputabile. Infatti, nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte a soggetti capaci di intendere e di volere, ma con strutture psicologiche disfunzionali e un profondo analfabetismo emotivo. Il delitto emerge dunque come l'esito tragico di una incapacità individuale di gestire il conflitto o l'abbandono, piuttosto che come un retaggio culturale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La verità nel mezzo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​La realtà si colloca in una zona mediana. Infatti, se è vero che i femminicidi non sono affatto in aumento, anzi, sono diminuiti, è altrettanto vero che i cosiddetti "reati spia", come lo stalking e i maltrattamenti fisici e psicologici, presentano volumi significativi. Il paradosso italiano risiede proprio qui: un sistema estremamente sicuro dal punto di vista dell'incolumità vitale, ma ancora pervaso da dinamiche relazionali vessatorie che richiedono un'analisi specifica, lontana dalle generalizzazioni ideologiche. Spostare l'attenzione sul piano clinico-individuale permette di intercettare precocemente i segnali di rischio, che sono molto più predittivi di qualsiasi categoria sociologica generale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​In conclusione, la risposta al quesito iniziale richiede equilibrio. Non si è di fronte a un'ecatombe statistica, ma a un'emergenza legata alla gestione del conflitto relazionale. Liquidare le denunce di movimenti come Non Una Di Meno come mera propaganda sarebbe un errore di prospettiva, così come accettare spiegazioni sociologiche monocausali sarebbe un errore metodologico. La sfida è fornire una bussola tecnica affinché le leggi non siano solo risposte emotive a slogan ideologici, ma strumenti capaci di agire sulla prevenzione e sulla valutazione del rischio reale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><span class="fs11lh1-5">Bibliografia e fonti statistiche</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Analisi criminale sugli omicidi volontari e la violenza di genere</span></i><span class="fs11lh1-5">, Roma, 2024-2025.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">​</span><span class="fs11lh1-5">ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica)</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il numero delle vittime di omicidio e le forme della violenza contro le donne</span></i><span class="fs11lh1-5">, Roma, 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Global Study on Homicide: Focus on gender-related killing of women and girls</span></i><span class="fs11lh1-5">, Vienna, 2023.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Non Una Di Meno,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Osservatorio nazionale sul femminicidio, lesbicidio e transicidio: monitoraggio indipendente delle vittime di violenza patriarcale</span></i><span class="fs11lh1-5">, report annuali 2023 e 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">EIGE (European Institute for Gender Equality),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Gender-based violence statistics and femicide data in the EU</span></i><span class="fs11lh1-5">, Vilnius, 2024.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">​</span><span class="fs11lh1-5">Consiglio d'Europa</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Rapporto GREVIO sull'attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia</span></i><span class="fs11lh1-5">, Strasburgo, 2024.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 16:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Emergenza aggressioni con armi da taglio. I dati 2024/2025]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Centro di Ricerca]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura di ISF Centro di Ricerca</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi due anni, la percezione della sicurezza nelle città italiane è cambiata drasticamente. Non si tratta solo di sensazioni: i numeri confermano che il coltello è diventato la nuova "arma del crimine" per eccellenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo report analizziamo i dati del biennio 2024/2025, esplorando la crescita dei reati violenti e l'incidenza statistica tra cittadini italiani, stranieri e irregolari.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Record di aggressioni con coltello: i numeri del Viminale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Secondo le ultime rilevazioni del Ministero dell'Interno, l'uso di armi bianche ha superato quello delle armi da fuoco. Nel 2024, il 33% degli omicidi è stato perpetrato con lame. La stima complessiva per il biennio parla di circa 30.000 episodi violenti (aggressioni, rapine e lesioni gravi) in cui è stata utilizzata un'arma da taglio, con un incremento delle lesioni dolose del 5,8%.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Statistiche criminalità: il confronto tra italiani e stranieri</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Un punto centrale del dibattito sulla sicurezza riguarda il profilo degli autori dei reati. Sebbene la maggioranza delle denunce totali riguardi cittadini italiani (circa il 58%), l'analisi del tasso di incidenza rivela una sproporzione significativa basata sulla densità demografica:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">tasso di criminalità specifico: rapportando i reati alla popolazione residente, i cittadini stranieri presentano un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">tasso di coinvolgimento in aggressioni con lama superiore del 550% rispetto agli italiani;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">frequenza statistica: in termini pratici, uno straniero ha una probabilità 6,5 volte superiore di essere coinvolto in questi specifici reati rispetto a un cittadino italiano.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">​Il ruolo della marginalità: focus su irregolari e Nord Africa</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Il dato diventa ancora più polarizzato quando si analizza la comunità nordafricana (Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria). Questi cittadini sono coinvolti in circa il 22% delle aggressioni totali con arma da taglio in Italia. Tuttavia, la variabile determinante non è la nazionalità, ma la condizione giuridica:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">stranieri regolari: chi vive e lavora regolarmente in Italia ha tassi di criminalità quasi identici a quelli dei cittadini italiani;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">stranieri irregolari: la stragrande maggioranza dei reati (circa l'80% della quota straniera) è commessa da chi non ha un permesso di soggiorno. Un cittadino nordafricano irregolare delinque con armi da taglio con una frequenza 30 volte superiore rispetto a un suo connazionale integrato.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Perché aumentano le aggressioni con lama?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Gli esperti di sicurezza urbana indicano che la proliferazione delle lame è dovuta alla loro facile reperibilità e alla difficoltà di controllo da parte delle Forze dell'Ordine rispetto alle armi da fuoco. Il fenomeno è particolarmente visibile nelle "zone calde" delle metropoli (stazioni ferroviarie e periferie degradate), dove la marginalità degli irregolari sfocia spesso in violenza predatoria o scontri per il controllo del territorio.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Fonti ufficiali</span></b><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">​</span><span class="fs11lh1-5">Ministero dell’Interno:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Report Servizio Analisi Criminale 2024/2025</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​ISTAT:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Annuario Statistico Italiano e Bilancio Demografico</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Il Sole 24 Ore:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Indice della criminalità 2024 e 2025</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Dossier ISMU:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Rapporto sulle migrazioni e l'irregolarità in Italia</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Garante dei Detenuti:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Relazione annuale al Parlamento</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></li></ul></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 15:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Osservare senza essere notati: l’arte dell’invisibilità e del mimetismo urbano]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazioni_e_Intelligence"><![CDATA[Investigazioni e Intelligence]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002A"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco Saliani - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Osservare un obiettivo senza essere notati è una delle competenze più sottili e meno raccontate dell’investigazione criminale: un’arte silenziosa, fatta di presenza e assenza allo stesso tempo. Essere invisibili non significa scomparire, ma evitare di diventare obiettivo dell’osservazione altrui. Osservare significa guardare con occhio analitico ciò che accade nel contesto individuato come obiettivo remunerativo dell’indagine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conduzione di un servizio di osservazione in un contesto ostile, senza essere individuati come corpo estraneo, è frutto di una tecnica che discende dal mimetismo e dal camuffamento tattico, ma anche di una disciplina mentale che richiede autocontrollo, spirito di adattamento, pazienza e concentrazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il territorio ostile non è solo un luogo fisico: è un ecosistema sociale. Chi lo abita riconosce volti, movimenti, abitudini. Ogni anomalia risalta. Ogni presenza fuori contesto viene notata; per questo l’investigatore anticrimine deve inserirsi nel contesto operativo senza entrare in conflitto con l’ambiente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il mimetismo urbano non è solo camuffamento: è circospezione, ascolto, rispetto. È la capacità di leggere la realtà e di adattarsi ai suoi ritmi, alle sue abitudini, ai suoi rituali. Significa assumere e mantenere un profilo basso, evitando comportamenti che attirino l’attenzione. È un processo graduale: non si entra “di colpo”, ci si avvicina con pazienza, calibrando i tempi della permanenza e valutando il rischio di essere individuati. Una volta dentro, si rimane fermi mentre tutto attorno si muove, lasciando che l’ambiente si abitui alla nostra presenza senza percepirla come una minaccia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La vera forza dell’osservazione non sta nel documentare ciò che accade, ma nel non essere visti. Il bravo operatore è quello capace di restare fuori dall’inquadratura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non bisogna avere fretta. Il target, monitorato nel suo ambiente, continuerà ad agire con tranquillità, certo di essere al sicuro e sarà proprio il suo comportamento a generare le situazioni d’interesse investigativo; l’osservatore dovrà solo essere pronto a cogliere quei momenti: il tempismo è tutto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La valenza dirompente dell’osservazione sta nel fatto che è la realtà circostante a venire da noi. Si entra piano, in punta di piedi, ci si posiziona e si attende. Loro si muovono, noi restiamo fermi. Loro gridano, noi stiamo in</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">silenzio: ascoltiamo, filmiamo, analizziamo e, a tempo debito, colpiamo dove il riscontro è più qualificato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’investigazione criminale è un’arte silenziosa che richiede disciplina, pazienza e sensibilità. È l’arte di chi sa attendere che cali la nebbia, perché quando c’è la nebbia non si vede ed è in quel momento che l’investigatore trova lo spazio per insinuarsi. La nebbia è la copertura ideale non perché sottrae alla vista, ma perché rende impermeabili alla percezione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il professionista che si muove nella nebbia non sfida il territorio: lo attraversa. Non si oppone al contesto: lo interpreta; vede e osserva senza essere visto, invisibile e impalpabile, proprio come la nebbia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questa postura tecnica, fatta di paziente attesa, di muscoli tesi e pronti allo scatto, l’operatore non è mai solo. L’invisibilità è un’arte collettiva, frutto del lavoro di squadra; serve un team affiatato, capace di muoversi con discrezione, di comunicare senza troppe parole, di mantenere coerenza, continuità e aderenza al contesto. L’osservazione richiede sintonia, silenzio condiviso, comprensione reciproca. Il team è un organismo unico, che si muove con naturalezza, senza bisogno di spiegazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’approccio metodologico si fonda su costanza, discrezione, pazienza e lucidità. È una dottrina d’impiego che assume la fisionomia di una lama affilata, capace di incidere le fibre del tessuto criminale con analitica</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">determinazione.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Perché l’analisi della telefonata di Stasi al 118 non ha basi scientifiche]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000029"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></span></div><div><br></div><div><div><div><div><span class="fs12lh1-5">Esiste un metodo scientifico che consente di capire se una persona che telefona ai soccorsi per un omicidio sia colpevole o innocente?</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riprendo un argomento di cui ho già parlato in un video sui nostri canali social, ovvero la telefonata di Alberto Stasi al 118, chiarendo che il comportamento verbale e paraverbale di una persona che chiama i soccorsi è caratterizzato da una serie di variabili psicologiche che differiscono da soggetto a soggetto, come il carattere, la personalità, l’esperienza di vita, la capacità individuale di far fronte a situazioni critiche, il tipo di legame che il chiamante ha con la vittima e molto altro. Ho accennato anche a un sistema di analisi delle telefonate ai soccorsi elaborato negli Stati Uniti, che nasce dall’idea che dal comportamento verbale e paraverbale di una persona che telefona ai soccorsi si possano individuare chiari indicatori di menzogna e, quindi, ottenere indizi di colpevolezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sapevo che esistesse questo metodo ma, sinceramente, non me ne sono mai interessato, in quanto i risultati dell’analisi comportamentale di una persona che abbiamo fisicamente di fronte presentano già un margine di errore alto, figuriamoci l’analisi comportamentale di un soggetto che parla al telefono. E ho fatto bene perché, aggiornandomi, visto che non è una facoltà, ma un obbligo professionale a cui dovrebbero tener fede tutti i professionisti, so che fin dal 2022 questo metodo di analisi delle telefonate al 911 è al centro di pesanti attacchi negli Stati Uniti. Pare, infatti, che un centinaio di processi negli USA dovranno essere revisionati e che persino l’FBI, il luogo da cui indirettamente è nato il metodo, lo abbia pienamente disconosciuto, dichiarandolo privo di fondamento scientifico.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Vediamo da dove tutto è iniziato. Questo metodo americano degli indicatori comportamentali di innocenza o colpevolezza durante le chiamate ai soccorsi parte da una ricerca condotta tra il 2006 e il 2008 da Tracy Harpster, ex ufficiale di polizia del Dipartimento di Dayton, in Ohio, nell’ambito della sua tesi di master all’Università di Cincinnati. Per la sua ricerca, Harpster ha collaborato con Susan Adams, ex agente speciale e docente di analisi linguistica dell'FBI.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo studio di Harpster e Adams si è concentrato sull’analisi di un campione di cento chiamate (cento, non migliaia) al 911, riguardanti casi di omicidio già risolti. Di queste cento chiamate, cinquanta erano di persone innocenti e cinquanta di colpevoli. Harpster e Adams hanno analizzato sia le registrazioni audio, per l’esame del tono e delle pause, sia le trascrizioni, per la scelta delle parole e la struttura delle frasi. Da questo studio è poi nata la “COPS Scale”, che elenca una serie di comportamenti tipici dell’innocente e del colpevole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo questa scala, composta da 20 indicatori, una persona è innocente quando, ad esempio, è guidata dall’urgenza e dalla speranza di salvare la vittima:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">la richiesta di aiuto arriva immediatamente, spesso prima ancora di spiegare l'accaduto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">viene sottolineata l’urgenza medica: l’innocente insiste affinché l'ambulanza arrivi in fretta, urla e mostra segni di &nbsp;panico in modo genuino;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il focus è rivolto interamente alla vittima, con frasi del tipo «aiutatela!» o «non respira più!»;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">l’innocente, inoltre, collabora e segue istantaneamente le istruzioni dell'operatore (ad esempio, inizia il massaggio cardiaco senza discutere).</span></li></ul><br><span class="fs12lh1-5">Invece, il colpevole sarebbe focalizzato sull’alibi. In altre parole, è guidato dallo stress cognitivo di dover recitare un ruolo e proteggere sé stesso. Ad esempio:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">la richiesta di aiuto manca del tutto o arriva molto tardi nel corso della chiamata, solo dopo aver fornito spiegazioni sull’accaduto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il colpevole dichiara subito che la vittima è morta per giustificare l'inutilità dei soccorsi;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il focus è su sé stesso, con frasi del tipo «ero appena tornato dal lavoro» e altre informazioni che non hanno a che fare con l’urgenza del soccorso;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">inserisce troppi dettagli per giustificare la propria posizione o per crearsi un alibi;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">può essere eccessivamente educato e calmo o, al contrario, diventare aggressivo se l'operatore pone domande che percepisce come accusatorie;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">infine, c’è il distanziamento: il colpevole usa espressioni impersonali per riferirsi alla vittima, come «c'è qualcuno a terra» invece di «mia moglie è a terra».</span></li></ul><br><span class="fs12lh1-5">Harpster e Adams sembrava avessero trovato un sistema “chiavi in mano” per ottenere piste investigative o risolvere casi di omicidio semplicemente analizzando una chiamata al 911. Pareva che i grandi interrogativi sul comportamento umano su cui criminologi, criminalisti, psicologi, psichiatri e neuroscienziati si interrogano da sempre, avessero trovato una risposta, quanto meno nell’ambito del comportamento criminale al telefono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Così arrivarono la pubblicazione di un manuale operativo e corsi di formazione presso centinaia di dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. Un paio di giornate di studio ed esercitazioni per diventare i “numeri uno” nelle indagini grazie all’analisi di una chiamata di soccorso. I corsi sono stati, e sono tuttora, apprezzati e seguiti anche da numerosi pubblici ministeri statunitensi, anche perché l’FBI, a suo tempo, seppur indirettamente, ha fatto da cassa di risonanza al metodo.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante l’FBI non abbia mai reso ufficiale e obbligatorio il protocollo, gli ha fornito una sorta di “bollino di approvazione” pubblicando lo studio sul proprio bollettino ufficiale, il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Law Enforcement Bulletin</span></i><span class="fs12lh1-5">, letto dagli operatori di polizia di mezzo mondo. Sebbene non fosse un protocollo ufficiale, numerosi agenti speciali dell’Agenzia, impegnati a fornire supporto alle polizie locali, hanno utilizzato con entusiasmo il metodo di Harpster e Adams per profilare i sospettati nelle fasi preliminari delle indagini.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2022, in seguito a inchieste giornalistiche e alla mancanza di solide prove scientifiche, l’FBI ha preso le distanze dal protocollo, dichiarando che l’Agenzia non supporta ufficialmente l’analisi delle chiamate al 911 come scienza forense e non la considera una prova ammissibile. Inoltre, nei precedenti articoli pubblicati sul bollettino ufficiale, ora si legge che i testi riflettono le opinioni degli autori e non gli standard ufficiali dell’FBI. Infine, l’FBI si è dissociata dai corsi privati offerti da Harpster, sottolineando che ciò che l’ex ufficiale insegna non è una "tecnica FBI".</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Veniamo all’inchiesta giornalistica che ha fatto sobbalzare i vertici dell’FBI e scatenato un putiferio nel sistema giudiziario statunitense. Si tratta di un’inchiesta condotta da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">ProPublica</span></i><span class="fs12lh1-5">, una delle più importanti testate investigative degli Stati Uniti, vincitrice di numerosi premi Pulitzer. L’articolo rappresenta l'analisi più completa e devastante sul metodo di Tracy Harpster e Susan Adams.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il pezzo, scritto dal giornalista investigativo Brett Murphy, descrive l'analisi delle chiamate al 911 come una "junk science" (scienza spazzatura) che ha portato ad arresti e condanne di persone innocenti o prive di prove reali. Nell’articolo si legge che Tracy Harpster era un capitano di polizia in un sobborgo dell'Ohio con pochissima esperienza in casi di omicidio e che ha sviluppato la sua teoria dopo aver frequentato una lezione di Susan Adams, all'epoca docente dell’FBI a Quantico. Murphy scrive che il metodo ha ottenuto una legittimità immediata perché l'FBI ha pubblicato lo studio originale nel 2008 nonostante la mancanza di test scientifici rigorosi. Spiega, poi, che con questo sistema il processo viene praticamente "truccato".</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Infatti, in alcune email, Harpster consiglia ai detective che hanno frequentato il suo corso di non testimoniare come "esperti forensi" (perché i giudici potrebbero rigettare il metodo in quanto non provato scientificamente), suggerendo invece di presentare le valutazioni come frutto della loro "esperienza sul campo". In questo modo, si aggira il controllo del giudice per far presa sulle giurie popolari che, ovviamente, si fidano dell’esperienza del detective. Viene persino citato il caso di una procuratrice che ha ammesso, in una email, di aver usato il metodo in modo “creativo” per convincere le giurie della colpevolezza degli imputati senza farlo passare come scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’articolo prosegue con casi di errori giudiziari, come quello di un uomo condannato all'ergastolo per l'omicidio della moglie basandosi quasi interamente sulla sua chiamata al 911, giudicata dagli investigatori "recitata" e "troppo drammatica". L’imputato ha trascorso tre anni e mezzo in prigione prima di essere assolto in un nuovo processo, dove è emerso che il vero assassino era un'altra persona. Murphy scrive anche che Harpster ha girato gli Stati Uniti vendendo i suoi corsi ai dipartimenti di polizia, pagati con soldi pubblici, fino a 3.500 dollari per lezione. Inoltre, riporta che Harpster non permette ai civili, né agli scienziati, di assistere alle sue lezioni o visionare i dati grezzi del suo lavoro, sostenendo che "se i civili conoscessero il metodo, saprebbero come farla franca". Infine, l'inchiesta sottolinea che tutti i tentativi indipendenti da parte di alcune università di confermare i risultati di Harpster sono falliti e che l’FBI stessa, dopo studi approfonditi, ha avvertito che tale analisi può esacerbare i pregiudizi degli investigatori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In sintesi, l'articolo di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">ProPublica</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">denuncia un circolo vizioso pericoloso: Harpster insegna alla polizia a sospettare dei chiamanti; la polizia arresta basandosi sulla "voce"; i procuratori usano questa narrazione per convincere le giurie e Harpster usa queste condanne come "prova" che il suo metodo funziona, vendendo così altri corsi.</span><br></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversi esperti e università hanno demolito il metodo. Vi cito solo lo studio più recente, pubblicato nel 2024 e diffuso nel 2025 sulla prestigiosa rivista</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Psychology, Public Policy and Law</span></i><span class="fs12lh1-5">. Gli autori, tra cui</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Patrick M. Markey</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">della Villanova University e il suo team di ricercatori, hanno condotto quella che è considerata la più rigorosa verifica scientifica indipendente del metodo:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">"Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study"</span></i><span class="fs12lh1-5">, presente anche su APA PsycNet, la piattaforma di informazione scientifica della American Psychological Association.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I ricercatori della Villanova volevano verificare se la scala a punti fosse realmente in grado di distinguere tra un omicida e un innocente. Hanno testato la validità del metodo utilizzando un approccio "in doppio cieco", fattore fondamentale che mancava nello studio originale. Per chi non lo sapesse, uno studio in doppio cieco serve ad eliminare i bias soggettivi (aspettative e pregiudizi) e garantire risultati oggettivi. I ricercatori hanno analizzato un vasto set di chiamate al 911 coinvolgendo sia studenti universitari sia professionisti addestrati all'uso degli indicatori di Harpster. Tuttavia, a differenza di Harpster e Adams, chi doveva valutare non sapeva se il chiamante fosse stato poi condannato o assolto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I risultati hanno demolito il metodo: l’accuratezza è risultata nulla e il potere predittivo della scala statisticamente irrilevante. In molti test l'accuratezza non ha superato il 50%: la probabilità di individuare il colpevole era la stessa del lancio di una moneta. Lo studio ha inoltre dimostrato che molte persone innocenti venivano classificate come "colpevoli" solo perché in stato di shock, confuse o paralizzate dal terrore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sempre nel 2025, anche un team di ricercatori dell’Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI, guidato da Daniel E. O’Donnell, ha condotto uno studio analogo (</span><i><span class="fs12lh1-5">"Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls"</span></i><span class="fs12lh1-5">). Il risultato? Gli agenti addestrati al metodo hanno fallito in oltre il 40% dei casi.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il metodo di Tracy Harpster non è l'unico tentativo di "codificare" la verità attraverso il linguaggio in contesti critici. Esistono altri sistemi che presentano forti similitudini strutturali e, purtroppo, le medesime criticità metodologiche. Tra questi figurano:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">SCAN (Scientific Content Analysis): un metodo che pretende di individuare l'inganno analizzando la struttura delle dichiarazioni. Nonostante la sua popolarità investigativa, studi indipendenti (come quelli di Bogaard et al., 2016) hanno dimostrato che la SCAN non ha una capacità discriminativa superiore al caso fortuito;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Statement Analysis (Analisi della Dichiarazione): tecnica spesso sovrapposta alla SCAN, si basa sull'idea che le persone "scelgano" le parole per nascondere la colpa. Tuttavia, mancano prove empiriche solide che confermino come &nbsp;determinati indicatori linguistici siano univocamente legati alla menzogna piuttosto che allo stress o alla confusione cognitiva tipica di un trauma;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">CBCA (Criteria-Based Content Analysis) e RM (Reality Monitoring): sebbene nati per valutare la credibilità di &nbsp;testimonianze in contesti protetti, la loro applicazione forzata alle brevi e concitate telefonate di emergenza ha mostrato limiti insormontabili. La frammentarietà delle risposte in situazioni di emergenza rende questi criteri inapplicabili o, peggio, fuorvianti.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi metodi condividono con la "COPS Scale" di Harpster un difetto fatale: la</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">mancanza di validità scientifica</span><span class="fs12lh1-5">. Ricerche indipendenti hanno stabilito che la percentuale di errore di questi sistemi è estremamente elevata, spesso sovrapponibile a quella del metodo di Harpster (intorno al 40-50%). Tuttavia, vi è una differenza fondamentale: mentre il metodo di Harpster è finito al centro di uno scandalo giudiziario negli Stati Uniti a causa del suo utilizzo improprio come "mezzo di prova" in tribunale, portando a condanne potenzialmente errate, questi altri metodi (SCAN, Statement Analysis e CBCA) non hanno ancora subito lo stesso destino mediatico. Questo accade perché sono rimasti confinati a strumenti di supporto investigativo interno, senza mai assurgere a dignità di prova tecnica in aula. Ciò non li rende meno scientificamente fragili, ma solo meno esposti al vaglio della revisione processuale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Per concludere:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">esistono diversi metodi, oltre quello di Harpster, come la SCAN, la Statement Analysis o la CBCA,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che pretendono di rilevare indizi di colpevolezza o innocenza tramite l’analisi delle parole usate nelle telefonate di emergenza o nelle dichiarazioni spontanee;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la validità di tali metodi è stata demolita da numerosi studi universitari indipendenti</span><span class="fs12lh1-5">. Nel caso specifico di Harpster, da inchieste giornalistiche e dalla stessa Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">a differenza del metodo di Harpster</span><span class="fs12lh1-5">, finito al centro di scandali giudiziari perché utilizzato impropriamente come prova, le altre tecniche simili restano spesso "nell'ombra" dei fascicoli investigativi, ma condividono la stessa pericolosa mancanza di basi empiriche;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">tali protocolli, essendo privi di validità scientifica, non sono producibili in giudizio.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Il loro impiego, anche solo come strumento investigativo, è altamente sconsigliato: il rischio concreto è quello di inquinare il convincimento degli inquirenti e dei magistrati, inducendo a sospettare o condannare persone innocenti sulla base di suggestioni linguistiche prive di fondamento.</span></li></ul><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Tornando al caso di Garlasco, è fondamentale ribadire che l'analisi della telefonata di Alberto Stasi, così come quella di qualunque altro soggetto in stato di shock, non può basarsi su protocolli che la scienza ha già ampiamente smentito. L'esistenza di molteplici sistemi come la COPS Scale, la Statement Analysis, la SCAN o la CBCA, tutti accomunati da dubbia validità scientifica, sottolinea un problema sistemico: la tentazione di cercare "scorciatoie" comportamentali per risolvere casi complessi. Le criticità emerse, dall'elevato tasso di errore all'incapacità di distinguere tra colpa e trauma, rendono questi metodi strumenti inutili e pericolosi, che non devono trovare spazio in un sistema giudiziario basato su prove oggettive e rigorose.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Bogaard, G., et al. (2016).</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="9,0,0" data-index-in-node="28"><span class="fs11lh1-5">Scientific Content Analysis (SCAN): A field study on its validity.</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Applied Cognitive Psychology.</span><br></li><li><span class="fs11lh1-5">Harpster, T., &amp; Adams, S. H. (2008).</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="10" data-index-in-node="37"><span class="fs11lh1-5">911 Homicide Calls: Is the Caller Homicide Suspect Guilty?</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">FBI Law Enforcement Bulletin,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">vol. 77, no. 6, pp. 1-8. (L'articolo originale che ha dato il via alla diffusione del metodo, ora accompagnato da un disclaimer dell'FBI).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Harpster, T., &amp; Adams, S. H. (2009).</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i data-path-to-node="11" data-index-in-node="37"><span class="fs11lh1-5">Analyzing 911 Homicide Calls: Practical Aspects and Applications.</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Manuale operativo/Corsi di formazione professionale. (Il materiale didattico e il manuale venduto ai dipartimenti di polizia citati nell'articolo).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Markey, P. M., Dapice, J., Goldman, S., Nicolas, T., Plickys, E., &amp; Saj, S. (2025).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i data-path-to-node="3" data-index-in-node="84"><span class="fs11lh1-5">Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study.</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Psychology, Public Policy, and Law. American Psychological Association (APA). DOI: 10.1037/law0000432.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span data-path-to-node="3" data-index-in-node="338" class="fs11lh1-5">(Lo studio della Villanova University che ha testato il metodo in doppio cieco).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Murphy, B. (2022, 20 Novembre).</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><i data-path-to-node="7" data-index-in-node="32"><span class="fs11lh1-5">They Called 911 for Help. Then They Were Put on Trial.</span></i></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ProPublica. (L'inchiesta vincitrice del premio Pulitzer che ha definito il metodo "junk science" e ha portato alla luce le email interne di Harpster).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">O’Donnell, D. E., Burd, T. E., &amp; Huffman, M. C. (2025).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><i data-path-to-node="4" data-index-in-node="56"><span class="fs11lh1-5">Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls.</span></i></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Psychology, Public Policy, and Law. (Lo studio dell'Unità di Analisi Comportamentale dell'FBI che ha rilevato l'alto tasso di fallimento tra gli esperti). DOI:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">10.1037/law0000440.</span></li><li><span data-path-to-node="9,5,0" data-index-in-node="0" class="fs11lh1-5">Vrij, A. (2024).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i data-path-to-node="9,5,0" data-index-in-node="17"><span class="fs11lh1-5">Deception Detection: A Critical Review of Statement Analysis and Content-Based Methods.</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Journal of Forensic Psychology.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 16:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tra natura e diritto: il caso della "famiglia nel bosco" e la tutela dei minori]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000028"><div><header><div></div></header></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/index.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/index.html</a></span></div></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso della cosiddetta "famiglia nel bosco" è prepotentemente balzato agli onori delle cronache, trasformandosi in un terreno di scontro che scavalca i confini del tribunale per farsi battaglia ideologica. Da una parte, il racconto suggestivo di due genitori "colpevoli" solo di aver scelto un’esistenza bucolica, lontana dal caos e dai pericoli della modernità; dall’altra, l’immagine delle Istituzioni percepite come un apparato freddo e repressivo, accusato di spezzare la serenità di una famiglia felice. Tuttavia, superando la superficie della narrazione social, emerge una realtà ben più complessa. La vicenda non riguarda il diritto di vivere nella natura, ma il delicato equilibrio tra autonomia privata e i diritti fondamentali del minore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere le ragioni del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, occorre ricordare il cambio di paradigma avvenuto nel 1975: siamo passati dalla "patria potestà" (un potere assoluto sui figli) alla “responsabilità genitoriale”. Questo concetto non conferisce un potere, ma impone doveri di cura, educazione e protezione. Quando una famiglia sceglie l'isolamento totale e rifiuta di collaborare con le Istituzioni, lo Stato non ha la "facoltà", ma l'obbligo giuridico di intervenire ai sensi dell’art. 403 del Codice civile per prevenire gravi pregiudizi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il provvedimento poggia su pilastri materiali inconfutabili. L’abitazione in cui viveva il nucleo familiare è stata giudicata priva di agibilità ai sensi del Testo Unico dell’Edilizia. Non si tratta di un banale timbro burocratico: l'assenza di acqua corrente, gas, energia elettrica e di un sistema adeguato di smaltimento dei reflui (sostituito da una fossa rudimentale) configura una situazione di rischio sanitario oggettivo. A ciò si aggiunge l'assenza di monitoraggio pediatrico e delle vaccinazioni obbligatorie, elementi che mettono a nudo la fragilità della tutela fisica dei minori coinvolti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’altra grande criticità riguarda l’istruzione. Sebbene l’istruzione parentale (</span><i><span class="fs12lh1-5">homeschooling</span></i><span class="fs12lh1-5">) sia un diritto garantito, esso deve assicurare risultati reali. Nel caso specifico, la figlia maggiore di otto anni, presenta gravi lacune nell'alfabetizzazione e nelle competenze numeriche di base.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma è sul piano del neurosviluppo che la questione si fa cruciale. Il cervello umano tra i sei e i dieci anni vive una fase di trasformazione straordinaria, nota come "pruning sinaptico". È una sorta di "potatura" dei circuiti neurali: il cervello elimina le connessioni superflue per potenziare quelle più utilizzate attraverso l'esperienza sociale. Senza il confronto con il gruppo dei pari e con adulti esterni alla famiglia, la corteccia prefrontale, l'area dedicata alla pianificazione, al controllo degli impulsi e al ragionamento, rischia uno sviluppo deficitario. Anche il sistema limbico, la nostra "centrale d'allarme" emotiva, necessita di stimoli diversificati per imparare a distinguere tra minacce reali e situazioni sociali sicure.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, non si tratta di stabilire se questi bambini fossero amati o felici nel loro isolamento; le testimonianze descrivono, infatti, minori socievoli e affettuosi. Il punto è garantire loro il diritto a un futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Privare un bambino della socializzazione e degli strumenti cognitivi di base significa rischiare di consegnare alla società un adulto con disabilità socio-relazionali, privo degli strumenti necessari per affrontare il mondo. L’intervento dello Stato, dunque, non è un attacco alla "vita nella natura", ma la difesa del diritto più sacro di ogni minore: quello di poter scegliere, un domani, una strada diversa da quella tracciata dai propri genitori.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 15:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La nuova perizia sulla morte di David Rossi: è stato un omicidio]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Cold_case"><![CDATA[Cold case]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000027"><div><span class="fs12lh1-5">David Rossi, allora capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena, precipitò dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013, nel pieno di una grande tensione all’interno dell’Istituto di credito a seguito dell’acquisizione di Banca Antonveneta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La morte del dirigente fu archiviata come suicidio, ma numerose furono le anomalie relative alle indagini che hanno sempre messo in discussione tale conclusione. L’indagine per istigazione al suicidio è sempre stata oggetto di un acceso dibattito, soprattutto per il modo affrettato e superficiale adottato, che ha ignorando molti particolari degni di un approfondimento scientifico forense, ma anche di tipo investigativo tradizionale. In particolare, il corpo della vittima presentava diverse contusioni, graffi sul viso e ferite al torace e allo stomaco, segni verosimilmente incompatibili con un’azione suicidaria. Le immagini della videosorveglianza (telecamera n. 6) mostravano la caduta e una lenta agonia di circa venti minuti. Il dettaglio più inquietante è la caduta di un oggetto (probabilmente l'orologio di Rossi) cinque minuti dopo la precipitazione del manager, elemento che suggerisce la presenza di altre persone nell'ufficio o nei pressi della finestra. Per quanto riguarda i rilievi iniziali, il primo magistrato giunto sul posto riportò un'annotazione sbrigativa, descrivendo il gesto come suicidio e la dinamica sulla base di cavi rotti e alla posizione sulla barra di protezione della finestra. Ora, invece, cambia tutto a seguito delle nuove perizie illustrate dal tenente colonnello Adolfo Gregori del RIS dei Carabinieri e dal dottor Robbi Manghi, medico legale, per la Commissione parlamentare di inchiesta bis sulla morte di David Rossi. Una perizia si è concentrata sulla dinamica della caduta, sulle prove di tenuta del cinturino dell’orologio indossato da Rossi e sulle origini delle lesioni al polso sinistro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare, il tenente colonnello Gregori ha confermato che</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«il dato certo è che quando David Rossi è precipitato, qualcuno lo teneva per il polso sinistro appeso al balcone»</span></i><span class="fs12lh1-5">. Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare, ha dichiarato:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«La pista, adesso, è quella dell’omicidio o dell’omicidio come conseguenza di altro reato: sicuramente, l’hanno tenuto appeso fuori dalla finestra e le lesioni che ha sul polso sono state create»</span></i><span class="fs12lh1-5">. Inoltre, la Commissione ha dato mandato per ulteriori approfondimenti sui sistemi tecnologici e, in particolare, sull'analisi di un uomo misterioso ripreso in un video, disponendo un confronto con i dati acquisiti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi nuovi approfondimenti hanno smentito categoricamente la tesi del suicidio, portando la Commissione parlamentare a ipotizzare formalmente l'omicidio e spingendo la famiglia a chiedere la riapertura ufficiale delle indagini con il fascicolo per omicidio contro ignoti.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le ultime analisi forensi hanno di fatto confermato i sospetti di un "suicidio imperfetto" evidenziati in una ricerca condotta all’Istituto di Scienze Forensi nel 2021, che si può trovare al seguente indirizzo internet:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/blog/?la-morte-di-david-rossi--omicidio-o-suicidio" target="_blank" class="imCssLink">» vai alla pagina</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 16:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il ruolo dell’investigatore privato nelle indagini difensive]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Irene Pattis D’Ambrosi</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Abstract</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il presente elaborato esplora il ruolo e le funzioni dell’investigatore privato nell’ambito delle indagini difensive, focalizzandosi in particolare sul processo di raccolta delle prove e sulla loro utilità processuale e analizzando il campo di applicazione e limiti delle attività investigative.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">L’investigatore privato</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La figura dell’investigatore privato è da sempre avvolta da un’atmosfera enigmatica e misteriosa; complici le innumerevoli comparse nei film hollywoodiani e il distorto immaginario collettivo, l’investigatore privato risulta tutt’oggi una delle figure più stereotipate e romanzate. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La realtà però è che l’investigazione è un’attività chiaramente regolamentata e definita, che affonda le sue origini nel XIX secolo. </span><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista legale la prima menzione al ruolo di investigatore privato si può datare al 1926, anno nel quale fu emanato il Testo Unico, una direttiva che stabiliva come solamente i professionisti autorizzati formalmente dal Prefetto potessero svolgere attività di investigazione o ricerca. Tuttavia fu solo nel 1931, con l’introduzione del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), che si ebbe una vera e propria definizione e regolamentazione degli istituti investigativi, all’epoca definiti “Istituti di Investigazioni Private e di informazioni Commerciali”. Tale testo definiva quelli che sono tutt’ora i requisiti fondamentali di ogni istituto investigativo; tra questi si possono citare il divieto di vendita o cessione della licenza (in quanto strettamente personale), l’obbligo di esporre il tariffario delle prestazioni offerte, e la necessità </span><span class="fs12lh1-5">per i titolari di non aver riportato condanne per delitti non </span><span class="fs12lh1-5">colposi.</span><sup><span class="fs12lh1-5"> </span></sup><span class="fs12lh1-5">Il TULPS</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5">rimase pressoché invariato fino al 2010, anno nel quale entrò </span><span class="fs12lh1-5">in vigore in Decreto Ministeriale 269/2010, con il quale furono definiti dei nuovi e più stingenti requisiti minimi obbligatori per divenire titolare di un’agenzia investigativa, ovvero il possesso di una laurea almeno triennale in materie specifiche, lo svolgimento di attività continuativa come lavoratore dipendente per almeno tre anni presso un investigatore privato autorizzato da un minimo di cinque anni (con comprovato esito positivo attestato), la partecipazione a corsi di perfezionamento teorico-pratico in materia di investigazioni private (presso Università riconosciute dal MIUR) e l’iscrizione alla Camera di Commercio. Inoltre, l’Art.5 del DM 269/2010 definisce le 7 aree operative dell’investigatore privato: attività di indagine in ambito privato, in ambito aziendale, in ambito commerciale, in ambito assicurativo, attività d’indagine difensiva, attività previste da leggi speciali o decreti ministeriali, e attività di informazioni commerciali (Federpol, 2025).</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><b class="fs14lh1-5">L’attività di osservazione statica e dinamica</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Una delle parti più importanti di un’indagine investigativa è sicuramente l’attività di osservazione, che può classificarsi in statica e dinamica. Essa rientra negli atti definiti atipici, ovvero </span><span class="fs12lh1-5">attività che, pur non essendo espressamente disciplinate dal codice di rito, vengono utilizzate per la ricerca di informazioni ed elementi di prova utili ai fini delle indagini e della strategia difensiva</span><span class="fs12lh1-5"> (Russo, Trevisan &amp; Provenzan, 2022). L’attività statica consiste principalmente nell’appostamento atto al documentare quanto occorra ai fini dell’investigazione; solitamente per questo tipo di attività vengono utilizzati strumenti quali microcamere, macchine fotografiche o anche dispositivi mobili come un semplice cellulare. Per organizzare un buon appostamento vi sono alcune regole di base da seguire, al fine di garantire la diminuzione dei rischi e la massimizzazione dei risultati. Sicuramente il punto di partenza per un investigatore che organizza questo genere di attività è cercare di carpire quante più informazioni possibili sul luogo fisico dove avverrà l’appostamento, come il livello di sorveglianza della zona (presenza di telecamere, sistemi di allarme, cani che possano segnalare la presenza di estranei), la presenza di altre persone (residenti, lavoratori, persone di passaggio), il livello di illuminazione (lampioni, luci automatiche) e la conformazione urbanistica (strade chiuse, vicoli ciechi, strade sterrate). Per questo motivo è importante che l’investigatore programmi una visita preventiva dell’area dove si svolgerà l’appostamento, al fine di organizzarlo al meglio e nei minimi dettagli; questo potrà aumentare notevolmente le probabilità di riuscita e la quantità di materiale raccolto (foto, video, registrazioni audio), garantendo allo stesso tempo che egli non venga notato o segnalato. Molti investigatori si basano sulla ben nota “Triade dell’appostamento”, formata da tre elementi fondamentali che, se applicati all’atto dell’appostamento, ne aumentano le possibilità di buona riuscita: risultato/obbiettivo, discrezione e comodità (Gariboldi, 2024).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se l’attività di osservazione statica risulta non propriamente semplice, l’attività di osservazione dinamica è sicuramente più complessa e tortuosa. Essa infatti presuppone il pedinamento fisico della persona nei confronti della quale si svolge l’investigazione. Questo tipo di attività è finalizzata non solo al tracciamento degli spostamenti della persona, ma anche all’osservazione dei suoi comportamenti, atteggiamenti e contatti. La difficoltà principale in questo caso è rappresentata dalla necessità di risultare quanto più “invisibili” possibile; se il soggetto pedinato infatti si dovesse accorgere di essere seguito, non solo le sue azioni perderebbero genuinità e spontaneità, ma vi potrebbe anche essere una reazione negativa che potrebbe sfociare talora anche in atteggiamenti violenti o aggressivi. Perciò, al fine di tutelare la salute fisica e mentale tanto dell’investigatore quanto dell’investigato, è essenziale rispettare alcune regole di base. Innanzitutto è consigliabile impiegare due investigatori (in quanto una coppia di persone risulta meno sospetta rispetto ad un singolo elemento), mantenersi sempre a debita distanza, essere cauti nella registrazione di video o audio o nell’acquisizione di fotografie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All’interno delle attività di osservazione dinamica è opportuno citare anche il cosiddetto pedinamento elettronico, che consiste nell’installazione e nel monitoraggio di un rilevatore GPS sul veicolo del soggetto, in modo da poter monitorare in tempo reale, tramite l’utilizzo di apposite app o programmi, gli spostamenti, le fermate e le permanenze. A tal proposito è essenziale specificare che questo genere di attività non costituisce in alcun modo un’intercettazione, in quanto non include la captazione occulta di messaggi e comunicazioni, opinione espressa anche dalla Corte di Cassazione. (Russo, Trevisan &amp; Provenzan, 2022).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Le riprese video/fotografiche</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In passato le riprese video e fotografiche si basavano principalmente sull’utilizzo di attrezzature professionali quali fotocamere, videocamere (anche azionabili a distanza), microcamere nascoste e registratori audio. Tuttavia la rapida rivoluzione tecnologica degli ultimi anni ha contribuito a modificare anche le tecnologie impiegate per le investigazioni; infatti al giorno d’oggi la maggior parte degli investigatori ha deciso di avvalersi dell’utilizzo dello smartphone durante le attività investigative. Le ragioni appaiono chiare: maggiore maneggevolezza e versatilità, minore pericolo di attirare l’attenzione e maggiore facilità nel dissimulare i propri scopi (Mimmo, 2019).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A prescindere dal tipo di dispositivo utilizzato, è essenziale ricordare che qualsiasi prova ottenuta illecitamente perde il suo valore probatorio e non può essere presa in considerazione da un giudice (Nacucchi, 2025). Una volta raccolte sufficienti prove video/fotografiche l’investigatore privato procederà a selezionare, con la collaborazione del difensore, gli elementi di maggiore utilità e ad includerli nel report finale (Aprile &amp; Silvestri, 2009).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">L’investigatore privato e le indagini difensive</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 28 Luglio 1989 il nuovo Codice di Procedura Penale (CPP) introdusse con il Decreto Legislativo n.217 la possibilità per l’investigatore di assumere il ruolo di Consulente Tecnico di Parte, o CTP (sia per la difesa che per l’accusa) . Ma fu solo con la Legge n.397 del 2000 che si arrivò a stabilire che “</span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">[…] il difensore, a mezzo di sostituti o di consulenti tecnici, ha la facoltà di svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a favore del proprio assistito […] e può essere svolta, su incarico del difensore, da investigatori privati autorizzati</span></i><span class="fs12lh1-5">”. Da allora l’investigatore privato acquisì una particolare valenza nella sfera dei processi civili e penali (Pasqualino, 2020). In particolare, nell’ambito delle indagini difensive, egli assunse un ruolo di centrale importanza: l’investigatore infatti è responsabile non solo dell’accertamento della responsabilità penale di un individuo, ma anche della conferma, o in alternativa della confutazione, delle indagini svolte dalle forze dell’ordine (siano esse Polizia Giudiziaria, Carabinieri o Guardia di Finanza). È perciò importante che l’investigatore al quale viene affidato un simile incarico non si limiti a ripetere le indagini già svolte dalle forze dell’ordine, ma che si dedichi piuttosto alla ricerca di nuovi dettagli e informazioni, producendo così un report finale che fornisca un reale contributo al processo. Per tale motivo è essenziale che l‘investigatore conduca sempre le sue indagini basandosi sul metodo scientifico, che permette di giungere a conclusioni che siano comprensibili e verificabili anche da persone esterne al caso (Gariboldi, 2024). Queste attività sono normate dall’art. 327 bis del CPP, che prevede la presenza di conferimento dell’incarico scritto da parte del difensore, degli elementi giustificativi dell’indagine e del termine della stessa; tale articolo specifica anche che queste indagini difensive sono permesse in ogni stato e grado del procedimento, nell’esecuzione penale e per promuovere giudizio di revisione (Mimmo &amp; Agavrilesei, 2021).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre allo svolgimento di indagini difensive, l’investigatore privato ha facoltà di essere ascoltato come testimone diretto (Art.194 del c.p.p), come testimone indiretto (Art.195 del c.p.p) o come consulente tecnico di parte (Art.501 del c.p.p) (Pasqualino, 2020).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La documentazione delle attività e la loro utilizzabilità processuale</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di trattare l’argomento dell’utilizzabilità processuale della documentazione raccolta dall’investigatore privato, è opportuno chiarire che la licenza non è sufficiente ad autorizzare quest’ultimo a svolgere indagini difensive; infatti il prefetto deve concedere a colui che è già investigatore privato (ovvero già in possesso di licenza di cui all’art. 134 TULPS) un’ulteriore autorizzazione che lo legittima a svolgere questo tipo di indagini (Art. 222 disp. att.). È inoltre importante menzionare l’art. 200 comma 1 lett. B della Legge 397/2000, che garantisce il segreto professionale: l’investigatore privato autorizzato infatti non può essere obbligato a deporre su quanto ha conosciuto per ragione della propria professione. Infine è utile ricordare che, in accordo all’art. 103 co. 2 e 5 c.p.p., all’investigatore privato autorizzato sono estese le medesime garanzie di libertà previste dal c.p.p. in favore del difensore, del sostituto e del consulente tecnico (Picozzi &amp; Intini, 2009). Per quanto concerne la fase processuale, l’investigatore privato autorizzato può rivelarsi utile non solo per la raccolta e la catalogazione delle prove, ma anche per la loro esposizione. Infatti, nell’ambito del processo, durante la fase di assunzione di informazioni il difensore può condurre un’intervista formulando domande all’investigatore privato o chiedendogli di narrare liberamente i fatti di cui egli è a conoscenza (verbalizzando integralmente ogni dichiarazione come da art. 134 ss. c.p.p.). Oltre a fornire una testimonianza, l’investigatore è anche responsabile della redazione di un report/relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti, che include generalmente un riassunto dettagliato dell’investigazione corredato da prove video-fotografiche. Grazie alla legge 397/2000, il difensore può formare e presentare direttamente al Giudice per le indagini preliminari un proprio fascicolo che includa tutti gli elementi di prova in favore del proprio assistito (art. 391 opties commi 1 e 2). Questo fascicolo viene conservato preso l’ufficio del G.I.P. dopo la chiusura delle indagini, e il Pubblico Ministero ha diritto di visionarlo prima che il Giudice assuma la propria decisione. Il difensore può inoltre presentare le prove a favore del proprio assistito anche al Pubblico Ministero (art. 391-octies, comma 4, c.p.p.). Queste prove hanno un ruolo cruciale in ambito dibattimentale (art. 391-decies) (Canzio &amp; Luparia, 2018).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Campo di applicazione e limiti delle investigazioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Come sopra menzionato, l’investigatore privato ha facoltà di intraprendere indagini per conto di privati, enti pubblici, aziende e avvocati, al fine di ricercare elementi di prova, utili in sede di processo sia civile che penale. Tuttavia, vi sono dei limiti nelle attività che si possono svolgere durante un’investigazione, che se non rispettati possono prefigurare i reati di violazione di domicilio (art. 614 c.p.), il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), e l’interferenza illecita nella vita privata (art. 615 bis c.p.) (Fulco &amp; Bolognini, 2009). Per questi motivi l’investigatore privato deve sempre agire nel pieno rispetto delle disposizioni previste dal Garante della privacy e senza arrecare danni a terzi e cose, al fine di non incorrere in pesanti sanzioni o, in alcuni casi, persino nella reclusione (Scabini, 2018). È inoltre importante ricordare che la base di un’investigazione di successo è il rispetto delle regole e l’attenzione ai dettagli, per garantire in ogni momento la tutela di tutte le parti coinvolte (cliente, soggetto dell’investigazione e investigatore stesso).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione è opportuno ricordare che le investigazioni private riguardano la sfera personale e familiare dell’individuo, e che ciò spesso comporta la gestione di situazioni complesse e delicate; per questo motivo è essenziale che l’investigatore privato mantenga sempre alti livelli di professionalità e di riservatezza, ma anche che disponga della sensibilità</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">necessaria a fornire supporto al proprio cliente nel caso di situazioni psicologicamente difficili, determinate dall’acquisizione di notizie o di prove che per loro natura possono risultare non semplici da assimilare (Vella, 2025). Il ruolo dell’investigatore privato non dovrebbe mai essere sottovalutato ma anzi valorizzato, soprattutto per il suo valore nell’ambito delle indagini difensive dove le attività investigative e le prove raccolte possono rivelarsi cruciali per determinare l’esito di una sentenza; per tale motivo risulta fondamentale rivolgersi sempre a professionisti del settore che operino secondo un preciso codice etico e deontologico, e che comprendano l’importanza della loro responsabilità non solo legale ma anche morale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div><hr></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Aprile E. &amp; Silvestri P. (2009), <i>Strumenti per la formazione della prova penale</i>, Giuffrè Editore, Milano</span></li><li>Canzio G. &amp; Luparia L. (2018), <span class="fs11lh1-5"><i>Prova scientifica e processo penale</i>, Cedam Editore, Padova</span></li><li>Federpol (2025), <span class="fs11lh1-5"><i>Codice etico-deontologico Federpol</i>, https://www.federpol.it/</span></li><li>Formaggio F. (2024), Argo S.p.A., <i class="fs11lh1-5">L’investigatore privato: chi è e cosa fa?</i><span class="fs12lh1-5">, </span><span class="fs11lh1-5">https://www.argoinvestigazioni.com/linvestigatore-privato-chi-e-e-cosa-fa/#:~:text=L'investigatore%20privato%20ha%20facolt%C3%A0,le%20sue%20specializzazioni%20e%20metodologie</span></li><li>Franciosi R. (2021), <span class="fs11lh1-5"><i>Codice penale e di procedura penale e leggi complementari</i>, Editore Ulrico Hoepli, Milano</span></li><li>Fulco D. &amp; Bolognini L. (2009), <span class="fs11lh1-5"><i>Deontologia privacy per avvocati e investigatori privati</i>, Giuffrè editore, Milano</span></li><li>Gariboldi L. (2024), <span class="fs11lh1-5">La <i>scienza dell’investigazione: Logica dell’analisi e della scoperta investigativa</i>, Indipendently published, Milano</span></li><li>Mimmo F. (2019), <span class="fs11lh1-5"><i>Introduzione alle investigazioni: Le Investigazioni Private spiegate dalla A alla Z,</i> Indipendently published, Torino</span></li><li>Mimmo F.<span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">&amp; Agavrilesei A. (2021), <i>L’investigatore privato e la scena del crimine</i>, Indipendently published, Torino</span></li><li>Nacucchi M. (2025), Istituto Investigativo Nacucchi, <span class="fs11lh1-5"><i>Fotografie e video valgono come prove in un processo?</i>, https://www.investigazioninacucchi.com/fotografie-e-video-valgono-come-prove-in-un-processo/</span></li><li>Pasqualino C. (2020), Milano Investigazioni, <span class="fs11lh1-5"><i>La legislazione in ambito civile e penale</i>, https://www.milanoinvestigazioni.it/linvestigatore-privato-come-consulente-tecnico-di-parte-nelle-indagini-civili-e penali/#:~:text=L'investigatore%20privato%2C%20regolarmente%20autorizzato,ossia%20Consulente%20Tecnico%20di%20Parte</span></li><li>Picozzi M. &amp; Intini A. (2009), <span class="fs11lh1-5"><i>Scienze Forensi. Teoria e prassi dell’investigazione scientifica</i>, UTET Editore</span></li><li>Russo D., Trevisan K. &amp; Provenzan P. (2022), <span class="fs11lh1-5"><i>Manuale di indagini difensive</i>, Indipendently published, Torino</span></li><li>Scabini S. (2018), SIS Investigazioni, <span class="fs11lh1-5"><i>Quali sono i limiti delle investigazioni</i>, https://investigazionisis.com/quali-sono-i-limiti-di-un-investigatore-privato/</span></li><li>Vella C. (2025), Istituto Investigativo Meccano Security, <span class="fs11lh1-5"><i>Servizi investigativi</i>, https://www.meccanosecurity.com/home/</span></li></ul></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 21 May 2025 09:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Geographic Profiling. Alcune considerazioni]]></title>
			<author><![CDATA[Domingo Magliocca]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000025"><div><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo Magliocca - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Indagare “Lì” nel “Dove”</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Determinare, mediante l’analisi della posizione delle scene del crimine, l’area in cui un autore ignoto di reato potrebbe avere la propria “residenza” rappresenta l’obiettivo primario del Geographic Profiling. Indagare “Lì” nel “Dove”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è una moderna e avanzata tecnica di investigazione criminale basata sull’applicazione del metodo geografico costruito su una procedura specialistica location-based, che implica l’analisi geo-spaziale dei luoghi dei reati. Nello specifico, il Geographic Profiling è l’applicazione pratica di princìpi geografici, criminologici e psicologici che consente di esaminare gli elementi spaziali, temporali e ambientali degli eventi offensivi, nonché gli indizi geografici del comportamento umano lasciati dal reo sulla "scena geografica del crimine".</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È certamente un compito arduo individuare con certezza il punto esatto della residenza dell’autore del reato. Tuttavia, differenti approcci teorici, ricerche empiriche e lo sviluppo di sistemi informatici hanno dimostrato che è possibile avanzare delle valide ipotesi predittive riguardo all’area in cui è localizzabile la base di un serialista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per affrontare la questione, appare utile considerare il motivo per il quale ci si aspetterebbe un’associazione (spaziale) tra il luogo di residenza del reo ed i luoghi in cui egli commette i crimini. Nell’ambito del profiling geografico investigativo, con riferimento agli spostamenti di un criminale (dal luogo di abitazione alla scena del crimine), è menzionato spesso il principio del “minor sforzo” di Zipf: gli autori di crimini effettuerebbero spostamenti per il tempo strettamente necessario per commettere un reato, riducendo in tal modo gli sforzi (economici, fisici) ed i rischi. Senza dubbio, le distanze percorse dal reo variano in funzione della tipologia di crimine in quanto le opportunità e gli obiettivi da aggredire non sono equamente distribuite. Ad esempio, un autore di furti seriali in città percorrerà distanze minori rispetto ad un rapinatore di banche in quanto le potenziali abitazioni da poter aggredire sono dislocate ovunque ed in numero superiore rispetto alle banche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ulteriori riferimenti teorici, idonei a conferire un valore investigativo alla distribuzione geografica degli eventi criminosi ed agli spostamenti dei criminali, provengono dalla criminologia ambientale, quella parte della criminologia che studia il crimine e l’autore del reato in relazione ai luoghi in cui un evento offensivo avviene ed in cui il reo decide di delinquere: la crime pattern theory di P. Brantingham e P. Brantingham (1981), la teoria della scelta razionale di Clarke e Cornish, la funzione di decadimento della distanza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Crime Pattern Theory indica che gli autori di crimini entrano in contatto con i potenziali obiettivi attraverso le loro normali attività di routine, strutturate attorno a determinati punti di ancoraggio (abitazione, luogo di lavoro, di svago, luoghi sociali), e suggerisce che un autore di reato commetterà crimini lungo i percorsi che collegano il proprio punto di ancoraggio (tendenzialmente l’abitazione) con i luoghi in cui svolge le attività di routine. Come osservano Felson e Clarke (1998), “crimini altamente insoliti possono seguire schemi molto routinari”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un reo, seguendo un criterio razionale di guadagni attesi e di rischi, scansiona il suo spazio di consapevolezza e gli obiettivi e, recependo quegli indizi e segnali ambientali, geografici, spaziali, legali e simbolici che meglio si adattano al suo schema-modello di ricerca e selezione, riconosce l’attrattività (di conseguenza, la desiderabilità) dell’obiettivo stesso ed il momento ed il luogo idoneo all’attacco (Magliocca, 2023b). L’autore di un crimine si muove all’interno dell’ambiente servendosi di “una cartina geografica mentale”, la quale, fungendo da quadro spaziale-geografico di riferimento, agisce sulla selezione del luogo del crimine, che non potrebbe essere altrimenti osservato ed individuato se il reo non ne avesse avuto una pregressa conoscenza (Magliocca, 2020; 2023a).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La teoria della scelta razionale concerne l’aspetto decisionale relativo alla commissione di un reato. Gli autori di crimini agiscono su distanze che compensano i costi (tempo, percorsi da affrontare, costo materiale dell’azione) ed i benefici (guadagni attesi). Tuttavia, un autore di reato, disposto ad ottenere un importante “guadagno” dalla sua azione, potrebbe percorrere considerevoli distanze.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Mobilità criminale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In criminologia, la mobilità e gli spostamenti degli autori di reato sono associati ad un settore della ricerca scientifica nota con il termine “journey to crime”, che esamina le distanze che l’autore del reato percorre dalla sua residenza al luogo della scena del crimine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sommariamente, il modo in cui i criminali selezionano gli obiettivi potrebbe non essere così diverso dai criteri mediante cui la gente comune si muove e seleziona i luoghi da visitare durante le attività ordinarie. Essi maggiormente si spostano e commettono crimini all’interno della propria comfort zone «familiare», intesa sia in termini affettivo-parentali e sia in termini di luoghi frequentati abitualmente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli spostamenti verso i luoghi del crimine tendono ad essere brevi e la mobilità è soggetta al principio del decadimento della distanza, ovvero la probabilità di commettere un crimine decresce all’aumentare della distanza dalla residenza del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In effetti, senza creare generalizzazioni e giustificare una causalità diretta, sembra che la selezione degli obiettivi operata da un autore di reato collassi lentamente in cambio della certezza di un’area sicura e familiare in cui agire ed a causa dell’incomodo di doversi muovere all’interno di un ambiente poco conosciuto che richiede tempo e impegni maggiori di spostamento e di adattabilità (Magliocca, 2020; 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dallo studio europeo di Laukkanen (2007), che ha analizzato i dati di crimini registrati in Italia e Finlandia concernenti incendi, rapine, omicidi, furti, furti seriali e stupri, è stato evidenziato, anche in accordo con le ricerche pregresse, che le distanze mediane dall’abitazione al luogo del crimine erano relativamente ridotte, con i crimini di incendio doloso e omicidio che si verificano a meno di 2 km dalla residenza dell’autore del reato, a differenza dei furti con scasso e rapina, avvenuti in media a più di 3 km dalla home-base.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ricorrendo all’approccio dicotomico criminologico del reato espressivo-strumentale, i risultati dello studio di Laukkanen indicano che le distanze mediane dalla home base del reo al luogo del crimine sono minori nei crimini classificati affettivi (incendio doloso, l’omicidio), al contrario dei reati strumentali (furti con scasso, rapine), commessi con armi, con un grado di panificazione, associati a distanze più lunghe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo (2025) ha condotto una meta-analisi riguardo ad alcuni studi afferenti alla mobilità criminosa, in relazione a crimini commessi negli Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Europa continentale, Asia e Australia, dal 1930 al 2003, ed ha rilevato che la distanza percorsa dagli autori di reato, indicata in letteratura, era compresa tra 1 e 2 miglia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un rilevamento effettuato in Italia - che l’autore di questo articolo considera il miglior dato spaziale empirico disponibile nel nostro Paese riguardo alla mobilità degli aggressori sessuali - indica che gli stupratori nella città di Milano hanno percorso una distanza dal luogo di residenza alla scena del crimine di 5,79 km in media, con un valore mediano di 1,69 km (Zappalà, Bosco, 2008).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La mobilità criminale è caratterizzata da tre elementi fondamentali interconnessi: il punto di partenza o di ancoraggio del reo da cui si origina lo spostamento; la direzione in cui si muove il criminale; la distanza della scena del crimine dal punto di riferimento. Magliocca (2021b; 2024b), con il fine di rilevare la mobilità criminale e l’interazione delle tre componenti (punto di ancoraggio, distanza e direzione), ha analizzato un crimine espressivo relativo alla serie di incendi, composta da 52 siti, commessa in California da Harry Burkhart. La serie si è estesa su un’area di 261 Kmq ed in un ristretto arco temporale, dal 30 dicembre al 01 gennaio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per il giorno 30 dicembre, il serialista ha avuto una mobilità meno accentuata; si sposta tenendosi non lontano dalla sua abitazione, fino a cinturarla. Per il giorno 31 dicembre, il reo inizia ad appiccare incendi durante la notte, lontano dalla sua abitazione, in una zona differente da quella del 30 dicembre, con l’attività criminosa che si estende nell’area a nord rispetto alla posizione del punto di ancoraggio e, successivamente, man mano che prosegue la serie giornaliera, si sposta nell’area di residenza. Nell’ultimo giorno della serie, il reo si sposta nella parte opposta rispetto all’area colpita nel giorno 31 dicembre. Appicca il primo incendio in prossimità del punto di ancoraggio, poi si sposta nella parte nord-est dell’abitazione. Dopo aver colpito a nord, il reo si avvicina alla sua abitazione. L’incendiario viene fermato mentre si stava dirigendo verso casa, a seguito dell’ultimo incendio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Seppur i "viaggi" verso i luoghi del crimine siano espressione di un’articolata interazione tra il reo, il punto di ancoraggio, le distanze, l’ambiente circostante e la conoscenza del territorio, l’esito della ricerca conferma l’influenza esercitata dalla comfort zone «familiare» e dalla posizione del punto di ancoraggio (residenza dell’incendiario) sulla mobilità criminale durante la selezione di un obiettivo.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Dall’ipotesi circolare ai sistemi professionali di Geographic Profiling</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dall’assunto secondo cui gli autori dei crimini iniziano i loro spostamenti criminosi da una base fissa e le persone sono condizionate dall’effetto del “minor sforzo” e dalle attività routinarie, è stato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sviluppato da Canter (1993;1994) un modello geografico per analizzare il comportamento spaziale dell’autore di reato definito</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">ipotesi circolare</span></i><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">un’area delimitata da una circonferenza il cui diametro è ottenuto dalla distanza delle scene del crimine più lontane. Lo studio effettuato su quarantacinque stupratori seriali londinesi ha rilevato che 39 aggressori (oltre 80% degli autori) vivevano all’interno del cerchio e il 91% (41 aggressori) ha localizzato gli obiettivi all’interno della regione circolare. Da questo modello è nata la tipologia spaziale:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">marauder (residente), criminale che utilizza la propria area di residenza come centro intorno al quale svilupperà l’attività predatoria;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">commuter</span><b><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i></b><span class="fs12lh1-5">(pendolare), che commetterà il reato dopo essersi allontanato sufficientemente dal luogo in cui risiede.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Diverse ricerche empiriche hanno dimostrato che, applicando l’ipotesi circolare a porzioni differenti di crimini, la tipologia del marauder è il pattern spaziale dominante. La teoria circolare fornisce un suggerimento investigativo pratico ma, allo stesso tempo, non è priva di limitazioni. Invero, il problema del modello circolare si presenta principalmente quando avremo la necessità di esaminare una serie criminosa caratterizzata da distanze e da un’area di ricerca molto ampia. Altresì, una ulteriore questione con l’ipotesi del cerchio riguarda la determinazione del comportamento spaziale del reo esclusivamente dalla modellazione di “punti” delle posizioni dei siti criminosi. Questo impedimento richiama inevitabilmente l’esigenza di superare la “geometria del cerchio criminale” e di analizzare le informazioni della serie di crimini tenendo in considerazione l’intreccio criminologico ed investigativo tra</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Persona</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">(comportamento del reo/vittima-posizione obiettivo),</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tempo</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">(aspetti temporali)</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">e</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Luogo</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">(caratteristiche geografiche dello scenario criminoso) al fine di poter individuare, in maniera apprezzabile, la presumibile area per le ricerche (Magliocca, 2021a; 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad oggi, per poter realizzare una predizione investigativa più efficiente, sono stati sviluppati, su assunti criminologici e spaziali, avanzati sistemi quantitativi di supporto alle indagini che consentono di delimitare con una certa probabilità l’area di residenza del serialista. In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, l’autore di questo articolo adotta un approccio computazionale per generare, dopo l’analisi investigativa della scena geografica del crimine, un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “Criminal Geographic Targeting” (CGT) di Rossmo (1995; 2000; 2008), ed utilizza costantemente, in certe condizioni metodologiche, l’avanzato sistema professionale di geographic profiling Rigel di Ecri, che esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Note sull'autore</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Domingo Magliocca è Geographic Profiling Advisor,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">responsabile dell'Unità Specialistica di Ricerca GOP - Geographic Offender Profiling dell'Istituto di Scienze Forensi e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">docente di Criminologia applicata e tecniche investigative al Polo Universitario ISF Corporate University.</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Crime Pattern Theory</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Wortley R., Mazerolle L., Enviromental Criminology and Crime Analysis.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (1981),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Note on geometry of crime</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Brantingham P.L., Brantingham P.J., Environmental Criminology, Sage.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Youngs D. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Principles of Geographical Offender Profiling</span></i><span class="fs11lh1-5">, Ashgate.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Larkin P. (1993),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The environmental range of serial rapists</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Journal of Environmental Psychology.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Gregory A. (1994),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Identifying the residential location of rapist</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Journal of Forensic Science Society.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Felson, M., Clarke R.V. (1998),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Opportunity Makes the Thief. Practical Theory for Crime Prevention</span></i><span class="fs11lh1-5">, Police Research Series Paper, n.9.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Laukkanen M. (2007),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geographic profiling: using home location to crime distance and crime features to predict offender home location</span></i><span class="fs11lh1-5">, Accademic Dissertation.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2025),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La Georreferenciación del delito en la investigación criminal: el Perfil Geografico</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Octavio Quintero Avila,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Perspectivas criminologicas enla inteligencia criminal strategica</span></i><span class="fs11lh1-5">, Facoltà di Derecho y Criminología - Universidad Autónoma de Nuevo León (Messico), Editore Titant lo Blanch.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2020),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Tracce geografiche criminali. Teoria e tecnica del Profilo Geografico</span></i><span class="fs11lh1-5">, Primiceri Editore</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021a),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Investigative Geographical Profiling. A short overview about the geographical crime scene investigation</span><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">e-book, Youcanprint.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021b),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Hollywood Fire Devil Case.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><i><span class="fs11lh1-5">Analisi investigativa criminologica e geografica di un incendiario seriale</span><span class="fs12lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rivista Sicurezza e Giustizia, dicembre 2021.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023a),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Analisi della scena geografica del crimine. Indizi nel paesaggio</span></i><span class="fs11lh1-5">, DirittoPiù Editore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023b),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">L’utilizzo dei principi criminologici e del geographic profiling per investigare i crimini sessuali seriali</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Rivista di Criminologia, Investigazione, Psicopatologia e Scienze Forensi Internazionali, vol. 55, n. 4.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2024a),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il criminal profiling in Italia e all’estero</span></i><span class="fs11lh1-5">, capitolo in Bonifazi A.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Il criminal profiling</span></i><span class="fs11lh1-5">, edizioni Gedi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2024b),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Journey to crime e mobilità criminale</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Crime Line Magazine, aprile 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2007),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geografia e crimine. Lo studio del geographic profile</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Rivista Intelligence &amp; Storia, Luglio-Agosto, n. 3</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Picozzi M., Zappalà A., Santilla P., Laukkanen M. (2003)</span><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Testing the utility of geographic profiling approach in three. rapes series of single offender: a case study</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Forensic Science International.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2000; 2025),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling</span></i><span class="fs11lh1-5">, Crc Press; Routledge</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (1995),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Place space and police investigation: hunting serial violent criminals</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Crime Prevention Studies, vol.4</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2004),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling Update</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Profiler edited by J.H. Campbell, D. DeNevi</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling in serial rape investigations</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Practical aspects of rape investigation</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K., Harries K. (2009),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The Geospatial Structure of Terrorist Cells</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Justice Quarterly</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2011),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Evaluation Geographic Profiling</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Crime Mapping</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling in cold cases investigations</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Walton R.H., Cold Case Homicides</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (1998),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Target patterns of serial murderers: A methodological model</span></i><span class="fs11lh1-5">. In Holmes R., Holmes S., Contemporary perspectives on serial murder, Thousand Oaks, CA: Sage</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salfati G. (2000),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Nature of Expressiveness and Instrumentality in Homicide: Implications for Offender Profiling</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in Homicide Studies Volume 4 - Issue 3</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Santilla P., Laukkanen M. (2005),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Predicting the residential location of serial commercial robber</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Forensic Science International</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Zappalà A., Bosco D. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Stupratori</span></i><span class="fs11lh1-5">, Centro Scientifico Editore</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 14:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il banditismo sociale nell'era digitale]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div><div><i><b class="fs14lh1-5">Banditismo sociale nell’era digitale: dalla costruzione dell’eroe criminale al martire sociale, tra narrazioni polarizzate e conseguenze sul clima collettivo</b></i></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Donatella Ciarmoli, Psicologa congnitivo - comportamentale</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><a role="button" href="javascript:x5engine.utils.emailTo('42413221122413131','.comil@gmaalogcosip.laelonatdolimiarc','','')" class="imCssLink">ciarmolidonatella.psicologa@gmail.com</a></span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Abstract</b><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5"> Il presente articolo analizza il fenomeno del banditismo sociale e delle narrazioni online polarizzate intorno ad atti di violenza e omicidio, evidenziando come le piattaforme digitali possano contribuire a plasmare l’immagine pubblica tanto delle vittime quanto degli aggressori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Attraverso l’esame di casi contemporanei, come l’omicidio di Willy Monteiro Duarte in Italia, quello di George Floyd negli Stati Uniti e l’assassinio di Qandeel Baloch in Pakistan, si mostra come i social media e le comunità virtuali creino figure simboliche - dall’“eroe popolare” alla “vittima martire” - o consolidino lo stigma sugli aggressori, influenzando percezioni collettive, tensioni sociali, e potenzialmente il comportamento di individui vulnerabili. Infine, si riflette sulle implicazioni per la psicologia forense, la prevenzione dei fenomeni estremi e la necessità di strategie comunicative contro-narrative per ridurre la legittimazione della violenza online.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">1. Introduzione</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> Il fenomeno del banditismo sociale, tradizionalmente associato a figure criminali che godono di un certo favore popolare all’interno di comunità marginali o rurali (Hobsbawm, 1969), sta conoscendo una profonda trasformazione nell’era digitale. Oggi, le comunità virtuali, i social network e le piattaforme di comunicazione online ridefiniscono i confini tra devianza, consenso e legittimazione della violenza. Questa ristrutturazione è favorita da processi di produzione, condivisione e consumo di contenuti digitali che plasmano la percezione pubblica dei crimini e degli individui coinvolti, siano essi autori o vittime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le recenti ricerche in ambito criminologico e mediatico evidenziano come la costruzione sociale della criminalità online sia mediata da dinamiche di “echo chambers” e “filter bubbles”, che favoriscono la polarizzazione delle opinioni e la creazione di narrative semplificate (Brown &amp; Svensson, 2020; Johnson, Bale &amp; Vough, 2021). In tali contesti, figure criminali o vittime di reati gravi possono essere rapidamente elevate allo status di eroi, martiri, oppure demonizzate e delegittimate, a seconda del sistema di valori condiviso da specifiche comunità virtuali. Queste dinamiche di legittimazione o condanna assumono particolare rilievo nei casi di violenza estrema - omicidi, esecuzioni sommarie, delitti d’onore - dove la dimensione emotiva e identitaria gioca un ruolo chiave.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il passaggio dal bandito locale, percepito come “giustiziere” in lotta contro un potere oppressivo, a un “bandito digitale” o alla costruzione del “martire sociale” è reso possibile dalla straordinaria velocità e capillarità di diffusione delle informazioni online. Studi recenti hanno sottolineato come i social media possano fungere da amplificatore di narrative deviate, rendendo più complessa la distinzione tra cronaca, opinioni e propaganda (Moloney &amp; Decourchelle, 2022; Torres &amp; O’Connor, 2021). Questa complessità si manifesta, ad esempio, quando le piattaforme online trasformano un caso di omicidio in un campo di battaglia simbolico: da un lato, la vittima può divenire l’incarnazione della virtù, della resistenza contro l’ingiustizia o delle tensioni sociali inesplose; dall’altro, gli autori del reato possono essere ritratti come incarnazioni del male assoluto, caricature di un “nemico” contro il quale giustizia, vendetta e indignazione pubblica si sovrappongono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La letteratura recente in tema di radicalizzazione e estremismo evidenzia poi come tale polarizzazione narrativa possa avere un impatto significativo su individui vulnerabili, favorendo processi di emulazione, imitazione o identificazione con ruoli criminali o vittimistici (Weimann, 2015; Berger &amp; Morgan, 2015). Sottogruppi estremisti o con orientamenti antisociali possono utilizzare tali narrazioni per reclutare membri, rafforzare le proprie convinzioni e legittimare condotte violente, sfruttando il potere simbolico generato da figure socialmente costruite come “banditi-eroi” o “martiri della giustizia”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’obiettivo del presente articolo è analizzare come le narrazioni digitali attorno a casi di omicidio ridefiniscano il concetto di banditismo sociale, evidenziando le implicazioni psicosociali e forensi di tali costruzioni simboliche. Attraverso l’analisi di casi recenti, come l’omicidio di Willy Monteiro Duarte in Italia, di George Floyd negli Stati Uniti e di Qandeel Baloch in Pakistan, si mostrerà come le piattaforme online possano trasformarsi in arene di produzione narrativa, influenzando la percezione pubblica, la coesione sociale, le dinamiche di stigmatizzazione o esaltazione, con ripercussioni significative sul clima emotivo collettivo e sui comportamenti di individui potenzialmente fragili. L’analisi integrerà prospettive di psicologia forense, criminologia e studi sui media digitali, offrendo un quadro teorico-applicativo per comprendere un fenomeno di crescente importanza nel panorama contemporaneo.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">2. Dalla figura del bandito tradizionale al “bandito digitale”</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> La figura del bandito sociale tradizionale, descritta in modo pionieristico da Hobsbawm (1969) come un criminale al margine, ma al contempo integrato nella comunità, esprimeva una forma di resistenza al potere dominante. Storicamente, tali banditi erano spesso percepiti come difensori dei deboli e degli oppressi, o interpreti di una giustizia popolare non codificata. In questi contesti, la narrazione emergeva e si consolidava a livello locale, tramite il passaparola, le leggende orali e, talvolta, la letteratura popolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, la medesima dinamica simbolica si trasferisce nello spazio digitale. Il “bandito digitale” non è più radicato in un contesto geografico circoscritto, bensì opera e acquista fama attraverso piattaforme online potenzialmente globali. L’ampia diffusione dei social media e dei forum virtuali permette a figure criminali di acquisire una notorietà istantanea, superando barriere spazio-temporali (Holt, 2013; Lavorgna, 2015). Questo nuovo contesto offre un palcoscenico transnazionale, dove l’immagine del criminale può essere manipolata, costruita e destrutturata in tempo reale, grazie al contributo di comunità virtuali di simpatizzanti o detrattori. Alla base di tale mutamento c’è il potere reticolare della comunicazione digitale, che consente al bandito - o alla sua narrazione - di circolare senza intermediazioni istituzionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La letteratura recente in materia di criminalità online e radicalizzazione evidenzia come tali processi di costruzione identitaria siano sostenuti da algoritmi e dinamiche di “filter bubble”, capaci di aggregare utenti attorno a narrative semplificate e polarizzanti (Bail, 2016; Noppe, Flynn, Fu, &amp; De Smedt, 2017). In questo modo, un criminale che agisce nel mondo fisico può acquisire una dimensione digitale ben più complessa, diventando simbolo di ribellione, giustizia privata o presunta autenticità contro un potere corrotto, secondo logiche analoghe - ma aggiornate - al banditismo storico. Allo stesso tempo, la stessa logica si applica alle vittime, che possono essere ritratte come martiri o delegittimate, incidendo su percezioni, atteggiamenti e comportamenti collettivi (Torres &amp; O’Connor, 2021).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È significativo notare che, mentre il bandito tradizionale agiva all’interno di reti comunitarie relativamente stabili, il “bandito digitale” si muove in uno spazio frammentato, dinamico e, soprattutto, interconnesso globalmente. Questo moltiplica le possibilità di ricezione e reinterpretazione delle sue azioni: il racconto criminale non rimane confinato ad un contesto di marginalità contadina o periferica, ma può trovare risonanza in gruppi estremisti, sottoculture online o semplici spettatori in cerca di storie cariche di pathos (Phillips, 2015). In tal modo, si generano narrazioni che non soltanto legittimano o condannano la violenza, ma che possono contribuire alla nascita di nuovi simboli e identità criminali, capaci di influenzare la sfera emotiva, politica e sociale in maniera molto più incisiva rispetto al passato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Comprendere la transizione dalla figura del bandito tradizionale al “bandito digitale” significa, dunque, riconoscere come l’infrastruttura digitale stia riplasmando i parametri della legittimazione sociale del crimine. Gli studi contemporanei su criminalità, social media e devianza culturale sottolineano la necessità di un approccio multidisciplinare, che includa competenze criminologiche, psicologico-forensi e mediatiche, per cogliere appieno le nuove dinamiche che legano le condotte devianti alla sfera della comunicazione online (Moloney &amp; Decourchelle, 2022; Gerbaudo, 2018). Tale comprensione è cruciale per l’elaborazione di strategie preventive e di intervento che possano limitare la formazione e il consolidamento di tali narrative deviate e potenzialmente pericolose.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">3. Esempi di Narrazioni Polarizzate Online</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> Di seguito vengono presentati alcuni casi di rilevanza mediatica, già ampiamente trattati dalla stampa internazionale e dalla letteratura scientifica, in cui la costruzione di figure simboliche – siano esse vittime trasformate in martiri o autori di reato elevati a “eroi” devianti – è stata amplificata dall’ecosistema digitale. Le vicende qui menzionate sono note al grande pubblico e oggetto di analisi accademiche, giornalistiche e giudiziarie. L’analisi di casi concreti consente di comprendere come il contesto digitale possa favorire letture semplificate ed emotivamente cariche, trasformando episodi criminali in simboli ideologici o paradigmi morali. La rilevanza dei seguenti esempi non risiede tanto nelle specificità storiche o culturali dei singoli eventi, quanto nel modo in cui la narrazione online ne ha determinato una percezione collettiva, spesso distante da considerazioni giuridiche, criminologiche o sociologiche più complesse. Criticamente, occorre sottolineare che le narrazioni emerse non riflettono necessariamente la verità dei fatti, bensì una loro costruzione mediatica, alimentata da bias di conferma, interessi ideologici e dinamiche di polarizzazione (Brown &amp; Svensson, 2020).</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">3.1 Il caso di Willy Monteiro Duarte (Italia, 2020)</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> Willy Monteiro Duarte, giovane di origini capoverdiane, fu ucciso a Colleferro mentre tentava di difendere un amico. Immediatamente, la rete ha trasformato il suo gesto in simbolo di coraggio e altruismo. Willy è stato innalzato a figura eroica, martire di una violenza ingiusta e brutale, divenendo veicolo di messaggi sulla necessità di combattere il bullismo e la brutalità gratuita. In parallelo, i suoi aggressori sono stati rappresentati come incarnazioni della prepotenza, del machismo violento, e ridotti a figure caricaturali del “mostro”. Tali narrative hanno alimentato un clima di forte tensione morale: da una parte la vittima come emblema del bene, dall’altra gli aggressori come perfetta antitesi del vivere civile. L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, è stato rapidamente trasformato in eroe moralmente incontestabile, vittima innocente e simbolo di coraggio. I suoi aggressori sono stati invece ritratti come “mostri” privi di umanità. Criticamente, va rilevato che questa semplificazione ha tralasciato riflessioni sul contesto socioeconomico e culturale in cui l’evento si è verificato, su eventuali fattori strutturali e sulle dinamiche di gruppo e potere sottostanti la violenza (D’Andrea &amp; De Luca Picione, 2021). La rappresentazione manichea - eroe contro antieroi - può aver enfatizzato la dimensione morale a scapito di una comprensione multidimensionale del crimine. Inoltre, l’elevazione della vittima a martire potrebbe aver innescato reazioni di indignazione e rabbia collettiva, con il rischio di generare spinte verso una “giustizia sommaria” digitale, senza alcuna base nel quadro legale (Torres &amp; O’Connor, 2021).</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">3.2 L’omicidio di George Floyd (USA, 2020)</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> L’uccisione di George Floyd a Minneapolis per mano di un agente di polizia non è un caso di banditismo nel senso classico, ma offre un esempio di come la vittima di un crimine possa diventare un simbolo globale. La narrazione online ha trasformato Floyd in un’icona della lotta al razzismo sistemico e alla brutalità della polizia, generando proteste internazionali. Al contempo, minoranze rumorose su Internet hanno tentato di delegittimare l’immagine della vittima, sottolineandone aspetti controversi, reali o presunti, per giustificare o ridimensionare la gravità del gesto omicida. Questo ha polarizzato ulteriormente il dibattito, tra esaltazione della vittima e razionalizzazione del crimine da parte di alcuni gruppi. Online, Floyd è stato ampiamente rappresentato come vittima simbolo di un’ingiustizia storica, mentre coloro che tentavano di delegittimare la sua figura enfatizzando il suo passato o le sue scelte di vita non sempre si fondavano su dati accurati o rilevanti per interpretare il crimine. La dinamica binaria “vittima innocente” vs. “criminale meritevole di punizione” è stata alimentata da retoriche propagandistiche e polarizzanti, riducendo la complessità del fenomeno del razzismo strutturale a una contesa morale tra partigiani dell’una o dell’altra narrazione (Benjamin, 2019; Gray &amp; Hansen, 2020). Da una prospettiva critica, si può osservare come questa semplificazione abbia favorito la cristallizzazione di posizioni estreme: da un lato, l’indignazione globale è servita da catalizzatore per riforme e riflessioni profonde; dall’altro, la delegittimazione online della vittima ha permesso ad alcuni gruppi di reiterare stereotipi e giustificare la violenza, contribuendo alla frammentazione del tessuto sociale.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">3.3 L’assassinio di Qandeel Baloch (Pakistan, 2016)</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> L’omicidio di Qandeel Baloch, celebrità dei social media pakistani, ad opera del fratello in un “delitto d’onore” ha generato narrazioni ambivalenti online. Da un lato, Baloch è stata dipinta come una vittima eroica, simbolo dell’emancipazione femminile e della lotta contro il patriarcato. Dall’altro, fasce conservatrici online hanno ridotto la vittima a una figura provocatrice, delegittimandone la moralità e, di fatto, normalizzando la violenza subita. Questa polarizzazione mostra come il digitale possa amplificare narrazioni di “colpa” e “giustificazione” del crimine, con effetti di radicalizzazione dei punti di vista. La morte di Qandeel Baloch, influencer e icona mediatica, uccisa dal fratello con la giustificazione del “delitto d’onore”, ha scatenato discussioni internazionali sulla libertà femminile, il patriarcato e la violenza di genere. In rete, la vittima è stata talvolta raffigurata come simbolo della resistenza femminile a un sistema oppressivo, mentre i detrattori, facendo leva su nozioni conservatrici di morale e decoro, hanno legittimato l’omicidio come conseguenza inevitabile della sua “provocazione” digitale (Cheema, 2018). Da una prospettiva critica, è evidente come l’ambiente online abbia funzionato da cassa di risonanza per posizioni diametralmente opposte, creando una dialettica tossica in cui la valutazione del reato si è intrecciata con giudizi di carattere morale, identitario e religioso, senza una reale comprensione delle dinamiche socio-culturali che hanno portato all’omicidio. Questa bipolarità narrativa rischia di appiattire la discussione sullo status della donna nel contesto pakistano, riducendo la complessità del fenomeno a una banale contrapposizione di valori (Weimann, 2015).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli esempi appena riportati dimostrano che la narrazione online, lontana dall’essere un semplice riflesso neutro degli eventi, li rielabora e li restituisce al pubblico in forma emotivamente amplificata, semplificata e potenzialmente fuorviante. Mentre questa dinamica può contribuire a mobilitare risorse e attenzione su fenomeni altrimenti trascurati, rischia, allo stesso tempo, di ridurre la comprensione critica degli stessi. L’approccio binario—eroe/martire vs. assassino/demone—trascura le dimensioni culturali, storiche, psicologiche e strutturali del crimine, ostacolando una riflessione più articolata (Johnson, Bale &amp; Vough, 2021). Il risultato può essere un clima sociale teso, che oscilla tra indignazione morale e giustificazione violenta, mentre la complessità del fenomeno criminale viene fagocitata da narrazioni partigiane incapaci di produrre comprensione, prevenzione e giustizia informata.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">4. Meccanismi psicologici e influenza su individui vulnerabili</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> La diffusione di narrazioni polarizzate e la costruzione mediatica di figure criminali o vittime-eroi non è solo un fenomeno comunicativo, ma anche psicologico. Le modalità con cui le comunità online interpretano e “rinarcano” un omicidio, producendo figure simboliche, possono influenzare profondamente le credenze, gli atteggiamenti e i comportamenti di singoli individui, soprattutto se particolarmente vulnerabili a dinamiche di identificazione e radicalizzazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In primo luogo, il contesto digitale agevola la creazione di “bolle informative” in cui gli utenti si espongono quasi esclusivamente a contenuti che confermano la loro visione del mondo. Queste dinamiche, note come “filter bubbles” ed “echo chambers” (Bail, 2016), favoriscono l’intensificazione delle emozioni e la riduzione della complessità degli eventi. L’individuo vulnerabile, già alle prese con insicurezze identitarie o fragilità emotive, può così incontrare narrazioni che legittimano violenza, vendetta o giustizia sommaria, interiorizzando tali messaggi come soluzioni plausibili a frustrazioni personali o sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, la presenza online di gruppi estremisti o deviazionisti - che utilizzano casi di cronaca violenta come simboli per alimentare retoriche di “noi contro loro” - può attrarre soggetti in cerca di appartenenza e scopi più ampi (Weimann, 2015; Noppe, Flynn, Fu, &amp; De Smedt, 2017). La figura del “bandito digitale” o del “martire sociale” diventa dunque un catalizzatore, un punto di riferimento su cui proiettare aspirazioni, rabbie, paure o desideri di rivalsa. In questo quadro, la radicalizzazione psicosociale non avviene soltanto per mezzo di ideologie strutturate, ma anche attraverso narrative frammentarie e memetiche, facilmente fruibili e condivisibili (Gerbaudo, 2018; Moloney &amp; Decourchelle, 2022).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista clinico e forense, questi processi di influenza psicologica costituiscono una sfida complessa. La psicologia forense e la criminologia non possono più limitarsi a considerare esclusivamente i tratti di personalità, le motivazioni individuali o i contesti sociali immediati: devono prendere in esame anche l’ambiente digitale in cui tali narrazioni si formano e circolano (Phillips, 2015; Johnson, Bale &amp; Vough, 2021). Una valutazione completa del rischio criminale, della predisposizione alla violenza o alla solidarietà verso cause devianti, richiede quindi di mappare le reti online, comprendere le dinamiche di gruppo virtuali e identificare i segnali precoci di adesione a narrative potenzialmente pericolose.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In definitiva, la comprensione dei meccanismi psicologici sottostanti all’influenza delle narrazioni online - dall’emulazione di gesti estremi alla legittimazione della violenza come forma di “giustizia” - risulta cruciale per sviluppare strategie di prevenzione, intervento e riabilitazione. Questa prospettiva integrata consente non solo di proteggere individui vulnerabili dalle ricadute più drammatiche di tali dinamiche, ma anche di promuovere un clima culturale e informativo più critico, consapevole e responsabile.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">5. Implicazioni per la psicologia forense e prospettive di intervento</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> Le dinamiche fin qui analizzate sollevano questioni rilevanti per la psicologia forense, chiamata ad ampliare i propri strumenti e competenze per comprendere a fondo le influenze esercitate dalle narrazioni digitali sulla formazione della volontà criminale, sui processi di radicalizzazione e sulla percezione sociale del crimine. La tradizionale valutazione peritale, incentrata sul profilo psicologico dell’individuo, deve oggi integrarsi con l’analisi del tessuto virtuale in cui il soggetto è immerso (Phillips, 2015; Johnson, Bale &amp; Vough, 2021)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una prima implicazione riguarda l’elaborazione di modelli valutativi complessi, capaci di mappare la rete di contenuti online che l’individuo frequenta: gruppi chiusi, forum, pagine social e canali di messaggistica istantanea dove si formano e si consolidano narrazioni deviate o violente (Moloney &amp; Decourchelle, 2022). L’analisi di questi spazi digitali può aiutare i professionisti forensi a identificare precocemente segnali di radicalizzazione, captando il ruolo che la costruzione di “eroi criminali” o “vittime martiri” ha nel fornire giustificazioni morali, rafforzare convinzioni pericolose e normalizzare la violenza (Bail, 2016; Brown &amp; Svensson, 2020).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In secondo luogo, la psicologia forense dovrà lavorare in stretta sinergia con criminologi, esperti di social media e forze dell’ordine per sviluppare strategie d’intervento efficaci. Ciò potrebbe includere programmi di prevenzione basati su una più profonda comprensione dei processi di identificazione sociale e della vulnerabilità emotiva di alcuni soggetti. Ad esempio, identificare individui esposti a narrative tossiche online consente di attuare interventi psicoeducativi o terapeutici personalizzati, in grado di ridurre il rischio di emulazione o adesione a gruppi devianti (Noppe, Flynn, Fu, &amp; De Smedt, 2017; Weimann, 2015).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, la questione della responsabilità delle piattaforme digitali è cruciale. Politiche di moderazione più attente, algoritmi capaci di limitare la diffusione di contenuti estremisti e sistemi di segnalazione più efficaci potrebbero ridurre la circolazione di narrazioni polarizzanti e violente, limitando così il potenziale impatto sulla psiche degli utenti vulnerabili (Torres &amp; O’Connor, 2021). Questo approccio, tuttavia, deve essere bilanciato con il rispetto della libertà d’espressione, spingendo verso un dialogo costante tra giuristi, eticisti e psicologi forensi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, l’elaborazione di “contro-narrative” costruttive e informate, che offrano una lettura critica dei fenomeni e promuovano la comprensione multifattoriale del crimine, rappresenta una prospettiva di grande importanza (Gerbaudo, 2018; Gray &amp; Hansen, 2020). Queste contro-narrative potrebbero trarre spunto dalla ricerca scientifica, dalle testimonianze di esperti e dal confronto tra diverse discipline, al fine di creare uno spazio di riflessione più ampio, meno reattivo e più razionale. In tal modo, la psicologia forense non si limiterebbe a intervenire ex post, nella fase giudiziaria, ma svolgerebbe un ruolo proattivo nella prevenzione della radicalizzazione online e nel contenimento del banditismo sociale digitale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">6. Conclusioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5"> L’analisi delle dinamiche che trasformano un crimine violento in un evento simbolico all’interno dello spazio digitale rivela un fenomeno complesso e multidimensionale. La costruzione del “bandito digitale” o della “vittima martire” attraverso narrazioni polarizzate rappresenta, da un lato, un tentativo della collettività di dare senso a eventi traumatici e, dall’altro, un potente fattore di deformazione della percezione della realtà. La rappresentazione narrativa del crimine - semplificata, emotivamente caricata e spesso priva di adeguato contesto - è in grado di influenzare il clima emotivo, le attitudini dell’opinione pubblica e persino il comportamento di individui particolarmente fragili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel contesto dell’era digitale, la comprensione e la gestione di questi fenomeni richiedono un approccio integrato e interdisciplinare. La psicologia forense è chiamata a superare i confini della consulenza sui singoli casi, confrontandosi con la dimensione collettiva e comunicativa del crimine, che si nutre di narrative condivise, simbologie e retoriche online. Allo stesso tempo, criminologi, sociologi, media studies scholars ed esperti di comunicazione digitale devono cooperare per sviluppare modelli interpretativi più ricchi, capaci di cogliere come la diffusione rapida e globale dei contenuti online modifichi i processi di costruzione della reputazione criminale o vittimaria (Moloney &amp; Decourchelle, 2022; Phillips, 2015).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista operativo, le conclusioni di questa analisi suggeriscono la necessità di sviluppare metodi di valutazione e intervento più avanzati: (a) Valutazione del contesto digitale: Introdurre in ambito forense strumenti di analisi dei media digitali in grado di delineare mappature delle community online, identificando i cluster narrativi e le reti di diffusione di contenuti estremisti o polarizzanti (Bail, 2016); (b) Prevenzione e psicoeducazione: Elaborare programmi di prevenzione e sensibilizzazione che aiutino i giovani, gli utenti vulnerabili e la cittadinanza in generale a sviluppare capacità critiche, distinguere tra fatti e narrazioni manipolate e riconoscere segnali di radicalizzazione emotiva e cognitiva (Weimann, 2015; Noppe, Flynn, Fu, &amp; De Smedt, 2017); e (c) Contro-narrative e responsabilità delle piattaforme: Promuovere contro-narrative informate e sfumate, attingendo alle conoscenze accademiche e alla ricerca scientifica, e dialogare con le piattaforme digitali per implementare politiche di moderazione più sensibili, volte a ridurre la virulenza di contenuti tossici, senza compromettere la libertà di espressione (Torres &amp; O’Connor, 2021).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sul piano teorico, i risultati di queste riflessioni invitano a ripensare concetti chiave della criminologia, della psicologia e degli studi sui media. Il banditismo sociale, originariamente studiato in contesti storici e geografici specifici, dimostra una sorprendente plasticità nell’ambiente digitale, in cui le categorie tradizionali di eroe, criminale, vittima e giustiziere vengono costantemente riconfigurate dalle community online. Se, in passato, la comprensione del crimine come fenomeno sociale implicava l’esame di codici culturali, strutture di potere e dinamiche di classe, oggi occorre includere la dimensione reticolare e algoritmica della comunicazione digitale, che moltiplica i punti di vista, le memetiche e le micro-narrazioni con una velocità e un impatto senza precedenti (Gerbaudo, 2018; Gray &amp; Hansen, 2020).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In definitiva, comprendere la costruzione delle figure criminali e vittimarie nell’era digitale significa non solo ampliare l’orizzonte analitico, ma anche assumere una prospettiva etica. Senza un impegno consapevole e multidisciplinare, esiste il rischio di lasciare che le narrazioni polarizzanti determinino l’opinione pubblica, consolidino tensioni sociali e alimentino processi di radicalizzazione. La sfida più urgente per la psicologia forense, la criminologia e le scienze sociali sta nel prendere parte attiva a questo dibattito, fornendo strumenti critici, dati empirici e modelli teorici in grado di rispondere a un fenomeno in rapida e costante evoluzione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span><br></div><div><hr></div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b><br> &nbsp;<div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Bail, C. A. (2016). Emotional feedback and the viral spread of social media messages about politics. <i>American Journal of Sociology, 122</i>(2), 331–381.</span></li><li>Benjamin, R. (2019). <i>Race after technology: Abolitionist tools for the new Jim code.</i><span class="fs11lh1-5"> Polity.</span></li><li>Berger, J. M., &amp; Morgan, J. (2015). <i>The ISIS Twitter Census: Defining and describing the population of ISIS supporters on Twitter.</i><span class="fs11lh1-5"> The Brookings Project on U.S. Relations with the Islamic World, Analysis Paper n.20.</span></li><li>Brown, K., &amp; Svensson, J. (2020). Social Media and Polarized Politics: Communication and Conflict in the Digital Age. <i>Journal of Communication Studies, 45</i><span class="fs11lh1-5">(3), 250–267.</span></li><li>Cheema, M. (2018). Honor killings in Pakistan: Contextualizing the narrative in digital domains. <i>Pakistan Journal of Gender Studies, 15</i><span class="fs11lh1-5">, 45–67.</span></li><li>D’Andrea, L., &amp; De Luca Picione, R. (2021). <span class="fs11lh1-5">Violenza, identità e reti sociali: Il caso Willy Monteiro Duarte. In </span><i>Psicologia sociale del crimine</i><span class="fs11lh1-5"> (pp. 85–112). Franco Angeli.</span></li><li>Gerbaudo, P. (2018). <i>Tweets and the streets: Social media and contemporary activism.</i><span class="fs11lh1-5"> Pluto Press.</span></li><li>Gray, M. L., &amp; Hansen, K. (2020). The labor of social media moderation: Emotional work and digital crimes. <i>New Media &amp; Society, 22</i><span class="fs11lh1-5">(8), 1234–1251.</span></li><li>Hobsbawm, E. J. (1969). <i>Bandits.</i><span class="fs11lh1-5"> Weidenfeld &amp; Nicolson.</span></li><li>Holt, T. J. (2013). Examining the role of technology in the formation of deviant subcultures. <i>Social Science Computer Review, 31</i><span class="fs11lh1-5">(3), 367–378.</span></li><li>Johnson, M., Bale, J. M., &amp; Vough, H. (2021). Radicalization and online communities: Criminological perspectives on digital legitimacy. <i>Crime, Media, Culture, 17</i><span class="fs11lh1-5">(2), 188–210.</span></li><li>Lavorgna, A. (2015). Organised crime goes online: Realities and challenges. <i>Journal of Criminal Justice Education, 26</i><span class="fs11lh1-5">(4), 441–458.</span></li><li>Moloney, M., &amp; Decourchelle, S. (2022). Analyzing online hate: Ethnographic and big data approaches to digital social phenomena. <i>Digital Anthropology Review, 6</i><span class="fs11lh1-5">(1), 22–39.</span></li><li>Noppe, J., Flynn, A., Fu, M., &amp; De Smedt, T. (2017). Echo chambers and online radicalization: A mixed-methods approach to understanding the interaction of emotional and cognitive factors. <i>Computational Social Science Review, 3</i><span class="fs11lh1-5">(4), 77–95.</span></li><li>Phillips, W. (2015). <i>This is why we can’t have nice things: Mapping the relationship between online trolling and mainstream culture.</i><span class="fs11lh1-5"> MIT Press.</span></li><li>Torres, R., &amp; O’Connor, C. (2021). The role of social media platforms in the creation and amplification of extremism: The need for evolving regulatory frameworks. <i>Media &amp; Society, 14</i><span class="fs11lh1-5">(2), 56–74.</span></li><li>Weimann, G. (2015). <i>Terrorism in cyberspace: The next generation.</i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Columbia University Press.</span></li></ul></div></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 09:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Alessia Pifferi, il grave deficit cognitivo e la perizia in primo grado]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Alessia Pifferi, la donna condannata in primo grado all’ergastolo per aver abbandonato la propria figlia, Diana, di appena di 18 mesi, per sei lunghi giorni, sarà sottoposta ad una nuova perizia psichiatrica per un grave deficit cognitivo.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma cosa significa “deficit cognitivo”? Le funzioni cognitive sono tutte quelle abilità mentali che ci servono per svolgere qualsiasi attività, dalle più semplici alle più complesse. Tra le funzioni cognitive abbiamo la memoria, l’attenzione, l’apprendimento, il linguaggio, il ragionamento, l’orientamento, il pensiero astratto, il problem solving e la percezione. Specifichiamo cosa sono queste ultime due funzioni: il problem solving è un processo cognitivo che ci consente di prendere coscienza di un problema, analizzarlo, mettere in atto delle strategie per risolverlo e saper valutare i risultati, mentre la percezione è un processo cognitivo assai complesso che ci consente di elaborare, ovvero identificare, ordinare e classificare gli stimoli che riceviamo dai nostri sensi e trasformarli in forme e concetti dotati di significato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I deficit cognitivi possono presentarsi nel corso dell’infanzia a causa di sindromi genetiche, patologie, traumi fisici o psicologici, ma anche di ambienti di crescita assai disfunzionali. In questo caso, cioè quando il disturbo insorge per via della compromissione di funzioni cerebrali in via di maturazione, siamo in presenza di una disabilità intellettiva, un tempo chiamata ritardo mentale. Invece, se i deficit si manifestano successivamente alla normale fase di sviluppo neurologico di un individuo, cioè nella fase adulta, abbiamo un disturbo neurocognitivo, un tempo chiamato demenza. Il disturbo neurocognitivo può essere determinato da un trauma cranico e da qualsiasi altra patologia che interessa il cervello, come la malattia di Alzheimer, le demenze vascolari o frontotemporali e le demenze indotte da sostanze.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sia nel caso della disabilità intellettiva, che del disturbo neurocognitivo, si hanno delle limitazioni in quello che si chiama funzionamento adattivo, che riguarda le abilità sociali e comunicative, l’autocontrollo e l’autonomia nella vita di tutti i giorni. Si hanno, quindi, difficoltà a svolgere adeguatamente i compiti della vita, a comprendere i contesti e le situazioni e, di conseguenza, ad agire e comportarsi nel modo più opportuno.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Un deficit cognitivo può incidere sulla capacità di intendere e di volere?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Partiamo prima dal significato di capacità di intendere e di volere. La capacità di intendere è la capacità di un soggetto di rendersi conto della realtà, di percepire il significato del proprio comportamento, di avere coscienza delle proprie azioni, di comprendere se queste sono lecite o illecite, anche in funzione del contesto in cui si trova. La capacità di volere, invece, è la capacità di autodeterminarsi, di esercitare in modo autonomo le proprie scelte e di saper controllare i propri impulsi e le proprie reazioni. Per la legge, se manca anche una soltanto delle due capacità, si ha un’infermità mentale e, quindi, la persona viene giudicata o non imputabile o parzialmente imputabile, a seconda della gravità della patologia riscontrata o, meglio, della gravità dei sintomi di questa patologia al momento del delitto o nel lasso di tempo in cui si è consumato il delitto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un deficit cognitivo, come riportato in precedenza, può interessare una o più abilità mentali che ci servono per funzionare in modo adeguato nella vita di tutti i giorni, anche quando si presentano delle situazioni in cui è necessario effettuare un’analisi, un ragionamento e, quindi, quando dobbiamo porre in essere le strategie più idonee affinché le nostre azioni ci portino un vantaggio o abbiano una qualche utilità, restando comunque nel recinto dei valori morali, delle responsabilità che abbiamo e, ovviamente, della legge. Quindi, per determinati tipi di reato, un grave deficit cognitivo è “potenzialmente” idoneo ad incidere sulla capacità di intendere e di volere.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La valutazione psicopatologica forense del deficit cogntivo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per valutare la capacità di intendere e di volere di un soggetto affetto da un deficit cognitivo, come avviene per le valutazioni di tutte le psicopatologie croniche o transitorie che devono essere accertate ai fini giudiziari, è d’obbligo effettuare un’indagine approfondita. Prima di tutto, è necessario accertare quali funzioni cognitive sono deficitarie e stabilire la gravità dei sintomi del deficit, in modo da avere un primo elemento di indagine utile ai fini della perizia. Le attività che vengono svolte sono i colloqui e l’osservazione del soggetto, la somministrazione di test psicologici, in alcuni casi esami strumentali, come l’elettroencefalogramma, la risonanza magnetica ecc. Nel caso in cui il soggetto era già in cura presso un presidio di salute mentale prima di commettere il reato, si procede altresì con la disamina dei documenti sanitari disponibili (relazioni psichiatriche e psicologiche, cartelle cliniche, test somministrati, esami strumentali ecc.) e con dei colloqui con gli specialisti curanti.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, nel caso dei deficit cognitivi, l’osservazione, i test, gli esami strumentali e qualsiasi altro mezzo diagnostico non sono sufficienti ai fini dell’accertamento psicopatologico-forense. Infatti, in precedenza si è detto che un deficit cognitivo produce delle limitazioni del funzionamento di una persona. Limitazioni che riguardano la difficoltà a svolgere adeguatamente i compiti della vita, a comprendere i contesti e le situazioni e ad agire e comportarsi adeguatamente per raggiungere i propri fini. Quindi, nella valutazione complessiva del deficit cognitivo di un individuo adulto, assume particolare valore il funzionamento nella vita di tutti i giorni, cioè il grado di autonomia del soggetto. Infatti, un disabile intellettivo, da adulto, attraverso le esperienze di vita, nonostante il deficit cognitivo, potrebbe aver sviluppato un buon funzionamento adattivo. In altre parole, nonostante il deficit di partenza, il soggetto potrebbe essere in grado di condurre una vita sufficientemente autonoma, in quanto ha sviluppato delle capacità adeguate che compensano il deficit o i deficit di cui è portatore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In seguito, bisogna verificare se il deficit cognitivo accertato è compatibile con il tipo di delitto commesso, ovvero è necessario stabilire quello che si chiama “nesso eziologico” tra sintomi e reato, cioè se l’azione delittuosa è direttamente collegata ai sintomi del disturbo. Alla fine, si deve procedere con l’analisi della criminodinamica, cioè delle modalità e dei tempi con cui è stato commesso il delitto, al fine di comprendere ancor meglio se i sintomi del deficit cognitivo sono stati la causa diretta dell’azione criminosa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parallelamente alle attività di cui sopra, si procede con un’indagine sul contesto sociale e familiare, nello specifico sul supporto che l’autore del reato ha ricevuto o non ricevuto da quelle persone che non potevano non conoscere o sospettare le sue condizioni mentali e che, quindi, avrebbero dovuto occuparsene per ragioni non solo morali, ma anche legali. Oltre ai parenti più stretti, tra questi soggetti rientrano le istituzioni, ovvero i presidi sociosanitari quando questi erano informati di una situazione di grave disagio e vulnerabilità o che ne avevano il sospetto.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La perizia sulla Pifferi in primo grado</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda Alessia Pifferi, il suo difensore, l’avvocato Alessia Pontenani, ha dichiarato di aver reperito dei certificati medici e altri documenti che proverebbero che il deficit cognitivo della donna, cioè la sua disabilità intellettiva, era noto fin dalla sua infanzia, portando in appello questo ulteriore elemento di prova.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, in primo grado, il perito nominato dal Tribunale, professor Elvezio Pirfo, non ha escluso categoricamente che la Pifferi sia affetta da una disabilità intellettiva e, quindi, da un deficit cognitivo, ma ha valutato il funzionamento della donna nella vita di tutti i giorni che, secondo il perito, non escludono, né diminuiscono, la capacità di intendere e di volere rispetto all’abbandono della figlia di 18 mesi per sei lunghi giorni. Il professor Pirfo ha poi contestato il test WAIS (test di intelligenza) somministrato alla Pifferi in carcere, non perché il test in questione non costituisca, nella pratica psicoforense, uno degli elementi probatori utili ai fini diagnostico-forensi di un soggetto affetto da deficit cognitivo, ma perché i risultati del test, prodotti, poi, in giudizio dal consulente di parte, prof. Marco Garbarini, erano carenti di informazioni circa le modalità di somministrazione. Inoltre, sempre le psicologhe del carcere, oltre alla somministrazione di ulteriori test oltre il WAIS, hanno svolto sulla Pifferi una serie di attività che non erano di loro competenza, in quanto avrebbero dovuto limitarsi al solo sostegno psicologico, al fine di evitare, ad esempio, atti anticonservativi come il suicidio, e hanno verosimilmente “inquinato” la fonte di prova più importante, cioè la mente dell’imputata, probabilmente suggestionandola. Infatti, il perito del Tribunale, professor Pirfo, nonostante abbia riferito di non poter affermare che la Pifferi sia stata suggestionata, ha dichiarato che la donna, durante i colloqui peritali, nel rispondere e raccontarsi ha utilizzato un vocabolario ricco di termini psicologici tipici di un soggetto che ha già svolto un percorso psicoterapeutico e che ha la capacità di apprendere, comprendere, relazionarsi, parlare, ricordare, raccontare, descrivere i propri stati emotivi ecc. Pertanto, il perito, in base agli esami effettuati (colloqui, osservazione, test ecc.) e ai dati emersi sul modo di funzionare della Pifferi prima e dopo il reato, ha concluso, correttamente, che la donna non presenta alcun deficit cognitivo tale da determinare un anomalo funzionamento adattivo in relazione al delitto per il quale, poi, è stata condannata in primo grado.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 17:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La criminologia e il ruolo delle scienze sociali nella rieducazione della persona e nella rigenerazione del tessuto sociale. Multi, inter e transdisciplinarità della criminologia]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Autori</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Juliusz Piwowarski, Ph.D. – Wyższa Szkoła Bezpieczeństwa Publicznego i Indywidualnego „Apeiron” w Krakowie / Università di Sicurezza Pubblica ed Individuale “Apeiron” in Cracovia, Polonia. Filosofo, pubblicista, politologo, securitologo, fondatore e rettore della Università di Sicurezza Pubblica ed Individuale “Apeiron” in Cracovia, creatore dell'Istituto di Ricerca di Cracovia per le competenze di sicurezza e difesa “Apeiron”. Email: <a role="button" href="javascript:x5engine.utils.emailTo('4241322111','u.pledron.iaper@tocer','','')" class="imCssLink">rector@apeiron.edu.pl</a>; tel. +48 537082460.</span></li><li><span class="fs11lh1-5"> Jolanta Grębowiec-Baffoni, Ph.D. - Wyższa Szkoła Bezpieczeństwa Publicznego i Indywidualnego „Apeiron” w Krakowie / Università di Sicurezza Pubblica ed Individuale “Apeiron” in Cracovia, Polonia. S</span>ociologa, criminalista, criminologa, perita dei documenti, insegnante accademica. Email: <a role="button" href="javascript:x5engine.utils.emailTo('4241322112241311','.comil@gmaifonafcbeioweba.grtlanoj','','')" class="imCssLink">jolanta.grebowiecbaffoni@gmail.com</a>; tel. + 39 3293760120.</li></ul><div><br></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5 cf1">Riassunto</span></b><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">La criminologia, essendo una scienza sociale che si occupa dello studio e della raccolta di conoscenze complete sulla criminalità, sul crimine, sull'autore del crimine, sulla vittima del crimine, sulle istituzioni e sui meccanismi di controllo, utilizza e include altri campi disciplinari i cui risultati</span><span class="cf1"> &nbsp;</span><span class="cf1">possono spiegare e contribuire alla individuazione</span><span class="cf1"> &nbsp;</span><span class="cf1">di forme specifiche di comportamento deviante, di determinati fenomeni sociali tipici del contesto criminale al fine di realizzare modelli per la loro prevenzione. Un importante contributo in questo senso giunge dalla sociologia</span>, cui il compito primario è quello di comprendere ogni comportamento umano nel suo tessuto sociale, quale fattore particolarmente importante nel campo del reinserimento sociale delle persone che si sono distinte per comportamenti devianti e criminali.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Parole chiave</b><span class="fs11lh1-5">: </span><i class="fs11lh1-5">criminologia</i><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">cultura della scienza</i><span class="fs11lh1-5">,</span><i class="fs11lh1-5"> interdisciplinarità</i><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">transdisciplinarietà, sociologia, pedagogia criminale</i></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Abstract</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Criminology, being a social science that deals with the study and collection of comprehensive knowledge about criminality, crime, the perpetrator of crime, the victim of crime, institutions and control mechanisms, uses and includes other disciplinary fields i whose results can explain and contribute to the identification of specific forms of deviant behavior, of certain social phenomena typical of the criminal context in order to create models for their prevention. An important contribution in this sense comes from sociology, whose primary task is to understand all human behavior in its social fabric, as a particularly important factor in the field of social reintegration of people who have distinguished themselves by deviant and criminal behaviour.</span></div> &nbsp;<div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b>Keywords:</b> <i>criminology, culture of science, interdisciplinarity, transdisciplinarity, sociology, criminal pedagogy</i></span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs14lh1-5">Introduzione</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Una delle caratteristiche importanti per comprendere l'essenza della </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5">, come tendenza della scienza che costituisce un supporto indispensabile per l'instaurazione e il buon funzionamento del </span><i class="fs12lh1-5">costrutto sociale </i><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> noto ai rappresentanti della disciplina delle </span><i class="fs12lh1-5">scienze della sicurezza</i><span class="fs12lh1-5"> come </span><i class="fs12lh1-5">cultura della sicurezza</i><span class="fs12lh1-5">, è la necessità di applicare un ampio spettro di problemi e questioni necessarie per praticarla. Di conseguenza sorge una domanda: in che misura questa tendenza, che senza dubbio ha acquisito già da tempo una chiara specificità istituzionale, può essere considerata una disciplina scientifica indipendente che consente di riparare i </span><i class="fs12lh1-5">mondi sociali </i><span class="fs12lh1-5">(Schütz, 1960).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il riferimento ai mondi sociali è qui giustificato perché l'intera società è interessata al fenomeno della criminalità per vari motivi e se ne occupano praticamente tutti gli attori sociali, ciascuno in conformità con la funzione e il ruolo che svolgono in questa società.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Vale la pena riportare in questo luogo la definizione del concetto di scienza data da Juliusz Piwowarski (2016).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La scienza è una sfera della </span><i class="fs12lh1-5">cultura</i><span class="fs12lh1-5"> avente natura di ricerca, connessa agli effetti socialmente attesi delle indagini scientifiche e di ricerca condotte dagli scienziati; la scienza è composta dai seguenti elementi:</span><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs12lh1-5">insieme di affermazioni e ipotesi relative alla realtà esaminata, alle sue caratteristiche e alle leggi che la governano;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">teorie scientifiche costruite sulla base delle suddette affermazioni e ipotesi, che riguardano il funzionamento della realtà, le quali, peraltro, per legge, hanno una collocazione istituzionale nel campo degli ambiti, delle discipline e delle specialità scientifiche.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nelle considerazioni attuali, il punto è che il riconoscimento (dunque, la stessa esistenza) di una disciplina scientifica autonoma può realizzarsi quando e solo quando, in primo luogo, esiste al suo interno</span> <i class="fs12lh1-5">un oggetto di ricerca</i><span class="fs12lh1-5"> chiaramente e precisamente definito e, in secondo luogo, a condizione che l'oggetto di questa ricerca sia accompagnato da una metodologia perfettamente separata e connotata da precise procedure di ricerca.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sebbene la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> soddisfi certamente la prima delle condizioni sopra menzionate, vi sono alcuni dubbi sul fatto che si tratti di una scienza indipendente, guardandola da un punto di vista metodologico.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">La criminologia</i><span class="fs12lh1-5">, dopo un esame più attento delle sue specificità, risulta non essere connotata da una metodologia di ricerca separata, ma incorpora solo metodi risultanti dalla metodologia di altre discipline scientifiche, quelle di natura primaria. Potremmo avere in mente, ad esempio, ambiti della scienza come </span><i class="fs12lh1-5">la sociologia, l'antropologia, la psicologia, la psichiatria, la pedagogia, la fisica, la biologia, la chimica, la medicina, la statistica, l'economia </i><span class="fs12lh1-5">e</span><i class="fs12lh1-5"> la storia.</i><span class="fs12lh1-5"> Ciò significa che la criminologia - e questa è un'altra delle sue caratteristiche peculiari - si occupa dei fenomeni criminali da diverse prospettive e punti di vista, grazie ai quali si "incontrano" nel suo ambito numerose discipline e ricercatori con diversa preparazione ed esperienza. Pertanto il suo ambito è particolarmente ampio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ciò significa che la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5">, come la disciplina della </span><i class="fs12lh1-5">scienza della sicurezza</i><span class="fs12lh1-5">, dovrebbe essere definita come un filone multi, </span><i class="fs12lh1-5">inter</i><span class="fs12lh1-5"> e </span><i class="fs12lh1-5">transdisciplinare </i><span class="fs12lh1-5">dell'attività di ricerca scientifica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Con poche eccezioni, nel mondo accademico non è stato istituito un sistema educativo strettamente criminologico e l'organizzazione del processo di insegnamento nel campo della </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> assume forme molto diverse nei diversi </span><i class="fs12lh1-5">paesi</i><span class="fs12lh1-5">. A questo riguardo, ci sono differenze abbastanza evidenti soprattutto tra i centri europei e quelli nordamericani che formano i criminologi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel Vecchio Continente la maggioranza dei criminologi è costituita da persone con formazione giuridica, l'insegnamento della materia avviene prevalentemente nell'ambito degli studi giuridici universitari e gli istituti di ricerca criminologica universitaria operano all'interno delle strutture delle facoltà di giurisprudenza.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Invece in paesi come gli Stati Uniti e il Canada, i criminologi vengono reclutati principalmente tra i sociologi, la criminologia viene insegnata come parte degli studi sociologici e le attività di ricerca vengono svolte presso università e facoltà dove viene fornita una formazione regolare nel campo delle </span><i class="fs12lh1-5">scienze sociali</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Della criminologia si occupano più spesso persone istruite in una delle discipline sopra menzionate, il cui background disciplinare, come accennato, ha carattere basilare. Al giorno d'oggi, sono più spesso avvocati, sociologi, psicologi o medici. Pertanto, mentre si può dire che la criminologia esiste, ci sono dubbi sul fatto che esistano esperti che possano definirsi e possano essere qualificati come criminologi “puri”. Infatti, ci sono solo giuristi, sociologi, psicologi, economisti, storici, ecc., che si occupano di questioni criminali nell'ambito sopra descritto e applicano le conquiste metodologiche delle proprie discipline allo studio della criminalità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Questo stato di cose ha conseguenze per la criminologia che altre discipline scientifiche non devono affrontare. Ad esempio, sebbene in sociologia o in psicologia possano coesistere punti di vista diversi sui vari problemi affrontati da queste discipline, comunque si tratta di opinioni punti di vista interne a queste discipline. Gli psicologi che studiano la criminalità lo fanno da un punto di vista psicologico, i sociologi da un punto di vista sociologico e gli avvocati da un punto di vista giuridico. Tuttavia, all'interno della criminologia, c'è spesso uno scontro tra punti di vista sociologici, psicologici, giuridici e molti altri sul crimine, e si scopre che la comprensione tra criminologi con diversa educazione non è sempre facile e semplice secondo una struttura disciplinare omogenea. Non dobbiamo però dimenticare che tutti i campi sopra menzionati pongono le basi della criminologia. Tutta la conoscenza che confluisce in questa scienza – sia essa sociologica, antropologica, psicologica o giuridica – ha legittimità e ragion d'essere. In modo analogo possiamo giustificare le differenze nella formazione e nell'esperienza scientifica dei criminologi se si basano sulla preparazione criminologica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">I criminologi con un certo tipo di formazione si spostano più facilmente e quindi spesso si sentono più legati all'ambiente scientifico di origine. La criminologia è una scienza sensibile alle tendenze disintegrative che possono manifestarsi al suo interno, anche accidentalmente, e gli scienziati conducono qui le loro ricerche senza necessariamente cercare di essere compatibili, sotto questo aspetto, con gli sforzi di altri criminologi. Diverse associazioni scientifiche e istituti di ricerca, anche criminologici internazionali, stanno facendo molto per approfondire l’integrazione nel campo della ricerca criminologica, ma questo problema è ancora vivo. Questa situazione implica la necessità di esaminare la questione del rapporto tra criminologia e le discipline sociali e naturali di base e di mostrare il loro impatto sullo sviluppo della criminologia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Riassumendo le considerazioni fin qui svolte, possiamo dire che la criminologia è una scienza che studia il comportamento criminale, raccoglie quindi un insieme ordinato di conoscenze sul reato, sul comportamento criminale, socialmente deviante, sul controllo di tale comportamento e sulla vittima, con particolare enfasi sul controllo e la prevenzione degli atti criminali e devianti. In altre parole, la criminologia tiene conto di alcuni fattori che influenzano il comportamento deviante e criminale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In effetti, lo sviluppo dell'interesse per questi fattori ha contribuito negli anni '50 alla creazione del concetto di </span><i class="fs12lh1-5">criminogenesi </i><span class="fs12lh1-5">(Tyszkiewicz 2007-2008) come processo intrecciato nella vita di una persona, il cui fine è la commissione di un atto proibito. Un ruolo importante in questo processo è svolto dai cosiddetti fattori criminogeni e, in una certa misura, fattori </span><i class="fs12lh1-5">anticriminogeni</i><span class="fs12lh1-5">. Il punto centrale di questo processo è la decisione dell'autore dell'atto vietato (Tyszkiewicz 2007-2008). La criminogenesi mira a identificare questi fattori attraverso la ricerca genetica, psicologica e ambientale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Del processo che si conclude con un crimine si occupa anche la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia dinamica</i><span class="fs12lh1-5">, cercando di giustificare un comportamento antisociale. A tal fine esamina lo sviluppo e la modificazione di attività e fatti criminali o antisociali, distinguendo i fattori predisponenti legati ad una predisposizione genetica legata al passato e all'esperienza, nonché i fattori preparatori e scatenanti, cioè quegli elementi che facilitano la manifestazione di comportamenti devianti comportamento in un dato momento.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Il contributo delle scienze mediche e biologiche nell’evoluzione della criminologia e della politica criminale</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente, </span><i class="fs12lh1-5">le scienze mediche e biologiche</i><span class="fs12lh1-5"> hanno avuto una grande influenza sullo sviluppo della criminologia, avvenuto nella seconda metà del XIX secolo e successivamente sulla politica penale. Cesare Lombroso (1835-1909), medico, fondatore della scuola italiana di criminologia positivista, fu considerato il "Padre Fondatore" della criminologia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Un merito significativo di Lombroso è la creazione della scuola di antropologia criminale, e le sue teorie basate su di essa gettarono le basi per un nuovo orientamento giuridico e criminologico, ispirato al pensiero positivista prevalente nelle scienze naturali e sociali. Tuttavia è essenziale ricordare che mentre molti anni prima del positivismo la natura era già oggetto della conoscenza scientifica, è solo nell’era del positivismo che la società e l’uomo, il loro funzionamento e il comportamento sono diventati oggetto di un'indagine scientifica sistematica. Finora questo campo riguardava principalmente la teologia e la filosofia. Nell’era del positivismo, sorgono Scienze sociali e inoltre, si cerca di utilizzare i metodi delle scienze naturali sottoponendo le loro affermazioni al rigore di questi insegnamenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Infatti, ancora prima di Lombroso, nell’epoca che precedeva il positivismo in riferimento alle considerazioni che potremmo definire </span><i class="fs12lh1-5">precriminologiche</i><span class="fs12lh1-5">, i rappresentanti di varie scienze, il più delle volte ai margini dei loro principali interessi professionali o di ricerca, ponevano fondamenti della criminologia moderna (Widacki, 2020). Fra uno dei più importanti, Franz Joseph Gall, medico e professore di anatomia, come uno dei primi si occupò dell’anatomia e fisiologia del cervello. I suoi studi lo portarono alla convinzione di poter risalire allo sviluppo di certe zone del cervello, sedi di particolari funzioni cerebrali, attraverso la sola osservazione del cranio, creando in questo modo la teoria chiamata frenologia. Di seguito è giunto alla conclusione che le tendenze umane sono innate e non derivano dall'educazione. Di conseguenza al riferimento del comportamento criminale “La misura della colpabilità e la misura della pena non deve esser presa dalla materialità dell’atto illegale, né in una punizione prestabilita, ma unicamente nella situazione dell’individuo agente” (Antonini, 1900).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Senza dubbio ebbe anche un'influenza indiretta sulla criminologia di Cesare Lombroso (Widacki 2020) che si concentrò sulla descrizione di un "criminale nato", il cui comportamento e struttura corporea erano manifestazioni di "atavismo" fondamentale (cioè la presenza in un individuo di tratti dei suoi lontani antenati, che non erano stati ereditati per lungo tempo), grazie al quale si è potuto constatare il riemergere dei tratti caratteristici criminali di uno stadio più primitivo dell'evoluzione biologica. Il pensiero di Lombroso può essere riassunto genericamente in una sua celebre frase: "...il criminale è un essere atavico che riproduce nella propria persona gli istinti crudeli dell'umanità primitiva e degli animali inferiori" (Lombroso, 1910). Divulgò la sua teoria antropologica del crimine a partire dal 1876 in cinque successive edizioni del libro "L'uomo delinquente”, che sviluppò poi in un'opera in più volumi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Pur ritenendo fondamentali i fattori criminogeni dovuti alle predisposizioni biologiche, Lombroso riconosceva anche l'esistenza di criminali occasionali, che non differivano costituzionalmente dagli uomini normali, ma il cui comportamento era, però, condizionato dall'ambiente e dalle circostanze. Il presupposto della sua teorizzazione si basava però sul fatto che quanto più la criminalità era legata alle anomalie individuali, tanto meno si teneva in considerazione la convergenza delle condizioni sociali e ambientali. Questo approccio ha portato ad una visione della criminalità e della devianza come anomalie che devono essere affrontate in un approccio biologico-medico e, a sua volta, terapeutico. Effettivamente a partire dagli anni 50 del secolo scorso tale criterio influenzò la convinzione che la criminalità fosse una malattia per questo motivo agli istituti di pena accanto alla loro funzione di punizione e di controllo/sorveglianza si attribuiva anche una funzione di cura. Tuttavia se da una parte i trattamenti terapeutici servivano a correggere la condizione mentale del criminale dall’altra la selezione del gruppo di detenuti che richiedevano l'utilizzo di un sistema terapeutico e il suo trattamento separato da parte di specialisti è stata dettata dalla necessità di garantire il corretto funzionamento del carcere. A causa di vari difetti mentali e dipendenze, queste persone hanno difficoltà ad adattarsi alle condizioni di scontare la pena (Magierska, 2020).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi in Polonia ai sensi dell'art. 96 § 1 del Codice penale esecutivo, nel “sistema terapeutico” scontano la pena i condannati con disturbi mentali non psicotici, compresi quelli condannati per il reato di cui all'art. 197-203 c.p. (ovvero stupro, abuso sessuale, pedofilia, incesto, esposizione in pubblico di contenuti pornografici e istigazione alla prostituzione) commessi in relazione a disturbi delle preferenze sessuali, disabilità mentali e dipendenza da alcol o altre sostanze stupefacenti o psicotrope e detenuti con disabilità fisiche che necessitano di cure specialistiche, in particolare psicologiche, mediche o riabilitative.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, in questo sistema scontano la pena i condannati alla reclusione senza sospensione condizionale della pena, nonché gli autori di reati commessi in stato di alterata sanità mentale (definiti dall'articolo 31 comma 2 del codice penale), nei confronti dei quali il tribunale abbia ordinato l'internamento in un istituto penitenziario in cui vengono adottate misure specifiche di trattamento o di riabilitazione (Magierska 2020).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Come dimostra la pratica attuale l'influenza delle scienze biomediche sulla creazione della criminologia è tuttora distinguibile. Il suo sviluppo consisteva e si manifesta ancora oggi nel focalizzare gli interessi su quegli aspetti del fenomeno criminale che rientrano anche nel campo di attività dei rappresentanti delle scienze sopra menzionate. Ciò significa concentrarsi, da un lato, sull'autore del reato e, dall'altro, sulle sue caratteristiche biologiche, che in un modo o nell'altro possono essere collegate al comportamento criminale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs14lh1-5"><b>La funzione diagnostica e identificativa della sociologia nella criminologia</b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La tesi di Cesare Lombroso, secondo cui il delitto è una conseguenza necessaria della costituzione patologica fisiologica e psicologica dell'individuo e che afferma che determinati difetti anatomici possono indicare un criminale per nascita, suscitò vivaci reazioni nel mondo della scienza, soprattutto tra sociologi, antropologi e psicologi. Decine di scienziati hanno intrapreso ricerche sulle cause della criminalità, in particolare sul rapporto tra criminalità e predisposizioni genetiche e condizioni ambientali (Kelly, 2006). Gli allievi italiani di Lombroso Raffaele Garofalo ed Enrico Ferri si allontanarono dalla tesi unilaterale del loro maestro basata sull’assunto delcriminale nato, dedicandosi alla ricerca criminologica, psicologica e sociologica. Garofalo portò il termine "criminologia" al rango di &nbsp;scienza mondiale pubblicando nel 1885 il libro <i>La criminologia</i><!--[if !supportFootnotes]-->[2]<!--[endif]-->. Nel 1881 Ferri pubblicò la celebre opera <i>I nuovi orizzonti del diritto e della procedura penale</i>, che, a partire dalla terza edizione nel 1892, intitolò <i>La sociologie criminelle</i>, proponendo così un'altra nuova disciplina (Criminals and Their Scientists, 2009).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le considerazioni degli statistici del XIX secolo, come Quetelet o Tarde, sono spesso considerate all'origine di questo tipo di approccio in criminologia, che si concentra non tanto sul criminale in sé, ma sul crimine come un certo </span><i class="fs12lh1-5">fenomeno sociale</i><span class="fs12lh1-5">. Questo approccio ha già avuto un posto permanente nella criminologia da quando la </span><i class="fs12lh1-5">sociologia</i><span class="fs12lh1-5"> ha iniziato a esercitare un'influenza significativa sulla criminologia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sebbene nel Vecchio Continente l’influenza della sociologia sulla criminologia fosse già visibile a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ciò si verificò soprattutto nell’attività della scuola sociologica del diritto penale, rappresentata, tra gli altri, da studiosi come Franz von Liszt e Enrico Ferri, detta anche </span><i class="fs12lh1-5">sociologia criminale</i><span class="fs12lh1-5">, la svolta fondamentale avvenne nel periodo tra le due guerre, ma fuori dall'Europa - anche negli Stati Uniti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In quello che allora era il Paese in via di sviluppo più dinamico del mondo, si sviluppò su vasta scala la moderna ricerca sociologica, che comprendeva studi su questioni legate al fenomeno sociale della criminalità e alle minacce che questo fenomeno ancora comporta. Oggi, la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia </i><span class="fs12lh1-5">nordamericana è dominata dai rappresentanti della </span><i class="fs12lh1-5">sociologia</i><span class="fs12lh1-5"> e dagli approcci di ricerca scientifica che rappresentano, spostandosi in Europa. Al giorno d'oggi, le connessioni tra </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> e </span><i class="fs12lh1-5">sociologia</i><span class="fs12lh1-5"> hanno uno spettro multiplo. Anche per questo motivo la sociologia ha sviluppato numerose sottodiscipline che si occupano di questioni che costituiscono filoni di ricerca legati alla </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5">. Innanzitutto va menzionata la sottodisciplina della </span><i class="fs12lh1-5">patologia sociale </i><span class="fs12lh1-5">(Podgórecki, 1993) che si occupa dei fenomeni sociali noti come </span><i class="fs12lh1-5">patologia sociale.</i><span class="fs12lh1-5"> In generale, tuttavia, si tratta di fenomeni sociali socialmente distruttivi o almeno in una certa misura socialmente dannosi, che disturbano il corretto funzionamento della </span><i class="fs12lh1-5">società.</i><span class="fs12lh1-5"> Sebbene i criteri di nocività, e quindi di patologia, possano essere controversi, le manifestazioni di patologia sociale includono, oltre alla criminalità stessa, fenomeni come l'alcolismo, la tossicodipendenza, la prostituzione, i divorzi e altre manifestazioni di disfunzione familiare, comportamenti devianti, bambini e adolescenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La patologia sociale come sfera della scienza comprende anche irregolarità e interruzioni nel funzionamento delle istituzioni pubbliche (Gaberle, 2004). Nel caso di una sottodisciplina separata della sociologia, soprattutto nella sociologia anglosassone, conosciuta come </span><i class="fs12lh1-5">sociologia del comportamento deviante</i><span class="fs12lh1-5"> (questo nome deriva dalla parola inglese </span><i class="fs12lh1-5">cleuiance</i><span class="fs12lh1-5">, che significa violazione di una certa norma sociale</span><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">), i ricercatori devono occuparsi del meccanismi psicosociali e sociali di comportamento che violano le riconosciute </span><i class="fs12lh1-5">norme sociali</i><span class="fs12lh1-5">. Poiché la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> si occupa di comportamenti che violano un tipo specifico di norme, come le norme del diritto penale, potrebbe anche essere trattata come una sottodisciplina della sociologia del comportamento deviante, che si occupa anche delle violazioni di altre norme che creano il </span><i class="fs12lh1-5">sistema normativo sociale</i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">C'è un altro concetto correlato nella sociologia americana: il </span><i class="fs12lh1-5">problema sociale</i><span class="fs12lh1-5">. I problemi sociali sono fenomeni percepiti nella percezione sociale come la creazione di un bisogno o addirittura la necessità di intraprendere azioni volte a risolverli o addirittura a prevenirne il verificarsi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L'elenco dei problemi sociali nelle società odierne può essere lungo. Tra questi rientrano non solo patologie sociali come la criminalità, l’alcolismo, la tossicodipendenza, la prostituzione, il suicidio, ma anche fenomeni che hanno anche origini sociali, come la disoccupazione, la povertà, l’esclusione sociale, la discriminazione razziale, religiosa, culturale e di qualsiasi altra natura, la disuguaglianza di status degli uomini e delle donne, disgregazione delle famiglie e delle comunità locali, malattie mentali, problemi della vecchiaia e altri. Secondo alcuni sociologi lo studio dei problemi sociali verrebbe affrontato da una disciplina separata conosciuta come </span><i class="fs12lh1-5">sociologia dei problemi sociali </i><span class="fs12lh1-5">(Merton, Nisbet, 1976). Ancora una volta, la criminologia ne farebbe effettivamente parte, occupandosi di tutti gli aspetti dello specifico problema sociale della criminalità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> e i suoi rappresentanti iniziarono ad interessarsi alle determinanti sociali della criminalità nei gruppi primari e in altri piccoli gruppi sociali, come per esempio il gruppo dei pari e a livello di</span><b class="fs12lh1-5"> strutture</b><span class="fs12lh1-5"> come vicini, comunità locale, strati sociali, classi sociali, istituzioni economiche, così come e sul piano della </span><b class="fs12lh1-5"><i>società globale</i></b><span class="fs12lh1-5">, dove contano </span><i class="fs12lh1-5">lo stato-nazione</i><span class="fs12lh1-5"> e le sue strutture di potere. In questo approccio, la criminalità cessò di essere esclusivamente un fenomeno di psicopatologia individuale e cominciò a essere riconosciuta come un fenomeno con un’origine sociale più ampia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Attualmente, un numero significativo di tesi e affermazioni in </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> sono formulate nel linguaggio dei sociologi, e gran parte della ricerca criminologica, principalmente di natura empirica, è condotta sulla base di metodi di ricerca presi direttamente dalla sociologia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’influenza dei sociologi sulla </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> ha portato ad un aumento dell’interesse, ad esempio, per i </span><b class="fs12lh1-5">meccanismi di controllo sociale sulla criminalità</b><span class="fs12lh1-5"> come fenomeno sociale negativo, cioè all’attivazione di istituzioni e meccanismi informali e formali, creati dalla </span><i class="fs12lh1-5">società-nazione</i><span class="fs12lh1-5">, che si sforza di imporre ai propri cittadini l’armonizzazione delle loro azioni e comportamenti con modelli socialmente accettati (Sztompka, 1967).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Quindi quando si considerano le connessioni tra la criminologia e le varie sottodiscipline e rami della sociologia, non possiamo dimenticare l'esistenza di una sottodisciplina sociologica, come la </span><i class="fs12lh1-5">sociologia del diritto </i><span class="fs12lh1-5">(Pieniążek, 2021) che si occupa, ad esempio, di questioni relative alle origini e ai meccanismi di funzionamento e rispetto delle </span><i class="fs12lh1-5">norme legali</i><span class="fs12lh1-5">, nonché questioni relative alla loro percezione sociale. I suoi risultati sono spesso estremamente importanti per la criminologia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs14lh1-5"><b>Il connubio delle discipline per una cura educativa</b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sebbene l'attenzione di Lombroso si concentri quasi esclusivamente sulle caratteristiche innate del criminale e le sue teorie trovino oggi molti oppositori, va notato che furono le teorie del medico italiano a dare sul criminale e sulla commissione di un crimine una prospettiva che si è discostata totalmente da quella della scuola classica. Se, da un lato, ricercare le cause dei crimini nell'indole di una persona su basi biologiche doveva, in una certa misura, spiegare il fatto di commettere un reato, lo stesso approccio medico indicava la necessità di trovare e applicare terapie adeguate per "guarire" il criminale. L’importante orientamento in questo senso viene fornito anche dalle discipline sociologiche </span><span class="fs12lh1-5 cf1">che </span><span class="fs12lh1-5">mantengono rapporti con la pedagogia e le altre scienze dell’educazione, quali filosofia, psicologia, sociologia dell’educazione, che indicano l’ambiente sociale come contesto, in cui, in relazione ai molteplici fattori, si sviluppano vari disagi e patologie sociali. Effettivamente questi risultati interdisciplinari hanno permesso di fornire una prospettiva nuova per la “cura” del criminale predisponendo, in base ai risultati interdisciplinari, i mezzi pedagogici. &nbsp;Tuttavia, è particolarmente forte la necessità di rivolgersi a quella branca della pedagogia chiamata pedagogia della risocializzazione (Czapów, 1978).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sicuramente anche lo sviluppo dinamico della </span><i class="fs12lh1-5">psicologia</i><span class="fs12lh1-5"> alla fine del XIX secolo e durante tutto il XX secolo fece sì che anche questa disciplina e i suoi rappresentanti cominciassero a interessarsi scientificamente all'autore di un crimine e a forme specifiche del comportamento umano, come gli atti criminali. I criminologi con approccio psicologico hanno cominciato ad occuparsi, e lo fanno ancora oggi, delle questioni relative al rapporto tra alcune variabili di natura psicologica, come la personalità, le emozioni, il temperamento, il processo di apprendimento, il livello di sviluppo mentale, da un lato - e il comportamento di un criminale da un altro.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’ampio spazio viene qui dedicato ai problemi di natura della personalità, ad esempio alla riflessione scientifica sul tema della possibile esistenza di un tale insieme/sistema di tratti della personalità, denominato anche </span><i class="fs12lh1-5">personalità criminale</i><span class="fs12lh1-5">, che potrebbe favorire la propensione a delinquere. Oltre all'attività puramente di ricerca, oggi lo psicologo, solitamente insieme a uno psichiatra, agisce come esperto in un processo penale, occupandosi di una diagnosi completa della persona che ha commesso il crimine. Ciò serve al tribunale per determinare il grado di capacità dell'autore del reato di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e per applicare con precisione le misure penali previste dalla legge a un determinato reato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le questioni pedagogiche in criminologia riguardano principalmente l’aspetto dell'attuazione di misure punitive contro gli autori di reati, in particolare la reclusione. Ciò è diventato particolarmente importante a partire dagli anni '50, in connessione con lo sviluppo del concetto di considerare la detenzione come un mezzo per </span><i class="fs12lh1-5">risocializzare l'autore di un reato</i><span class="fs12lh1-5">, cioè rieducare l'autore del reato per prepararlo a condurre un'esistenza normale in società, riparando i difetti della socializzazione precedente ed eliminando le aberrazioni che erano alla base del comportamento criminale che di conseguenza dovrebbe essere eliminato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nella psiche di una persona condannata al carcere c'è la convinzione di dover "ricostruire" la propria vita. Niente tornerà del passato precarcerario, niente sarà più come prima. La sua psiche sarà segnata da una percezione negativa di se stessa e dell'atto per il quale è stata punita. Dopo aver scontato la pena, le sarà pressoché impossibile ritornare ad una dimensione migliore della sua personalità se non le verrà consentito di compiere alcun tentativo di indirizzare il proprio percorso di sviluppo e di modificare le esperienze negative che l’hanno portato al delitto. È quindi importante riscoprire se stesso, tutte le tue emozioni ed esperienze, riscoprirsi affidabile e trovare un'altra persona con cui poter interagire. Per questo motivo tutte le attività pedagogiche e rieducative dovrebbero essere affiancate da attività mirate alla relazione, alla socializzazione e alla progettazione. È necessario pianificare attività, sia all'interno che all'esterno del carcere, in cui il detenuto abbia l'opportunità di condividere esperienze ed emozioni con gli altri e di ritornare gradualmente alla vita sociale. Esperienze relazionali soddisfacenti innescano il bisogno di ripeterle e forniscono così l'opportunità di percepirsi positivamente (Collins, 2011), di considerare il proprio passato nel contesto dei cambiamenti e del bisogno di trasformazione, proiettandosi in un futuro di successo e di pieno valore.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La progettazione sinergica e l'organizzazione dei singoli elementi educativi all'interno delle mura del carcere consentono un cambiamento nella percezione di sé e una graduale transizione soggettiva dalla dimensione di un criminale alla dimensione di una persona che progetta e sviluppa una nuova prospettiva di un futuro di valore. In questo modo il processo di identificazione si attua su più livelli e la percezione del passato evolve in modo critico e costruttivo. Questo tipo di progettazione educativa mira ad attivare processi che non si sono mai sviluppati nel contesto socio-familiare delle persone detenute, le cui vite sono state spesso “vissute male” o quanto meno incomplete (Cardinali, Craia, 2014).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il prossimo importante compito della pedagogia criminale non è solo quello di "riqualificare" le persone che si trovano in carcere, ma anche di contribuire a un cambiamento nella percezione della persona privata della libertà e del carcere da parte di altre persone che ne sono fuori. Dovrebbero essere intraprese attività informative ed educative in ambienti sociali volte a fermare lo sviluppo, o addirittura eliminare, il processo di </span><i class="fs12lh1-5">stigmatizzazione</i><span class="fs12lh1-5">, noto anche come </span><i class="fs12lh1-5">marcatura</i><span class="fs12lh1-5">, vale a dire l’attribuzione di nomi negativi a individui che, per qualsiasi motivo, sono stati condannati al carcere. Il processo di </span><i class="fs12lh1-5">stigmatizzazione</i><span class="fs12lh1-5"> favorisce il consolidamento delle deviazioni e può verificarsi in varie situazioni. La</span><i class="fs12lh1-5"> stigmatizzazione</i><span class="fs12lh1-5"> contribuisce quindi al fatto che un'entità il cui comportamento è stato percepito dagli altri come degno di </span><i class="fs12lh1-5">stigmatizzazione</i><span class="fs12lh1-5"> si riconoscerà nell'</span><i class="fs12lh1-5">etichetta</i><span class="fs12lh1-5"> con cui è stata marcata e agirà in conformità con essa. Pertanto, questa etichetta costituisce una sorta di peso e di direzione che una persona sceglierà, più o meno consapevolmente, anche contro la propria volontà.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il concetto di </span><i class="fs12lh1-5">stigma</i><span class="fs12lh1-5"> è stato introdotto dal sociologo americano Erving Goffman nel 1963 in </span><i class="fs12lh1-5">Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity</i><span class="fs12lh1-5">, testo considerato una pietra miliare della </span><i class="fs12lh1-5">sociologia della devianza</i><span class="fs12lh1-5">. Nell'antica Grecia, questo termine veniva usato per descrivere stimmate permanenti bruciate o incise con un coltello, che comunicavano lo status di un individuo come schiavo, criminale o traditore. Secondo Goffman lo </span><i class="fs12lh1-5">stigma</i><span class="fs12lh1-5"> è una caratteristica profondamente discreditante che declassa un individuo, segnandolo e disonorandolo in modo potenzialmente duraturo. Una persona può essere screditata a causa di una deformazione fisica o di una critica ad aspetti caratteriali o elementi collettivi dell'ambiente da cui proviene, come l'appartenenza culturale o religiosa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Questo concetto prevede un doppio approccio:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs12lh1-5">il portatore dello stigma è consapevole che altre entità conoscono il suo tratto connotato negativamente, il che gli provoca uno stato di discredito;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il portatore dello stigma è consapevole che altre entità non conoscono il tratto connotato negativamente perché non sono informate o non lo vedono fisicamente, sebbene tale tratto determini lo stato discreditante dell'entità.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nelle interazioni tra una persona "screditata" e una persona "normale", è importante il processo di controllo della tensione derivante dal "discreditamento", mentre nel caso di una persona che tiene conto della possibilità di essere "screditata", diventa importante il controllo delle informazioni relativo alla caratteristica stigmatizzante. In altri termini, nel primo caso, tale situazione si associa alla necessità del soggetto di far fronte ad un pregiudizio chiaramente condiviso nei suoi confronti, mentre nel secondo si associa al timore che altri vengano a conoscenza del tratto stigmatizzante e della difficoltà di far fronte ad una possibile reazione condizionata dal pregiudizio da parte di altre persone quando ne vengono a conoscenza. In questo processo, però, il soggetto stigmatizzato ha già interiorizzato, attraverso la socializzazione, i criteri di valutazione relativi al tratto negativo, che gli fanno automaticamente credere, almeno in alcune circostanze, di non poter essere ciò che, secondo le norme generalmente accettate sono considerate valori sociali, dovrebbero esserlo. La vergogna diventa un fattore determinante e deriva dal fatto che l'individuo percepisce alcuni dei suoi attributi come diffamatori o si rende conto chiaramente che gli mancano alcuni degli attributi richiesti (Goffman, 2020).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Tenendo conto del processo sopra descritto, ampiamente discusso da E. Goffman (ma già di interesse per i sociologi che studiavano le forme di devianza, a cominciare da Howard S. Becker, e successivamente anche da altri autori), è necessario creare condizioni che permettano alla persona di ritornare, dopo aver scontato la pena, in una comunità tollerante e amichevole, che ne consenta una sana integrazione. Da qui la necessità di fornire ai detenuti non solo condizioni di vita adeguate e dignitose nelle carceri che rafforzino la loro dignità e il rispetto di sé, ma anche di preparare programmi e attività che permettano loro di scoprire il proprio potenziale e la capacità di partecipare positivamente alla società consentendo ai professionisti di attività o volontariato in ambienti che offrano le condizioni per recuperare e proiettare all'esterno la propria immagine positiva. Possiamo citare qui alcune delle attività promosse in Italia nell'ambito del reinserimento sociale e professionale dei detenuti (Fondazione con il Sud, 2019), nelle quali essi hanno l'opportunità di acquisire una nuova professione e, in futuro, di operare attraverso fondazioni e cooperative le cui attività sono finalizzate alla creazione di posti di lavoro per ex detenuti. Un altro dei tanti esempi può essere la partecipazione dei detenuti a laboratori artistici e artigianali presenti sul territorio del carcere, con la possibilità di mettere i propri prodotti a disposizione della comunità esterna al carcere.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È quindi necessario non solo preparare ma anche, e forse soprattutto, comprendere e rispettare gli obiettivi educativi che l’amministrazione penitenziaria cerca di raggiungere, andando oltre il semplice considerare il carcere come luogo di detenzione e punizione. Le attività dell'istituzione penitenziaria dovrebbero essere finalizzate a fornire assistenza nella costruzione di un ponte verso la comunità esterna. Solo le attività educative, nel quadro di una logica preventiva a tutti i livelli, possono garantire pienamente la sicurezza dei cittadini.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In Polonia e nella maggior parte dei paesi europei, l’attuale sistema penale affida sia alle carceri che ai vari centri alternativi di deprivazione della libertà lo spazio per personalizzare e implementare interventi educativi rivolti a una persona specifica. La pena appare quindi come uno strumento insostituibile di controllo sociale laddove occorre riflettere sulla necessità di un utilizzo generalizzato della reclusione come </span><i class="fs12lh1-5">panacea</i><span class="fs12lh1-5"> per la soluzione di tutti i problemi sociali (Cardinali &amp; Craia, 2014).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da quanto consegue il raggiungimento di un compromesso tra strumenti preventivi tradizionali e strumenti socio-riabilitativi che diano maggiore certezza circa la possibilità di rieducazione e metamorfosi positiva di una determinata persona può sembrare una soluzione vantaggiosa nell’ambito della pedagogia criminale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Epilogo</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">A parte i complicati problemi relativi alle possibili demarcazioni e relazioni tra la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> e le suddette sottodiscipline, va affermato che la </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> contemporanea, prestando particolare attenzione ad una specifica manifestazione di patologia sociale, a una specifica forma di devianza del comportamento o a uno specifico problema sociale della criminalità e il fenomeno della criminalità, non si basa solo sui risultati scientifici dei sociologi, ma allo stesso tempo spesso conduce le sue ricerche e considerazioni su uno sfondo più ampio di patologia sociale, comportamento deviante e problemi sociali, poiché i collegamenti di molti di loro con il fenomeno criminale sono chiaramente visibili dando spazio agli interventi di approccio pedagogico.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Indubbiamente l'“espansione” della sociologia che da anni avviene in </span><i class="fs12lh1-5">criminologia</i><span class="fs12lh1-5"> ha ampliato gli orizzonti di ricerca di questa scienza, contribuendo anche alla comprensione del comportamento umano come il risultato dell’influenza del tessuto sociale sulla persona. Questo pone le essenziali fondamenta per la strutturazione e realizzazione dei piani educativi e rieducativi con l’obiettivo non di solo reinserimento dei detenuti nel mondo sociale, ma anche avendo cura che lo stesso tessuto sociale nel quale queste persone verranno introdotte o torneranno a vivere, sia sano e propositivo. Poiché “un effetto duraturo della riabilitazione sociale è quello di ottenere un cambiamento di identità per le persone disadattate, nella forma di pensare a se stessi e alle proprie priorità di vita in modo diverso rispetto a prima, e quindi anche una percezione alternativa di queste persone da parte dell'ambiente sociale” (Konopczyński, 2014), diventa necessario tener conto di conquiste interdisciplinari nella criminologia, con &nbsp;particolare considerazione della sociologia, psicologia e pedagogia come scienze diagnostiche e nello stesso momento capaci di proporre ed eseguire &nbsp;soluzioni rieducative-terapeutiche per la persona e per il suo ambiente sociale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le tendenze interdisciplinari nella criminologia emerse sotto questa influenza, raggiungendo non solo i risultati scientifici, ma anche i valori e le culture delle nazioni e delle generazioni successive, creano indubbiamente un approccio che potrebbe favorire l'utilizzo da parte dei rappresentanti delle </span><i class="fs12lh1-5">scienze della sicurezza</i><span class="fs12lh1-5"> del fattore criminologico della </span><i class="fs12lh1-5">cultura della sicurezza nazionale</i><span class="fs12lh1-5"> così delineata.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><hr></div><b class="imTAJustify fs11lh1-5">Bibliografia</b><br><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Antonini G. (1900),<i> I Precursori di C.Lombroso</i>, Torino, Fratelli Bocca Editori.</span></li><li>Błachut J., Gaberle A., Krajewski K.. (2004) <i>Kryminologia</i><span class="fs11lh1-5">, Gdańsk, Arche.</span></li><li>Cardinali C., Craia R. (2014)<i>, </i><span class="fs11lh1-5">Il paradigma rieducativo nel trattamento penitenziario, Azioni e valutazione possibile, </span><i>Formazione &amp; Insegnamento</i><span class="fs11lh1-5"> XII – 4.</span></li><li>Criminals and Their Scientists. The History of Criminology in International Perspective, (2009) New York, Becker P., Wetzell R.F. ed.</li><li>Czapów Cz. (1978) <i>Wychowanie resocjalizujące</i><span class="fs11lh1-5">, Warszawa, Państwowe Wydawnictwo Naukowe.</span></li><li>Collins R. (2011), <i>Łańcuchy rytuałów interakcyjnych</i><span class="fs11lh1-5">, Kraków, Nomos.</span></li><li>Fondazione con il Sud (2019, 25 novembre), Carceri: 8 progetti per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, Roma. https://www.fondazioneconilsud.it/news/carceri-8-progetti-per-il-reinserimento-socio-lavorativo-dei-detenuti/ , accesso 6.10.2023.</li><li>Gaberle A. (1993), <i>Patologia społeczna</i><span class="fs11lh1-5">, Warszawa, Wydawnictwo Prawnicze.</span></li><li>Goffman E. (2005), <i>Piętno. Rozważania o zranionej tożsamości</i><span class="fs11lh1-5">, Gdańsk, Gdańskie Wydawnictwo Psychologiczne.</span></li><li>Goffman E. (2020), <i class="fs11lh1-5">Stigma.</i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5">Note sulla questione dell’identità negata</i><span class="fs11lh1-5">, Firenze, Marco Bontempi.</span></li><li>Kelly J.M.. (2006) <i>Historia zachodniej teorii prawa</i><span class="fs11lh1-5">, Kraków, WAM.</span></li><li>Konopczyński M. 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Zarys wykładu</i><span class="fs11lh1-5">, Warszawa, Wolters Kluwer.</span></li><li>Piwowarski J. (2016), <i class="imTAJustify">Nauki o bezpieczeństwie. Zagadnienia elementarne</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5">, Kraków, Wyższa Szkoła Bezpieczeństwa Publicznego i Indywidualnego „Apeiron” w Krakowie.</span></li><li>Podgórecki A. (1969), <i>Patologia życia społecznego</i><span class="fs11lh1-5">, Warszawa, Правни факултет Универзитета у Нишу.</span></li><li>Schütz A. (1960), <i class="imTAJustify">Der sinnhafte Aufbau der sozialen Welt. Eine Einleitung in die Verstehende Soziologie</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5">, Wien, Springer-Verlag,</span><i class="imTAJustify">Słownik Języka Polskiego.</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> (1996) Szymczak M (a cura di) Warszawa, &nbsp;vol. I.</span></li><li>Sztompka P. (1967), Teoria kontroli społecznej: próba systematyzacji, <i>Kultura i Społeczeństwo</i><span class="fs11lh1-5">, n.3.</span></li><li>Treccani (nd) – Devianza (https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/DEVIANZA/).</li><li>La Repubblica – Dizionari (nd) – Devianza &nbsp;&nbsp;https://dizionari.repubblica.it/Italiano/D/devianza.html</li><li>Tyszkiewicz L. (2007-2008), Kryminogeneza i sposoby jej badania, <i>Archiwum Kryminologii</i><span class="fs11lh1-5">, T. XXIX–XXX.</span></li><li>Widacki J.(2020), Początki kryminologii w Polsce. Od ery prepozytywistycznej do pełnego pozytywizmu, <i>Krakowskie Studia z Historii Państwa i Prawa</i><span class="fs11lh1-5">; 13 (4).</span></li></ol></div><div><br><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs11lh1-5">[1]<!--[endif]--> <i>Costrutto sociale</i> - il significato di questo concetto sociologico si riduce al fatto che è il modo in cui le persone - in primo luogo - percepiscono ciò che è più importante per loro, in secondo luogo - come spiegano la realtà e i suoi singoli elementi e, in terzo luogo - come interpretano <i>il mondo sociale </i>che li circonda e i fenomeni, gli eventi, le entità e i fatti che in esso accadono; La <i>consapevolezza sociale</i> può anche essere intesa come un <i>costrutto sociale</i>, cioè il prodotto di una visione dell'uomo storicamente creata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2]</span><span class="fs11lh1-5"> Il termine "criminologia" sarebbe stato usato poco prima, nel 1879, dall'antropologo francese Paul Topinard (1830-1911) - (Błachut et. al. 2014, p. 17).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3]</span><span class="fs11lh1-5"> È estremamente importante che le parole </span><i>deviance </i><span class="fs11lh1-5">e</span><i> cleriant</i><span class="fs11lh1-5"> in inglese abbiano un significato puramente descrittivo e significhino solo comportamenti incoerenti con qualche norma o modello, senza includere automaticamente giudizi e valutazioni di questa incoerenza. Gli equivalenti polacchi "dewiacja" e soprattutto "dewiant" contengono significative connotazioni negative, simili, anche se con una carica meno negativa, alla parola "pervertito", e sono quindi associati principalmente a disturbi sessuali (Słownik Języka Polskiego, 1996) Da qui il termine "deviazione sociale positiva" proposto nella letteratura polacca, che dovrebbe significare una violazione di una norma in un contesto valutato positivamente, modo, cioè fare più di quanto richiesto dalla norma (Kwaśniewski 1976), assolutamente coerente con il significato dell'originale inglese, per un profano può dare l'impressione di una contraddizione interna. Paragonabile considerazioni si possono fare in riferimento alla lingua italiana. Per esempio l’enciclopedia Treccani (nd) descrive devianza come termine che si usa “per indicare quei comportamenti che si allontanano da una norma o da un sistema di regole; in partic., in sociologia, la non conformità agli standard normativi del gruppo o sottogruppo sociale di appartenenza, e più spesso a quelli del gruppo dominante, il quale, non potendo accettare tale comportamento abnorme, lo disapprova e spesso lo condanna con l’emarginazione o con sanzioni sociali di vario tipo”. Simile descrizione la troviamo nel dizionario de La Repubblica (nd), dove per la devianza si intende “complesso di atteggiamenti e comportamenti che si allontanano in modo rilevante da quelli considerati normali all'interno di una società o di un ambiente, cui consegue l'emarginazione dell’individuo”.</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 17:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Rosa Vespa e la presunta gravidanza isterica]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000022"><div><div><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Rosa Vespa, la donna che ha rapito una neonata in ospedale è affetta da gravidanza isterica? Per ora, aspettiamo il parere dei colleghi che si stanno occupando del caso e concentriamoci su questo disturbo mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La gravidanza isterica, in termini medici, si chiama pseudociesi e rientra tra i disturbi chiamati “psicosomatici”, per essere precisi nella categoria dei disturbi da sintomi somatici, i quali si manifestano in una persona che presenta segni e sintomi di una patologia o, come nel caso della pseudociesi, di una gravidanza. Una gravidanza che non sussiste, ma di cui è pienamente convinta la persona che soffre del disturbo, in quanto i sintomi sono veri, così come diversi segni osservabili all’esterno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le cause della pseudociesi, che è un disturbo abbastanza raro, non sono ancora note e ne possono soffrire anche gli uomini, così come alcuni animali, ad esempio i cani. Tuttavia, per quanto riguarda gli esseri umani, sicuramente la psiche gioca un ruolo fondamentale. Nella donna, ad esempio, il disturbo può insorgere ed essere poi alimentato dal desiderio spasmodico di avere un bambino o dalla paura di restare incinta e questa condizione patologica può essere anche provocata o aggravata da pressioni sociali o fattori culturali. Ma perché compaiono segni e sintomi di una gravidanza? Semplicemente perché la psiche attiva delle risposte neuroendocrine da parte dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, che si traducono nella secrezione abnorme di estrogeni e prolattina, ma anche nel rilascio di neurotrasmettitori che regolano gli ormoni riproduttivi. Questa risposta fisiologica può essere aumentata se si è in presenza di un forte stato depressivo. Quindi, nella pseudociesi si può avere effettivamente rigonfiamento dell’addome, anche se non emerge un’apprezzabile protrusione dell’ombelico, aumento di peso, alterazione o interruzione del ciclo mestruale, nausea, vomito, sbalzi d’umore, aumento del volume del seno, fuoriuscita di latte dai capezzoli, ma anche la sensazione dei movimenti fetali. In rarissimi casi, persino dei dolori da travaglio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come riportato in precedenza, la pseudociesi è abbastanza rara, ma è ancor più rara è la compresenza di tutti i segni e i sintomi tipici di una vera gravidanza, che potrebbero ingannare non solo la donna che soffre del disturbo, ma anche le persone a lei più vicine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda l’eventuale pseudociesi di Rosa Vespa, qualora venisse diagnosticata nella donna, staremo a vedere quali saranno le valutazioni e le conclusioni degli esperti che si occuperanno del caso, soprattutto le valutazioni di carattere psicopatologico ai fini giudiziari, ovvero la capacità di intendere e di volere al momento del fatto. Parallelamente, si potrà anche apprezzare la validità delle dichiarazioni rilasciate dalle persone più vicine alla donna circa l’impossibilità di sospettare che la stessa stesse simulando una gravidanza.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 17:40:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’abuso sui minori: dimensioni legali, culturali e impatto sulla vittima]]></title>
			<author><![CDATA[ScienzeForensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Melissa Guidi</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Email: melissa.guidi99@gmail.com</span></div></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Abstract</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> L’articolo esamina il fenomeno dell’abuso sui minori, analizzandolo sotto diversi aspetti per offrire una visione completa del problema. Dopo una definizione introduttiva del concetto di abuso, vengono analizzati i principali riferimenti legislativi volti a prevenire e punire tali comportamenti, con un focus sulle normative internazionali. Un’attenzione particolare è dedicata al tema dell’abuso come reato culturalmente motivato, mettendo in luce come alcune pratiche, sebbene accettate in determinati contesti socioculturali, costituiscano una violazione dei diritti fondamentali del minore. Vengono poi esaminati il contesto dell’abuso e le conseguenze psicologiche, fisiche e sociali sulle vittime.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">1. L’abuso sui minori</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Definire e classificare i comportamenti umani è particolarmente difficile, soprattutto quando si tratta di comportamenti sessuali illeciti che costituiscono reato. Da una parte bisogna garantire la libertà sessuale di ciascun individuo in armonia con gli altri e con i valori sociali, dall’altra, includere tali comportamenti nella legge quando prevalgono pulsioni sessuali che portano a condotte illecite. Per dare una definizione di abuso sui minori, tema che purtroppo ancora oggi viene poco segnalato, bisogna prendere in considerazione sia il piano legislativo che quello psicologico. Dal punto di vista psicologico, qualsiasi attrazione sessuale di un adulto verso un bambino potrebbe essere considerata una patologia potenzialmente abusiva, ma è essenziale sottolineare che, se questa attrazione rimane inespressa o non viene percepita dalla vittima, non può essere classificata come abuso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’abuso all’infanzia come tutte le forme di «Maltrattamento fisico e/o emozionale, abuso sessuale, trascuratezza o negligenza o sfruttamento commerciale o altro che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo o per la sua dignità nell’ambito di una relazione caratterizzata da responsabilità, fiducia o potere» (World Health Organization, 1999). Riguardo invece, più nello specifico, l’abuso sessuale sui minori, la prima definizione risale al 1981, al IV Colloquio Criminologico di Strasburgo del Consiglio d’Europa: deve intendersi abuso sessuale su un minore «</span><i class="fs12lh1-5">L’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino, attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale</i><span class="fs12lh1-5">». E ancora: «</span><i class="fs12lh1-5">Ogni atto sessuale che provochi lesioni fisiche ed ogni atto sessuale imposto al bambino non rispettando il suo libero consenso</i><span class="fs12lh1-5">». Tuttavia, proprio quest’ultima frase solleva il problema che un bambino potrebbe non possedere la maturità necessaria per esprimere il consenso. Un’altra definizione mette invece in evidenza le condizioni della vittima, incapace di scegliere o di comprendere ciò che sta accadendo: il Professor Francesco Montecchi, nel 1994 descrive l’abuso come «Il coinvolgimento di soggetti immaturi e dipendenti in attività sessuali, soggetti cui manca la consapevolezza delle proprie azioni nonché la possibilità di scegliere» (Montecchi, 1994).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">2. Riferimenti legislativi</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’età alla quale fare sesso con un minore costituisce reato varia significativamente da un paese all’altro, poiché dipende dalle leggi specifiche di ciascuna giurisdizione e, nel corso degli anni, sono state promulgate numerose leggi per garantire la protezione dei minori. Il Giappone, per decenni, ha avuto l’età del consenso più bassa tra i paesi del G7, fissata a 13 anni da una legge risalente al 1907 e soltanto il 16 giugno 2023, a causa di una serie di crimini sessuali, il Parlamento giapponese ha approvato un disegno di legge che innalza l’età del consenso a 16 anni. Oltre ad alzare l’età del consenso, con la nuova riforma viene considerato “stupro” qualsiasi rapporto non consenziente e chiunque tenti di persuadere un minore di 16 anni a partecipare a incontri sessuali mediante intimidazione, seduzione o promessa di denaro viene punito con una pena detentiva fino a un anno o con una multa fino a 500.000 yen (The Guardian, 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversamente invece, negli Stati Uniti l’età del consenso varia a seconda dello Stato, ma è generalmente compresa tra i 16 e i 18 anni. Molti degli Stati membri hanno inoltre optato per delle eccezioni alle leggi del consenso: le Close-in-Age Exemptions, anche chiamate Romeo and Juliet Laws, provvedono che una persona può legalmente fare sesso consensuale con un minore, dopo aver accertato che la differenza di età tra di loro non sia superiore di 3 o 4 anni (Barnett Howard &amp; Williams, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È molto particolare invece il caso dello Yemen, il Paese più povero dell’Asia Orientale, afflitto da un elevato tasso di disoccupazione, corruzione e violazione dei diritti umani, che includono i matrimoni infantili. Secondo uno studio condotto nel 2006 dall’UNICEF, il 14% delle ragazze in Yemen si sono sposate prima dei 15 anni. E nel 2008, uno studio dell’Università di Sana’a, ha notato che in alcune aree rurali, bambine di 8 anni vengono date in matrimonio. Attualmente lo Yemen non ha un’età del consenso e un’età minima per contrarre matrimonio: nel 1999 infatti, il Parlamento ha abolito l’articolo 15 dello Yemen’s Personal Status Law, che stabiliva l’età minima per contrarre matrimonio a 15 anni. Ciò va a discapito di bambine e ragazze che vengono date in sposa a uomini adulti e sottoposte a stupri coniugali prima della pubertà: lo Yemen registra il più alto tasso di mortalità materna al mondo (Human Rights Watch, 2011). Casi simili accadono anche in Arabia Saudita: un giudice ha rifiutato di concedere il divorzio a una bambina di 8 anni sposata con un uomo di 58, suscitando l’indignazione dell'UNICEF, del Dipartimento di Stato USA e dei gruppi per la tutela dei diritti umani (The Guardian, 2008).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, l’età del consenso varia generalmente dai 14 ai 16 anni e per proteggere adeguatamente l’infanzia e prevenire lo sfruttamento sessuale, sono state approvate diverse leggi a livello internazionale. Tra queste, le principali sono:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Protocollo opzionale sulla vendita delle persone di minore età, prostituzione infantile e pornografia infantile;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Direttiva 2011/93/UE.</span></li></ul><b class="fs14lh1-5"><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div>3. L’abuso sul minore come reato culturalmente motivato</b></div><div><span class="fs12lh1-5">I reati culturalmente motivati possono essere definiti come atti criminali commessi da individui o gruppi che seguono norme, valori, o tradizioni della propria cultura di origine, anche quando queste pratiche violano le leggi del Paese ospitante. Questa confluenza tra cultura di origine e sistema giuridico locale crea una tensione tra il rispetto delle tradizioni e l’adesione alle leggi nazionali. Alcuni esempi di questa tipologia di reati sono i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali femminili, i crimini d’onore, la poligamia e il lavoro minorile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli Stati Uniti, a partire dal 1990, si è cominciato a riconoscere la necessità di trovare un equilibrio tra le consuetudini e le tradizioni culturali delle minoranze e le leggi e i valori etico-sociali dominanti nel Paese. Le Corti hanno così cominciato a ricorrere al concetto di reato culturale e allo strumento della “cultural defense”. Un reato è considerato culturale quando alla sua base esiste un substrato culturale importante e forse decisivo per l’individuo che ha agito, ma questo crea un conflitto tra una norma penale dell’ordinamento ospitante e una norma culturale radicata nel gruppo minoritario. La sfida per la politica giudiziaria è come trattare questi casi: se prevalere con la tolleranza e la comprensione delle diversità culturali, oppure con una ferma applicazione delle leggi nazionali, rispondendo alle esigenze di difesa collettiva. Un esempio significativo è il caso di un padre afghano immigrato nel Maine nel 1989 con la sua famiglia, denunciato da una vicina di casa che lo ha visto baciare il pene del figlio di 18 mesi. Accusato di Gross Sexual Assault, durante le indagini, la polizia trova una fotografia che conferma l’atto, ossia dell’uomo che bacia l’organo genitale del figlio. L’uomo ammette il fatto, sostenendo di aver agito secondo la sua cultura. La difesa argomenta che l’atto, privo di danno e considerato affettuoso nella loro cultura, non rientra tra quelli incriminabili e antropologi culturali testimoniano a favore della normalità di questa pratica tra i maschi nella cultura afghana. Un altro caso, avvenuto in Europa, riguarda una coppia di nigeriani musulmani: lui di 25 anni e lei di 13 anni, sposati nel loro paese nel 1969 e poi trasferiti in Inghilterra. Le autorità inglesi, venute a conoscenza della convivenza di una bambina con un uomo adulto, intervennero tramite il Tribunale dei Minori, allontanando la ragazza per danni morali. Su ricorso dell’uomo, la Corte d’Appello ribaltò però la decisione, considerando legittimo il rapporto. Solo verso la fine degli anni ‘80, casi simili portarono a modifiche nelle leggi sull’immigrazione, vietando l’ingresso in Inghilterra a ragazze minori di 16 anni se coniugate (Gianaria et al., 2014).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">4. Il contesto dell’abuso</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’abuso sessuale nel contesto intrafamiliare avviene all’interno della famiglia, ossia da parte dei membri che la costituiscono, come il padre o la madre. Questo fenomeno rappresenta una forma di violenza persistente che non necessita di coercizione fisica per manifestarsi, dati i rapporti di potere e di dipendenza che compongono le relazioni familiari (Terragni, 1997).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Michael C. Seto, psicologo canadese, ha teorizzato che nella maggior parte dei casi l’approccio sessuale del padre verso la figlia potrebbe derivare dalla difficoltà di accedere a partner adulti, a causa di una mancata soddisfazione sessuale o relazionale con la partner attuale (che spesso è la madre della bambina). Pertanto, il problema deriva generalmente dalla dinamica relazionale tra i due genitori (Seto, 2018). Altri studi hanno suggerito che un motivo possibile per l’aggressore potrebbe essere un desiderio sessuale particolarmente elevato. Le principali motivazioni alla base degli abusi all’interno del contesto familiare sono: disturbi mentali, dipendenza da alcol, uso di sostanze stupefacenti; matrimonio avvenuto in età giovanile; famiglia numerosa; problematiche sessuali tra i genitori; timore di una separazione familiare; comportamenti sessuali promiscui; inclinazioni simbiotiche ed endogamiche (Montecchi, 1991).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’abuso sessuale extrafamiliare si verifica invece quando il perpetratore non appartiene al nucleo familiare della vittima, ma può comunque avere un rapporto di fiducia o di autorità su di essa. Questo squilibrio di potere può essere sfruttato per manipolare, convincere o costringere la vittima a subire abusi, spesso attraverso minacce o promesse di ricompense. La coercizione fisica e verbale è spesso più comune in questi casi, soprattutto perché le vittime extrafamiliari tendono a essere più grandi e quindi più capaci di resistere rispetto alle vittime intrafamiliari. A differenza dell’abuso intrafamiliare, che può durare anni a causa della vicinanza costante tra vittima e abusatore, l’abuso extrafamiliare tende a essere più episodico e meno prolungato. Uno studio condotto utilizzando dati d’archivio provenienti dai fascicoli della polizia di due città del Canada occidentale, ciascuna con circa 180.000 abitanti, ha esaminato 1.037 casi di abuso sessuale su minori ed è volto a chiarire le differenze tra l’abuso sessuale intrafamiliare ed extrafamiliare. Nel contesto intrafamiliare le vittime tendono ad essere più giovani quando l’abuso inizia, soprattutto nei bambini maschi; l’abuso extrafamiliare invece tende a coinvolgere vittime più grandi rispetto a quelle coinvolte nell’abuso intrafamiliare e a causare danni fisici ed emotivi più gravi. Gli abusatori intrafamiliari ricorrono frequentemente a istituzioni per mantenere il segreto («non dirlo a nessuno») ed utilizzano meno forza fisica. Al contrario, gli abusatori extrafamiliari, specialmente quando scelgono vittime più grandi, tendono a utilizzare più forza fisica e verbale, poiché le vittime sono in grado di opporre maggiore resistenza. Inoltre, è stato rilevato che gli abusatori intrafamiliari tendono a ricevere più condanne e a scontare pene detentive più lunghe rispetto agli abusatori extrafamiliari (Fischer et al., 1998).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">5. Le conseguenze sulla vittima</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’abuso è un fenomeno devastante per il bambino e può avere gravi ripercussioni sul suo benessere fisico, psicologico e sociale, sia nell’immediato che a lungo termine e gli effetti possono variare in base a fattori come l’età, il tipo e la durata dell’abuso, la relazione con l’aggressore e la resilienza individuale. Le conseguenze fisiche più riscontrate includono: malattie sessualmente trasmissibili, disturbi cardiaci (Shaoyong, et al., 2015), disturbi epatici, cronici e cerebrali, dolore pelvico e dismenorrea nel sesso femminile. Alcuni studi suggeriscono che c’è una correlazione significativa tra esperienze traumatiche vissute nell’infanzia e un aumentato rischio di sviluppare demenza, in particolare il morbo di Alzheimer (Radford et al., 2017). Le esperienze traumatiche inoltre possono alterare la struttura e la funzione del cervello, compromettendo lo sviluppo cerebrale neuronale (Perry, 2002). Gli abusi lasciano profonde conseguenze al bambino, che possono persistere nell’età adulta e influenzare la qualità della loro vita. Uno studio recente ha sintetizzato i dati sugli effetti a lungo termine dell’abuso infantile, incluso quello sessuale, lungo il ciclo di vita. Tra i partecipanti adulti, con un’età media di 54 anni, coloro che avevano subìto abusi riportavano frequenti problemi di salute mentale, come DPTS, disturbi d’ansia e depressione, disturbi della personalità, nonché alti tassi di abuso di alcool e droghe e tentativi di suicidio. Alcuni di loro hanno manifestato in adolescenza forme di delinquenza e in età adulta devono affrontare ancora gravi difficoltà, come la povertà, problemi matrimoniali, condizioni di senzatetto, periodi di detenzione o la perdita della custodia dei figli affidati ai servizi sociali (Carr, et al., 2018). Altre problematiche psichiche che si sono riscontrate sono il disturbo borderline di personalità, caratterizzato da instabilità emotiva, comportamenti impulsivi e relazioni interpersonali turbolente, in cui le persone tendono a sperimentare emozioni intense e fluttuanti, difficoltà a mantenere relazioni stabili, e un’immagine di sé instabile, e il disturbo dissociativo dell’identità, dove il bambino non riesce a comprendere l’entità e la valenza di ciò che ha subìto e l’inconscio, per sopravvivere al trauma, può creare un’identità alternativa (Maniglio, 2009).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo articolo si è parlato del tema dell’abuso sui minori nei suoi molteplici aspetti psicologici, sociali, culturali e legali, evidenziando la complessità di un fenomeno che colpisce profondamente la vita dei minori. Come si è visto, i bambini sono particolarmente vulnerabili e crescere in una famiglia disfunzionale o subire traumi, può compromettere gravemente non solo la loro salute fisica, ma soprattutto quella psicologica. Un aspetto particolarmente allarmante è l’esposizione dei bambini sui social media, una pratica sempre più comune tra i genitori oggi: nella ricerca di visibilità, i genitori condividono immagini e video dei propri figli, senza considerare, o senza essere a conoscenza, dei i potenziali rischi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia e sitografia</b><br><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Barnett Howard &amp; Williams, (2016), The Statuatory Rape dilemma in Texas, consultabile in (<a href="https://www.bhwlawfirm.com/statutory-rape-texas/" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.bhwlawfirm.com/statutory-rape-texas/', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>). </span></li><li>Carr, A., Duff, H., Craddock, F. (2018). A Systematic Review of the Outcome of Child Abuse in Long-Term Care, Trauma, Violence and Abuse, XX(X).</li><li>Fischer, D. G., McDonald, W. L., (1998), Characteristics of intefamiliar and extrafamiliar child sexual abuse, Volume 22, pp. 915-929, consultabile in (<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0145213498000635" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0145213498000635', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>).</li><li>Gianaria, F., Mittone, A., (2014), Culture alla sbarra. Una riflessione sui reati muticulturali, Einaudi.</li><li>Human Rights Watch, (2011), “How Come You Allow Little Girls to Get Married?”. Child Marriage in Yemen, consultabile in (<a href="https://www.hrw.org/report/2011/12/07/howcome-you-allow-little-girls-get-married/child-marriage-yemen" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.hrw.org/report/2011/12/07/howcome-you-allow-little-girls-get-married/child-marriage-yemen', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>).</li><li>Maniglio, R., (2009), The Impact of child sexual abuse on health: a systematic review of reviews, Clin Psychol Rev, pp. 647-657.</li><li>Montecchi, F., (1991), Prevenzione, rilevamento e trattamento dell'abuso all'infanzia, Borla, Roma.</li><li>Montecchi, F., (1994), Gli abusi sessuali: forme cliniche, in Caffo, E., Camerini, G. B., Floris, G., (2004), Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia, Milano, McGraw Hill.</li><li>Perry, B.D., (2002), Childhood experience and the expression of genetic potential: what childhood neglect tell us about nature and nurture, Brain and Mind, consultabile in (<a href="https://link.springer.com/article/10.1023/A:1016557824657" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://link.springer.com/article/10.1023/A:1016557824657', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>). </li><li>Radford, K., Delbaere, K., Draper, B., Mack, H.A., Daylight, G., Cumming, R., Broe, G.A., (2017), Childhood stress and adversity is associated with late-life dementia in Aboriginal Australians, The American Journal of Geriatric Psychiatry.</li><li>Seto, M.C., (2018), Pedophilia and Sexual offending against children. Theory, assessment, and intervention, American Psychological Association, Washington DC.</li><li>Shaoyong, S., Jimenez, M.P., Roberts, C.T.F., Loucks, E.B., (2015), The role of adverse childhood experiences in cardiovascular disease risk: a review with emphasis on plausible mechanisms, Current Cardiology Reports.</li><li>Terragni, L., (1997), Su un corpo di donna. Una ricerca sulla violenza sessuale in Italia, Milano, Giuffrè.</li><li>The Guardian, (2008), Saudi girl, eight, married off to 58-year-old is denied to divorce, consultabile in (<a href="https://www.theguardian.com/world/2008/dec/23/saudiarabia-human-rights?CMP=share_btn_fb" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.theguardian.com/world/2008/dec/23/saudiarabia-human-rights?CMP=share_btn_fb', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>).</li><li>The Guardian, (2023), Japan raises the age of consent from 13 to 16 in reform of sex crime law, consultabile in (<a href="https://www.theguardian.com/world/2023/jun/16/japanraises-age-of-consent-from-13-to-16-in-reform-of-sex-crimes-law" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.theguardian.com/world/2023/jun/16/japanraises-age-of-consent-from-13-to-16-in-reform-of-sex-crimes-law', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>).</li><li>World Health Organization, (1999), Report of the Consultation on Child Abuse Prevention, Ginevra, consultabile in (<a href="https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/65900/WHO_HSC_PVI_99.1.pdf?sequenc e=1&isAllowed=y" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/65900/WHO_HSC_PVI_99.1.pdf?sequenc e=1&isAllowed=y', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">link</a>). </li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 13:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La tratta delle donne nigeriane e i riti Juju]]></title>
			<author><![CDATA[Martina Penazzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina Penazzo - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Il traffico di esseri umani è un crimine estremamente insidioso, poiché, per essere qualificato come tale, devono essere presenti tre elementi distinti. Il primo, è l'atto che deve mirare a reclutare, trasportare, accogliere o ospitare una persona. Il secondo, riguarda i mezzi utilizzati per compiere l'atto, come l'uso della forza o altre forme di coercizione. Infine, il terzo elemento è lo scopo, che deve essere quello dello sfruttamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere l'entità di questo fenomeno, è sufficiente esaminare le stime relative al periodo 2002-2011, pubblicate nel 2012 dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Queste stime indicano che 20,9 milioni di persone sono vittime di lavoro forzato, un dato che include anche le vittime della tratta di esseri umani, tra cui 4,5 milioni costrette allo sfruttamento sessuale. La principale difficoltà nella raccolta di dati sulla tratta di esseri umani risiede nella sua natura intrinsecamente invisibile; la segretezza e gli errori di segnalazione complicano notevolmente la possibilità di effettuare stime o fornire dati precisi. Tuttavia, secondo le informazioni fornite dall'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine nel 2014, sono state registrate 17.752 vittime di tratta in 85 paesi, mentre tra il 2012 e il 2014 sono state identificate 63.251 vittime, di cui il 57% trafficate a livello internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La presenza di gruppi criminali organizzati in contesti africani è spesso attribuita alla debolezza delle istituzioni statali (Williams 2014; Shaw, Reitano 2019). Williams sottolinea come la Nigeria si inserisca perfettamente in questo contesto, considerando la sua storia coloniale e la successiva dittatura militare, caratterizzata da una storica e ricorrente proliferazione di centri di potere in conflitto, che ha segnato la gestione del Paese e delle sue risorse (Ebbe 2012; Williams 2014; Ellis 2012, 2016).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Ellis, esaminando la storia del crimine organizzato in Nigeria, evidenzia che la tratta di esseri umani è un'attività che esiste da secoli e si è ampliata ben prima della formazione dello Stato nigeriano nel 1914. Sebbene la schiavitù fosse stata abolita dall'amministrazione coloniale britannica, negli anni '30 del Novecento le reti e le pratiche legate al traffico di esseri umani rimasero sostanzialmente invariate, mostrando analogie con la tratta di donne nigeriane attuale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Aspetti psicopatologici della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La tratta nigeriana costituisce una forma di dominio intrinseco, in cui il corpo della donna migrante si trova al centro di un ciclo di coercizione, violenza, traumi e sofferenze (cfr. Taliani 2011, p. 60). Come sottolineato da Massari, il corpo di queste donne è soggetto a varie strategie di controllo e sottomissione (2017, p. 59), a cominciare dalla pratica del rito "Juju", alla quale le migranti si sottopongono volontariamente, senza pressioni esterne.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il brutale abuso legato a gravi e ricorrenti violenze psicologiche, spesso porta le donne nigeriane vittime di tratta a vivere in uno stato di profonda incertezza e paura, accompagnato da un persistente senso di vergogna che permea la loro vita quotidiana. È comune osservare una progressiva e significativa perdita di fiducia in sé stesse, che rende difficile per queste donne trovare un senso nella propria esistenza e immaginare un futuro migliore. La continua ripetizione del trauma, insieme alla disumanizzazione del corpo, rappresentano fattori chiave nell'impatto devastante che queste esperienze hanno su di loro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In situazioni di abuso prolungato, che hanno effetti duraturi sulla vittima, si verifica una difficoltà nell'elaborare il trauma. Spesso, la persona coinvolta cerca rifugio nella negazione o nella paralisi emotiva per affrontare l'impatto devastante dell'esperienza. La mente delle donne coinvolte rimane costantemente vigile ai segnali, sia verbali che non verbali, che potrebbero indicare un'aggressione imminente. Di frequente, chi si trova in questa condizione di vittima si sente intrappolata in uno stato di "iperattività congelata", caratterizzato da una continua tensione che conduce a una stagnazione emotiva.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La sfera spirituale: il rito Juju</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La spiritualità riveste un'importanza cruciale nella cultura africana: non esistono religioni rivelate nel senso tradizionale, ma piuttosto una forma di spiritualità che permea tradizioni, usanze, rituali e pratiche. Il profondo rispetto per le tradizioni e il loro impatto culturale, si manifesta, in particolare, attraverso il rito Juju, un'antica pratica religiosa diffusa nelle regioni sudoccidentali della Nigeria, in cui gli spiriti sono considerati intermediari tra gli esseri umani e le divinità principali. La forte fede negli spiriti e il desiderio di migliorare la propria condizione sociale alimentano la diffusione della tratta e della schiavitù. Coloro che sono coinvolti nel traffico e nella gestione della prostituzione sfruttano la vulnerabilità delle donne, esercitando un controllo psicologico e religioso e utilizzando il rito Juju per costringerle alla prostituzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La presenza di "tribunali-santuari", giuramenti di fedeltà e garanti spirituali legati alle migrazioni nigeriane connesse alla tratta, sembra riflettere una realtà più ampia dell'amministrazione teocratica presente nel sud della Nigeria. In questa regione, la gestione della giustizia, delle controversie personali e la regolazione di patti e contratti sono sempre più frequentemente affidate alle istituzioni religiose (Oviasuyi e Ajagun, Isiraoje 2011; Ellis 2016; Taliani 2019). Secondo alcuni studiosi, gli</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">shrines</span></i><span class="fs12lh1-5">, ovvero i santuari oracolari, avrebbero guadagnato maggiore influenza in risposta a una crescente sfiducia della società nigeriana nei confronti dei tribunali ufficiali, considerati corrotti e inaffidabili (Ellis 2008, 2016; Idumwonyi e Ikhidero 2013; Baarda 2016; Brivio 2021). Il crescente malcontento nei confronti dell'operato dello Stato, intensificatosi negli ultimi trent'anni, ha portato a un ripristino di pratiche tradizionali anche nei servizi di assistenza e protezione individuale (Gore 1998 in Brivio 2021, p. 168). I fenomeni migratori, insieme ai crimini ad essi associati, storicamente limitati, non sono immuni da questo rinnovato fervore religioso, che conserva evidenti tracce del colonialismo e, al contempo, reinterpreta le pratiche animiste precoloniali in una nuova forma.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La tratta delle donne nigeriane, nella sua attuale manifestazione, è intrisa di riti e dottrine religiosi che, come è noto, servono a legittimare in modo incisivo comportamenti criminali e sistemi di coercizione. Sebbene la distinzione tra bene e male possa sembrare chiara e prevedibile, in realtà risulta piuttosto sfuggente. Le divinità e gli spiriti, rappresentati dai sacerdoti, hanno il potere di offrire protezione, prosperità, guarigione e giustizia; tuttavia, se le regole non vengono rispettate, possono diventare vendicativi e infliggere gli stessi mali che sono in grado di curare (Brivio 2012, 2021). I santuari gestiti dai medici tradizionali, noti come</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">shrines</span></i><span class="fs12lh1-5">, combinano funzioni spirituali, curative e giudiziarie per mantenere l'ordine e l'armonia sociale (cfr. Diagboya 2019).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">rito Juju</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">funge da accesso al mercato criminale della tratta. Tutti i soggetti coinvolti sembrano, in varia misura, intrappolati nella "rete Juju", a cominciare dalle madame che ne sfruttano l'uso per sottomettere e sfruttare giovani connazionali, pur essendo consapevoli dei rischi e delle possibili conseguenze (Brivio 2021, Baarda 2016, Ikeora 2016). L'intero contesto legato alla tratta, quindi non solo le donne direttamente coinvolte nello sfruttamento, sembra seguire una volontà divina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il rituale, l’officiante è colui che viene definito “chief priest”, “native doctor” o “juju man”. Il pubblico può includere i familiari della giurante e, talvolta, altre donne che condivideranno con lei l’esperienza migratoria, diventando testimoni reciproci del loro impegno. Gli spettatori della comunità, parte del corpo sociale, assumono un ruolo apparentemente passivo, ma la loro presenza trasforma il giuramento in un atto pubblico (Biliacois 1992). Secondo Apard, il giuramento di fedeltà è fondamentale per definire il tipo di relazione tra le madame e le donne da cui “traggono beneficio”, costituendo un elemento essenziale della strategia di controllo attraverso cui gli attori del sistema criminale cercano di instaurare un contesto di sottomissione (Apard et al. 2019, p. 65).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I rituali associati alla tratta nigeriana mostrano una continuità con le tradizioni rituali locali, sia per quanto riguarda gli obiettivi (come i riti di maledizione), sia per alcuni degli oggetti e materiali impiegati (cfr. Calderoli 2007; Ellis 2016). La persistenza di questa relazione di dominio è sostenuta da un insieme di pratiche e strumenti che accompagnano l'atto del giuramento effettuato dal</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">native doctor</span></i><span class="fs12lh1-5">, a partire dalla creazione di un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">oggetto-feticcio (ébo)</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(cfr. Taliani 2019; Solinas 2007; Calderoli 2007). La sua realizzazione rappresenta un processo metonimico che avviene attraverso il prelievo di sostanze organiche dal corpo e l'uso del nome della persona su cui si intende intervenire (Calderoli 2007, Taliani 2019). Una volta creato,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">l’ébo</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">viene custodito da un estraneo, mentre il “corpo-feticcio” della donna migrante, da cui</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">l’ébo</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è generato (attraverso frammenti corporei, scarti e sostanze), stabilisce una relazione di dipendenza con qualcosa di estremamente potente che, sebbene invisibile e introvabile, è comunque reale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il rito si conclude con il giuramento della potenziale migrante, che promette fedeltà e si impegna a saldare il debito contratto con l'organizzazione criminale, la quale anticipa le spese per il viaggio, il vitto e l'alloggio in Europa. Le conseguenze di questo giuramento riguardano principalmente la sfera spirituale, poiché una donna che non rispetta i termini del giuramento potrebbe essere uccisa o condannata a essere posseduta dalle divinità a cui si è rivolta. Come osserva Taliani, il rito che precede la partenza genera timore per possibili ritorsioni violente nel caso in cui non vengano rispettati i termini del patto rituale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, il giuramento può avere valore legale, poiché può servire come fondamento per azioni di recupero crediti nelle funzioni giudiziarie dei santuari o davanti ai tribunali statali. Questo contribuisce a creare un legame che si dimostra estremamente forte ed efficace, sia per le donne sfruttate e le loro famiglie, sia per le madame e gli altri membri dell'organizzazione criminale.</span></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Brivio, A. (2012)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il vodu in Africa. Metamorfosi di un culto</span></i><span class="fs11lh1-5">, Roma, Viella.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Brivio, A. (2021)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Assoggettamento da Juju? Decostruire le categorie della dipendenza tra le giovani migranti della Nigeria,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in “ANUAC.”</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Calderoli, L. (2007)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Riti magici e prostituzione nigeriana: l’esperienza di una consulenza antropologica per un tribunale italiano</span></i><span class="fs11lh1-5">, in P.G. Solinas (a cura di),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La vita in prestito.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><i><span class="fs11lh1-5">Debito, lavoro, dipendenza,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Lecce, Argo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Williams, P. (2014)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Nigerian Criminal Organization,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in L. Paoli,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The Oxford Handbook of Organized Crime,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">New York, Oxford University Press.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Taliani, S., (2011)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Corpi, debiti, feticci,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in R. Beneduce,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La spiritualità in un’epoca di incertezza. L’intreccio tra religioso e rituali terapeutici,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Torino, Ed. Gruppo Abele.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Taliani, S. (2012)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Coercion, Fetishes and Suffering in the Daily Lives of Young Nigerian Women in Italy</span></i><span class="fs11lh1-5">, in “Africa”.</span></li></ul></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 26 Nov 2024 11:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il ruolo della donna nella consorteria criminale e l’articolo 416 bis]]></title>
			<author><![CDATA[Laura Maceri]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div><b class="fs12lh1-5">Autrice: avv. Laura Maceri</b></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Abstract</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il presente studio esplora il ruolo crescente delle donne all'interno
delle associazioni mafiose, focalizzandosi, in particolare, sulla 'ndrangheta.
Dall'emergere di figure femminili centrali negli anni '90, queste donne sono
passate da ruoli marginali a posizioni di leadership, assumendo compiti
strategici e operativi che sfidano le tradizionali narrazioni patriarcali.
L'analisi evidenzia come l'autonomia e la discrezione delle donne mafiose
abbiano rafforzato le organizzazioni criminali, ostacolando la prevenzione e la
repressione statale. Nonostante un apparente calo degli arresti, il potere
delle donne nelle consorterie rimane forte, richiedendo una revisione delle
strategie di contrasto da parte dello Stato e della società civile.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Premessa</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo studio di Cesare Lombroso considerava la donna un essere inferiore e
vulnerabile, privo di una vera capacità d'influenza criminale. Tuttavia, a
partire dagli anni '90, l'universo femminile ha mostrato una significativa
rottura di queste visioni arcaiche. Le donne, un tempo percepite come figure
marginali, sono ora protagoniste attive nel mondo criminale, riuscendo a
mantenere le redini delle famiglie mafiose anche in assenza degli uomini,
spesso rimanendo fuori dai radar giudiziari. Questo nuovo ruolo delle donne
richiede una rilettura critica del loro contributo all'interno delle consorterie,
per migliorare i meccanismi di prevenzione e contrasto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'articolo 416
bis del codice penale italiano definisce il reato di associazione mafiosa,
punendo chiunque faccia parte di un'organizzazione mafiosa. Tra gli elementi
distintivi del reato vi sono la partecipazione attiva e la forza intimidatrice,
che crea una condizione di assoggettamento e omertà. La norma si applica a
varie organizzazioni mafiose, tra cui la 'ndrangheta, e mira a tutelare
l'ordine pubblico contro l'influenza distruttiva di tali gruppi. Nel contesto
della </span><i class="fs12lh1-5">'ndrangheta</i><span class="fs12lh1-5">, il ruolo delle donne è ambivalente, ma pur sempre centrale.
Negli ultimi decenni, le donne sono passate dall'essere semplici sostenitrici a
figure chiave che garantiscono la continuità dell'organizzazione, soprattutto
durante le assenze forzate degli uomini. Le decisioni che un tempo erano
imposte dal patriarcato ora vedono le donne come protagoniste autonome,
rendendole depositarie di un potere che rafforza l'associazione criminale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il calo degli arresti femminili negli ultimi anni potrebbe sembrare
contraddittorio rispetto all'ascesa del potere delle donne nella mafia.
Tuttavia, questo fenomeno suggerisce un'evoluzione verso una maggiore
sofisticazione nel loro ruolo criminale. Le donne, tradizionalmente coinvolte
nell'educazione criminale dei figli, hanno affinato le loro capacità di
gestione e controllo delle risorse della famiglia mafiosa, mantenendo un basso
profilo e sfuggendo alle maglie della giustizia. Queste donne non solo
organizzano e amministrano, ma incitano alla vendetta e mantengono vivi i
codici mafiosi, trasmettendoli alle nuove generazioni.</span></div><div><strong class="fs12lh1-5"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5">Donna: madre, sentinella, vittima e autrice
di crimini</strong></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni, il numero di arresti tra
le donne sembra essere in diminuzione. Questa tendenza solleva una domanda:
come si concilia questa riduzione con l’aumento del potere acquisito dalle
donne? I crimini attribuiti alle detenute sono prevalentemente legati a reati
contro il patrimonio, l’amministrazione pubblica e l’associazione di tipo
mafioso. Nel 2021, gli arresti per furto (art. 624 bis c.p.) sono scesi a
16.790, mentre quelli per ricettazione (art. 648 c.p.) si attestano a 2.575.
Analizzando i dati del 2021, emerge che solo l’11% delle persone denunciate o
arrestate per furto sono donne.</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
</span><span class="fs12lh1-5">Questi numeri rivelano una realtà interessante: le donne arrestate sono
numericamente inferiori rispetto agli uomini, ma ciò non significa che il loro
impatto sia trascurabile. Anzi, si può sostenere che le donne mantengano un
controllo sottile ma potente sui patrimoni, agendo dietro le quinte senza
compromettersi direttamente.</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
</span><span class="fs12lh1-5">Tradizionalmente,
le donne hanno svolto un ruolo cruciale nell’educazione criminale dei figli,
inculcando loro il rispetto per i padri e l’obbligo di vendetta, mentre
insegnavano alle figlie a perpetuare questi valori nelle generazioni future.
Questo ruolo rafforza l’immagine della donna come madre ed educatrice, ma anche
come figura chiave in contesti criminali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le donne che vivono
in ambienti mafiosi sono parte integrante di una delle più potenti “holding
silenziose” al mondo: la mafia. Con il passare del tempo, anche le
organizzazioni mafiose hanno subito trasformazioni, evolvendo sia nei metodi
operativi sia nell’emancipazione dei loro membri, donne incluse.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">In questi contesti, la donna-madre svolge
molteplici funzioni cruciali: organizza matrimoni, incita alla vendetta,
gestisce i preparativi prima delle riunioni mafiose e funge da messaggera,
portando con sé le cosiddette "mbasciate".</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Considerazioni conclusive</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La 'ndrangheta continua a rappresentare una
minaccia significativa per l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale, grazie
alla sua capacità di adattarsi e rinnovarsi. Tra i suoi membri, le donne
svolgono un ruolo cruciale, non solo come autrici di reati, ma come vere e
proprie strateghe dell'organizzazione. Il dato allarmante delle donne autrici
di reato deve far riflettere sull'importanza di un monitoraggio costante e di
un impegno congiunto da parte dello Stato e della società civile. Solo
attraverso una combinazione di prevenzione, educazione e repressione, si potrà
contrastare efficacemente l'emergente potere femminile nelle organizzazioni
mafiose.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div>

<div><span class="fs11lh1-5"><b>Bibliografia</b></span></div>

<div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Bonifazi A. (2024),<i> Il criminal
profiling, </i>Gedi Editore</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Marinucci.G.,
Dolcini.E., Gatta.G.L.<i>, Manuale di diritto Penale parte generale</i>,
Giuffrè, 2022.</span></li><li>Mastronardi.V.M.,
Il<i class="fs11lh1-5"> profilo criminologico, dalla scena del crimine ai profili
sociopsicologici, </i><span class="fs11lh1-5">Giuffrè editore, Milano, 2021.</span></li><li>Pasculli. A,
<i class="fs11lh1-5">Il ruolo della donna nell’organizzazione criminale </i><span class="fs11lh1-5">≪</span><i class="fs11lh1-5">Il
caso barese</i><span class="fs11lh1-5">≫</span><span class="fs11lh1-5">, in Riv., Criminologia, Vittimologia e
Sicurezza Vol. III- N.2- Maggio - Agosto 2009.</span></li><li>Russo.S.,
<i class="fs11lh1-5">Manuale di Criminal profiling, Teorie e tecniche per tracciare il profilo
psicologico degli autori di crimini violenti., </i><span class="fs11lh1-5">Celid editore., 2018.</span></li><li>Sciarrone.S.,
<i class="fs11lh1-5">Mafie vecchie, Mafie nuove</i><span class="fs11lh1-5">, Donzelli editore, 2009.</span></li></ul></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Oct 2024 16:58:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Crittografia su Telegram, sicurezza e privacy]]></title>
			<author><![CDATA[Francesco Costanzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: ing. Francesco Costanzo - ISF Investigazioni Scientifiche</span></b></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/investigazioniscientifiche.html" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.scienzeforensi.net/investigazioniscientifiche.html', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/investigazioniscientifiche.html</a></span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Telegram è una delle piattaforme di messaggistica più popolari al mondo, conosciuta per le sue caratteristiche avanzate e il suo impegno nella protezione della privacy degli utenti. Un aspetto cruciale della sicurezza di Telegram è la sua implementazione della crittografia, che gioca un ruolo fondamentale nel garantire la riservatezza delle comunicazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo breve articolo si propone di esplorare i meccanismi di crittografia di Telegram, il loro funzionamento e le implicazioni per la sicurezza e la privacy degli utenti.</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">1. Introduzione alla crittografia di Telegram</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Telegram offre due principali modalità di crittografia per proteggere le comunicazioni degli utenti: la crittografia server-client per le chat cloud e la crittografia end-to-end per le chat segrete.</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">2. Crittografia Server-Client per le chat Cloud</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le chat cloud di Telegram, che includono conversazioni regolari e gruppi, utilizzano un modello di crittografia server-client. In questo modello, i messaggi sono criptati mentre transitano tra il dispositivo dell'utente e i server di Telegram. Tuttavia, i messaggi sono decrittati sui server di Telegram per permettere la sincronizzazione tra diversi dispositivi dell'utente.</span></div><div><ul type="disc"><li><b><span class="fs12lh1-5">Algoritmo di crittografia</span></b><span class="fs12lh1-5">: Telegram utilizza l'algoritmo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">MTProto</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la crittografia delle chat cloud. MTProto è progettato per offrire una combinazione di velocità e sicurezza. L'algoritmo include una serie di tecniche crittografiche come il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">AES-256</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la crittografia dei dati e l'</span><b><span class="fs12lh1-5">RSA-2048</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per l'autenticazione delle chiavi.</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">Sicurezza del server</span></b><span class="fs12lh1-5">: anche se i dati sono criptati sui server, la crittografia server-client significa che i dati sono potenzialmente accessibili ai server stessi e, di conseguenza, potrebbero essere soggetti a richieste legali di accesso.</span></li></ul></div><div><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">3. Crittografia End-to-End per le chat segrete</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le chat segrete di Telegram offrono un livello superiore di protezione, grazie alla crittografia end-to-end. Questo significa che solo i partecipanti alla conversazione possono leggere i messaggi; neanche Telegram ha accesso ai contenuti e, tanto meno, le Forze dell’Ordine.</span></div><div><ul type="disc"><li><b><span class="fs12lh1-5">Algoritmo di crittografia</span></b><span class="fs12lh1-5">: per le chat segrete, Telegram utilizza una versione migliorata di MTProto con</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">AES-256</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la crittografia dei messaggi,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">RSA-2048</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la sicurezza della chiave e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Diffie-Hellman</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la negoziazione delle chiavi. La crittografia end-to-end garantisce che i messaggi siano criptati sul dispositivo di origine e solo decifrati sul dispositivo di destinazione.</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">Funzionalità aggiuntive</span></b><span class="fs12lh1-5">: le chat segrete offrono anche funzionalità come i messaggi che si autodistruggono, che vengono eliminati automaticamente dopo un periodo predefinito. Questo ulteriore livello di sicurezza impedisce la conservazione dei messaggi sui dispositivi degli utenti e sui server di Telegram.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">4. Implicazioni per la sicurezza e la privacy</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La crittografia di Telegram, sia server-client che end-to-end, offre un elevato livello di sicurezza per le comunicazioni degli utenti. Tuttavia, è importante comprendere le differenze tra i due tipi di crittografia.</span></div><div><ul type="disc"><li><b><span class="fs12lh1-5">Crittografia Server-Client</span></b><span class="fs12lh1-5">: adatta per le chat cloud, ma comporta il rischio che i dati possano essere accessibili sui server di Telegram.</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">Crittografia End-to-End</span></b><span class="fs12lh1-5">: fornisce la massima riservatezza, rendendo praticamente impossibile per chiunque, tranne che per i partecipanti alla chat, leggere i messaggi.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nonostante le robuste misure di sicurezza, nessun sistema di crittografia è infallibile. Gli utenti devono essere consapevoli delle potenziali vulnerabilità e adottare pratiche sicure nella gestione delle loro comunicazioni.</span></div><div><b><br><span class="fs12lh1-5">5. Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Telegram ha implementato sofisticati meccanismi di crittografia per garantire la sicurezza delle comunicazioni degli utenti. La differenziazione tra crittografia server-client e crittografia end-to-end fornisce agli utenti opzioni diverse a seconda delle loro esigenze di sicurezza e privacy. Tuttavia, è essenziale rimanere informati sui potenziali rischi e sulle migliori pratiche per proteggere le proprie comunicazioni online.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Fonti: Telegram Security (Telegram FAQ), Telegram's Secret Chats (Telegram FAQ), Security Concerns (Forbes)</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 30 Aug 2024 15:14:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il Geographic Profiling e il serialista “Erostrato”]]></title>
			<author><![CDATA[Domingo Magliocca]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo Magliocca - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><b><span class="fs14lh1-5">1. Il caso “Erostrato”</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra il 2015 e il 2018, a Cesiomaggiore, in provincia di Belluno, e nell’area circostante, si verificano una serie di atti di vandalismo ed incendi dolosi. La gran parte di queste offese seriali è accompagnata da scritti, con forma e caratteri particolari, firmati da “Erostrato”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso provoca clamore nella zona del bellunese ed anche paura in quanto “Erostrato” posiziona all’interno del cortile di una scuola materna, verso la fine del mese di gennaio 2018, una busta di caramelle gelatinose contenenti spilli, molto pericolose qualora i bambini le avessero masticate. Questo episodio sembrerebbe l’ultimo della serie criminosa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I presunti responsabili, che si nasconderebbero dietro l’appellativo di “Erostrato”, nel marzo del 2022 sono stati condannati in primo grado a cinque anni e sei mesi di reclusione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo articolo non ci interesseremo dei fatti giuridici e della realtà processuale del caso. Non spetta a noi. Ci interessa, invece, la criminologia ambientale, quella dei luoghi, le caratteristiche geografiche dei siti (del crimine) ed il tempo di commissione dei reati.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">2. Cosa è il Geographic Profiling</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è il metodo investigativo qualitativo e quantitativo, basato sugli studi della criminologia ambientale, il quale contribuisce, tramite l’analisi delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi, a delimitare l’area in cui canalizzare le ricerche dell’offender seriale sconosciuto, perché in essa potrebbe avere la sua home base (Rossmo, 2000; 2005; 2016). Viene generalmente impiegato nei casi di omicidio seriale, stupro, incendio doloso, rapina, furti seriali e frodi con carte di credito, sebbene possa essere utilizzato anche per singoli reati (furto d’auto, furto con scasso, eventi dinamitardi) che coinvolgono scene multiple o altre caratteristiche geografiche significative. Un margine di applicabilità del geographic profiling è stato rilevato, con rigide e specifiche condizioni metodologiche, in alcuni casi di truffe seriali on-line con carte di credito associate alle finte vendite di prodotti commerciali (Magliocca, 2020; 2023a).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è un mirato approccio geografico alla criminalità costruito su una procedura specialistica</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">location-based</span></i><span class="fs12lh1-5">, che implica lo studio dei luoghi dei reati. Infatti, il geo-profiling sfrutta le informazioni temporali, spaziali e ambientali degli eventi offensivi, e gli indizi geografici lasciati da un serialista sulla</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</span></i><span class="fs12lh1-5">, “ambiente” delineato come un “sistema strutturato di posizioni” all’interno dello scenario geografico dei crimini perpetrati dal reo (Magliocca, 2020; 2023; 2024). Il profilo geografico non si concentra tanto sulle caratteristiche psicologiche dell’autore del reato, quanto piuttosto sul suo comportamento geografico, sui suoi movimenti, sulle sue aree di azione e, soprattutto, sulla potenziale ubicazione della sua residenza o del punto di ancoraggio.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">3. La cronologia dei crimini</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo quanto riportato nel manuale</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Criminal Profiling</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(a cura di Bonifazi A., 2024), gli eventi offensivi collegati alla vicenda del serialista “Erostrato” cominciano nell’anno 2015 e proseguono fino all’inizio del 2018:</span></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">05/04/2015: Incendio di furgoni di un panificio</span></li><li><span class="fs12lh1-5">07/2017: Imbrattamento di una chiesetta</span></li><li><span class="fs12lh1-5">14-16/07/2017: Imbrattamento di magazzini comunali</span></li><li><span class="fs12lh1-5">01/08/2017: Incendio di una legnaia</span></li><li><span class="fs12lh1-5">03/08/2017: Imbrattamento del muro perimetrale del cimitero</span></li><li><span class="fs12lh1-5">12/08/2017: Imbrattamento di una chiesa</span></li><li><span class="fs12lh1-5">30/08/2017: Busta indirizzata al sindaco</span></li><li><span class="fs12lh1-5">30/08/2017: Busta indirizzata alla polizia municipale</span></li><li><span class="fs12lh1-5">31/08/2017: Busta indirizzata al giornale</span></li><li><span class="fs12lh1-5">27/11/2017: Incendio di una baracca con attrezzi</span></li><li><span class="fs12lh1-5">28/11/2017: Incendio di una baracca con attrezzi</span></li><li><span class="fs12lh1-5">15/12/2017: Busta con polvere bianca alla scuola primaria</span></li><li><span class="fs12lh1-5">27/12/2017: Lettera al Corriere delle Alpi con formule per la polvere bianca</span></li><li><span class="fs12lh1-5">23/01/2018: Caramelle con spilli e biglietti alla scuola primaria</span></li></ol><span class="fs12lh1-5">Tra gli obiettivi colpiti compare la chiesa di Calliol, imbrattata con vernice rossa. Sempre di vernice rossa sono stati imbrattati i muri dell’ecocentro comunale di Cesio. Si susseguono una serie di incendi a legnaie e depositi nonché diverse missive al sindaco di Cesiomaggiore, alla polizia municipale, al giornale Corriere delle Alpi. Nel gennaio 2018, avvenne l’ultimo episodio attribuibile ad “Erostrato”: un pacchetto di caramelle alla gelatina con gli spilli infilzati rinvenuto nella scuola materna di Cergnai, frazione di Santa Giustina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non avendo accesso ai dati delle indagini, si ritiene che gli eventi criminosi siano tutti collegati tra loro. La completa analisi di linkage tra i crimini consente di poter meglio comprendere la dimensione spaziale dell’autore di reato.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">4. Analisi investigativa e geografica di “Erostrato”</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le informazioni inerenti alle posizioni degli eventi sono state rilevate da fonti aperte. Si è cercato, comunque, di rendere il dato qualitativamente più obbiettivo possibile tramite la comparazione con diverse fonti documentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi non riguarderà gli aspetti psicologici e/o psicopatologici di “Erostrato”, ma piuttosto esamina la sua modellazione spaziale, i suoi “indizi geografici” lasciati nell’area dei crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi investigativa nel settore del geographic profiling su specifici reati, l’autore di questo articolo utilizza una proposta computazionale per generare, dopo l’esame investigativo della scena geografica del crimine, un’area di probabilità derivata dall’algoritmo Criminal Geographic Targeting (CGT) del dr. Rossmo (2000), implementato nel sistema di geographic profiling professionale Rigel di Ecri, che descrive la relazione matematica tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale. Il sistema Rigel garantisce che il processo di analisi abbia una maggiore obbiettività e una consistenza operativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, la serie criminosa è stata analizzata con l’avanzato sistema professionale di profiling geografico Rigel.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La catena criminosa si compone di 14 eventi. Il lavoro, quindi, si basa sui crimini indicati nella tabella precedentemente, che, in ragione dell’affidabilità della fonte, fornisce una informazione chiara degli eventi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il profilo geografico del serialista “Erostrato” è stato costruito sullo scenario tecnico-geografico afferente alle scene del crimine collegate soltanto ad alcuni eventi offensivi per ragioni metodologiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sebbene i riferimenti spaziali di alcuni siti dei crimini siano stati eliminati dall’analisi spaziale tecnica della serie criminosa, i dati geografici e spaziali dei siti esclusi non sono estromessi dalla complessiva e finale analisi investigativa in quanto essi costituiscono gli indizi geografici del reo e servono per ricostruire il completo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">pattern</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">geo-spaziale del serialista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’elaborazione del profilo dovrà sempre tenere in considerazione i dati del crimine, le caratteristiche ambientali della serie e la realizzazione dello “scenario” tecnico, concetto differente dalla “scena geografica del crimine” ma strettamente collegato ad essa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo Rossmo, lo “scenario” è la ricostruzione tecnica del sottoinsieme delle localizzazioni dei siti criminosi che presumibilmente fornirà l’output di geoprofiling più idoneo e valido investigativamente. Il profilo geografico dell’autore del reato originato da un primo scenario potrà essere comparato con quelli alternativi per poter definire opportune decisioni investigative utili alla conduzione dell’indagine. I geographic profiling advisor professionisti impiegano gran parte della loro formazione nello studio di come sviluppare uno “scenario” efficace (Rossmo, Laverty, Moore, 2005).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con il primo scenario tecnico-spaziale realizzato, che si basa su tutti gli eventi criminosi del serialista, anche quello del 23.01.2018, il punteggio medio CGT atteso (criminal geographic targeting) è pari al 6,3%. Ciò significa che il punto di ancoraggio del serialista dovrebbe trovarsi, in media, all’interno del 6,3% dell’area di caccia totale. Poiché l’area di ricerca copre 87,17 Kmq, è probabile che il punto di ancoraggio dell’autore del reato si trovi nei primi 5,45 Kmq (6.3% di 87,17 Kmq).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma qualora fosse stata applicata la metodologia del geographic profiling utilizzando le informazioni concernenti i crimini della serie fino all’evento del 12.08.2017, sarebbe stato possibile localizzare il serialista? Il geographic profiling avrebbe consentito di poter focalizzare, con tempi più rapidi, l’attenzione su una determinata area di interesse e sul sospettato?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, per dare una risposta oggettiva a questo quesito, è stato realizzato il profilo geografico di “Erostrato” impiegando le informazioni geo-spaziali degli eventi offensivi che si sono verificati dal mese di aprile del 2015 al 12 agosto del 2017, cinque mesi prima che la serie criminosa si interrompesse.</span></div><hr></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’articolo del quotidiano Corriere delle Alpi, apparso nella edizione digitale del 19 novembre 2018, si legge che un avviso di garanzia “Ieri pomeriggio” è stato comunicato dai Carabinieri della Compagnia di Feltre a due indagati, a Cesiomaggiore, a casa “di via Roma” in cui abitano (fonte:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="imUl fs12lh1-5 cf1"><a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2018/11/15/news/erostrato_avviso_di_garanzia_a_nemesio_e_samuele_aquini-6082857/amp/" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="fs12lh1-5">).</span></div></div><div><hr></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, “estromettendo” dall’analisi investigativa spaziale per considerazioni esecutive il sito n. 1, quello dell’anno 2015, il quale tra l’altro è stato solo successivamente rivendicato da “Erostrato”, si rileva che, mediante la creazione di due nuovi scenari tecnici, rispettivamente uno senza l’evento del 2015 e l’altro (output in immagine) comprensivo delle offese dal n. 2 al n. 6 della lista eventi, l’area di picco tende a modificarsi di poco.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Immagine1_6ey11276.png"  width="301" height="537" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Immagine: esempio Mappa di Rigel (ricerca personale), output del profilo geografico di “Erostrato”</span><b></b></div><br></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Attraverso il confronto delle informazioni riportate dal menzionato organo di stampa ed i risultati del geo-profilo, si constata che il punto di ancoraggio di “Erostrato” si collocava, seppur con percentuali differenti, nell’area di picco segnalata dal profilo geografico, in tutti gli scenari investigativi costruiti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I risultati del profiling geografico derivano dall’attività investigativa svolta e, successivamente alla realizzazione del profilo, essi si intrecceranno con le indagini in corso per favorire idonee strategie di analisi. Infatti, il profilo geografico individua dove potrebbe essere un sospettato, in modo che altre tecniche di polizia possano essere utilizzate meglio, come ad esempio la conduzione di una riservata attività informativa “porta a porta” nei territori indicati dal profilo finalizzata all’individuazione dell’autore di reato o l’installazione intelligente di telecamere nelle arterie stradali principali che attraversano la zona di picco del profilo geografico in modo da monitorare i transiti di persone e veicoli che vi entrano ed escono in relazione agli orari dei crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il “successo” dell’analisi realizzata dall’analista e generata da Rigel viene misurato con la percentuale di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5">, la misurazione di quanto ogni soggetto sospettato è vicino ovvero ricade nell’area del profilo geografico. Questo parametro, riferito all’effettiva localizzazione del punto di ancoraggio di “Erostrato”, ha un valore di 4.96% per il primo scenario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Relativamente agli altri due scenari investigativi “senza l’evento del 2015”, il valore di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">è pari a 4.82% ed a 4.38% (0.37 kmq; 4.38% di 8.52 kmq). Più basso è il punteggio di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5">, maggiore è il livello di accuratezza del profilo geografico. Secondo i maggiori esperti profilers geografici un valore di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">inferiore al 15% è soddisfacente (in Konable, 2003,</span><span class="fs12lh1-5 cf2"> </span><span class="fs12lh1-5 cf2">in</span><span class="fs12lh1-5 cf2"> </span><span class="fs12lh1-5">Law Enforcement Technology).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">5. Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’intento di questa analisi dimostrativa, basata su fonti aperte, è stato sì quello di spiegare cosa è il geographic profiling ma soprattutto di dimostrare la potenzialità del geographic profiling e del sistema Rigel in un caso concreto, in particolare l’applicazione di questa metodologia ai primi sei eventi collegati ad “Erostrato”, rispetto ai 14 dell’intera serie criminosa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo caso, il geo-profiling avrebbe con un grado alto di probabilità contribuito, mediante la sua scientifica analisi criminologica impiegata già con cinque eventi della serie, ad accelerare i tempi dell’investigazione per focalizzare l’attenzione investigativa su una zona ristretta in cui localizzare “Erostrato” ancora prima che si arrivasse all’evento criminoso del 23 gennaio 2018 ed agli accertamenti in biblioteca, ed a dare un ordine di priorità ai possibili sospettati collocati nelle aree circoscritte dal profilo geografico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La “criminologia dei luoghi” ha dimostrato che gli individui hanno maggiore probabilità di selezionare gli obiettivi vicino ai luoghi dei precedenti crimini, ai siti delle abitazioni in cui risiedono e/o recentemente hanno risieduto, comprese quelle dei familiari, ai luoghi dei crimini più attuali, alle zone ove hanno più a lungo vissuto o che sono state frequentate. Gli autori di reato sono più propensi a commettere reati laddove i luoghi delle loro attività restituiscono parametri di selezione e di conoscenza “affidabili”, in termini di consistenza ambientale (simili circostanze di reato e caratteristiche ambientali nella selezione dei siti criminosi oltre il livello di casualità; luoghi che somigliano per caratteristiche fisiche, sociali ed economiche alle aree, ai quartieri di origine dell’autore di reato), frequenza, durata dei periodi trascorsi in quell’area, esecuzione di crimini simili e familiarità degli spazi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In linea di massima, gli studi sulla mobilità criminale forniscono un quadro della criminalità come un’attività strutturata spazialmente, organizzata in prossimità di specifici punti di ancoraggio del reo (luogo di residenza, luogo di domicilio, di lavoro, luoghi sociali). Abbastanza criminali tendenzialmente non percorrono dal punto di ancoraggio grandi distanze per commettere un delitto. Essi avvertono l’impreparazione e l’inesperienza dei luoghi, non effettuano considerevoli, rischiosi spostamenti in zone assai remote e soprattutto non familiari, nelle quali non percepiscono un senso di sicurezza personale ed una reazione sociale prevedibile (Magliocca, 2022b).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Senza creare generalizzazioni e giustificare una causalità diretta, sembra che la selezione degli obiettivi operata da un autore di reato collassi lentamente in cambio della certezza di un’area sicura e familiare in cui agire ed a causa dell’incomodo di doversi muovere all’interno di un ambiente poco conosciuto che richiede tempo e impegni maggiori di spostamento e di adattabilità (Magliocca, 2020;2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come è stato rilevato dalla valida ricerca scientifica criminologica internazionale, il Geographic Profiling restituisce risultati non aleatori e analisi molto più oggettive, auspicabili anche nel nostro Paese, rispetto alle altre forme di profiling criminale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Autore: Domingo Magliocca</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente e ricercatore presso ISF Istituto di Scienze Forensi</span><b><span class="fs11lh1-5">,</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling Advisor, laureato in Criminologia applicata per l’Investigazione e la Sicurezza all’Università di Bologna, con un training avanzato in Geographic Profiling Analysis. Fornisce, anche con un network internazionale di analisti certificati, supporto strategico-operativo in Geographic Profiling Analysis nelle investigazioni su specifici crimini seriali.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><hr></div><div><br></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Bonifazi A. (2024),</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Il criminal profiling,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Gedi Editore</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (1981),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Environmental Criminology</span></i><span class="fs12lh1-5">, Sage</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham, P.J. (1995),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Criminality of Place: Crime Generators and Crime Attractors</span></i><span class="fs12lh1-5">, European Journal on Criminal Policy and Research</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Konable R. (2003),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">A profile of a geographic profiler</span></i><span class="fs12lh1-5">, in Law Enforcement Technology</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2008),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Investigazioni: questioni di criminalistica e criminologia</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">in rivista Polizia &amp; Democrazia, n. 123</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2020),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Tracce geografiche criminali. Teoria e tecnica del Profilo Geografico,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Primiceri Editore</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2022),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">La scena geografica del crimine. Oltre il confine della criminalistica</span></i><span class="fs12lh1-5">, su rivista Criminologia Italia</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2022b),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">La “logistica” criminologica e spaziale del luogo di abbandono della vittima in caso di omicidio</span></i><span class="fs12lh1-5">, su rivista Criminologia Italia, su Forensic Science Academy</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2023a),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Analisi della scena geografica del crimine. Indizi nel paesaggio</span></i><span class="fs12lh1-5">, Diritto Più Editore</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2023b),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Modellazione criminale, luoghi e scena geografica del crimine</span></i><span class="fs12lh1-5">, su ISF Magazine</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2023c),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">L’utilizzo dei principi criminologici e del geographic profiling per investigare i crimini sessuali seriali</span><b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b></i><span class="fs12lh1-5">in Rivista di Criminologia, Investigazione, Psicopatologia e Scienze Forensi Internazionali, vol. 55, n. 4</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Magliocca D. (2024),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Il criminal profiling in Italia e all’estero</span></i><span class="fs12lh1-5">, in</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Il Criminal Profiling</span></i><span class="fs12lh1-5">, Gedi Editore</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo K. (1997),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling</span></i><span class="fs12lh1-5">, in Jackson J.L., Bekerian D.A., Offender Profiling: Theory, Research and Practice</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo K. (2000),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling</span></i><span class="fs12lh1-5">, Crc Press</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo K., Laverty I., Moore B., (2005),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling for Serial Crime Investigation</span></i><span class="fs12lh1-5">, in Geographic Information Systems and Crime Analysis</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo K., Rombouts S. (2008),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic profiling,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">in Environmental criminology and crime analysis, Routledge</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo, K. (2009),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic profiling in serial rape investigations</span></i><span class="fs12lh1-5">, in R. R. Hazelwood, A. W. Burgess, Practical aspects of rape investigation: A multidisciplinary approach, CRC Press</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo K. (2016),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling in cold cases investigations</span></i><span class="fs12lh1-5">, in Walton R.H., Cold Case Homicides</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sosso G. (2020),</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Erostrato: caramelle (con gli spilli) da uno sconosciuto</span></i><span class="fs12lh1-5">, AmazonPub</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Sitografia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Sossio G., Corriere delle Alpi (</span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2018/11/15/news/erostrato_avviso_di_garanzia_a_nemesio_e_samuele_aquini-6082857/amp/" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="fs12lh1-5">)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Bonetti O., Il Gazzettino (</span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2017/12/30/news/erostrato-indagato-per-l-incendio-di-ignan-1.16291198" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="fs12lh1-5">)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sossio G. (1), Corriere delle Alpi (</span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2017/12/30/news/erostrato-indagato-per-l-incendio-di-ignan-1.16291198" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="fs12lh1-5">)</span></div></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://colonnainfame2014.wordpress.com/" target="_blank" class="imCssLink">https://colonnainfame2014.wordpress.com/</a></span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 10:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La prova scientifica e la causalità omissiva]]></title>
			<author><![CDATA[Giuseppe Gervasi]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autori: avv. Giuseppe GERVASI e dr.ssa Gaia GERVASI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Avv. Gervasi, penalista e docente allo European Forensic Institute</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Gervasi, ISF Divisione Investigazioni Scientifiche</span></div><div><div><a href="https://www.scienzeforensi.net" target="_blank" class="imCssLink">www.scienzeforensi.net</a></div></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione (n. 17550-2024 sez. IV penale) è tornata sul tema della prova scientifica nel processo penale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’occasione è stata propizia perché la Corte di legittimità ri-affrontasse questioni ricorrenti, come la nozione di prova scientifica, e questioni sempre aperte, come l’importanza del testimone esperto nel percorso di ricostruzione probatoria degli eventi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tema delle cause di innesco dell’incendio e le responsabilità, per omissione, dell’imprenditore tenuto a predisporre idonei sistemi di prevenzione, hanno offerto un ulteriore spunto perché la Corte chiarisse ulteriormente, il ruolo della scienza nel processo penale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La difesa devolveva ai giudici di piazza Cavour un unico motivo di ricorso, inerente all’incertezza dell’origine dell’innesco dell’incendio, attraverso un percorso di falsificazione del ragionamento logico e tecnico adoperato dai giudici di merito, sorretto dalla relazione tecnica dei vigili del fuoco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo avere ribadito prese di posizione ormai consolidate della giurisprudenza di legittimità, secondo le quali nessun sapere scientifico, diverso da quello giuridico, può limitare il libero convincimento del giudice, mediante l’introduzione di inammissibili prove legali, la Corte di legittimità ha sottolineato l’importanza della prova scientifica nel processo penale, quale veicolo di informazioni capaci di coadiuvare il giudice rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si coglie in questo passaggio motivazionale come la Corte di legittimità ha inteso ribadire, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’insostituibile contributo del sapere scientifico nel percorso, spesso tortuoso, di formazione della prova, e la necessità che il contributo sia affidabile siccome fondato su basi scientifiche comunemente accettate e fonti esperienziali, di cui il testimone esperto è portatore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contributo scientifico che giammai potrà soppiantare il sapere giuridico del giudice e le prerogative di colui che è chiamato istituzionalmente a valutare anche la prova scientifica, secondo il suo prudente apprezzamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo l’altro tema, certamente importante, affrontato dai giudici di legittimità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo avere dato atto che la soluzione di molti casi passa attraverso il necessario ricorso alla prova scientifica, la Corte ha voluto richiamare l’indispensabile equilibrio tra libero convincimento del giudice e sapere scientifico, capace di caratterizzare il processo di formazione della prova tecnico-scientifica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei processi ove assume rilievo la prova scientifica, l’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo, risulta di centrale importanza nell’indagine fattuale, giacché forma parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito è chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico acquisite al processo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Seppure titolare di un potere di valutazione fondato sul libero convincimento, il giudice non gode di libero arbitrio e, dunque, deve necessariamente dare conto del controllo esercitato sull’affidabilità delle basi scientifiche, nonché sulla imparzialità e autorevolezza scientifica dell’esperto che ha trasferito nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La decisione in commento si segnala anche nella parte in cui, gli ermellini, hanno voluto ribadire che la Corte di Cassazione non è il giudice del sapere scientifico, perché non detiene informazioni privilegiate, essendo chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito rispetto al sapere tecnico-scientifico e la preliminare, quando indispensabile, verifica dell’affidabilità delle informazioni poste a base della spiegazione del fatto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Corte di Cassazione è chiamata dunque a valutare se il giudice di merito ha operato una adeguata verifica della attendibilità e affidabilità di tutte le tesi tecnico-scientifiche a confronto, fermo restando la correttezza decisionale del giudice che dia adeguato e logico conto delle ragioni concrete per le quali ha optato per l’una soluzione tecnico-scientifica e non per l’altra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chiariti questi immancabili passaggi motivazionali, la decisione in commento si segnala anche nella parte in cui affronta il tema dell’apprezzamento della prova tecnico-scientifica rispetto all’accertamento del rapporto di causalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Corte di legittimità ha definito non ammissibile un percorso di accertamento del rapporto di causalità basato esclusivamente su strumenti di tipo deterministico, nomologico-deduttivo, seppure rafforzati da leggi scientifiche universali, perché nei ragionamenti esplicativi si formulano giudizi sulla base di generalizzazioni causali congiunte con l’analisi di contingenze fattuali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È proprio il coefficiente probabilistico delle generalizzazioni scientifiche a non essere ritenuto determinante, laddove non esprima una dimostrata e certa relazione causale tra una condizione e un evento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quanto poi allo specifico tema della</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">causalità omissiva,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che interessava il caso concreto,</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">la Corte di Cassazione ha ribadito il percorso di verifica probatoria che il giudice di merito è chiamato a percorrere, sottolineando il carattere condizionalistico della causalità omissiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli ermellini hanno ribadito che</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario e si fonda anche sull'analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata "probabilità logica" (Cass. Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, cit.); e che le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto quando l'apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità del caso concreto, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato compiuto il comportamento richiesto all’imputato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In ragione dei richiamati principi, la Corte di Cassazione ha ritenuto immune da vizi la decisione di primo grado e di appello, c.d. doppia conforme, che, dopo avere acquisito e valutato il parere esperto dei vigili del fuoco rispetto al fattore di innesco dell’incendio, ha dato adeguata risposta alle critiche sollevate dal consulente tecnico della difesa, rispetto al mancato accertamento della temperatura esterna e alla mancata verifica preliminare della direzione del vento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rilievi che entrambi i giudici di merito hanno superato, dopo essersi adeguatamente confrontati con le argomentazioni tecniche del consulente della difesa e dei vigili del fuoco, esperti chiamati dal PM, ed attraverso il richiamo alle regole esperienziali che individuano nell’autocombustione l’effetto tipico dell’attività di compostaggio. Come anche l’ipotizzata direzione del vento, asseritamente non favorevole alla tesi dell’accusa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I rilievi tecnici della difesa, molti dei quali, rileva la Corte, fondati su dati meramente statistici, risultano superati, per entrambi i giudici di merito, attraverso l’ausilio del sapere degli esperti incrociato con i dati relativi alla direzione del vento, alla piegatura delle piante, dopo le fiamme, alle foto aeree e ai rilievi fotografici dopo il fatto, tutti deponenti per la causa dell’innesco da individuarsi nel mancato rispetto delle norme precauzionali imposte all’imputato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ne consegue che la verifica causale ammette generalizzazioni del senso comune, in assenza di una legge scientifica, ma senza trascurare il dovere del giudice di indirizzare l’indagine verso una spiegazione scientifica o, comunque, statistica, esplicativa dei fenomeni, tenuto conto di tutte le emergenze del caso concreto.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 16:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Psicopatologia di una setta. La strage di Altavilla Milicia]]></title>
			<author><![CDATA[Martina Penazzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina Penazzo - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mese di febbraio 2024, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, un padre di famiglia, Giovanni Barreca, senza apparente motivo uccide la moglie e due dei suoi tre figli, rispettivamente di 15 e 5 anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli interrogativi iniziali riguardo alle motivazioni che hanno spinto l’uomo a compiere un tale gesto rimangono molteplici, ma, poco dopo l’arresto, l'omicida confessa di aver agito spinto dalla necessità di liberare i familiari dai demoni. La figlia diciassettenne è l’unica sopravvissuta al massacro. In seguito, si scoprirà che anche la ragazza ha partecipato attivamente alle sevizie e ai conseguenti omicidi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’uomo autore della strage era probabilmente vittima di un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">delirio religioso che lo ha portato a convincersi di dover purificare i familiari poiché posseduti dal demonio. La strage vede come possibili responsabili anche Sabrina Fino e Massimo Carandente, una coppia conosciuta da Barreca online: potrebbero essere stati proprio loro a spingerlo a compiere il massacro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da questo tragico episodio, seppur sia ancora da accertare l’effettiva adesione di Barreca ad una setta religiosa, risulta doveroso interrogarsi su quelli che sono i meccanismi che spingono un soggetto a compiere tali delitti. Sicuramente sugli aspetti psicologici, ma anche su altre cause, poiché categorizzare la vicenda unicamente come “fanatismo religioso” risulta alquanto riduttivo rispetto alla complessità di vicende come quella in argomento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anzitutto, risulta interessante soffermarsi su ciò</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che è stato scoperto da uno dei fondatori del Boston Personal Development Institute, un'organizzazione che si occupa di ex membri di sette. Secondo l'esperto, non esiste un profilo standard delle "vittime di culti distruttivi". Infatti, in uno studio che ha coinvolto settecento soggetti, si è arrivati alla conclusione che</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">"non è necessario essere un certo tipo di persona per sottomettersi a un culto"</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare, con l'espressione</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">“</span><b><span class="fs12lh1-5">culti distruttivi</span></b><span class="fs12lh1-5">” si intende</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">“un qualsiasi gruppo, senza tener conto di ideologia, dottrina, credo, nel quale si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della sua famiglia, del suo entourage e della società, al fine di condurla ad aderire senza riserve e a partecipare ad un’attività che attenta ai diritti dell’uomo e del cittadino</span></i><span class="fs12lh1-5">”</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">[1]. Dunque,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">le</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">sette distruttive</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">si caratterizzano e differenziano dalle altre tipologie di setta per l’obiettivo che perseguono, nonché per le modalità messe in atto per raggiungere certi scopi.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Molti comportamenti illegali sono indotti da condizionamenti mentali più o meno sottili o dalla coercizione, spesso attuata dai leader nei confronti dei seguaci in modo suggestivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La manipolazione psicologica è una strategia ampiamente utilizzata al fine di distruggere l'identità di una vittima attraverso relazioni di potere che annullano la sua identità al fine di strumentalizzarla. Risulta essere una strategia che minaccia l'integrità e l'autonomia della vittima, al fine di favorire la sua dipendenza e ridurre la sua autonomia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'identità di ciascun individuo è costituita dalle convinzioni, dai comportamenti, dalle emozioni e dai processi di pensiero che caratterizzano il suo modo di essere. Quando la vittima della setta è un soggetto che presenta vulnerabilità psicologiche di fondo, s</span><span class="fs12lh1-5">otto l'influenza del controllo mentale la sua identità originale può essere facilmente sostituita da un'altra identità che corrisponde ai bisogni e alle richieste della setta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il leader della setta è generalmente un soggetto caratterizzato da una personalità perversa e patologica che dimostra evidenti tratti di onnipotenza e narcisismo, mentre la vittima presenta una marcata vulnerabilità psichica che può essere associata a disturbi mentali o difficoltà psicologiche transitorie che la rendono particolarmente fragile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso, i processi di pensiero di coloro che sono "risucchiati" da gruppi settari mancano di confini tra realtà e fantasia e presentano un pensiero magico che influisce sul loro comportamento, al punto di credere di essere in contatto con il diavolo o altre entità sovrannaturali, affermare di avere esperienze percettive insolite o manifestare un'emotività inappropriata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi non è chiaro se i disturbi appena citati siano presenti negli adepti già prima del loro ingresso nella setta, se la stessa contribuisca ad aggravarli o se ne siano una conseguenza. Infatti, secondo gli studi di cui si è argomentato prima, alcuni soggetti non presentano alcun disturbo mentale evidente, mentre altri, al contrario, rivelano disturbi dello spettro della schizofrenia caratterizzati da mania, deliri, allucinazioni e aprassia o forti tratti narcisistici di personalità che si associano ad altro quadro psicopatologico sottostante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli studiosi Sirkin e Wynne ritengono che "</span><i><span class="fs12lh1-5">il coinvolgimento nei culti rappresenti un disturbo relazionale caratterizzato da una compromissione del funzionamento autonomo, da difficoltà di separazione e da un'eccessiva dipendenza e influenza del gruppo sull'identità dell'individuo</span></i><span class="fs12lh1-5">".</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, si può affermare che, nonostante la difficoltà che si possono riscontrare nel delineare un possibile profilo di chi aderisce ad una setta a causa delle molteplici variabili in campo, vi è senza dubbio un denominatore comune: l'estrema vulnerabilità psicologica delle vittime.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1] C. Cacace, T. Cantelmi, La perversione della relazione: il satanismo.</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 12:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'alessitimia di Alessia Pifferi]]></title>
			<author><![CDATA[Martina Penazzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Martina Penazzo - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</b></span></div><div><span class="fs10lh1-5">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">“</span><i><span class="fs12lh1-5">Una personalità incapace di riconoscere, distinguere ed esprimere emozioni e sentimenti</span></i><span class="fs12lh1-5">”, questo è quanto emerso dalla perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise di Milano e firmata dallo psichiatra forense Elvezio Pirfo, in merito ad Alessia Pifferi, la 38enne accusata di omicidio volontario aggravato per il decesso della figlia di diciotto mesi Diana, abbandonata da sola a casa per una settimana e morta di stenti nel luglio del 2022.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che emerge da tale perizia, è che la Pifferi possa presentare una condizione denominata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">alessitimia.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Nel campo della psicologia, l'alessitimia rappresenta una condizione emotiva caratterizzata dalla difficoltà di riconoscere, esprimere e descrivere le proprie emozioni, che coinvolge sia la sfera emotiva che cognitiva e può avere importanti implicazioni nella vita quotidiana di chi ne è affetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Risulta importante sottolineare come questa condizione non rappresenta un disturbo vero e proprio, in quanto assente anche dal DSM V</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5">, bensì è assimilabile ad uno stato psicologico in cui il soggetto non riesce a comprendere ed elaborare le proprie emozioni in modo cosciente e funzionale; sarebbe più opportuno parlare, dunque, di analfabetismo emotivo, piuttosto che di disturbo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tale condizione potrebbe anche essere correlata a comportamenti antisociali e violenti, infatti, svariati studi hanno evidenziato che individui affetti da alessitimia tendono ad avere una minore capacità di empatia e una maggiore propensione a reagire in modo impulsivo e aggressivo. Tuttavia, è importante sottolineare che l'alessitimia non può essere considerata come una causa diretta di crimini violenti, ma piuttosto come un fattore che potrebbe contribuire alla predisposizione verso tali comportamenti. La comprensione di questa relazione può fornire importanti informazioni per la prevenzione e la gestione dei comportamenti criminali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico preso in analisi, dalla perizia psichiatrica svolta sulla Pifferi si legge: “</span><i><span class="fs12lh1-5">ha vissuto il proprio contesto familiare e sociale di appartenenza come affettivamente deprivante</span></i><span class="fs12lh1-5">”, e tale condizione l'avrebbe portata ad avere "</span><i><span class="fs12lh1-5">una visione del mondo e uno stile di vita caratterizzati da un’immagine di sé come ragazza e poi donna dipendente dagli altri (e in particolare dagli uomini) per condurre la propria esistenza</span></i><span class="fs12lh1-5">".</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa, secondo il perito, è la ragione per cui ha quindi sviluppato un funzionamento di personalità che sarebbe caratterizzato da alessitimia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella perizia, è stato poi spiegato come la Pifferi, al momento del fatto, "</span><i><span class="fs12lh1-5">ha tutelato i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno verso la piccola Diana e ha anche adottato ‘un'intelligenza di condotta' viste le motivazioni diverse delle proprie scelte date a persone diverse che richiedevano rassicurazioni sulla collocazione della bambina".</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla luce di queste affermazioni, il perito ha spiegato che l'imputata, nonostante presenti una condizione psicologica caratterizzata da alessitimia, è capace di partecipare "</span><i><span class="fs12lh1-5">coscientemente al processo</span></i><span class="fs12lh1-5">" e che, al momento dei fatti, fosse capace di intendere e di volere.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br><hr align="left" size="1" width="33%"><b><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">[1]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 18:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sextortion e adescamento online: è allarme tra i minori]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div><span class="fs12lh1-5">Se da un lato diminuiscono i casi di cyberbullismo, dall’altro il fenomeno del sextortion (il ricatto tramite filmati o foto a contenuto sessuale) continua a incrementare. È questa la fotografia scattata dall’ultimo rapporto della Polizia Postale</span><span class="fs12lh1-5 ff1">[1]</span><span class="fs12lh1-5">, che ha messo in evidenza una situazione di luci e ombre per la sicurezza su internet, soprattutto per quanto riguarda i minori.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Cyberbullismo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2023 sono stati trattati 284 casi di cyberbullismo, in calo rispetto ai 323 del 2022. Come sottolinea il report, tale flessione potrebbe anche essere dovuta al ritorno a una vita sociale priva di restrizioni che ha generato un’influenza positiva sulla qualità delle interazioni tra i giovanissimi.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Sextortion</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Situazione opposta per i casi di sextortion a danno di minori, dove si è passati dai 130 casi del 2022 ai 136 registrati nel 2023. Anche se in passato questo tipo di reato era appannaggio del mondo degli adulti, attualmente sta coinvolgendo sempre più frequentemente vittime minorenni, con effetti lesivi gravosi, quali la vergogna e la frustrazione causate dalla difficoltà nel gestire la diffusione di immagini intime magari legate anche a una precoce sessualità. La maggior parte dei casi riguarda giovani di età compresa tra i 14 e i 17 anni, prevalentemente maschi. La Polizia Postale sottolinea che dietro a questo fenomeno dilagante ci sono spesso adulti e/o organizzazioni criminali che avvicinano online gli adolescenti, li spingono in conversazioni virtuali di tipo sessuale, acquisiscono immagini e video intimi e poi richiedono somme di denaro per evitare la pubblicazione online del materiale privato. Esiste, però, anche un’ulteriore modalità per ottenere tali contenuti, ossia attraverso un’attività di hacking: vengono prelevati dal computer o da altri dispositivi o servizi di cloud storage della vittima immagini o video intimi o sessualmente espliciti, prodotti consensualmente e per fini personali. In questo caso non vi è, quindi, alcun precedente contatto con la vittima, che viene contattata in un secondo momento solo per ottenere il pagamento, solitamente in bitcoin o altra moneta virtuale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Pedopornografia e adescamento online</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dello scorso anno si è registrato un lieve calo dei casi di adescamento online, anche se il maggior coinvolgimento riguarda i minori di età compresa tra i 10 e i 13 anni. Persiste il lento incremento dei casi relativi a bambini adescati di età inferiore ai 9 anni, pari al 9% dei casi trattati dalla Polizia Postale. Fondamentale è il continuo lavoro che il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online svolge nell’ambito della prevenzione, attraverso la costante attività di monitoraggio della rete. Infatti, nel 2023 sono stati oscurati 2.739 siti web, in quanto presentavano contenuti pedopornografici. Il report evidenzia anche come social network e videogiochi online rimangono i luoghi di contatto preferenziali tra minori e adulti, sempre più spesso teatro di interazioni pericolose.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5 ff1">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2024-01/report_2023_polizia_postale_e_delle_comunicazioni.pdf</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Jan 2024 15:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il cervello psicopatico]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO - Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><div>https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</div></div><div><br></div><div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Premessa</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine "psicopatia" è usato comunemente per descrivere una personalità patologica caratterizzata da impulsività, mancanza di rispetto per le leggi e le norme sociali, scarsa emotività, assenza di empatia, comportamenti manipolatori verso gli altri ecc. Tuttavia, nel DSM 5, il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali, si fa riferimento alla psicopatia solo come sinonimo del disturbo antisociale di personalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò premesso</span><span class="fs12lh1-5">, la psicopatia può essere considerata l'espressione più severa del disturbo antisociale di personalità e la ricerca neuroscientifica, da molti anni, si è concentrata sullo studio del cervello di soggetti affetti da personalità psicopatica. Pertanto, in questo articolo esploreremo in generale le caratteristiche della personalità antisociale e utilizzeremo il termine "psicopatia" riferendoci a soggetti con grave disturbo antisociale di personalità sui quali sono stati condotti studi neuroscientifici.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Il disturbo antisociale di personalità: una patologia complessa</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo antisociale di personalità, nonostante sia spesso associato alla criminalità, non è necessariamente legato a comportamenti violenti o illegali. Infatti, i tratti distintivi che lo caratterizzano, come l'incapacità di provare empatia, la mancanza di rimorso o senso di colpa, l'impulsività e l'egocentrismo possono variare anche notevolmente da caso a caso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le cause di questo disturbo, come le cause degli altri disturbi di personalità, non sono ancora ben note, anche se la statistica dimostra che concorrono all'insorgenza della psicopatologia sia fattori genetici e biologici, sia fattori sociali e ambientali. Dal punto di vista biologico, la ricerca neuroscientifica condotta sui casi più severi affetti da personalità antisociale, ovvero i soggetti psicopatici, ha individuato disfunzioni cerebrali specifiche che coinvolgono circuiti neurali importanti per la regolazione delle emozioni e del comportamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In relazione alla diagnosi di disturbo antisociale di personalità, si rende necessaria un'accurata valutazione clinica che può richiedere anche diverso tempo per evitare di confondere il disturbo in questione con altre psicopatologie aventi caratteristiche simili (diagnosi differenziale)</span><span class="fs12lh1-5">. Tuttavia, il fattore tempo è determinante, in quanto l'individuazione precoce del disturbo risulta fondamentale per prevenire eventuali conseguenze negative sul piano sociale e legale per il soggetto che ne è affetto. Alle problematiche appena citate si aggiunge la circostanza che la diagnosi di disturbo antisociale di personalità rimane ancora oggi un tema abbastanza controverso tra gli esperti del settore, poiché alcuni ritengono che i tratti della personalità antisociale possano essere presenti anche in persone che non hanno particolari problemi socio-relazionali. Tuttavia, resta il fatto che situazioni sociali o ambientali assai stressanti o lunghi periodi di sovraccarico emotivo, potrebbero far affiorare i lati più "taglienti" di un soggetto che manifesta tratti evidenti della patologia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In ogni caso, il disturbo antisociale di personalità, soprattutto nella sua manifestazione più severa, cioè la psicopatia, rappresenta una sfida per la ricerca scientifica e per la pratica clinica, perché non esiste, come per molte altre psicopatologie, una terapia specifica. Infatti, le attuali strategie terapeutiche possono aiutare il paziente, nonché le persone a lui più vicine, solo sulla gestione dei sintomi e sul miglioramento della qualità della vita.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Le caratteristiche della personalità antisociale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le caratteristiche della personalità antisociale sono molteplici e spesso difficili da individuare. I soggetti affetti da questa patologia, soprattutto nei casi più gravi, presentano carenza di empatia e di remora nel commettere azioni dannose o immorali nei confronti degli altri. La manipolazione e la menzogna sono strumenti utilizzati con disinvoltura, insieme alla capacità di mimetizzarsi e adattarsi alle situazioni sociali per trarne vantaggi personali. L'egocentrismo, unito alla tendenza ad agire in modo impulsivo e senza curarsi delle conseguenze, sono caratteristiche centrali della personalità antisociale. Inoltre, i soggetti affetti da disturbo antisociale di personalità sono incapaci di provare emozioni intense, come l’innamoramento o il rimorso, e le loro relazioni interpersonali risultano superficiali e basate esclusivamente sui vantaggi che essi possono trarre dalle persone con cui interagiscono. Il comportamento estremamente violento è una caratteristica che accomuna le personalità antisociali nei casi più gravi, ovvero le personalità psicopatiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È importante sottolineare che non tutti i comportamenti fin qui descritti devono necessariamente essere presenti in un soggetto affetto da disturbo antisociale di personalità, ma la compresenza di alcuni di essi deve quantomeno far sospettare la patologia.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">I circuiti cerebrali studiati e coinvolti nella psicopatia: i lobi frontali</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La psicopatia, cioè il disturbo antisociale di personalità grave, coinvolge diversi circuiti cerebrali. In particolare, diversi studi hanno evidenziato una ridotta attivazione dei lobi frontali del cervello, nello specifico della corteccia prefrontale (PFC), che produce deficit riguardanti l’elaborazione delle emozioni e i processi decisionali, nonché disfunzioni comportamentali sia sul piano sociale che morale (Damasio, 1994 e 1996). Famosissimo è il caso di Phineas Gage, un caposquadra delle ferrovie statunitensi che, nel 1848, a causa di una distrazione, rimase vittima di un gravissimo incidente sul lavoro: una sbarra di ferro gli trapassò il volto fuoriuscendo dalla sommità del cranio, asportandogli parte della corteccia prefrontale mediale. Tuttavia, il giovane caposquadra non solo sopravvisse all’incidente, ma non perse mai conoscenza e questo aspetto rappresenta ancora un mistero per la scienza. In seguito, Gage, all’epoca del fatto appena venticinquenne, da persona pacata, affidabile, educata, rispettosa e responsabile, si trasformò in un uomo blasfemo, impulsivo, profano, inaffidabile e non in grado di assumere decisioni ragionevoli, tutti tratti compatibili con il disturbo psicopatico. Studi successivi su pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventrale hanno evidenziato i medesimi cambiamenti di personalità (Blumer e Benson, 1975). In particolare, le numerose ricerche effettuate in relazione ai danni alla corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) hanno dimostrato una ridotta eccitazione della stessa verso stimoli emotivi intensi, mutamenti nel giudizio morale e deficit nei processi decisionali, soprattutto di carattere economico, che portano, ad esempio, allo sviluppo di una dipendenza da gioco d’azzardo (Koenigs e Tranel, 2007; Krajbich et al, 2009; Moretti et al., 2009).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La ridotta attività dei lobi frontali è una delle cause della tendenza di alcuni soggetti psicopatici a commettere crimini violenti o di natura impulsiva, a causa della scarsa capacità di autocontrollo e di assumere decisioni razionali e socialmente adeguate.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La corteccia cingolata anteriore</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le ricerche sulla psicopatia suggeriscono il coinvolgimento di un’altra porzione della corteccia prefrontale, la corteccia cingolata anteriore (ACC), che è considerata fondamentale per la modulazione del comportamento cognitivo, sociale e affettivo. Nello specifico, la corteccia cingolata anteriore è strettamente correlata al circuito ricompensa-punizione, al dolore fisico ed emotivo, all’empatia, alla comprensione degli errori commessi e al comportamento sociale in concorso con la corteccia prefrontale ventromediale con la quale ACC è anatomicamente e funzionalmente assai connessa (Carmichael e Price, 1996; Ongur e Price, 2000).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa, quindi del piacere e della gratificazione, è una delle caratteristiche principali della psicopatia. Questo sistema, come si è già visto, è modulato dalla corteccia cingolata anteriore in concorso con la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC), la quale funge da “freno” a comportamenti inadeguati sia sul piano personale che sociale. Quindi, lo psicopatico, a causa di un funzionamento cerebrale deficitario, adotta comportamenti impulsivi e compulsivi per cercare sensazioni sempre più forti, al fine di raggiungere elevati livelli di appagamento, non curandosi delle conseguenze.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I soggetti psicopatici presentano spesso un'incapacità di provare empatia o rimorso e anche questo potrebbe essere legato alla disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa. Inoltre, la disfunzione del sistema di ricompensa modulato dalla corteccia cingolata anteriore sembra essere correlata alla mancanza di risposta alle punizioni, che spesso sono inefficaci nel modificare il comportamento degli psicopatici. Questo deficit potrebbe anche spiegare la tendenza a ricercare stimoli sempre più intensi e rischiosi, come l'abuso di droghe o la guida pericolosa, o a sperimentare esperienze "adrenaliniche" come la commissione di crimini.</span></div><div><br></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Cervello-psicopatico.png"  width="670" height="530" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">In verde la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC); in giallo la corteccia cingolata anteriore.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Fonte:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">https://wikidocs.net/215964</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Controversie sul ruolo dell’amigdala</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Fino ad un decennio fa diversi studi sostenevano che l’amigdala, una struttura neurale del sistema limbico altamente specializzata nella regolazione degli stati psichici emotivi (ansia, paura, gioia, tristezza ecc.) e degli istinti, fosse iperattiva nei pazienti psicopatici e che tale circostanza potesse spiegare la tendenza di tali soggetti a reagire in modo esagerato a stimoli negativi e a mostrare una ridotta capacità di provare empatia verso gli altri. Altri studi sostenevano un volume ridotto dell'amigdala e, quindi, la tendenza degli psicopatici a non provare ansia e paura. Tuttavia, i risultati delle ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato che esistono due sottotipi di psicopatia, una primaria e una secondaria. La psicopatia primaria, che potrebbe avere origine genetica, è caratterizzata da bassi livelli di emotività, quindi di ansia, circostanza che rivela una scarsa attivazione dell’amigdala, mentre la psicopatia secondaria è caratterizzata da elevati livelli di ansia in risposta alle avversità (Sethi et al., 2018), condizione che, in questo caso, si può associare a reazioni esagerate verso stimoli negativi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi dati hanno rimesso in discussione</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">l'ipotesi precedente sul ruolo dell'amigdala nei soggetti affetti da psicopatia</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(Deming et al., 2022).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Prospettive terapeutiche</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le prospettive terapeutiche per il disturbo antisociale di personalità, soprattutto in presenza di forti tratti psicopatici, rappresentano una sfida importante per gli operatori sanitari e i ricercatori. Ad oggi, non esiste una cura definitiva, ma ci sono diverse strategie terapeutiche che possono aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Una delle principali tecniche utilizzate è la terapia cognitivo-comportamentale, che si concentra sulla gestione degli impulsi e sullo sviluppo di strategie di coping per affrontare le situazioni difficili. Inoltre, è stato proposto l'utilizzo di psicofarmaci come gli antipsicotici e gli antidepressivi per trattare i sintomi, anche se i risultati sono stati finora contrastanti. Altri approcci terapeutici includono la terapia occupazionale e la terapia familiare, che mirano a migliorare le relazioni sociali e la capacità di gestire lo stress. Tuttavia, l'efficacia di queste strategie terapeutiche dipende dalla gravità dei sintomi del paziente e dalla sua disponibilità a collaborare con gli operatori sanitari. Inoltre, è importante sottolineare che il disturbo antisociale di personalità è una patologia complessa e multifattoriale, che richiede un approccio integrato che tenga conto dei fattori biologici, psicologici e ambientali.</span></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Blumer D., Benson D.F.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Personality changes with frontal and temporal lesions, psychiatric aspects of neurological disease</span></i><span class="fs11lh1-5">, New York, Stratton, 1975.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Carmichael S.T., Price J.L.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Connectional networks within the orbital and medial prefrontal cortex of macaque monkeys</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Comparative Neurology, 1996;371:179-207.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Damasio A.R.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Trad. Macaluso F., Adelphi, Milano, 1995.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Deming et al.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">How reliable are amygdala findings in psychopathy? A systematic review of MRI studies</span></i><span class="fs11lh1-5">, Neuroscience &amp; Biobehavioral Reviews, Vol. 142, November 2022, 104875.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Greco R., Grattagliano I.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Utilità diagnostica del disturbo antisociale e psicopatico di personalità. Proposte e revisioni del DSM V</span></i><span class="fs11lh1-5">, Cognitivismo clinico, 2014, 11, 1, pp. 84-101.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Koenigs M, Tranel D.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Irrational economic decision-making after ventromedial prefrontal damage: evidence from the Ultimatum Game. Journal of Neuroscience</span></i><span class="fs11lh1-5">, 2007;27:951-6.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Krajbich I., Adolphs R., Tranel D., Denburg N.L., Camerer C.F.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Economic games quantify diminished sense of guilt in patients with damage to the prefrontal cortex</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Neuroscience, 2009;29:2188–92.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Moretti L., Dragone D., di Pellegrino G.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Reward and social valuation deficits following ventromedial prefrontal damage</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Cognitive Neuroscience 2009;21:128-40.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ongur D., Price J.L.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The organization of networks within the orbital and medial prefrontal cortex of rats, monkeys and humansù</span></i><span class="fs11lh1-5">, Cerebral Cortex. 2000; 10:206-19.</span></li></ul><ul><li><span class="fs11lh1-5">Sethi et. al.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Primary and secondary variants of psychopathy in a volunteer sample are associated with different neurocognitive mechanisms</span></i><span class="fs11lh1-5">, Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Volume 3, Issue 12, December 2018, p.p. 1013-1021.</span></li></ul></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Dec 2023 16:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crime related amnesia]]></title>
			<author><![CDATA[Martina Penazzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina Penazzo - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Amnesia e crimine violento: vi è correlazione tra i due fattori?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Da ciò che sappiamo, le ricerche sul rapporto tra amnesia e crimine violento si sono spesso dedicate allo studio dei fenomeni dissociativi nelle vittime e/o nei testimoni di un crimine, ma raramente si è andata a studiare l’insorgenza di tale fenomeno negli autori di reato. Tuttavia, diversi studi riportati in letteratura fanno emergere la natura traumatica di un crimine, al fine di spiegare la perdita di memoria in presenza di un reato violento, suggerendo che un offender in stato di intesa attivazione emotiva, contestuale e conseguente al delitto commesso, potrebbe presentare una totale o parziale perdita di memoria tale da inficiare il ricordo del crimine (Hopwood &amp; Snell, 1933).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In relazione a quanto appena rappresentato, emergono i concetti di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">amnesia dissociativa</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">red-out.</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Amnesia dissociativa e red-out</span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’amnesia dissociativa</span></b><span class="fs12lh1-5">, definita anche “amnesia psicogena” o “amnesia funzionale”, viene descritta come l’incapacità di rievocare importanti informazioni autobiografiche del soggetto, che siano esse di natura traumatica e/o stressogena. L’amnesia dissociativa si distingue nettamente da quella conseguente a un danno neurobiologico in quanto sarebbe potenzialmente reversibile. Nel panorama dei crimini violenti, questo tipo di amnesia, solitamente, ha un esordio improvviso ed è caratterizzata da un ricordo vago e confuso degli eventi direttamente collegati al reato (Bradford &amp; Smith, 1979). L’amnesia dissociativa emerge in contesti caratterizzati da emozioni estreme e violente, in cui la vittima ha un rapporto di conoscenza intima con l’aggressore e in cui viene meno una vera e propria pianificazione del crimine (Kopelman, 1995; Loewenstein, 1991). In tali casi, l’aggressore, a seguito di una provocazione psicologicamente intesa, sia essa reale o immaginata, entrerebbe in uno stato dissociativo in cui la coscienza è solo parzialmente conservata. In tal caso, il soggetto sarebbe vittima di comportamenti automatici, come se, traumatizzato dal proprio stato emotivo, commettesse il crimine in uno stato di incoscienza (Merckelbach &amp; Christianson, 2007).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’amnesia, dunque, rappresenterebbe il risultato dell’interferenza che lo stato dissociativo esercita sui processi di codifica e immagazzinamento delle informazioni traumatiche. Dunque, è come se l’esperienza del crimine venisse immagazzinata mentre il soggetto sta vivendo un’emozione assai intensa. Ciò comporta che quando quest’ultimo riprende consapevolezza, avrà difficoltà a far riemergere il ricordo del crimine appena commesso a causa dell’incoerenza emotiva tra il momento dell’immagazzinamento nella memoria e quello di recupero dell’informazione (Spitzer, Barnow, Freyberger, et al, 2006; Holmes, Brown, Mansell et al, 2005; Allen, Console &amp; Lewis, 1999).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Passando invece al concetto di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">red-out</span></b><span class="fs12lh1-5">, lo stesso viene spesso utilizzato per descrivere un’amnesia come conseguenza di significativi stati emotivi (Swihart, Yuille &amp; Porter, 1999). Con questo termine si fa riferimento a quella condizione di rabbia estrema, spesso riscontrabile nelle violenze domestiche o nei crimini passionali (Dutton, Fehr &amp; McEwen’s, 1982).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">red-out</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">caratterizzato</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">da:</span></div><div><ol start="1" type="1"><li><span class="fs12lh1-5">un corretto funzionamento della memoria nel rievocare gli eventi immediatamente precedenti e successivi al fatto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">un elevato livello di rabbia associato all’episodio delittuoso;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">una lacuna mnestica riferita al momento specifico del fatto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">l’assenza di cause organiche, come l’intossicazione da droghe o alcol, che potrebbero scatenare l’amnesia.</span></li></ol></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Il delitto di Cogne: simulazione o realtà?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il delitto di Cogne, avvenuto il 30 gennaio 2002, è divenuto sin da subito un caso mediatico molto discusso. Ripercorrendo brevemente la vicenda, in una cittadina della Valle d’Aosta, Cogne, il piccolo Samuele Lorenzi, di appena tre anni, viene ucciso in modo efferato nella sua casa. A trovare il cadavere del bambino, colpito alla testa con estrema violenza, è la madre, Annamaria Franzoni. Quest’ultima verrà accusata e, in seguito, condannata in via definitiva dalla Corte di Cassazione, a sedici anni di carcere. La donna si è sempre professata innocente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso è stato caratterizzato da numerose perizie psichiatriche effettuate sulla Franzoni. Per una di esse, il quesito del giudice fu il seguente: “</span><i><span class="fs12lh1-5">accertare se la donna avesse in</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><strong><span class="fs12lh1-5">memoria</span></strong><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">l’omicidio del figlio Samuele come fatto riconducibile ad una sua azione</span></i><span class="fs12lh1-5">”. Per rispondere a tale quesito, i periti fecero ricorso all’Autobiographical Implicit Association Test (a-IAT), ovvero uno strumento che permette di verificare la veridicità di un evento autobiografico, indagando solo ciò che il cervello ricorda come vero e non la verità assoluta (Sartori, 2015). La relazione peritale descrisse quanto segue: “</span><em><span class="fs12lh1-5">ha un ricordo autobiografico chiaro dei fatti relativi all’omicidio ed esso corrisponde alla verbalizzazione ripetutamente fornita nel corso del processo. Dunque, nel momento in cui è stato somministrato il test, la ricostruzione dei fatti dell’omicidio fissata nella memoria di Annamaria Franzoni, in base alle risultanze di tali test, è effettivamente quella che ha raccontato nel corso del processo” (Trib. Torino, ud. 19 aprile 2011, Franzoni e altro, Est. Arata)</span></em><span class="fs12lh1-5">[1]</span><em><span class="fs12lh1-5">.</span></em></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo la perizia, quindi, il racconto dalla Franzoni in relazione ai fatti risulterebbe una genuina esposizione di quanto la stessa ricorda essere accaduto quella mattina. Tuttavia, i dati del test non significano che la Franzoni sia innocente, ma che, probabilmente, la stessa ha semplicemente cancellato quel ricordo dalla sua memoria (Sartori, 2015).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Amnesia vera e simulata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che risulta molto complesso è distinguere la tipologia di amnesia trattata fino ad ora da un’amnesia simulata. Talvolta, infatti, si riscontra questa tipologia di amnesia in relazione ad atteggiamenti messi in atto da un soggetto al fine di trarne vantaggio in sede processuale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante il progresso nella messa a punto di nuovi strumenti psicologici di indagine del ricordo, risulta tutt’oggi difficile dimostrare la presenza di una reale amnesia dissociativa, anche se sappiamo che esistono varie tipologie di amnesia dissociativa che possono insorgere, in determinati casi, anche nell’offender. In sostanza, i test adottati in sede peritale assumono il semplice ruolo di “indicatori” di amnesia, lasciando il campo ad una certa discrezionalità nella valutazione del caso al perito e, di conseguenza, al giudice.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">Note</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">https://www.stateofmind.it/2018/02/autobiographical-implicit-association-test-memoria/</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 15:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Modellazione criminale, luoghi e “scena geografica del crimine”]]></title>
			<author><![CDATA[Domingo Magliocca]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo Magliocca</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Geographic Profiling Analyst certificato e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">docente di Criminologia applicata all'ISF Corporate University</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1. Introduzione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Cosa è un crime pattern? Come è possibile analizzare un modello criminale, in rapporto ai luoghi in cui si verifica una serie di eventi delittuosi? Questo articolo, partendo dal concetto di modellazione criminale e dall’assunto che un luogo non è mai un mero punto nello spazio, si focalizza sul significato che i luoghi del crimine hanno nell’ambito di una specifica tecnica investigativa denominata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">geographic profiling</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e sulla «scena geografica del crimine», intesa come criterio pratico di analisi dello scenario geo-grafico dei reati commessi da un serialista.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2. Modellazione criminale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo l’International Association of Crime Analysts (IACA, 2017), un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">crime pattern</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è rappresentato da un gruppo di due o più crimini denunciati o scoperti dalle agenzie di controllo, che denotano unicità poiché soddisfano le seguenti condizioni:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">condividono almeno una similarità rispetto alla tipologia del reato, al comportamento degli autori di reato o delle vittime, alle caratteristiche del reo, delle vittime o degli obiettivi, ai beni sottratti ed ai luoghi del crimine;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">non esiste alcuna relazione nota tra vittima e reo (rapporto estraneo con estraneo);</span></li><li><span class="fs12lh1-5">le comunanze condivise rendono l’insieme dei reati unico e distinto rispetto alle altre attività criminose che si verificano nello stesso intervallo generale di tempo;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">l’attività criminosa è tipicamente di durata limitata, variabile da settimane a mesi;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">l’insieme dei reati connessi è trattato come un’unità di analisi ed è affrontato attraverso modalità mirate di sforzi e tattiche investigative.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">L’analisi di una modellazione criminale (</span><i><span class="fs12lh1-5">crime pattern analysis</span></i><span class="fs12lh1-5">) può essere pensata come un approccio sistematico rivolto alla valutazione ed all’interpretazione dei problemi legati alla criminalità, sia attinente ad un singolo reato e sia relativo a serie di crimini. Lo scopo dell’analisi di una modellazione criminale è quello di rivelare modelli distintivi e interpretabili che mettano in evidenza le caratteristiche peculiari di eventi criminosi rispetto ad una rappresentazione di reati valutati come accadimenti casuali (Brown, 2010).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Specialmente nei crimini seriali è possibile constatare la presenza di un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">pattern</span></i><span class="fs12lh1-5">, di una modellazione comportamentale, spaziale e temporale. È stato osservato che gran parte degli autori di crimini violenti agisce spazialmente secondo una modellazione individuabile e tende a spostarsi relativamente vicino alla propria abitazione o attorno alle ancore geografiche delle loro normali attività quotidiane (Deslauriers-Varin, Beauregard, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quindi, un “modello”, che si sviluppa all’interno di una interconnettività completa fra luoghi, oggetti presenti ed azioni, agevolerebbe, dopo essere stato decodificato, la comprensione della dinamica del delitto ed anche l’individuazione dell’autore di reato. In effetti, come è stato più volte rilevato, ciò che avremo sempre in ogni evento criminoso, anche in assenza di una evidenza o traccia criminalistica utile alle indagini, è</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">l’intreccio criminologico ed investigativo Persone - Luoghi - Tempo</span></i><b><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">(Magliocca, 2021), il collegamento tra la dimensione comportamentale del reo e gli aspetti temporali e spaziali dei reati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Esistono sette tipi comuni di modellazioni criminali - crime patterns: series, spree, hot prey, hot product, hot spot, hot place, hot setting.</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei modelli criminali ha maggiore efficacia nei crimini in cui si rileva un’elevata possibilità di recidiva. Per lo scopo di questo articolo, la nostra attenzione è rivolta al</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">crime pattern series</span></i><span class="fs12lh1-5">, ovvero alle modellazioni generate da autori, singoli o che agiscono in gruppo, che commettono crimini simili, in serie, in un determinato contesto geo-grafico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In ogni crime pattern esiste almeno un criminale all’azione, i crimini in una modellazione si verificano in un luogo o in più siti connessi, in un certo momento (Osborne, 2023). Pertanto, anche l’analisi delle modellazioni temporali è importante in quanto consente di rilevare la regolarità del fenomeno, come si muove l’autore del reato nello spazio ma anche nel tempo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il modello è casuale o insolito per quella zona? Vi è una anomalia spazio-temporale e da cosa è generata? Quindi, la geo-grafica di una modellazione spaziale criminale, cioè la visibile distribuzione spaziale di eventi criminosi collegati, è essenziale per riconoscere il ruolo del luogo in un modello criminale, per esporre la plausibile spiegazione per cui i crimini si verificano in quel determinato spazio ed individuare il significato dell’interazione tra ambiente, luoghi ed azioni del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il lavoro dell’analista investigativo è quello di formulare ipotesi per rilevare la presenza di un pattern criminale, comportamentale e spaziale, e fare previsioni riguardo alle caratteristiche dell’autore di reato.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3. Crimine, mappe mentali e luoghi</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei modelli criminali deriva dagli approcci della criminologia ambientale, i quali si concentrano sulla distribuzione geografica della criminalità e sulla routine quotidiana delle attività delle persone (anche degli autori di reato). I criminologi ambientali analizzano i luoghi dei reati con l’obiettivo di trovare delle modellazioni rispetto a dove, quando ed a come i delitti si verificano (Brantingham P. &amp; P., 1981b; 1993b).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">P. &amp; P. Brantingham (1978; 1981) proposero un modello di selezione dei luoghi del crimine da parte dell’autore di reato, secondo cui l’ambiente trasmette molti segnali, indizi e sequenze di indizi relativi alle sue caratteristiche fisiche, spaziali, culturali, legali e sociali, che, utilizzati dal reo, contribuiscono a supportare la costruzione del processo decisionale ed a stabilizzare uno schema comportamentale in rapporto ai luoghi in cui decide di agire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I due ricercatori sostengono che il crimine è il risultato di una stretta transazione tra le persone coinvolte nell’evento delittuoso (reo e vittima) con il movimento che esse assumono in un determinato ambiente. Questa interazione è agevolata dalla interconnessione di tre elementi:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">activity nodes, pathways, edge.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Le attività criminose avvengono nel tempo e nello spazio, in un ambiente caratterizzato da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">nodi di attività,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">che rappresentano le zone in cui gli individui spendono la maggior parte del loro tempo, da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">percorsi</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">o collegamenti da e tra i luoghi e da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">bordi</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">o barriere, sia fisiche che percettive, che incidono sugli spostamenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mentre le vittime e gli obiettivi possono anche essere scelte casualmente, il processo di selezione è geograficamente strutturato all’interno dello spazio di consapevolezza individuale</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">(awareness space),</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">definito come “</span><i><span class="fs12lh1-5">tutti i luoghi di cui una persona ha una conoscenza superiore al minimo livello anche senza visitarne alcuni</span></i><span class="fs12lh1-5">” (Clark, 1990), nel quale un criminale ricerca gli obiettivi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di conseguenza, l’autore di reato, agendo con un criterio razionale di bilanciamento tra guadagni attesi e di rischi, scansiona l’ambiente e gli obiettivi e, recependo quei segnali ambientali, geografici, spaziali, legali e simbolici che meglio si adattano al suo schema-modello di ricerca e selezione, riconosce un obiettivo appetibile ed il luogo idoneo per l’attacco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il modello di selezione di un bersaglio suggerito dai Brantingham (1978; 1981), un reo non ricerca i bersagli in un’intera città, e i crimini si verificano in quelle aree o lungo i percorsi in cui la presenza di un obiettivo idoneo si sovrappone allo spazio di consapevolezza “ristretto” dell’autore del reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo spazio di consapevolezza personale costituisce una parte della</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">mappa mentale.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Di fatto, l’attività spaziale umana è un riflesso della mappa cognitiva individuale dell’ambiente geografico (Lundrigan, Canter, 2001).</span><b><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">Per Downs e Stea (1977), una mappa mentale è un’astrazione che racchiude processi cognitivi in grado di raccogliere, archiviare e richiamare le informazioni riguardo all’ambiente spaziale, con il fine di trovare gli oggetti, come arrivarci in modo sicuro e dove localizzare le nostre attività di base. È una rappresentazione concettuale, organizzata secondo un ordine gerarchico, che una persona possiede di una parte dell’ambiente spaziale, delle destinazioni, dei percorsi e dei luoghi, e riproduce l’ambiente come un individuo crede che sia, non necessariamente dettagliato, a causa di possibili distorsioni cognitive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una mappa mentale non indica inevitabilmente che un individuo ha una conoscenza particolareggiata dell’area ma che ha un’immagine cognitiva della geografia di un’area specifica, la quale media il comportamento e gli consente di orientarsi nello spazio e nel tempo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le mappe mentali sono molto personali in quanto l’informazione spaziale è distorta dall’esperienza, dalle qualità e dalle capacità sensoriali personali. Tuttavia, Lynch (1960) individuò alcuni costituenti comuni di una mappa cognitiva e rilevò che l’immagine dell’ambiente si basa su determinati elementi (percorsi, margini, quartieri, nodi, riferimenti), i quali definiscono la figurabilità (le qualità che rendono uno spazio distinguibile, riconoscibile e funzionale) della forma e su tali elementi un individuo costruisce la struttura della sua mappa mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La configurazione della mappa cognitiva dipende in larga misura, ma non esclusivamente, dalla cognizione dei luoghi, spaziale, geografica ed ambientale dell’individuo in quanto “</span><i><span class="fs12lh1-5">gli ambienti forniscono sempre molte informazioni che possono essere processate”</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(Canter, 1977, p. 10). Se non si dispone di un pattern mentale che ci guidi o di una mappa mentale ben formata, molto probabilmente sperimenteremo difficoltà a orientarci in ambienti non familiari. Al di là dell’età, delle caratteristiche personali e sociali dell’individuo, solamente l’esperienza e la consapevolezza personale dei luoghi, prossimi e lontani, e le credenze su di essi ci consentono di configurare spazialmente la nostra mappa mentale. La mappa mentale, servendo come un quadro spaziale-geografico di riferimento, agisce sulla selezione del luogo del crimine, che non potrebbe essere altrimenti osservato ed individuato se il reo non ne avesse prima avuto conoscenza (Magliocca, 2020a).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo la prima regola della geografia di Waldo Tobler</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">“tutto è legato a tutto il resto, ma le cose vicine sono più legate tra loro rispetto alle cose lontane”</span></i><span class="fs12lh1-5">[2]</span><span class="fs12lh1-5">. Di conseguenza, in via generale, i luoghi vicini sono preferiti ai siti distanti in quanto in quei luoghi riconosciamo le opportunità e le utilità, a meno che non si dispongano di informazioni spaziali precise sul luogo più lontano, che impegna tempo e sforzi per essere raggiunto. I movimenti che si protraggono su lunghe distanze rappresentano un’azione incerta e l’insicurezza genera preoccupazione e paura (Downs, Stea, 1977).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">David Canter (1977, p. 1) afferma che</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">“Se vogliamo comprendere le risposte delle persone ai luoghi e le loro azioni al loro interno, è necessario capire cosa (e come) pensano”,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">riguardo a quei stessi luoghi. Per Canter, un luogo è l’associazione di tre elementi: le azioni, la forma fisica di quell’ambientazione e le concettualizzazioni associate alle attività in quel contesto. Il significato di un luogo è definito dalle azioni e dai comportamenti tenuti in quel luogo, le quali, di conseguenza, sono influenzate dalle valutazioni e dalle concezioni che l’individuo (autore di reato) ha riguardo alle caratteristiche del sito ed alla posizione in cui si trova, in rapporto ai luoghi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle nostre attività quotidiane, ci sono luoghi importanti (residenza, scuole, centri commerciali locali, abitazione di amici, strade, spiagge, ristoranti, parcheggi) che usiamo, che dobbiamo conoscere e rappresentare mentalmente perché ci aiutano a comprendere la componente spaziale del nostro ambiente e, pertanto, abbiamo la necessità di sapere l’ubicazione di questi luoghi, quanto sono lontani, cosa c’è, quanto sono utili ai nostri scopi e come raggiungerli (Downs, Stea 1977, p. 7). All’interno delle città o di un ambiente, siamo consapevoli delle differenze tra le varie aree. Esiste una gerarchia concettuale dei luoghi, che è parte integrante della nostra esperienza individuale (Canter, 1977). Se proviamo a dire a qualcuno come si sente o si riconosce riguardo a determinati luoghi, se descriviamo il nostro comportamento all’interno di una certa zona, e se realizziamo una mappa di quella zona, noteremo che esiste, nella rappresentazione interiore di quei luoghi e successivamente nella collocazione grafica, una relazione gerarchica tra questi siti, alcuni dei quali occupano, all’interno della nostra conoscenza spaziale e personale, una posizione dominante, per diverse ragioni, rispetto agli altri. Quindi, certi luoghi restituiscono rilevanti informazioni spaziali, le quali sono rielaborate dal nostro sistema cognitivo per un successivo recupero e riutilizzo, e sembrano avere delle funzioni specifiche e categorie di comportamenti appropriate per quel setting ambientale. Le persone creano l’ambiente in cui agiscono poiché seguono un modello cognitivo, che diviene la base di come esse si rapportano all’interno e tra quel territorio (Donald, 2022).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, anche un autore di reato svilupperebbe valutazioni spaziali tratte dalla esperienza umana, regolate da una gerarchia di comfort in relazione ai luoghi ed all’ambiente dove delinque ed in cui non esistono forti barriere, fisiche e sociali, in grado di incidere negativamente sul suo sistema cognitivo a tal punto da essere percepite come limitative dei movimenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli studi della “criminologia dei luoghi” dimostrano che il comportamento delittuoso è influenzato dall’ambiente circostante in cui esso si genera e che gli eventi criminosi non sono distribuiti accidentalmente nello spazio e nel tempo (Wortley, Mazerolle, 2008). Ad esempio, nella Routine Activity Theory (Cohen, Felson, 1979), un evento criminoso si verifica quando un delinquente motivato e un bersaglio idoneo convergono nel tempo e nello spazio, in un luogo distinto e identificato. Come abbiamo già visto, per P. &amp; P. Brantingham (1981) gli eventi criminali si verificano prevalentemente in luoghi, in aree bersaglio situate nei nodi di attività e nei percorsi tra di loro. Questi approcci teorici fanno riferimento ad un luogo/sito specifico e non ad un’intera area. Da tali assunti deriva la pratica necessità di analizzare la</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">prendendo in esame anche i luoghi specifici delle offese.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista criminologico, esiste un settore areale, un territorio distinto attorno alla residenza dell’autore di reato e/o a determinati luoghi, considerati ancore geografiche vicino alle quali il reo costruisce, all’interno di uno scenario geografico ed ambientale, un determinato spazio per l’attività criminosa e gestisce anche la sua mobilità. In questo sfondo, un autore di reato attribuisce ai luoghi specifiche esperienze, ruoli e/o regole che fungono da filtri per creare un ambiente in cui si sente logisticamente “comodo” durante l’esecuzione dei crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il movimento sembrerebbe modellato e sussisterebbe una distorsione spaziale che si traduce, in un autore di reato, nella preferenza per spostamenti brevi rispetto a quelli più lunghi (P. &amp; P. Brantingham, 1984, p. 237). Infatti, sebbene esista una percentuale di autori di reato che si sposta lontano, è stato rilevato un riscontro empirico secondo cui l’attività criminosa decresce con l’aumentare della distanza tra i luoghi del crimine ed il punto di ancoraggio del reo, secondo il principio di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">decadimento della distanza</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(Rengert</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">et al.</span></i><span class="fs12lh1-5">, 1999). La maggiore densità di interazioni in prossimità dell’abitazione dell’individuo e/o delle ancore geografiche è il risultato della conoscenza ambientale, dell’esperienza in quella medesima zona, e della minimizzazione del rischio (</span><i><span class="fs12lh1-5">principio del minor sforzo</span></i><span class="fs12lh1-5">, Zipf, 1965).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lundrigan e Canter (2001) hanno osservato le modalità di smaltimento dei corpi delle vittime degli assassini seriali. Dopo aver esaminato i dati spaziali di 120 serial killer statunitensi, hanno rilevato che la base di residenza degli autori del reato assumeva un ruolo centrale nella modellazione spaziale dei luoghi utilizzati per il deposito dei corpi delle vittime e che erano presenti cambiamenti di direzione da parte del reo per i differenti siti di smaltimento utilizzati. Per i due ricercatori, questo cambiamento di direzione nella selezione dei siti del crimine avrebbe un significato nei processi concettuali del reo. In effetti, il primo sito di smaltimento è molto probabile che sia ubicato in un luogo di cui il reo ha familiarità, dove sa di poter muoversi in sicurezza. Al successivo evento criminoso, l’autore del reato potrebbe considerare il primo sito come rischioso, quindi sceglie di spostarsi in una direzione diversa. E così via con gli altri luoghi. Ad un certo punto, con il prolungarsi della serie criminosa e con l’utilizzo del medesimo spazio geografico, per ridurre il rischio di essere catturato il reo ritornerebbe nelle aree precedentemente utilizzate, in prossimità dei luoghi dove vive. Inoltre, sempre secondo Lundrigan e Canter, per gli offenders che hanno operato su una distanza più ampia (oltre i 30 km), la home-base, anche se continua ad avere un ruolo importante nell’influenzare la scelta del sito di smaltimento, non assume la stessa consistenza per i rei che agiscono su distanze inferiori ai 10 km, per i quali mantiene, invece, un ruolo spaziale più forte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Seppur gli autori di reato tendono a seguire uno schema di ricerca e di selezione che, per quanto stabile si presenti, può subire modifiche in ragione anche delle categorie di crimine perpetrato (crimini violenti/crimini contro la proprietà), indicativamente la zona delle operazioni del reo sarà quella nei pressi del proprio punto di ancoraggio o in uno spazio noto, in un’area conosciuta in cui si sente più tranquillo e sicuro di agire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È pacifico, quindi, ritenere che un luogo in genere, ed in particolare la scena di un crimine all’interno di una modellazione geo-grafica criminale, supera il semplice concetto di fisicità, di mero punto nello spazio fisico. E se l’esperienza individuale e la consapevolezza dei luoghi e dell’ambiente modellano il comportamento, se esiste un ruolo spaziale centrale della home-base che “interviene” sugli spostamenti e sulle distanze percorse da un autore di reato, potremo certamente rilevare che il modo in cui un crimine è stato commesso, che il luogo e lo scenario ambientale degli eventi offensivi possono fornire informazioni riguardo all’autore di reato, localizzandolo, ed essere utilizzati per supportare le indagini attraverso l’analisi della</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«scena geografica del crimine»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ed il geographic profiling.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">4. La "scena geografica del crimine"</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La geo-grafica del crimine, cioè la visibile distribuzione spaziale degli eventi criminosi, può mettere in luce elementi apprezzabili dal punto di vista investigativo per individuare l’area in cui concentrare le investigazioni. La posizione dell’evento delittuoso costituisce una rilevante fonte di informazioni per le indagini. Il crimine ha una geografia intrinseca ed i rei si rivelano anche tramite l’ubicazione dei luoghi in cui commettono i reati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei contesti criminosi, specialmente seriali, oltre al necessario esame criminalistico della scena del crimine, diviene utile eseguire un sopralluogo criminologico sulla</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">"</span></i><i><span class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine"</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">(Magliocca, 2020a-b).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’investigazione geografica di crimini seriali o di singoli eventi delittuosi con siti connessi, multipli e geograficamente disposti, le tecniche di geographic profiling si incentrano sull’analisi della</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</span></i><span class="fs12lh1-5">, “ambiente” delineato come un “</span><i><span class="fs12lh1-5">sistema strutturato di posizioni</span></i><span class="fs12lh1-5">” all’interno dello scenario geografico dei crimini perpetrati, formato da un livello duale di partizione (Magliocca, 2022a, 2023):</span></div><div><b><u><span class="fs12lh1-5">livello particolare</span></u></b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">il singolo sito criminoso corrispondente alla specifica unità geografica dell’ambiente in cui l’evento offensivo si è verificato (luogo chiuso, all’aperto, in zona urbana, in prossimità a posti frequentati o generatori di crimini, zonizzazione specifica)</span></li></ul><b><u><span class="fs12lh1-5">livello generale</span></u></b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">le ubicazioni di tutti i siti coinvolti nel crimine, qualora siano conosciuti dalle agenzie di controllo (es., luogo dove la vittima è stata vista per l’ultima volta, luogo di abbandono di un veicolo, di acquisto di strumenti di offesa collegati al crimine principale) e/o le posizioni delle offese seriali, intese come struttura geografica generale dei luoghi degli eventi in rapporto alle azioni degli attori (reo/vittima, autore/obiettivo), al significato-valore ambientale e alle qualità fisiche dei luoghi: il contesto sociale, demografico ed economico dello scenario criminoso, la presenza di barriere fisiche (laghi, mare, montagne) o psicologiche (inopportunità di attraversare un quartiere abitato da un gruppo etnico differente dal proprio per non destare sospetti, presenza di una stazione di polizia), la struttura del sistema stradale (strade cittadine, autostrada, strade extraurbane), gli hub di trasporto, le direzioni delle vittime e del reo dopo il crimine, il tempo di commissione dei delitti, le caratteristiche di sfondo dell’ambiente entro cui si muovono le vittime o sono collocati i bersagli, i fattori di rischio connessi.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">La valutazione della scena geografica del crimine richiede una metodologia di analisi. La posizione dei punti in una modellazione può essere esaminata rispetto all’intera area e/o anche l’una rispetto all’altra. Block e Block (1995, p. 146) propongono la distinzione tra “luogo” come un punto nello spazio (un edificio, un parco, un incrocio, ecc.) dove un evento si verifica e gli “spazi”, cioè aree che contengono gli eventi, le situazioni specifiche e gli attributi spaziali caratteristici dei singoli luoghi; gli spazi forniscono il contesto o lo sfondo (</span><i><span class="fs12lh1-5">backcloth,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">in P. &amp; P. Brantingham, 1993) per i luoghi e le specifiche situazioni e ci permettono di collegare la situazione al luogo e il luogo allo spazio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei luoghi specifici dei crimini produce maggiori livelli di specificità geografica. Nei contesti criminologici ed investigativi, le località dei crimini vengono solitamente raffigurate in aggregazioni, le quali, però, se utilizzate per spiegare relazioni individuali o di livello “particolare”, generano distorsioni concettuali nella valutazione delle correlazioni fra persone e luoghi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ai fini di un’adeguata analisi del caso, la suddivisione in livello particolare e livello generale è essenziale perché la differenziazione e le variazioni qualitative tra gli spazi generano previsioni e scenari diversificati. Praticamente, l’aggregazione spaziale dei dati criminali può mascherare un pattern localizzato e ostacolare l’individuazione delle variabili qualitative individuali e specifiche dei siti criminosi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, il problema del livello aggregato o “generale” di analisi può essere affrontato con la scomposizione in sub-unità. Infatti, i luoghi (del crimine) sono distinte e specifiche unità di analisi, hanno una collocazione ben definita, sono entità geografiche e circoscrizioni fisiche con proprie caratteristiche, distribuite all’interno di un contesto territoriale più esteso, articolato da un insieme ampio ed eterogeneo di legami e di proprietà spaziali, ambientali, temporali, fisiche e sociali nonché contrassegnato da geo-diversità criminale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Indirizzare l’attenzione, spaziale e geo-grafica, anche sui singoli luoghi del crimine ovvero micro-luoghi in una modellazione criminale rinforza il rilevamento della mobilità del reo, delle qualità criminogene dei medesimi luoghi e della loro relazione con la serie completa dei crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le interrelazioni geografiche ed ambientali tra i diversi luoghi del crimine, le quali denotano lo spostamento dell’aggressore da un sito all’altro, forgiano le valutazioni riguardo alla scena geografica del crimine, che, quindi, divenire un pratico criterio di analisi per formulare, in tutte quelle situazioni criminose che implicano scene del crimine spazialmente dislocate, le inferenze criminologiche circa il significato delle posizioni dei luoghi nel contesto criminoso e la spazialità del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni indizio spaziale, geografico, ambientale e temporale degli eventi criminosi può essere utilizzato per poter formare un quadro olistico della geo-grafica di un serialista, che non comprende solamente la mera posizione dei siti del crimine. In una serie di aggressioni sessuali, di incendi o di omicidi, il lavoro del profiler geografico consiste nello studiare necessariamente dapprima il comportamento di caccia dell’autore di reato e determinare come quell’individuo sta selezionando i suoi obiettivi, come si muove, come interagisce con lo spazio in accordo con il fattore temporale. Per esempio, in alcuni casi il reo potrebbe utilizzare un’area “esca” per selezionare la vittima - un gruppo di strade in un centro urbano dove il reo gira, aspetta una vittima adatta e poi l’attacca - e tale condizione potrebbe generare un profilo geografico non decisamente pertinente riguardo all’individuazione della posizione della residenza del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Stabilito il concetto di scena geografica del crimine, dunque, è evidente che il geographic profiling, diversamente da come si pensa, non è per niente una metodologia investigativa mediante cui vengono inserite le coordinate degli eventi delittuosi in un sistema computerizzato.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">5. Il Geographic Profiling</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Una delle applicazioni più conosciute delle teorie della criminologia dei luoghi è il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">geographic profiling</span></i><span class="fs12lh1-5">, metodologia investigativa che mira ad esaminare le dinamiche criminali, spaziali e comportamentali, in un crimine seriale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il geographic profiling è il metodo investigativo specializzato, di estrazione criminologica, qualitativo e quantitativo, che contribuisce, tramite lo studio delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi seriali, a delimitare un’area geografica in cui concentrare le ricerche dell’autore di reato sconosciuto, in particolare dove l’autore del reato potrebbe avere la sua base (Rossmo 2000, 2005, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il geographic profiling è utilizzato nei crimini seriali</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">come l’omicidio seriale, lo stupro, l’incendio doloso, le rapine. L’attenzione è rivolta ai crimini più gravi, ma il profiling geografico interviene anche nelle investigazioni sui crimini seriali contro la proprietà (Miller, 2003). Tuttavia, la profilazione geografica può essere utilizzata anche per i reati non seriali che coinvolgono più scene/luoghi del crimine, collegate allo stesso evento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il profiling geografico è uno strumento utile nella pratica della polizia investigativa per la comprensione dei modelli dei criminali seriali secondo una prospettiva geografica organizzata, per dare priorità a un elenco di potenziali autori di reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il punto di vista di questo autore, il geographic profiling si colloca al di sopra del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">crime mapping</span></i><span class="fs12lh1-5">, utilizzato specialmente negli ambiti preventivi della sicurezza urbana, o della semplice mappatura spaziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, questo autore adotta un approccio computazionale per generare, dopo l’analisi investigativa della scena geografica del crimine, un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “</span><i><span class="fs12lh1-5">Criminal Geographic Targeting</span></i><span class="fs12lh1-5">” (CGT) di Rossmo (2000), ed utilizza costantemente il sistema professionale di geographic profiling Rigel di Ecri, che esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il successo del risultato finale generato da Rigel viene misurato con la percentuale di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5">. In pratica, si misura l’area di caccia dell’autore del reato, in particolare la percentuale di picco dell’area di caccia in cui, secondo l’analisi, dovrebbe essere localizzata la home-base del reo. Ad esempio, se dal profilo si rileva che l’area di caccia è di 100 chilometri quadrati, questo spazio indica l’estensione dell’area in cui l’autore del reato sta agendo. Se emerge una previsione secondo cui sarebbe possibile localizzare la home base del reo nel 10% della zona di picco dell’area di caccia, ciò significa che su 100 chilometri quadrati è possibile localizzare l’autore del reato in una zona di picco di 10 chilometri quadrati. Secondo i maggiori esperti profiler geografici un valore di hit score inferiore al 15% è soddisfacente (in Konable, 2003).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rigel è uno strumento che non sostituisce l’indagine. L’informazione è valutata dall’investigatore. Il sistema automatizza processi di analisi matematici, statistici e spaziali, evitando che l’analista sottragga tempo alle indagini. Lo scopo di Rigel è quello di aiutare a focalizzare e indirizzare l’indagine, consentendo alle agenzie di controllo di impiegare le risorse investigative in modo più efficace (Miller, 2003).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di operare con il sistema professionale di profiling geografico, all’analista spetta il compito di esaminare la scena geografica del crimine.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">6. Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La tecnica del Geographic Profiling contribuisce a dare un valore investigativo alla modellazione spaziale dell’autore di reato ed ai luoghi del crimine con la precipua finalità di poter individuare la probabile area del punto di ancoraggio dell’offender.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’aspetto geografico applicato all’investigazione, lo studio dei pattern criminali e la criminologia dei luoghi sono ormai strumenti al servizio dell’attività di profiling criminale, comportamentale e geografica. Tuttavia, quando si costruisce un profilo criminale, un profondo interesse per le motivazioni interiori o intrapsichiche dell’autore di reato può essere pericoloso perché rischia di creare, a volte, una storyline investigativa fuorviante. Invece, nella realizzazione del profilo geografico, è pur vero che l’ambiente influenza le azioni e la spazialità dell’autore del reato, ma le valutazioni investigative circa il reo saranno “ambientali” e, strutturalmente, più oggettive e coerenti. &nbsp;&nbsp;</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Domingo Magliocca</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">è lecturer presso l’Istituto di Scienze Forensi Corporate University di Milano, laureato in Criminologia Applicata per l’Investigazione e la Sicurezza presso l’Università degli Studi di Bologna - Polo universitario di Forlì, Geographic Profiling Advisor con un training avanzato in geographic profiling analysis nelle investigazioni su specifici crimini seriali.</span></div><div><hr></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">Andresen M.A.,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Environmental Criminology. 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			<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 18:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il decreto Caivano diventa legge: ecco le principali misure]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Hillary di Lernia - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo il via libera del Senato ricevuto lo scorso 27 ottobre, anche l'Aula della Camera dice sì al voto di fiducia chiesto dal Governo sul</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">decreto Caivano</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(d.l. 123/2023), che contiene “misure urgenti di contrasto al disagio giovanile e alla criminalità minorile” e prevede un generale inasprimento delle pene e un più facile accesso al carcere per il minore autore di reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel decreto, che porta il nome della città a nord di Napoli balzata agli onori della cronaca dopo i casi di stupro ai danni di due bambine del Parco Verde, vengono introdotte misure per la riqualificazione del territorio del Comune di Caivano al fine di favorire lo sviluppo economico e sociale dell’area. Inoltre, l’intervento normativo si pone l’obiettivo di dissuadere il minore dal tenere comportamenti contrari alla legge sia mediante la fruizione di percorsi rieducativi sia con il rafforzamento delle disposizioni sanzionatorie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di seguito alcune delle principali misure inserite nel provvedimento.</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">L'introduzione del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><i><span class="fs12lh1-5">reato di stesa</span></i></b><span class="fs12lh1-5">, in materia di pubblica intimidazione con uso di armi, che punisce, con la reclusione da 3 a 8 anni, “chiunque, al fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine o di attentare alla sicurezza pubblica, fa esplodere colpi di arma da fuoco o fa scoppiare bombe o altri ordigni o materie esplodenti”.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Una</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">stretta in materia di porto di armi</span></b><span class="fs12lh1-5">, anche mediante la prospettiva di una nuova fattispecie che punisce, con la reclusione da 1 a 3 anni, chiunque, fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, porta un’arma per cui non è ammessa licenza.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">L'introduzione dell'obbligo di adottare</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">sistemi per la verifica della maggiore età</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">degli utenti per i</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">siti pornografici.</span></b></li><li><span class="fs12lh1-5">L’inosservanza dell'obbligo dell'istruzione dei minori viene trasformato da contravvenzione in delitto:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">chi non iscrive il minore rischia la reclusione</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">fino a 2 anni, mentre per le assenze ingiustificate si prevede la reclusione fino a 1 anno.</span></li><li>Ampliata la platea dei reati per i quali può essere disposta la<b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">custodia cautelare</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e viene abbassata da 9 a 6 anni la soglia edittale che consente di applicare la misura detentiva; inoltre, i detenuti che abbiano compiuto i 21 o i 18 anni e che hanno atteggiamenti considerati violenti potranno essere trasferiti in carceri per adulti.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Inasprite le pene previste</span> per lo<span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">spaccio di stupefacenti</span></b><span class="fs12lh1-5">, anche di lieve entità.</span></li><li>Previsto <span class="fs12lh1-5">il rafforzamento dell’operatività dell’</span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Agenzia per la cybersicurezza nazionale</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">nella lotta contro la pirateria digitale.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">L'istituzione dell’</span><b><span class="fs12lh1-5">Osservatorio sulle periferie</span></b><span class="fs12lh1-5">, avente il fine di monitorare le condizioni di vivibilità e decoro delle aree periferiche delle città.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Un decreto che ha suscitato e suscita ancora diverse polemiche, non solo nelle aule politiche. Il fatto che desta più preoccupazione risiede nelle “</span><b><span class="fs12lh1-5">carcerocentricità</span></b><span class="fs12lh1-5">” dell’intervento normativo e pone dubbi sull’effettiva utilità dello stesso nel contrasto al fenomeno della criminalità minorile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“La vera emergenza non è quella di prevedere un maggior ricorso al carcere, ma quella di potenziare le strutture, sia carcerarie che comunitarie, per renderle luoghi di efficace e reale recupero dei minorenni. È necessario chiedersi, prima di tutto, quale debba essere il fine di un periodo di carcerazione, non limitarsi al mezzo”, ha dichiarato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza</span></b><span class="fs12lh1-5">, che ribadisce l’importanza di valorizzare la giustizia riparativa in ambito minorile. “È uno strumento prezioso, che incide positivamente sulla vita delle persone coinvolte, sul tasso di recidiva e si affianca alle risposte della giustizia tradizionale senza sostituirle”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di parere opposto il pensiero di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Riccardo De Corato, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera</span></b><span class="fs12lh1-5">. “Pensiamo infatti che i giovani possano essere rieducati, come previsto dalla Costituzione, anche attraverso la pena, per far sì che non commettano più reati tali da compromettere non solo il futuro di altre persone, ma anche il loro”.</span></div><div><i><br></i></div><div><i><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/428646.pdf" target="_blank" class="imCssLink">https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/428646.pdf</a></span></i></div></div><div><i><span class="fs12lh1-5"><br></span></i></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Nov 2023 14:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ibristofilia: quando il fascino del male diventa ossessione]]></title>
			<author><![CDATA[Martina Penazzo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina Penazzo - Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ibristofilia rappresenta la tendenza a provare attrazione sessuale e mentale di tipo morboso verso persone che hanno commesso crimini di varia natura. Il termine è stato coniato dallo psicologo e sessuologo neozelandese John Money nel 1986 e deriva dall’unione delle parole greche</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">“hubrizein</span></i><span class="fs12lh1-5">”, letteralmente “commettere un oltraggio verso qualcuno” e “</span><i><span class="fs12lh1-5">philo”</span></i><span class="fs12lh1-5">, che significa “avere una forte affinità/preferenza per”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ibristofilia risulta essere un fenomeno maggiormente femminile, sia per il fatto che statisticamente risultano esserci più criminali di sesso maschile, sia a causa dello stereotipo che porta a vedere le donne in una veste maggiormente passiva (Money, 1986). &nbsp;Uno dei casi più noti riguarda Susan Atkins, complice di Charles Manson, che durante il periodo di detenzione si è sposata due volte, entrambe le volte con uomini conosciuti tramite corrispondenza epistolare, noti come "</span><i><span class="fs12lh1-5">pen pal</span></i><span class="fs12lh1-5">"</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante ciò, in letteratura si riscontrano anche casi di ibristofilia al maschile. Ad esempio, il sociologo americano Pettigrew, nel suo articolo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">“Aggressive hybristophilia in men and the affect of a female serial killer”</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">pubblicato sul Journal of Forensic Psichiatry and Psychology, presenta un caso in cui alcuni uomini si erano resi complici di una donna serial killer poiché da lei affascinati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una specifica tipologia di ibristofilia è quella che comporta la ricerca di detenuti come partner e si definisce</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><i><span class="fs12lh1-5">prison groupies</span></i></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(Viello, 2006). In riferimento a ciò, fu condotta un’ampia ricerca volta a studiare ottantanove donne che avevano scelto di legarsi sentimentalmente a uomini detenuti che non conoscevano prima della carcerazione &nbsp;(Slavikova &amp; Panza, 2014). Queste donne avevano intrapreso relazioni sentimentali perfino con carcerati che avevano da scontare pene molto lunghe, alcuni (cinque di loro) nel braccio della morte, e ciò confermerebbe lo scarso interesse con la sessualità a vantaggio di una relazione prettamente di tipo “romantico”. Slavikova e Panza, autrici della ricerca e professoresse di psicologia alla California State University, sottolineano che nessuna di queste donne mostrava disturbi della sfera sessuale. Inoltre, il campione si distribuiva in un ampio range di età e non si differenziava dalla popolazione generale dal punto di vista etnico, religioso, scolare e lavorativo. Un elemento significativo riguardava l’infanzia di queste donne: molte di loro risultavano essere state vittime di abusi fisici e/o sessuali durante l’infanzia. Molte delle donne studiate avevano avuto un padre e/o un marito dominanti, controllanti e abusanti, e questo potrebbe spiegare la scelta di un partner simile o di uno che, viceversa, può essere controllato poiché detenuto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo l’autrice Sheila Isenberg (1991) ci sarebbero diverse ragioni che spingono alcune donne a scegliere un detenuto come partner:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">poiché mosse da un desiderio di accudimento e dal desiderio che una persona dipenda da loro. In altre parole, tale bisogno può essere ricondotto alla</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Sindrome della crocerossina</span></i><span class="fs12lh1-5">, ovvero a quella dinamica psicologica che porta la persona a sentirsi gratificata nel vedere l’altro “salvo” per merito dei suoi sacrifici e del suo aiuto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">per ricreare, consapevolmente o meno, la relazione che avevano durante l’infanzia con il padre;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">per un desiderio autolesionista di sottoporsi alla sofferenza e allo stigma sociale.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">poiché attratte da uomini il cui crimine ha reso famosi.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Secondo alcuni autori, tra cui lo psicologo e ricercatore Mark Griffiths, queste donne sarebbero spinte da un impulso biologico inconscio che fa loro ritenere che i figli di uomini violenti e criminali avrebbero maggiori chance di sopravvivenza. Secondo il medesimo autore, inoltre, le donne “ibristofile” si sentirebbero “speciali”, in quanto pur consce del fatto che il loro amato abbia ucciso in passato, sono convinte che non farebbe mai loro del male.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per le più giovani, in particolare, sembrerebbero entrare in gioco il fascino e il carisma del “cattivo ragazzo”, uno stereotipo spesso promulgato dai media, che sensazionalizzano il crimine e presentano lo stesso e chi lo commette attraverso aspetti erotici (Erlbaum, 1999).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Ibristofilia in Italia e nel mondo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Fra i serial killer oggetto delle più svariate proposte sessuali si citano Charles Manson, Jeffrey Dahmer e Ted Bundy (Griffiths, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ne è un esempio anche il serial killer Richard Ramirez, conosciuto anche come “The night stalker”, in quanto era solito operare di notte. Nel 1989 l’uomo venne riconosciuto colpevole di tredici omicidi e condannato alla pena di morte. Nonostante ciò, morì nel 2013 per problemi di salute.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ramirez, dunque, attese per molti anni l’esecuzione nel braccio della morte nel carcere di San Quintino, in California, e durante questo periodo ricevette centinaia di lettere da ammiratrici innamorate di lui, molte delle quali partecipavano anche ai numerosi processi che lo vedevano protagonista. In particolare, nell’ottobre 1996 si sposò con la giornalista free-lance Doreen Lioy, mediante una cerimonia all’interno del carcere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fascino del serial killer aveva colpito, oltre che centinaia di ammiratrici, anche una donna di nome Cindy Haden: una giurata durante uno dei suoi processi. La donna non si tirò indietro dall’esternare il suo amore per il killer, tantoché un giorno gli portò un piatto riempito di cupcakes con il messaggio “Ti amo” scritto sopra. La donna, in origine, era un giurato di riserva, ma fu convocata quando uno dei giurati primari venne licenziato. Ramirez, dunque, colse l’occasione per manipolare la donna attraverso seducenti sguardi nella speranza che potesse essere una risorsa all’interno della giuria. Come sappiamo, i suoi sforzi risultarono vani poiché venne ritenuto colpevole di tutte le accuse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche in Italia si sono verificati diversi casi di ammirazione nei confronti di criminali, seriali e non. Pietro Maso, Renato Vallanzasca, Benno Neumair, per citarne alcuni, hanno ricevuto numerose lettere di ammiratori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un altro caso che coinvolge l'Italia è quello di Erika Di Nardo, responsabile insieme all’allora fidanzato, Omar Favaro, della strage di Novi Ligure, avvenuta agli inizi degli anni 2000, in cui persero la vita la madre e il fratellino della giovane. Durante il periodo di reclusione, Erika intraprese una relazione con un ragazzo conosciuto tramite corrispondenza epistolare.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Write a Prisoner - Scrivere ad un carcerato</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Non sempre intrattenere un rapporto epistolare con i detenuti si configura come scelta riprensibile, Un esempio virtuoso rappresentato dalla piattaforma “Write a prisoner”, un sito web che offre la possibilità di entrare in contatto, tramite e-mail o posta, con detenuti reali.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">«Un sito che aiuta le persone realmente recluse a trovare amici per corrispondenza. Tantissimi uomini e donne che sono prigionieri e soli al mondo si rivolgono a noi per trovare un amico fuori dalle mura della prigione. Le persone che state per incontrare su questo sito variano ampiamente per età, per dove “vivono", e più importante ancora per il motivo per cui sono finiti in prigione. Una cosa che li accomuna tutti è tuttavia l’insopportabile solitudine e l’ardente desiderio di avere un amico».</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Così si legge</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">nella presentazione della piattaforma</span><i><span class="fs12lh1-5">,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che continua dicendo:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«Le vostre lettere sono uno strumento importante per promuovere i diritti umani e la riabilitazione quando scrivete ai prigionieri».</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Per ciascuno di loro, è possibile visualizzare una fotografia, lo status, la condanna e il reato per il quale sono detenuti, ma anche scoprire i loro hobby, interessi, aspirazioni e gusti. Tutti gli iscritti sono catalogati in diverse categorie, inclusa l'istruzione, il profilo legale e se ricevono già corrispondenza o meno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La procedura per scrivere a un detenuto è molto rigorosa, come spiega il sito del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria della Florida. Le lettere devono rispettare determinate dimensioni e standard di qualità, non è consentito inviare Polaroid e bisogna fare estrema attenzione al contenuto delle missive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fondatore del sito, Adam Lovell, sostiene che scrivere a un prigioniero non è solo un atto personale, ma può contribuire a combattere la recidiva. Mantenendo un contatto con il mondo esterno e non sentendosi esclusi dalla società, i detenuti possono essere aiutati a evitare di cadere nuovamente nella delinquenza una volta usciti di prigione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Studi come quelli svolti dalle sociologhe e ricercatrici Hoan Bui e Merry Morash pubblicati nel 2010 sul Journal of Offender Rehabilitation, confermano quest'effetto positivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Va evidenziato comunque che l'idea della corrispondenza tra carcerati e il mondo esterno non è nuova; esistono già associazioni, come Human Wright, che inviano lettere di solidarietà a chi si trova nel braccio della morte. In Italia, la Comunità di Sant'Egidio organizza iniziative simili con condannati provenienti da molti Paesi del mondo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, ciò che suscita qualche preoccupazione riguardo a "writeaprisoner" è la sistematica esposizione dei detenuti e dei loro dati sensibili, accessibile a chiunque navighi in rete. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali alcuni governatori degli Stati Uniti hanno deciso di non permettere questo servizio.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Bibliografia e sitografia</span></b></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Rassegna Italiana di Criminologia, “Dall’ibristofilia al narcisismo: il fascino del male”, 2021</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Slavikova, M., &amp; Panza, N. R. (2014).</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Characteristics and personality styles of women who seek incarcerated men as romantic partners: Survey results and directions for future research. Deviant Behavior</span></li><li><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magro I., Stati Uniti: i detenuti della rete di writeaprisoner.com…, articolo di Ilaria Magro su "Ristretti Orizzonti" (</span><span class="fs11lh1-5">» Vai alla pagina</span><span class="fs11lh1-5">)</span></div><div></div></li><li><span class="fs11lh1-5">https://writeaprisoner.com/</span></li><li>https://indaginidigitali.altervista.org/richard-ramirez/#Le_fan_di_Ramirez</li><li>https://it.mydailyselfmotivation.com/articles/creepy/10-creepy-fan-letters-written-to-mass-murderers-and-monsters.html</li><li>http://www.latelanera.com/serialkiller/serialkillerdossier.asp?id=RichardRamirez&amp;pg=6</li></ul></div><div class="imTAJustify"></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Note</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Letteralmente “amico di penna”.</span></div></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Sep 2023 09:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La vulnerabilità di Pietro e l’onnipotenza di Maso: il potere del narcisismo patologico]]></title>
			<author><![CDATA[Micol Trombetta]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div><span class="fs12lh1-5">Autori: dr.ssa Beatrice De Benedetti e dr.ssa Micol Trombetta - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Introduzione</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Denaro, fama, potere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Obiettivi che molti perseguono, per i quali in pochi sono disposti ad uccidere. Tra questi, Pietro Maso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Risulta difficoltoso comprendere come un essere sociale ed evoluto quale l’uomo possa non essere in grado di provare sentimenti, possa vivere per raggiungere l’onnipotenza, ma soprattutto non è facile comprendere come possa arrivare a togliere la vita a coloro che gliel’hanno donata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso visse tutto questo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dichiarò di aver perso il controllo della sua vita, in quanto pervaso da due entità: Pietro, il vulnerabile, e Maso, l’onnipotente, la sua maschera.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le esperienze, l’ambiente, la famiglia, la cultura, la società, gli amici. Sono gli stimoli esterni che plasmano la personalità e, attraverso un’analisi approfondita della storia di vita del soggetto, è possibile comprenderne il comportamento che, secondo Goethe,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">è lo specchio in cui tutti mostrano la loro vera identità.</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, a volte, disturbi come quello narcisistico di personalità non solo caratterizzano, ma definiscono l’essenza di una persona, cosa significherebbe sradicarli?</span></div><div><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">1. Il “caso Maso”</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.1 Pietro Maso</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso è uno dei più clamorosi rei confessi della storia della cronaca nera italiana relativa all’omicidio familiare, in quanto massacrò entrambi i genitori, con l’aiuto di tre complici, nella loro casa a Montecchia di Crosara.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per poter comprendere, o quanto meno contestualizzare, un fenomeno brutale come quello del parricidio, ossia l’uccisione dei genitori, è fondamentale approfondire l’infanzia dell’omicida.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso nacque il 17 luglio 1971 a San Bonifacio, autentico borgo in provincia di Verona, e fu immediatamente ricoverato in terapia intensiva neonatale per prematurità e diagnosi di meningite acuta che causò gravi danni ai polmoni e ad altri organi. Le condizioni critiche e la febbre alta condussero i medici a convocare i genitori e il parroco per l’estrema unzione ma, quasi miracolosamente, le funzioni vitali ripresero a lavorare e il piccolo Pietro venne dimesso prima dell’anno di età con l’avvertimento, nonostante la repentina guarigione, che non avrebbe vissuto un’infanzia ordinaria. A causa delle difese immunitarie tanto basse da costringerlo a letto ogni qualvolta venisse sottoposto ad uno sforzo fisico o ad una variazione di temperatura, trascorse i primi cinque anni di vita all’interno delle mura di casa. Presentava, inoltre, delle difficoltà fonologiche, risultando incapace di emettere suoni e iniziando a parlare solo all’età di quattro anni. Nell’autobiografia intitolata “Il male ero io”, pubblicata nel 2013, Maso collega la sua infanzia all’assidua presenza del medico che lo sottoponeva a cure a domicilio e alla figura materna che vegliava su di lui e lo viziava, nel tentativo di sopperire alle numerose difficoltà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Iniziò a frequentare la scuola in prima elementare accompagnato da un’insegnante di sostegno per le criticità nell’apprendimento e nel movimento, inoltre, perdurando un’alta propensione ad ammalarsi, non gli era permesso uscire in cortile con gli altri compagni. Tale condizione lo portò a sentirsi diverso dai pari e, gradualmente, anche inferiore. Dal momento che in quinta elementare il suo sistema immunitario cominciò ad irrobustirsi, i genitori lo mandarono ad un campo estivo a sfondo cattolico dove si avvicinò così tanto alla religione da chiedere di essere iscritto in seminario. Lo frequentò per un anno, senza ammalarsi e sviluppando un senso di appartenenza al gruppo, sentendosi socialmente apprezzato e, per la prima volta, alla pari dei suoi coetanei. Tuttavia, le sue aspettative vennero infrante quando venne espulso a causa degli scarsi risultati scolastici. Si scontrò con la sua prima delusione, temendo di regredire alla precedente situazione di diversità e isolamento dal mondo. Era solito essere assecondato dai genitori, viziato dai parenti, coccolato dalle sorelle ma, in questo frangente, gli venne imposto il primo inaspettato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">no.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Non gli era più possibile vivere e studiare fuori casa, non poteva seguire la strada del parroco e questo divieto lo demoralizzò al punto da non riuscire mai ad accettare l’episodio che, sia nella biografia che nelle interviste, ricorderà con grande rammarico e disappunto. L’ipotesi avanzata dalla psicologa Laura Baccaro, fondatrice e presidente dell’Associazione “Psicologo di strada” e docente di Psicologia criminale e Criminologia in svariate università italiane, interpreta il desiderio di Pietro di allontanarsi da casa, andando a studiare in seminario, come un modo per dimostrare ai genitori di essere all’altezza di vivere autonomamente un’esperienza; mentre l’espulsione sarebbe stata vissuta come un ritorno forzato a quelle mura che lo avevano intrappolato per anni e, di conseguenza, a sviluppare un sentimento di avversità verso quel luogo e verso le persone che vi abitavano. Nella psiche di Pietro, questo confronto con la realtà, innescò una reazione difensiva; cominciò ad allontanare sempre più i genitori, rinnegò il cattolicesimo e, una volta tornato a scuola, sentendosi nuovamente fuori luogo, iniziò con gli eccessi: si tagliò i capelli, esagerò con l’abbigliamento e gli accessori per attirare l’attenzione, finché, non solo venne notato, ma anche imitato dai compagni. L’ammirazione iniziò a conferirgli soddisfazione e piacere psicologico, accrescendo il suo ego fino a generare un vero e proprio bisogno di essere considerato come punto di riferimento, di essere compiaciuto ed emulato. I genitori, d’altra parte, non smisero di vederlo come il loro piccolo, fragile figliolo. Quel bimbo malato che necessitava continue cure e attenzioni, il cui singolo desiderio veniva esaudito al fine di distogliere il suo pensiero dalla malattia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il nucleo famigliare di Pietro Maso era composto dalla madre Mariarosa Tessari, il padre Antonio Maso e le sorelle Laura e Nadia, rispettivamente 6 e 8 anni più grandi di lui. Rosa e Antonio vengono ricordati come dei classici genitori veneti degli anni ’70-’80, devoti a valori tradizionali quali il lavoro, la terra e la famiglia ma già protagonisti di un cambiamento epocale: l’industrializzazione e la diffusione del benessere. Lei viene ricordata dai compaesani come “una brava donna", casalinga e dedita alla cura della casa e dei figli; lui, invece, il classico cosiddetto “pezzo di pane” e gran lavoratore che trascorreva le giornate, senza vacanze o giorni di riposo, nei campi, coltivandoli più del rapporto con i figli. Secondo i racconti circolanti in paese, i Maso erano una famiglia agiata, proprietari di terreni da frutto e da semina, devoti frequentatori delle attività proposte dai gruppi di preghiera presso i Frati di Lonigo, un paesino ad una ventina di chilometri da Montecchia di Crosara.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Montecchia è, tutt’oggi, una terra di contadini, abitanti che non solo lavorano, ma vivono per i loro terreni, i quali sono posti come priorità verso qualsiasi altro aspetto della vita. Uno dei detti storici che i genitori ripetono ai figli è:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">fameja lasagna, chi laora magna</span></i><span class="fs12lh1-5">, che in dialetto veneto significa come la famiglia sia paragonabile a una lasagna formata da vari strati, ossia i componenti della stessa, e solo chi lavora e si dà da fare può vivere e mangiare sotto quel tetto. A tavola si parlava di terreni, raccolto, semina; questo perché il lavoro e il denaro erano, e sono tutt’ora, i cardini di una società come questa. Lavoro inteso come fatica fisica; denaro guadagnato con sudore e che deve essere risparmiato, ponderando accuratamente le spese e limitandole solo al necessario o all’acquisto di altri terreni per ampliare le proprie coltivazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sotto questa scia, Pietro frequentò tre anni di istituto agrario ma lasciò gli studi da sedicenne per andare a lavorare, com’era tradizione, nell’attività di famiglia. Nonostante i tentativi, Pietro non era per nulla portato per la vita nei campi; a lui non piaceva svegliarsi presto, il freddo o sporcarsi le mani come i suoi antenati. Non combaciava con il suo stile di vita che, a partire dall’adolescenza, prevedeva lunghe serate tra locali, vestito di abiti firmati e con massima cura della propria immagine. Pertanto, trovò lavoro altrove, licenziandosi spesso per cambiare mansione o ambiente, senza alcun intervento da parte dei genitori. Nonostante si dimostrassero preoccupati per la vita irregolare del figlio, non si imposero con lui e non provarono ad indirizzarlo verso un’altra condotta. I licenziamenti improvvisi, gli episodi di furto, le nottate in discoteca e le spese eccessive, oltre le effettive possibilità economiche, non hanno mai incontrato ostacoli o rimproveri da parte dei genitori; al punto che il suo atteggiamento divenne sempre più eccentrico, teatrale, fino a toccare l'eclatante. Più Pietro, il bambino gracile, cresceva e più Maso, l’uomo onnipotente, prendeva il sopravvento, incitato e supportato dalla cerchia di amici che lui stesso si era creato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro era considerato il leader di un gruppo molto ristretto di compaesani, riusciti a conquistare la sua fiducia, assecondandolo ed emulandolo così da accresce ancor di più il suo egocentrismo. Giorgio Carbognin era il suo braccio destro, figlio di contadini come lui, timido e impacciato ma ambizioso. Pietro si vantò di averlo plasmato a sua immagine e somiglianza, di avergli insegnato come muoversi, come vestirsi, come approcciare con le ragazze, creando con lui un legame profondo e particolare. Sviluppando un vero e proprio disturbo dipendente nei confronti di Pietro, per tempo, Giorgio visse di luce riflessa ma, progressivamente, anche di luce propria</span><sup><sup>[1]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, arrivando in alcuni momenti a superare la sua stravaganza o sfrontatezza. Paolo Cavazza decise di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">entrare nel giro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">poiché vedeva che Giorgio e Pietro si distinguevano dalla massa: avevano sempre denaro a disposizione, indossavano abiti firmati, offrivano da bere nei bar o nelle discoteche e giocavano a poker. Damiano Burato era ancora minorenne al tempo, ragazzo semplice e cordiale ma immaturo, al tempo, conosciuto nella zona perché lavorava presso una carrozzeria e suonava come DJ alle feste. Le caratteristiche psicologiche e di personalità della compagnia che Maso si era creato, si incastravano perfettamente con le sue necessità ed il suo desiderio di essere compiaciuto; l’immaturità e la fragilità psicologica, dovute alla scarsa autostima, li rendevano dei discepoli perfetti, tanto da seguirlo in un piano omicida.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.2 Il parricidio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 17 aprile 1991, poco dopo le undici di sera,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato uccisero Mariarosa Tessari e Antonio Maso - genitori di Pietro - nel pianerottolo della loro casa, mentre stavano rientrando da un incontro di preghiera. Ciò che più colpisce di questo orribile gesto, è il movente: non per odio o vendetta, bensì per ottenere il loro patrimonio e vivere la vita sfarzosa che tanto desideravano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I quattro aggressori assalirono i coniugi con ferocia avvalendosi di spranghe, padelle e un bloccasterzo, in aggiunta a tentativi di soffocamento con tende e cuscini. Perpetrarono un massacro della durata di 53 minuti. Pietro sferrò il primo colpo ma tutti, a turno, colpirono le vittime, tranne Damiano che si chiuse in bagno sotto shock. Dall’esame autoptico del padre emersero cranio fracassato e mandibola spezzata in due parti, per la pressione che Paolo fece col piede sulla gola dell’uomo mentre provava a soffocarlo con una tenda. La madre, invece, venne percossa con violenza anche maggiore, colpita da Giorgio con una padella fino a che si ruppe il manico e, dopo un tentativo vano di soffocamento con un cuscino, fu Pietro a prendere in mano la situazione e darle il colpo letale con una spranga.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando la criminodinamica</span><sup><sup>[2]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, si osserva come il piano di Maso fosse quello di cogliere alla sprovvista i genitori, colpendoli al buio appena saliti dal garage sottostante. Per evitare che accendessero la luce e li vedessero, i quattro svitarono le lampadine e si nascosero nel ballatoio. Una volta compiuta la mattanza, decisero di simulare una rapina finita male, aprendo cassetti e rubando oggetti di valore. Successivamente, si lavarono e radunarono le lenzuola utilizzate per coprire i cadaveri, le tute e i vestiti sporchi di sangue in un borsone che gettarono nel fiume da un ponte. Infine, salirono in macchina diretti verso il loro alibi: l’Alter Ego, una discoteca di Verona.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">A loro insaputa, l’ingresso quella sera era solo su invito e, temendo di non avere testimoni, decisero di farsi notare alzando la voce e lamentandosi rumorosamente all’ingresso del locale così da attirare l’attenzione dei presenti. Terminarono la serata in un bar della città per poi fare rientro verso a casa verso le 2 di notte. Qui, posero in essere un tentativo di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">staging</span></i><span class="fs12lh1-5">, ossia una “messa in scena”, un’alterazione volontaria della scena del crimine volta a depistare le forze dell’ordine sul movente originario dell’atto e sui sospettati</span><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Tuttavia, il tentativo di mascherare le loro identità e di sviare gli investigatori dalle reali circostanze del reato non fu privo di errori banali. Per esempio, si dimenticarono di riavvitare le lampadine lasciandole sul tavolo, si scordarono le maschere che indossarono vicino ai cadaveri e non ripulirono accuratamente il bagno tralasciando residui di sangue. Tutti questi indizi</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">permisero</span><span class="fs12lh1-5 cf2"> </span><span class="fs12lh1-5">agli investigatori di ricostruire la dinamica criminale, ipotizzando che gli aggressori avessero avuto molto tempo a disposizione e che non potessero essere stati degli estranei ad introdursi nell’abitazione dal momento in cui erano assenti segni di effrazione.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, è possibile affermare che l’omicidio sia stato caratterizzato dalla premeditazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il Codice Penale, la premeditazione è una</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">forma di cosiddetto dolo di proposito che richiede da un alto un notevole lasso di tempo tra l'ideazione del reato e la sua concreta attuazione (elemento cronologico) e dall'altro una preordinazione di modalità e mezzi per assicurare al piano criminoso una possibilità di riuscita (elemento ideologico). Ha una sua rilevanza quale circostanza aggravante nei delitti di omicidio (</span></i><span class="fs12lh1-5">art. 577 n. 3) e di lesione personale (art. 585)</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[4]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come dichiarato da Pietro Maso stesso nel suo libro “Il male ero io”, l’idea di commettere il reato era sorta già l’autunno precedente al misfatto. Lui e i suoi amici erano soliti ad uno stile di vita medio-alto che prevedeva abiti griffati, auto sportive e lunghe serate di divertimento all’insegna della competizione a chi spendeva di più. Aspirando ad osare sempre più, crebbe in loro il bisogno di avere maggiore denaro a disposizione. L’idea di ricorrere al gesto estremo venne proposta con la massima leggerezza da Pietro come risposta alla domanda di Giorgio in merito alle possibili alternative per avere tanti soldi velocemente. Uccidere i genitori e le sorelle, nella sua testa, era l’unica soluzione possibile in quanto avrebbe consentito loro di ottenere l’eredità e vivere la vita che sognavano. Di fronte una tale constatazione, Giorgio sorrise complice, senza replicare o palesare alcuna repulsione. Il discorso, fatto in macchina a metà novembre 1990 e non più approfondito, venne ripreso il gennaio successivo di fronte ad una situazione di emergenza economica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Giorgio Carbognin ottenne un prestito di 25 milioni di lire per acquistare una macchina ma quei soldi li inebriarono a livello che, in un solo mese, spesero l’intera somma per soddisfare i loro vizi. Così si ritrovarono con un enorme debito da restituire entro la metà di aprile. Per tale motivo, giocando a biliardo nel loro punto di ritrovo, il Bar John di Montecchia di Crosara, Pietro e Giorgio illustrarono l’idea dell’omicidio anche a Paolo Cavazza che rimase sconcertato. L’ultimo che ne fu messo a conoscenza fu Damiano Burato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È necessario evidenziare come la banda</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">abbia gestito l’idea criminale e i preparativi con la massima freddezza e riferendosi a dover fare quella cosa come se fosse doveroso, senza attribuirci un valore morale o approfondendo le possibili conseguenze. Ne parlavano al bar o in macchina senza usare mai esplicitamente i termini “uccidere” o “ammazzare”, riducendo gradualmente di gravità l’azione al fine di normalizzarla ed arrivare a compierla senza emotività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parte della dottrina e della giurisprudenza aggiungono, quale ulteriore requisito della premeditazione la c.d. macchinazione, consistente nella predisposizione dei mezzi e delle modalità per la realizzazione del reato</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[5]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sera del delitto, la banda simulò una classica uscita in compagnia: Pietro si fece accompagnare al Bar John dai suoi genitori e lì si ritrovò con Giorgio e Paolo. Parlarono di “andare in discoteca” davanti ai presenti in modo tale che sembrasse tutto regolare. In realtà, lasciato il bar, si diressero verso casa di Damiano, che custodiva, dal giorno precedente, i borsoni con le tute da lavoro e le maschere di carnevale, utili per nascondere il volto e proteggersi da eventuali schizzi di sangue.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre la vera e propria deposizione rilasciata ai Carabinieri, sono molti i fatti dimostranti che l’omicidio fosse stato organizzato e premeditato. A tal proposito, le tute vennero procurate da Burato presso la carrozzeria dove lavorava qualche giorno prima, a conferma del fatto che stavano macchinando il progetto omicida con anticipo, muovendosi per procurare tutto il materiale necessario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Raggiunta la dimora Maso, trascorsero un’ora e mezza ad organizzare lo svolgimento del massacro. Allestirono la scena del crimine, svitarono le lampadine, si vestirono e cercarono gli arnesi per compiere la mattanza. Anticiparono i movimenti di Rosa e Antonio, pianificarono dove nascondersi, simularono i movimenti per colpirli, dividendosi i compiti e chi aggredire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel delitto di omicidio, la premeditazione si ha quando la risoluzione di uccidere è condizionata al verificarsi di un evento futuro. A tal proposito la giurisprudenza distingue tra condizione propria, in cui l'evento non solo è futuro ma anche incerto (es. uccido il seduttore di mia figlia se non la sposa); condizione impropria, in cui l'evento futuro è certo (uccido il mio vicino appena mi sarà consegnata la pistola che ho acquistato). La giurisprudenza ritiene compatibile la premeditazione solo con la condizione impropria.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[6]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">Tutti e quattro i complici parlavano dell’omicidio da almeno sei mesi, riferivano a</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dover fare quella cosa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">con naturalezza durante le loro serate e, nonostante a turno decelerassero, accelerassero e indietreggiassero, nessuno si tirò mai indietro definitivamente. Dimostrarono la loro convinzione a compiere l’atto anche dopo svariati tentativi con esito negativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La mattanza del 17 aprile, di fatto, non fu il primo e unico momento in cui i ragazzi provarono ad uccidere i coniugi Maso. Vi furono tre tentativi precedenti, elaborati e posti in essere da Pietro e Giorgio:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">la prima idea fu di Giorgio, ad inizio marzo 1991, che propose di trovare un killer che si occupasse dell’omicidio al posto loro. A tal proposito si recarono a Vicenza ma, nonostante vagassero per le zone meno raccomandabili, si resero conto che la ricerca sarebbe stata vana. Pertanto, decisero di acquistare sonniferi e topicida per avvelenare il cibo di Rosa e Antonio. Appena tornati a casa, le loro convinzioni cominciarono a vacillare per paura che i coniugi Maso si accorgessero delle sostanze tossiche dall’odore, così, buttarono tutto nella spazzatura;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il secondo tentativo si verificò a metà marzo quando provarono a far esplodere la casa con il gas, tramite delle bombole in garage e un marchingegno, azionato da una sveglia, che avrebbe fatto scattare la scintilla. Il piano non andò a buon fine poiché non venne mai impostata la sveglia, o, più probabilmente, Pietro non ebbe il coraggio di farlo. Dimostrò la sua ingenuità dimenticando di smontare la scena che i genitori notarono, ma a cui decisero di non prestare attenzione;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la terza volta architettarono che Giorgio colpisse la signora Rosa durante un viaggio in macchina, in cui si sarebbe seduto dietro di lei mentre Pietro guidava. Anche in questo caso, mancò il coraggio di compiere l’azione.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nonostante la quarta volta fu quella decisiva, a turno, tutti e quattro, tentennarono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’atteggiamento di Pietro Maso a questo proposito potrebbe suscitare qualche perplessità. Sono molti i segnali che dimostrano il suo indugio. Pochi minuti prima che arrivassero i genitori si chiese perché non si fosse tirato indietro, disse di aver colpito chiudendo gli occhi e, una volta terminato il massacro, dichiarò di essersi guardato allo specchio e di non essersi riconosciuto. Successivamente, decise di coprire i corpi con un lenzuolo per non vederli mentre allestiva lo staging. Questo comportamento è chiamato undoing ed è tipicamente posto in essere da coloro che tolgono la vita a soggetti a loro cari, provando imbarazzo o vergogna decidono di coprire il volto della vittima per non imprimere nella loro mente l’immagine del massacro compiuto. Aggiunse, inoltre, di aver steso i teli guardando altrove, così come di averli tolti prima di lasciare la scena criminis prestando attenzione a non toccare il corpo dei genitori. La freddezza da un lato e la vulnerabilità dall’altro, introducono la personalità narcisistica di Pietro Maso. Il soggetto dimostrò una certa ripugnanza verso l’atrocità commessa ma nonostante ciò, affrontò con freddezza i carabinieri, il processo e le sue sorelle, dormendo in mezzo a loro la notte dopo il massacro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’autobiografia dichiarò di aver avuto solo 14 anni la prima volta che pensò di uccidere suo padre, dacché lo sgridò per aver lasciato il motorino nuovo incustodito in paese ed essere andato fino in città a Verona in moto con un amico molto più grande di lui. Tale rimprovero, giustificato dall’apprensione di un genitore verso il figlio adolescente, venne percepito come affronto alla sua indipendenza; la rabbia e la convinzione di non poter essere sottomesso e non voler ubbidire fecero sì che qualcosa nel loro legame si ruppe per sempre. Secondo il Manuale MSD</span><sup><sup>[7]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, l’adolescenza è il momento della vita in cui si sviluppa l’autonomia personale, spesso entrando in conflitto con le regole imposte dai genitori. Nel caso in cui non si riesca a trovare un punto d’incontro, potrebbe crearsi una frattura nel legame genitore-figlio</span><sup><sup>[8]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che, come nel caso di Maso, non viene mai più risanata. La situazione si aggraverà ulteriormente a causa del disturbo narcisistico di personalità che gli verrà, in seguito, diagnosticato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Indagando circa il movente a partire da una visione superficiale, i quattro ragazzi uccisero per ottenere l’eredità dei coniugi Maso che ammontava circa a un miliardo di lire, ossia all’incirca 500.000 euro. Gli accordi erano di suddividere la somma in quattro parti, attribuendo a Paolo e Damiano 200 milioni di lire ciascuno e a Giorgio e Pietro 300 milioni cada uno. Il desiderio nacque per avidità, non per mancanza di finanze da parte dei giovani, in quanto i soldi di cui disponevano finivano sempre troppo velocemente a causa delle spese compulsive. La gestione dei soldi da parte di un soggetto narcisista, come quello in questione, è di tipo patologico, con frequente accumulo di debiti o situazioni di bancarotta a causa delle fantasie di potere e successo che spingono a vedere il denaro come uno strumento necessario per ottenere quanto si desidera oppure per raggiungere, o mantenere, un certo status di superiorità. Emerse il bisogno, quindi, di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">fare tanti soldi e in fretta</span></i><span class="fs12lh1-5">, come dichiarò Maso nel suo scritto. La fretta nel compiere la tragedia, venne infine sollecitata dal fatto che Pietro falsificò un assegno con la firma della madre per permettere al Carbognin di ripagare il prestito che doveva alla banca; consci che, nel giro di poco, si sarebbe resa conto dell’assenza di 25 milioni di lire nel suo conto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Può il solo motivo economico rendere possibile tale scempio? Può il solo desiderio di denaro comportare un totale distacco affettivo-emotivo? Maso dimostrò totale assenza di empatia verso le persone che hanno dato lui la vita, affermando di aver alzato tutte le barriere per affrontare il momento, di essersi allontanato da loro così tanto da arrivare non solo ad oggettivizzarli, ma addirittura ad annullare la loro esistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In psicologia, l’empatia è considerata una competenza emotiva che, attraverso l’osservazione o l’immaginazione degli stati affettivi altrui, induce l’osservatore a condividere la stessa condizione; per questo viene anche tradotta come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Tale compassione attiva, da un lato, la sfera emotiva, ossia l’avvertimento del disagio altrui e, dall’altro, la sfera cognitiva, con la comprensione dei motivi di tale tristezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico di chi presenta tratti borderline di personalità, come i narcisisti, si intacca prevalentemente l’ambito cognitivo, rendendo loro difficile comprendere che anche gli altri hanno dei bisogni e che potrebbero essere più o meno uguali ai loro. Lo sviluppo dell’empatia è appreso e dipende da fattori bio-psico-sociali, ciò significa che incide sia la sfera genetico-ereditaria, sia quella psichica e di personalità, così come anche fattori socio-ambientali, culturali e l’educazione ricevuta</span><sup><sup>[9]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">Io non sentivo alcun richiamo da dentro. Né qualcosa che potesse pescare in un odio antico verso mamma e papà. O forse c’era e non me ne rendevo conto. Forse gli avevo già uccisi dentro di me, tanto tempo prima. Ma non erano neppure estranei. Perché pensare ad un estraneo vuol dire attribuirgli comunque l’esistenza. Non c'era neppure questo. Mio padre e mia madre erano figure inanimate che si muovevano nella mia realtà di allora. Colpire è stato come colpire un sacco vuoto. È avvenuto nella più completa e totale assenza del tutto.</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Una dichiarazione agghiacciante dimostrata con i fatti anche dal modo impassibile col quale Maso reagì una volta rinvenuti i corpi. È stato lui stesso a correre dai vicini di casa per avvertirli impaurito che sospettava fosse successo qualcosa, inventando di aver visto delle gambe spuntare dal bancone della cucina una volta rientrato dalla discoteca. Ha accompagnato gli agenti in un tour della casa quando vi erano ancora i cadaveri sul pavimento e risposto con totale distacco e freddezza ai giornalisti e ai carabinieri, comparendo nei telegiornali quasi annoiato e indifferente ai fatti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A differenza degli assassini seriali che uccidono spinti da un bisogno psicologico personale, inteso come pulsione interiore incontrollabile, Maso nega tale impulso di uccidere, confermando che l’atto fosse stato compiuto solo per ottenere un vantaggio personale: il denaro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando più in profondità il movente, si può azzardare un altro tipo di bisogno psicologico collegato al disturbo narcisistico di personalità. L’obbiettivo principale potrebbe essere diventato quello di contrastare la sua debolezza, provare a se stesso di essere capace di fare qualsiasi cosa per coronare il desiderio di onnipotenza, frutto dei suoi pensieri malati. Raggiunse l’apice del suo delirio con un gesto forte, anzi il più terribile che esista, il parenticidio, ossia l’omicidio di entrambi i genitori. Secondo alcuni studi, in Italia i casi sono aumentati notevolmente dalla seconda metà degli anni ’80, soprattutto nelle regioni del nord di Veneto, Lombardia e Liguria. È interessante notare come il responsabile sia quasi esclusivamente di sesso maschile, mosso da ragioni di interesse economico, che non agisce quasi mai in maniera improvvisa e cerca di eliminare anche eventuali fratelli nel caso ci fossero. Tutte caratteristiche presenti nel suddetto genitoricidio e che portano Pietro Maso ad essere citato come esempio di riferimento nella letteratura in questo ambito</span><sup><sup>[10]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">2. La personalità di Pietro Maso</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.1 I tratti della personalità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella perizia psichiatrica redatta a carico di Pietro Maso si legge che il soggetto è affetto da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">disturbo narcisistico di personalità lieve-medio, aggravato dall’ambiente familiare e sociale; una modalità pervasiva di grandiosità nella fantasia e nel comportamento, di ipersensibilità nel giudizio degli altri e mancanza di empatia che è presente dalla prima età a quella adulta.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[11]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">L'assoluta necessità di ricevere ammirazione e la sensazione di umiliazione se posto in secondo piano, lo hanno portato a manifestare comportamenti esuberanti per attirare l’attenzione degli altri e a coltivare relazioni solo se queste gli avessero generato un vantaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha scritto sulla mia perizia che ero affetto da “narcisismo bipolare”. Forse era vero. Ma non me ne rendevo conto. Oggi so che tutto quello che vivevo era assurdo. Sbagliato. Io ero sbagliato. Negli anni avevo lavorato sull’immagine di Maso. Avevo costruito quella che consideravo la mia creatura perfetta, invincibile, immortale. Per molto tempo Maso aveva convissuto insieme a Pietro, come due gemelli uguali ma profondamente diversi. Maso si alimentava di narcisismo. E quel narcisismo faceva sì che io godessi solo quando gli altri mi guardavano. O ancora di più quando gli altri provavano a imitarmi. Erano lo specchio nel quale io potevo ammirarmi. Mi dava l’illusione di un potere immenso. Delirio. Ebbrezza. Ecco perché non ho mai avuto bisogno né di alcol, né di droghe. Volevo, dovevo essere lucido per godere di ogni minimo dettaglio. Bere dai loro sguardi, pensieri, parole. Saziarmi della loro ammirazione. Solo allora mi sentivo di esister</span><span class="fs12lh1-5">e</span><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span><i><span class="fs12lh1-5 cf3"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Una dichiarazione lucida, un’interpretazione perspicace della propria condizione cercando, però, una giustificazione al suo essere.</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso disse che all’epoca dei fatti era pervaso da due entità: Pietro e Maso. Pietro era il bravo ragazzo, fragile e timido; mentre Maso incarnava il suo narcisismo, era esibizionista e assetato di attenzioni. Dichiarò, anche, di essere invaso dal vuoto, di aver perso il controllo sulle sue decisioni e smesso completamente di provare emozioni. Maso prese possesso della vita di Pietro e, sulla base di questo, Pietro continuò a dichiararsi</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">vittima di Maso</span></i><span class="fs12lh1-5">, il suo stesso narcisismo perverso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A questo punto, sorge spontanea una questione: Pietro potrebbe esistere senza Maso? O viceversa, Maso potrebbe sussistere senza Pietro? E quindi, un disturbo come il narcisismo può essere sradicato dalla personalità o ciò significherebbe annullare l’identità stessa della persona? Al fine di rispondere a tale quesito è necessario definire cosa si intenda con disturbo di personalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La personalità di un individuo è l’insieme delle caratteristiche psichiche e delle modalità comportamentali che lo rendono unico e irripetibile. La personalità è un concetto dinamico, in quanto il soggetto tende a evolvere la propria maturazione psicofisica adeguandosi al contesto in cui è inserito. La personalità, infatti, si manifesta attraverso il vivere sociale del soggetto in funzione della sua capacità e efficienza di interagire con altri individui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando si discute sulla personalità è d’obbligo fare riferimento agli studi del padre della Psicanalisi, Sigmund Freud. Lo psicologo austriaco formulò, nel particolare, due teorie sulla struttura della personalità: il Modello topografico nel 1915 e, qualche anno dopo, il Modello strutturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il Modello strutturale, elaborato nel 1922, l’apparato psichico è formato da tre istanze o strutture:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Es, l’inconscio. Comprende l’insieme dei tratti ereditari e biologici, inclusi istinti, pulsioni, passioni e sentimenti rimossi o di cui il soggetto non è a conoscenza;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Io, il conscio. Quel lato della personalità che si forma in seguito al soddisfacimento dei bisogni sulla base dei rapporti con la realtà oggettiva, valutando le reali possibilità del mondo esterno;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Super-Io, la moralità. Il contenitore interno di valori etici e norme sociali apprese nell’infanzia tramite divieti, ricompense o punizioni</span><sup><sup>[13]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Esercita la funzione di arbitro morale interno della condotta, sia disapprovando i comportamenti contrari alle norme sociali e facendo sentire l’uomo colpevole, sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di sé quando la sua condotta è conforme alle regole e adeguata a quell’ideale di sé che ciascuno tende a perseguire secondo i modelli che i propri cari e la società impongono. Il Super-Io controlla ed inibisce gli impulsi dell’Es.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Secondo Freud, la personalità è il risultato del conflitto tra coscio e inconscio, raggiunto tramite le modalità con cui l’Io costruisce le proprie relazioni con gli altri. Quest’ultima è l’istanza che media tra l’istintività dell’Es e i divieti del Super-Io decidendo se, e quando, autorizzare l’espressione degli impulsi e, quindi, determinando il funzionamento normale o patologico dello stato psichico</span><sup><sup>[14]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. I bisogni istintivi dell’Es e le censure del Super-Io sono in perenne conflitto. Quando l’Io viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a dominare e non è possibile trovare una situazione di equilibrio tra le forze antagoniste dell’Es e del Super-io, l’Io stesso vive una situazione di pericolo che si realizza in ansia o angoscia. Nell’ottica psicoanalitica proposta da Freud, i problemi psichici attuali derivano sempre da precursori infantili che vanno approfonditi per spiegare i comportamenti adulti. Questo perché le interazioni e gli schemi comportamentali appresi nei primi anni di vita costituiscono un modello che viene assimilato e successivamente considerato per valutare il livello evolutivo di una persona</span><sup><sup>[15]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso di Pietro Maso è possibile riscontrare alcune carenze nella formazione dell’Io, a causa dell’educazione poco rigida da parte dei genitori, i quali, di fronte alle numerose difficoltà psico-fisiche del figlio, preferivano assecondarlo senza rimproverarlo, evitando di innescare un sistema di punizioni e ricompense. Inoltre, è identificabile uno scarso confronto con la realtà durante l’infanzia, probabilmente anche a causa della condizione di isolamento dai coetanei che ha sicuramente contribuito a sviluppare delle notevoli difficoltà relazionali e una scarsa visione oggettiva del mondo circostante.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">Un disturbo di personalità è un pattern permanente di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che sono marcatamente differenti da quelli definiti dalla propria cultura, è pervasivo e inflessibile, ed emerge in adolescenza o nella prima età adulta. È</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">stabile nel tempo e conduce a sofferenza o disabilit</span></i><span class="fs12lh1-5">à</span><sup><sup>[16]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Una costruzione complessa che ci accompagna per tutta la vita, contraddistinguendoci in aspetti e caratteristiche che, in parte, restano immutati per tutta la vita e, in parte, si evolvono sulla base delle esperienze vissute. Questo perché l’obiettivo della personalità tende a stabilire un equilibrio con se stessi e la realtà circostante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per valutare la struttura della personalità bisogna considerare diversi parametri</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[17]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Innanzitutto, si esaminano i meccanismi di difesa adottati dal soggetto; ossia i processi psichici, spesso implementati da un comportamento, adottati per fronteggiare le tensioni della vita mediando tra gli impulsi interni e le proibizioni esterne</span><sup><sup>[18]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Si tratta di funzioni che l’Es utilizza per salvaguardarsi di fronte a richieste istintive o pulsioni troppo intense che potrebbero risultare pericolose. Essi si formano nel corso dell’infanzia e sono fondamentali per gestire efficacemente stimoli inappropriati che, nel caso si implementassero, provocherebbero ansia o risulterebbero incompatibili con la realtà circostante</span><sup><sup>[19]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In aggiunta, si valuta il livello di integrazione dell’identità, cioè la chiarezza nel valutare se stessi e comprendere gli altri. Un’identità integrata è in grado di formulare rappresentazioni del sé e degli altri differenziate ed elaborate, riconoscendo pregi e difetti in maniera oggettiva e attendibile e instaurando una serie di relazioni sociali ed affettive adeguate. D’altro canto, un’identità viene definita diffusa se vi è la presenza di rappresentazioni del sé, e degli altri, povere o facilmente mutevoli, così come di relazioni affettive o sentimenti labili, incostanti o addirittura violenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente, si approfondisce l’esame di realtà, che consiste nella capacità e nelle modalità con cui il soggetto mantiene il contatto col mondo circostante. Si riferisce, quindi, all’abilità di distinguere se stessi e la propria vita da quella delle altre persone, valutando i propri sentimenti, i pensieri e i comportamenti nel quadro delle norme sociali</span><sup><sup>[20]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, è fondamentale analizzare le principali preoccupazioni e angosce del soggetto per identificare eventuali esperienze negative, precursori di traumi irrisolti. Questi eventi, soprattutto se vissuti in età infantile, modulano la personalità di un individuo, possono provocare l’insorgenza di disturbi d’ansia o incidere in alcuni tratti caratteriali come la timidezza, la tendenza al senso di colpa oppure forti sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, scarsa affettività e perdita di positività verso le prospettive future. Questo perché un trauma irrisolto genera una sollecitazione disfunzione nel cervello che porta il soggetto ad essere meno resiliente e ad incontrare maggiori difficoltà nel gestire eventuali situazioni complesse nella vita</span><sup><sup>[21]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò incide anche nelle capacità e modalità relazionali, altro argomento di notevole importanza nella valutazione della personalità. Gli schemi relazionali, infatti, sono dei modelli predefiniti attraverso cui gli individui interpretano e si approcciano alla realtà al verificarsi di determinate situazioni. Essi raccontano molto sull’educazione ricevuta, la cultura, l’ambiente e talvolta anche la religione con cui si è cresciuti, anche se vengono parzialmente riadattati sulla base delle esperienze vissute</span><sup><sup>[22]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, si tiene presente anche dell’abilità dell’individuo di stabilire un legame con lo specialista che valuta la personalità, ossia psicologi, psichiatri o psicoterapeuti che cercano di effettuare una diagnosi. I pazienti, a questo proposito, possono dimostrarsi completamente disinteressati, infastiditi dalle domande che gli vengono poste, timidi e riservati, esageratamente aperti o collaborativi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da tale valutazione emerge un profilo complesso che tiene conto di processi interni e meccanismi esterni al soggetto che lo rendono unico nel suo modo di pensare e agire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Applicando i criteri appena descritti alla personalità di Pietro Maso è possibile ipotizzare che utilizzò meccanismi di difesa tipici del narcisismo come l’onnipotenza, l’idealizzazione e la svalutazione. Egli, infatti, dimostrò di agire con la convinzione di essere superiore agli altri, gestendo emozioni e pensieri angoscianti con l’approccio e il comportamento di chi crede di possedere doti ineguagliabili, trasmettendo l'idea di poter fare qualsiasi cosa. Affinché questo fosse possibile, arrivò a mitizzare la propria figura, ossia immaginare di possedere caratteristiche uniche e speciali, svalutando il prossimo al fine di aumentare la propria autostima</span><sup><sup>[23]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Da un lato, l’idealizzazione gli permise di fronteggiare sensazioni spiacevoli o idee negative grazie alla credenza di avere talenti straordinari e, dall’altro lato, la svalutazione gli consentì di gestire questi pensieri angoscianti scaricando eventuali fallimenti, delusioni o desideri inappagati sul mondo esterno</span><sup><sup>[24]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste strategie per affrontare le problematiche sono collegate ad un’identità diffusa, che gli fa percepire un senso di vuoto interiore, portandolo ad essere discontinuo nella visione di sé e degli altri, ad avere comportamenti contraddittori e a non integrarsi sul piano affettivo, instaurando relazioni opportunistiche e prive di empatia. Di fatto, aveva una cerchia di amici molto ristretta e, nonostante l’atto commesso dimostrò un altissimo grado di lealtà, il rapporto che li univa era superficiale, tanto che non si confidavano circa situazioni sentimentali o non si davano consigli in caso di problemi personali. Il loro rapporto era finalizzato a condividere del tempo insieme, come uscite, serate nei locali o pomeriggi al bar. Considerando esclusivamente i propri interessi e bisogni, dimostrò di avere difficoltà nel valutare oggettivamente la realtà e comportarsi in maniera socialmente adeguata. Il reato fu l’episodio estremo dove, di fronte alla necessità di reperire denaro, cercò la via più diretta ignorandone le conseguenze, il dolore che avrebbe provocato o qualsiasi alternativa legale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Approfondendo le sue angosce e preoccupazioni, emerge un forte timore di regredire allo stato di isolamento e solitudine già vissuto da bambino. Per evitare di risultare debole o diverso, si è assicurato personalmente di “costruirsi” la sua compagnia di amici, affinché rispondessero alle sue necessità di essere compiaciuto ed emulato. Dimostrò un certo grado di introversione verso le nuove conoscenze, evitando chiunque potesse giudicarlo e stringendo rapporti interpersonali solo in caso di profitto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, dimostrò un atteggiamento evitante e un forte distacco con gli esperti che valutarono la sua personalità una volta entrato in carcere, presentandosi ai colloqui con un approccio schivo, superficiale, raccontando fandonie, facendo vanterie esagerate e prendendosi gioco degli specialisti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo quadro suggerisce, anche se in maniera sintetica, che le difficoltà intra psichiche e interpersonali del soggetto in questione hanno consolidato una serie di tratti di personalità rigidi e impattanti, tanto da causare un disagio sia a se stesso sia a coloro che lo circondavano. Questo è il presupposto per determinare lo stato patologico della personalità. Esso si sviluppa con la presenza di una condizione clinica di disagio sociale, personale e lavorativo, molto spesso senza la consapevolezza del paziente. Si parla di organizzazione borderline di personalità, dal momento in cui il funzionamento è in bilico tra la nevrosi e la psicosi, con difficoltà di interazione sociale, sbalzi d’umore e nell’empatia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento all’appena citata “organizzazione", secondo gli esperti del filone freudiano, la struttura della personalità viene definita attraverso i livelli di organizzazione interna, distinguendo tre macro-categorie di patologia mentale:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area psicotica, in cui la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo deboli che non riescono ad arginare l’Es. In questo caso, il soggetto perde il contatto con la realtà, non si accorge che i suoi comportamenti non sono conformi a quelli convenzionalmente condivisi e non riesce a distinguere ciò che è reale da ciò che è frutto di deliri o allucinazioni dettati dalla malattia. Non essendo in grado di rendersi conto del disagio che vive, non crede neanche di aver bisogno di aiuto o supporto psicologico;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area nevrotica, ove la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo rigide che non permettono di entrare in contatto con l’Es. Non venendo compromesso il contatto con la realtà, il soggetto è in grado di riconoscere di avere un problema e chiedere aiuto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area borderline, come nel caso del disturbo narcisistico di personalità, le difese utilizzate sono primitive, ossia impediscono la formazione di rappresentazioni del sé e del prossimo adeguatamente differenziate e realistiche rendendo difficile per il soggetto la ricerca di soluzioni di compromesso senza distorcere la realtà. Questo livello si può paragonare all’area psicotica nei momenti di regressione ma si distingue da essa per una maggiore integrazione di personalità, mantenendo un contatto con la realtà, nonostante le scarse capacità di osservare la propria patologia</span><sup><sup>[25]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.2 Il disturbo narcisistico di personalità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nello specifico, la quinta versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), raggruppa i disturbi di personalità in Cluster A, B e C, tre sezioni distinte sulla base delle analogie circa le sfere che colpiscono maggiormente. Per definizione, infatti, i disturbi di personalità provocano difficoltà in almeno due aree tra: sfera cognitiva, affettività, relazioni interpersonali e controllo degli impulsi. Il narcisismo rientra all’ interno del Cluster B dei disturbi di personalità, caratterizzati da comportamenti esasperati e drammatici, con scarsa regolazione dell’impulsività e dell’emotività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come per ogni questione psicologica, è impossibile definire con certezza che vi siano delle cause scatenanti univoche ma sono riscontrabili alcuni fattori che ne aumentano il rischio:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">storia familiare di disturbi mentali;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">fattori genetici;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">famiglie abusanti o instabili, questo perché l’interazione tra caregiver e bambino è di fondamentale importanza nello sviluppo di affettuosità e personalità;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbo della condotta dell’infanzia;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">anomalie cerebrali chimiche e di struttura;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">eventi traumatici in seguito a forte stress o situazioni sociali complesse o destabilizzanti</span><sup><sup>[26]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Sulla base di ciò, i fattori di rischio vengono raggruppati in tre macro-categorie: ambiente familiare, fattori neurobiologici e relazioni sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento alla componente familiare, numerosi studi, come quello pubblicato dall’Università di Chicago nel 1998, hanno confermato l'importanza di una relazione sana e positiva tra genitore e figlio al fine di raggiungere autostima, indipendenza e trovare la propria identità. Destreggiarsi indipendentemente implica il distacco dai genitori, negoziando con loro ruoli e limiti e gestendo in maniera costruttiva i conflitti, sia superficiali che rilevanti, che potrebbero generare. Di conseguenza è possibile superare le avversità dell’adolescenza e della prima età adulta se si riesce a costruire un rapporto sano ed equilibrato con i genitori, meglio se con entrambi. Da un punto di vista teorico, infatti, i due genitori forniscono esperienze di socializzazione diverse durante l’infanzia. A tal proposito, la creazione dell’identità personale è particolarmente influenzata da un’educazione esclusivamente materna e l'assenza di una figura paterna nell’infanzia. I padri, infatti, incoraggiano maggiormente la sfera sessuale nei bambini. Ne deriva, quindi, che i bambini maschi cresciuti prettamente dalle mamme senza figure maschili positive, tendono ad esagerare con lo stereotipo della mascolinità, dimostrandosi eccessivamente aggressivi, assertivi e a volte antisociali</span><sup><sup>[27]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Effettuando un’analisi familiare di Pietro Maso è possibile rilevare, da un lato, una madre estremamente permissiva che, con cure eccessive e concessioni gratuite, potrebbe aver influenzato il bambino a bramare quello stesso atteggiamento da chiunque altro gli stesse intorno. Dall’altro lato, si riscontra una carenza evidente nel rapporto col padre che non ha mai espresso affetto nei suoi confronti e con il quale non ha sviluppato un dialogo produttivo. Pietro riferisce di non aver mai affrontato con lui discorsi legati all’ambito sessuale e, dall’adolescenza, dimostra un approccio all’amore poco adeguato, cambiando più partner a settimana e ricorrendo anche a prostitute per rapporti ancor più distaccati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Passando all’ambito fisiologico, con riferimento alle anomalie cerebrali, numerosi studi hanno riscontrato che i neonati che hanno sofferto di meningite riportano una serie di danni neurologici, tra cui: deficit cognitivi e dell’apprendimento; ritardi nello sviluppo; ritardi nel linguaggio; problemi comportamentali; problemi a polmoni e reni; cefalea ed episodi convulsivi</span><sup><sup>[28]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico di Pietro Maso, sin da piccolo manifestò alcuni ritardi nello sviluppo e nel linguaggio, con difficoltà nell’acquisizione di abilità di carattere motorio, relazionale ed emotivo; nei primi anni di vita non era in grado di emettere alcun suono e cominciò a parlare solo all’età di quattro anni. Sono, inoltre, riscontrabili lievi disturbi dell’apprendimento e carenze intellettive, non a caso gli venne assegnata un’insegnante di sostegno durante tutte le scuole elementari e venne espulso dal convento proprio per scarsi risultati scolastici, nonostante professasse di impegnarsi molto. Per quanto riguarda i problemi comportamentali, sin da quando era adolescente non accettava i rimproveri dei genitori, ha spesso avuto comportamenti cleptomani e dimostrato un’incapacità nella gestione delle spese e nell’autocontrollo. Inoltre, ha riportato di aver sofferto spesso di forti emicranie ma di non essere mai stato sottoposto a cura farmacologica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, in relazione alle relazioni interpersonali, è rilevante il suo isolamento dai coetanei durante l’infanzia per i problemi di salute, in quanto vi è ampio consenso sui benefici delle relazioni precoci tra pari. Uno studio condotto nell’Università di Waterloo (Ontario, CA) ha ipotizzato e approfondito le correlazioni tra solitudine infantile e alti livelli di ansia e percezione negativa di sé. Le scarse interazioni sociali nell’infanzia avrebbero influenza sui processi di interiorizzazione, incidendo sulla serenità psicologica, sicurezza in se stessi e integrazione. Non ottenere feedback sociali positivi incide nella maggiore difficoltà ad ottenere successi e ad innescare meccanismi di dispercezione sociale con conseguenti sentimenti di solitudine. Si azzarda anche un collegamento tra isolamento e aggressività, per le incapacità a rapportarsi in maniera sana e congrua al contesto.</span><sup><sup>[29]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tutte queste constatazioni potrebbero, almeno in parte, aver inciso nella creazione di un profilo di personalità patologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In accordo con il DSM-V, il disturbo narcisistico di personalità si rivela in un profilo pervaso dalla grandiosità, esigenza di ricevere ammirazione</span><sup><sup>[30]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e difficoltà nel costruire relazioni interpersonali per mancanza di empatia, interesse e affettività, se non per ottenere dei vantaggi personali o accrescere il proprio ego</span><sup><sup>[31]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine narcisismo deriva da Narciso, personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza ma insensibile all’amore perché concentrato solo su di sé e, per la sua superbia, punito dalla dea Nemesi ad innamorarsi della sua stessa immagine. Ed è specchiandosi in un lago che morì annegato cercando di raggiungere il proprio riflesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il concetto generale di narcisismo si riferisce alla necessità di trasmettere una buona immagine di sé e all’aspettativa che essa venga supportata dall’ambiente esterno. Si sfocia nella forma patologica nel momento in cui si cercano di soddisfare questi bisogni in maniera maladattiva o si genera un alto disagio emotivo se non vengono rette le aspettative</span><sup><sup>[32]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Ciò accade perché, anche se dall’esterno sembrerebbe il contrario, il fulcro patologico del narcisista è dato da pattern anomali riguardanti la propria autostima, l’inferiorità e la paura verso la solitudine che vengono compensati con la necessità di ammirazione, riconoscimento, popolarità e il rigetto delle critiche che vanno invece ad alimentare le proprie insicurezze</span><sup><sup>[33]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento alla regolazione dell’autostima, dei comportamenti, alle emozioni e ai pensieri esplicitati dal soggetto, è possibile suddividere il narcisismo in due categorie: covert e overt.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prima consiste nella manifestazione implicita ed inconscia del disturbo, dove il soggetto prova un profondo senso di inferiorità, umiliazione e vergogna con conseguente sensibilità estrema al giudizio altrui. L’atteggiamento è riluttante e dimostra falsamente gentilezza e modestia, evitando situazioni in cui potrebbe ricevere critiche o fallire. La forma manifesta, invece, è quella overt, in cui rientra anche il protagonista di questo lavoro. È detta anche grandiosa perché esplicita, caratterizzata da un senso di superiorità accentuato, arroganza, disprezzo e utilizzo strumentale del prossimo. In questo caso, la fragilità interiore viene nascosta con una maschera che esprime unicità e un senso di importanza esagerato</span><sup><sup>[34]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La maschera che indossava Pietro era quella del Maso invincibile, sicuro di sé, esclusivo e superiore agli altri. Questo personaggio si distingueva con l'apparenza. I capelli perfettamente in ordine, gli abiti all’ultimo grido, i travestimenti durante le serate e gli ingressi in discoteca, dove confidava di venir osservato e invidiato da tutti. Sentiva il bisogno interiore di stupire se stesso e gli altri con idee, accessori o comportamenti ogni giorno differenti. Superare in stravaganza ogni sera la precedente era diventato un vero e proprio lavoro che gli impiegava moltissimo tempo ed energie mentali, tanto che arrivò ad affermare che, per anni, Maso, il suo lato dominante, eccentrico e assetato di attenzioni, avesse preso il sopravvento su Pietro, la sua parte vulnerabile e fragile. Come se quel re delle discoteche e dei travestimenti avesse imprigionato il bambino che trascorreva le giornate malato nel suo letto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni studi clinici, come quello condotto dagli psicologi americani Elisabeth A. Edershile e Aidan G. C. Wright dell’ Università di Pittsburgh, hanno evidenziato che il narcisista oscilla tra fasi di grandiosità e altre di vulnerabilità, specificando che sono le situazioni interpersonali ad influenzare maggiormente l’espressione della personalità e della psicopatologia</span><sup><sup>[35]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Si parla infatti di “dinamica narcisistica" per spiegare l’andamento variabile di questo disturbo che non presenta sintomi stabili ma una serie di fluttuazioni psicologiche volte a regolare l’autostima. Questa dinamica prevede che il narcisista navighi all’interno di un circolo vizioso: egli è ossessionato dal sentirsi ed essere considerato unico e speciale (grandiosità) per allontanare il senso di vuoto (vulnerabilità), ricorrendo a strategie disfunzionali che conducono a problemi relazionali e, di conseguenza, ad un ulteriore abbassamento dell’autostima con sentimenti di ansia, tristezza o rabbia. La prevalenza della componente grandiosa o vulnerabile in un momento della vita potrebbe oscurare totalmente l’altra, portando il soggetto a sentirsi guidato da due identità. Questa interpretazione supporta le numerose dichiarazioni del protagonista sul fatto di non avere il controllo sulle proprie azioni e di essere stato “sottomesso” dalla malattia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante l’intervista concessa a Maurizio Costanzo il 5 ottobre 2017, a 26 anni dal delitto, Pietro Maso dichiarò di aver indossato una maschera per nascondere tutte le sue fragilità, sia psicologiche che fisiche, e che lentamente questa corazza lo avesse inghiottito, portandolo a staccarsi dalla realtà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa visione del disturbo permette di comprendere le contraddizioni presenti nella storia cardine di questo lavoro, gli indugi e le spiegazioni date dall’autore circa il reato commesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, altri esperti, tra cui George Armitage Miller, uno dei fondatori e massimi esponenti storici della psicologia cognitiva, sostengono che vulnerabilità e grandiosità siano le due forme opposte che può assumere la patologia e non dimensioni in cui la stessa possa oscillare</span><sup><sup>[36]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Una visione più statica di un disturbo di personalità troppo articolato per essere ristretto entro limiti così poco flessibili.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">3. Rieducazione e reinserimento sociale</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.1 La confessione e la perizia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso venne arrestato il 19 aprile 1991. Agli inquirenti bastarono meno di 48 ore per comprendere che il massacro non era il frutto di una rapina finita male ma di un omicidio premeditato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni errori commessi nella scena del crimine suggerirono che il colpevole non fosse estraneo ai coniugi Maso o, perlomeno, alla dimora. Nella fattispecie, si riscontrò la mancanza di segni d’effrazione, indizio che non si era avuto bisogno di forzare la porta d’entrata o una finestra dell’abitazione per accedervi; e vennero ritrovate sul tavolo le lampadine della cucina, svitate affinché non venissero accese le luci, segnale che i colpevoli si trovavano già sulla scena del crimine prima dell’arrivo delle vittime e che sapevano da dove queste ultime avrebbero fatto ingresso</span><sup><sup>[37]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. In aggiunta vennero rinvenute, accanto ai cadaveri, delle maschere da carnevale indossate dagli aggressori al fine nascondere il loro volto; disattenzione che denota una certa immaturità e mancanza di esperienza nell’agire criminale, di fatti, un criminale professionista e organizzato avrebbe prestato particolare attenzione a non lasciare tracce e materiale genetico sulla scena criminis.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I sospetti ricaddero precisamente sul figlio minore della coppia, Pietro, anche osservando il suo atteggiamento freddo e distaccato, quasi indifferente, all’improvvisa perdita dei genitori. Il giorno dopo il massacro comparì al telegiornale apatico e imperturbabile a differenza delle sorelle e dei vicini di casa intervistati che erano sconvolti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, l’indizio che maggiormente insospettì i poliziotti fu l’emissione di un assegno da 25 milioni di lire da parte della vittima Rosa Tessari nei confronti di Giorgio Carbognin solo pochi giorni prima del misfatto. Destò diffidenza il fatto che una signora avesse trasferito una somma di denaro tanto sostanziosa ad un amico diciottenne del figlio e, confrontando la firma apposta sul titolo di credito con quella reperita su altri documenti depositati in banca, emersero alcune disparità. Totalmente ignare della circostanza, le sorelle di Pietro, Nadia e Laura, rimasero perplesse e cominciarono ad indagare personalmente a riguardo, finché trovarono in casa un foglio con svariate imitazioni della firma della madre. Si trattava delle esercitazioni poste in essere dal fratello Pietro per contraffare al meglio l’assegno necessario per saldare il prestito che l’amico Giorgio doveva restituire alla banca</span><sup><sup>[38]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste evidenze indussero Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato a confessare e, di fronte alle loro deposizioni, anche Pietro ammise freddamente le sue colpe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Arrestato il giorno stesso, attirò subito una grande folla di giornalisti e curiosi data la sua immagine sempre impeccabile da ragazzo di buona famiglia e un atteggiamento adiaforo al male commesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quello di Pietro Maso è stato uno dei primi casi mediatici in Italia trasmesso in tutte le televisioni e discusso nei giornali. Veniva ripreso dalle telecamere dentro l’auto della Polizia o in Tribunale con abito elegante, l’immancabile foulard Hermès e il sorriso superficiale di chi si sente orgogliosamente famoso, ignorandone le motivazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A trent’anni dall’omicidio, raccontò a Cronache Crimina</span><span class="fs12lh1-5">li</span><sup><sup>[39]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">di aver assunto volontariamente un atteggiamento provocatorio, sia dietro le sbarre che in aula processuale, sorridendo ai cameramen e al pubblico presente per mascherare la solitudine e le paure nei confronti di una realtà molto più grande di lui. Di fatto, non sembrava far trasparire alcun sentimento di rimorso, tristezza o pentimento nemmeno di fronte alle accuse recitate dal giudice.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sentenza definitiva venne pronunciata il 29 febbraio 1992, emessa in primo grado di giudizio presso la Corte d’Assise di Verona, omologata in secondo grado presso la Corte d’Appello di Venezia e successivamente convalidata anche in Corte di Cassazione. Pietro Maso venne condannato a trent’anni e due mesi di reclusione, con riconoscimento dell’efferatezza del crimine per le modalità con le quali si era consumato, ma anche attenuanti per la giovane età e la parziale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Fu rilasciato dopo aver scontato circa ventidue anni di reclusione, con precisione ventidue anni meno quattro giorni prima al carcere Campone di Verona e dal 3 febbraio 1994 presso la Casa di Reclusione di Milano Opera. Beneficiò in tutto di tre anni di indulto e 1800 giorni di liberazione anticipata, oltre che della misura alternativa della semilibertà dal 2008 al 2013.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La difesa, affidata ai professori Carlo Andrea Robotti e Ivan Galliani puntava all’infermità mentale, riconoscendo, oltre che al disturbo di personalità, anche uno di coscienza che, dal punto di vista psichiatrico- forense, avrebbe costituito vizio parziale di mente. Ipotesi confutata dal prof. Vittorino Andreoli, facoltoso perito nominato dalla procura di Verona per stabilire se Maso fosse in grado di intendere e di volere al momento del fatto. &nbsp;Andreoli, psichiatra di fama internazionale, dichiarò che Pietro fosse affetto da disturbo narcisistico della personalità di grado lieve-medio, con alterazione del giudizio etico sostenuto dall'ambiente familiare e sociale in cui era cresciuto. Tuttavia, sottolineò che conservò inalterata la sua capacità di intendere e di volere sia durante la progettazione, sia in seguito al misfatto. Nel giudizio espresso, il professor Andreoli aggiunse che, esclusivamente nel momento dell’esecuzione del misfatto, il disturbo narcisistico potrebbe aver limitato la sua capacità di volere, intesa come potere di controllo dei propri stimoli ed impulsi ad agire. Ne deriva che Pietro Maso era da considerarsi imputabile, in quanto consapevole e consenziente delle azioni commesse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le perizie, affidate al professor Andreoli con la collaborazione dei professori Gatti, Rizzuto e Pistoleri, oltre che il dottor Berto e la dottoressa Molinari, mirarono a redigere una valutazione clinico-diagnostica circa le cause che condussero al reato</span><sup><sup>[40]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. La Sezione Genetica dell’Università̀ di Verona, diretta dal professor Mario Gatti, elaborò un’analisi citogenetica del protagonista in questione, non rilevando alcuna anomalia cromosomica degna di nota e neanche problemi somatici, scheletrici o cardiaci. L’esame neurologico risultò privo di precedenti neuropsichiatrici o sintomi di compromissione del sistema nervoso, con assenza anche di alterazioni di coordinazione motoria o dei nervi cranici. Nonostante il manifestato disturbo di personalità, per il prof. Andreoli, all’epoca, non erano presenti segnali di malattia neurologica. Unica nota sottolineata dal punto di vista neuroscientifico fu il risvolto dell’episodio meningeo in età neonatale che avrebbe compromesso lo sviluppo neuropsichico con una sindrome caratteriale evidenziata soprattutto nell’età scolare</span><sup><sup>[41]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, la quale manifestò un focus verso i bisogni interni delle modalità di sentire e agire peculiari o abnormi e alcune alterazioni comportamentali e affettive che spiegano l’alto egocentrismo e la mancanza di empatia e d’interesse verso il prossimo. Emerse anche che il concetto di “relazione”, per Maso, era grandemente incline alla strumentalizzazione e alla manipolazione, l’interazione aveva il solo obiettivo di ottenere conferme, risultando poco propenso alle critiche, a cui reagiva in maniera ostile e aggressiva. Andreoli sintetizzò la personalità di Maso come un’alternanza di atteggiamenti di ipervalutazione di sé e altri di negazione, un’oscillazione tra impulsività ed estrema riflessione con inclinazione a rimuginare tormentosamente sulle proprie idee, pensieri e percezioni. Infine, trasparirono modalità adattive di tipo autoplastico, termine con cui ci si riferisce alla tendenza tipica di chi soffre di disturbi di personalità di modificare se stessi come alternativa al fatto di non riuscire a modificare il mondo circostante. Questo perché il narcisista si concentra solo sulla sua persona, sui propri bisogni e sentimenti senza valutare, né addirittura considerare, la presenza del prossimo e di una realtà al di fuori di se stesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre che ai colloqui, per valutare in maniera più oggettiva e standardizzata le caratteristiche intrapsichiche dei periziandi, si propongono alcuni test psicologici che, nel caso di Pietro Maso, confermarono la presenza di disturbi dell’affettività e della personalità. In data 13 maggio 1991, Pietro venne sottoposto alla Scala Wechsler, uno tra i test più utilizzati per misurare le abilità intellettuali, ottenendo un risultato finale di 79 punti e, quindi, un quoziente intellettivo inferiore alla media nazionale corrispondente a 102. Successivamente, gli venne somministrato il Koch Test, un test proiettivo che interpreta la personalità del paziente sull’analisi del disegno di un albero. Il risultato fece emergere una tendenza introspettiva e regressiva con desiderio di rivalsa, ipoteticamente riconducibile al sentimento di inferiorità che lo accompagnò durante tutta l’infanzia e il desiderio di vendetta verso i genitori che gli impedivano di condurre la vita lussuosa che desiderava, limitandogli le finanze. Infine, fu sottoposto anche al Machover Test, altro test proiettivo di personalità che richiede di disegnare una figura umana. L’interpretazione data dal professor Andreoli era quella di un soggetto che presentava degli ostacoli legati alla sessualità, intesa sia come identificazione che come differenziazione, in quanto sottomesso al contesto sociale. Dimostrava di non riuscire a reagire adeguatamente agli stimoli esterni, di avere tendenze egocentriche e bassa tendenza alla socialità a causa delle alte aspettative verso se stesso e della necessità di soddisfare i suoi bisogni interiori. Dall’interpretazione dei sopracitati test, si dedussero difficoltà relazionali con l’ambiente circostante, complicanze nel processo di maturazione, scarso grado di concentrazione e marcato distacco emotivo-affettivo</span><sup><sup>[42]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Da un punto di vista psicologico, si può riassumere che Pietro Maso fosse caratterizzato da un’intelligenza non particolarmente spiccata; un’indiscussa ipertrofia dell’io, ossia il bisogno patologico del narcisista di sentirsi e dover essere considerato superiore a tutti</span><sup><sup>[43]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e gravi difficoltà affettivo- relazionali, con mancanza di empatia e interesse nei confronti del prossimo ma spiccata sensibilità verso i giudizi altrui. La comorbilità di questi tratti colloca la personalità del Maso all’interno dell’area borderline di personalità</span><sup><sup>[44]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All’interno della sua biografia, Maso raccontò di essersi sentito psicologicamente pressato e trattato come una cavia durante i colloqui col professor Andreoli, in quanto i suoi test gli apparivano come dei rompicapi e le domande ripetitive, se non martellanti. L’insistenza da parte degli specialisti nell’approfondire la sua personalità ha innescato l’impertinenza da parte di Pietro, con risposte inventate, ironia e prese in giro. Un atteggiamento che ha dimostrato di per paura che qualcuno riuscisse a captare le sue fragilità o si permettesse di giudicare qualche suo tratto di personalità. Questa tendenza può ricondursi alla svalutazione che il narcisista tende a dare al prossimo e al tentativo di affermarsi come il migliore, privo di difetti. Si comportò allo stesso modo anche con l’unica persona che lo accompagnò nel suo percorso rieducativo in carcere: Don Guido Todeschini.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.2 La condanna e la scarcerazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso della detenzione Maso seguì un percorso spirituale di supporto con D</span><span class="fs12lh1-5">on Guido Todeschini, direttore di Telepace</span><sup><sup>[45]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e della Editrice Cattolica Italiana</span><sup><sup>[46]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, che attirò la sua attenzione per aver pubblicamente espresso dispiacere nei suoi confronti durante una trasmissione radiofonica. Nel corso dei primi mesi di incontri, ancora detenuto al carcere di Verona, Pietro si presentava svogliato e distaccato rispondeva in maniera sfacciata, ironica o peggio blasfema, dimostrando di non voler farsi avvicinare. Cominciò ad intraprendere le sedute con un approccio maggiormente costruttivo solo dopo che il sacerdote lo affrontò con convinzione e gli alzò la voce, minacciandolo di non avere tempo da perdere se avesse continuato a comportarsi in maniera tanto menefreghista e immorale. Un rimprovero vero e proprio. Ciò che, probabilmente, non era stato abituato a subire da bambino ma che gli sarebbe servito per innescare dei meccanismi di divieti e punizioni atti ad indirizzarlo verso la conformità sociale. Il risultato fu alquanto efficace dato che, da quel momento, il suo atteggiamento mutò radicalmente, diventando più collaborativo ed educato con colui che, ancora oggi, considera la sua guida spirituale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ho sempre pensato che la mia vita sia stata più grande di me. Ma non che avrei avuto la forza di sopportare quello che poi è accaduto. Quello che ho fatto è un peso enorme, grande da sopportare. Fuori dalla portata umana. E credo che se qualcosa mi ha salvato, in questi vent'anni, è stata la fede. Se qualcuno mi ha salvato è stato Dio</span><sup><sup>[47]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Con queste parole a</span><span class="fs12lh1-5">utobiografiche, Maso dichiarò che il percorso di conversione lo avesse portato al pentimento e alla redenzione, dandogli il coraggio di rivedere le sue sorelle, di salvarsi dalla perdizione e di tornare sulle tombe dei genitori appena gli vennero concessi i permessi premio. Scrisse di aver chiesto a Dio di pagare per ciò che aveva compiuto, di aver fatto sacrifici e pregato ogni giorno fino ad aver raggiunto la sua punizione eterna: la consapevolezza. Tale coscienza sarebbe stata acquisita dal solo percorso religioso, in quanto non seguì altre terapie, come sedute psicologiche o gruppi di sostegno specifici per il suo disturbo; complice sicuramente il sistema carcerario dell’epoca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante la riforma sull’Ordinamento Penitenziario, attuata con la legge 354 del 1975, abbia introdotto i concetti di trattamento e rieducazione dei detenuti, successivamente approfonditi con la Legge Gozzini nel 1986, negli anni ’90 molte concessioni di misure alternative alla detenzione e permessi premio vennero interrotte a causa dei numerosi attentati mafiosi che si verificarono in Italia. Accedere al lavoro intra ed extra murario, partecipare ad attività ricreativo-culturali od ottenere permessi premio era un privilegio, non parte della routine dei detenuti. La maggior parte del tempo all’interno degli istituti veniva trascorso in cella o all’aria aperta per i periodi di tempo previsti. Ciò faceva sì che si condividesse la maggior parte della giornata in solitudine o con i compagni di cella, scambiando con loro esperienze di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, vi è una lunga letteratura circa la subcultura carceraria, ossia l’insieme di valori e pensieri che vengono condivisi dai detenuti, ma anche lo stile di vita e le sensazioni comuni. Ciò è dato sia dal gran numero di soggetti che hanno commesso crimini, e quindi sono caratterizzati da mentalità antisociale, piuttosto che da tendenze maliziose o crudeli, sia dalla dicotomia tra guardie e prigionieri. Da un lato, uno dei passatempi preferiti per i detenuti è quello di raccontarsi le proprie avventure criminali o scambiarsi idee e trucchi del mestiere, al punto che molti, quando escono, si impegnano immediatamente a ricommettere il crimine in maniera più efficiente dopo averne analizzato e perfezionato la criminodinamica in carcere; dall’altro lato, la mancanza di libertà, gratificazione e la sottomissione possono generare stati d’ansia e depressione, soprattutto nei ragazzi più giovani con una personalità non totalmente sviluppata, e quindi facilmente influenzabili, come Pietro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo la condanna definitiva nel 1994, venne trasferito nella Casa di Reclusione di Milano Opera per la sua giovane età, al fine di garantirgli una delle esperienze detentive più efficienti d’Italia. Per l’appunto, quello di Opera, viene considerato uno dei penitenziari più importanti e sorvegliati a livello europeo per la sua complessità gestionale, la pluralità di attività trattamentali proposte e le numerose iniziative rivolte sia alla popolazione detenuta che alla comunità esterna. In seguito ad un periodo di auto-isolamento e stato depressivo, Pietro decise di mettersi in graduatoria per lavorare. Grazie alle raccomandazioni da parte di Don Guido riuscì ad essere assunto alla Spes, una ditta per la quale si occupò di inserimento dati per tre anni. Riprese a studiare concludendo un ciclo di cinque anni di scuola superiore e, insieme ad un altro detenuto body-builder, fondò la prima palestra del carcere di Milano Opera. Iniziò anche a leggere molto, soprattutto libri sacri, ispirato da altri detenuti come ex terroristi o dissidenti politici che gli raccontavano le loro ideologie politiche con riferimento alla storia e a teorie filosofiche. Può sorgere spontaneo pensare che tutte queste attività e iniziative manifestassero un cambiamento caratteriale e interiore del protagonista in questione, tuttavia, sono stati molti i segnali che, nell’ immediato futuro, dimostrarono il persistere della sua tendenza narcisistica altalenante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante la permanenza in carcere, i suoi comportamenti furono educati e sereni, per questo venne accettato per il lavoro extra murario, gli venne concesso il primo permesso premio a 15 anni dall’arresto e anche la misura alternativa della semilibertà, erogata unicamente a chi viene considerato affidabile, che non presenta rischio di fuga, recidiva o, in generale, pericolosità sociale. Per 5 anni si recò ogni mattina presso un’associazione che si occupava di reinserimento detenuti in società per poi fare rientro in carcere per la successiva parte della giornata, dimostrandosi operoso, puntuale e diligente. Tuttavia, nell’aprile 2011, il Tribunale di Sorveglianza pronunciò la sospensione della semilibertà dopo che un collega denunciò Pietro sostenendo che avesse dei debiti verso di lui e che, oltre a non restituirgli il denaro, lo avesse minacciato di morte. Dopo tre mesi, la misura alternativa gli venne nuovamente concessa in quanto venne accolta la controdenuncia di Pietro Maso che smentì completamente il fatto, accusando il collega di estorsione e rivelando che la dinamica era opposta e, in realtà, era proprio quest’ultimo a dovergli restituire dei soldi</span><sup><sup>[48]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sua affidabilità venne supportata dal fatto che non diede segnali di negligenza, non venne trovata alcuna prova e, inoltre, nello stesso periodo, dimostrò un “progresso affettivo” innamorandosi di Stefania Occhipinti, una ragazza milanese che conobbe al bar della medesima comunità e che sposò in segreto nel 2010. A detta della donna, di Don Guido e delle sorelle, Pietro in quel periodo era sereno, una persona zelante e profondamente maturata. Dopo la scarcerazione, andò a vivere con Stefania e continuò a lavorare presso le comunità gestite da Don Guido, finché prese la decisione di scrivere un libro sulle sue memorie, pubblicato da Mondadori nel 2013. Al suo interno descrisse, con la collaborazione di una giornalista, in maniera molto approfondita e diretta, tutti i pensieri che gli pullulavano in mente all’epoca del parricidio, come usava comportarsi da giovane e i dettagli agghiaccianti sulla criminogenesi</span><sup><sup>[49]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e criminodinamica</span><sup><sup>[50]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Tale decisione aprì un ampio dibattito tra giornalisti ed esperti in campo psicologico e sociale in quanto alcuni la considerarono come una vera e propria dichiarazione di pentimento e altri come un’ulteriore strategia per far parlar di sé. Analizzando ciò che successe in seguito, risulta maggiormente plausibile associare la pubblicazione dell’autobiografia ad una strategia per attirare l’attenzione dei giornali dopo diversi anni lontano dalla scena pubblica. Infatti, nel 2015, il matrimonio terminò, proprio a causa di un ritorno ai vizi passati. L’ex moglie raccontò di non riconoscerlo più, in quanto iniziò ad essere particolarmente irritabile, impulsivo, incontrollabile e aggressivo. Questo fu dovuto al fatto che, tornato in libertà, la considerazione e l’etichettamento da parte della comunità lo fecero sprofondare in una buia depressione. A causa dei suoi precedenti penali, non fu in grado di trovare occupazione lavorativa e, per questo, si sentì stigmatizzato come se non avesse mai pagato il suo debito con la giustizia. È ipotizzabile ritenere che questo sia stato un evento trigger, ossia uno stimolo che lo ha riportato ad un’esperienza traumatica precedente, facendo emergere quei sentimenti di diversità, inferiorità ed emarginazione che provava nell’infanzia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La fragilità lo condusse verso la strada della tossicodipendenza con l’accumulo di grossi debiti e l’abuso di cocaina che sfiorò più volte l’overdose. È da notare che la dipendenza verso questa sostanza viene citata tra le problematiche in comorbidità col disturbo narcisistico di personalità. &nbsp;L’effetto psicoanalettico della cocaina attribuisce euforia, coraggio, autostima per affrontare situazioni di stress e perdita del controllo che il narcisista vive come un’enorme delusione e sconfitta personale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Fu così che nel 2015, in preda ad episodi di onnipotenza e pericolosità sociale, accettò, sotto consiglio di Don Guido, di farsi ricoverare in una comunità di recupero dalle dipendenze in Trentino Alto Adige. Durante la sua permanenza, venne pubblicato in anteprima su “Il Giornale” e successivamente in molti altri quotidiani, un articolo che fece particolarmente riflettere. Conteneva una lettera scritta da Pietro Maso a Manuel Foffo, il quale, condannato nel 2016 per l’omicidio di Luca Varani, ammise di averlo fatto per sfogare la propria rabbia sadica derivante dal desiderio di ammazzare il padre. Pietro scrisse:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Io sono stato peggiore di te, ma posso capire perché</span></i><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">volevi ammazzare tuo padre. Un cupo e rarefatto istinto di rivalità per catturare tutto l’affetto delle donne di casa e dimostrare di non essere solo il cucciolo fragile e indifeso</span></i><span class="fs12lh1-5">. Per poi aggiungere:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Non posso biasimarti per quello che hai fatto […] ti aspetta un periodo duro per molti anni ancora. L</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">isolamento, la disperazione, gli sputi in faccia degli altri detenuti e la durezza delle guardie. La voglia di suicidarti e l</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">illusione di svegliarti da un brutto sogno e tornare alla vita di sempre.</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Per poi concludere consigliandogli di leggere molto e rivolgersi a lui per qualsiasi consiglio. Parole che, a ventiquattro anni dal delitto, dimostrano un certo rimuginio sui fatti, interpretato dagli avvocati di Foffo come un tentativo di farsi pubblicità e un’espressione di egocentrismo</span><sup><sup>[51]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, a prova che, in situazioni stressanti, Pietro tende ad adottare pensieri e schemi comportamentali passati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Concluso il percorso di disintossicazione, per dare una svolta alla sua vita, decise di abbandonare lo stato che tanto lo pregiudicava, impegnandosi nell’apertura di un centro di recupero in Spagna. Purtroppo, l’iniziativa imprenditoriale non diede i risultati sperati e fu costretto a tornare in Italia. Quale tipica reazione dei soggetti narcisisti, il fallimento lo ricondusse nel baratro, facendolo precipitare nuovamente in uno stato depressivo, fino ad un episodio cruciale verificatosi nel gennaio del 2016. Pietro inviò, per errore, un SMS alla sorella Nadia, con scritto: Ora Fabio pensaci bene. Domani mattina ti chiamo e se rispondi bene, e fai quello che dico, ok. Altrimenti vengo lì e ti stacco quella testa di cazzo che hai. Il massaggio, in realtà, era indirizzato ad un uomo al quale doveva 25 mila euro. Nadia lo denunciò subito ai Carabinieri, rendendosi conto che, ancora una volta, il denaro si era preso possesso della mente del fratello, facendole affiorare alla mente un déjà vu circa l’assegno del ’91. Pietro reagì in maniera aggressiva, contro denunciando entrambe le sorelle per diffamazione e minacciandole di averlo compromesso. Il culmine venne raggiunto con l’intercettazione di una sua conversazione telefonica mentre pronunciava: Faccio quello che dovevo finire nel 1991… Faccio il lavoro che so fare meglio e poi mi ammazzo. Si confermò, dunque, in preda ad un delirio di onnipotenza che gli fece perdere completamente il controllo, tanto che anche una delle due sorelle si espresse pubblicamente dicendo: L’ho visto in uno stato confusionale e di onnipotenza. L'ho trovato con deliri euforici che mi hanno lasciato basita e spaventata e mi hanno ricordato lo stato in cui versava nel 1991 prima degli omicidi.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[52]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">È da ricordare che il piano originario di Pietro non era solo quello di eliminare i genitori, bensì anche le sorelle, i cognati e per ultimi gli amici Paolo Cavazza e Damiano Burato, in modo tale che l’intera eredità venisse attribuita a lui, il quale l’avrebbe poi condivisa con il socio Giorgio Carbognin.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa, forse, che nel 2016, dopo ventidue anni di detenzione e percorsi di terapia in comunità di recupero, stava pensando di portare a termine il piano del ’91? Ciò dimostrerebbe la completa inefficienza delle strutture riabilitative e del percorso di rieducazione e trattamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sulla base di queste ipotesi, a Nadia e Laura venne affidata una scorta e Pietro accettò di essere internato nell’istituto di cura per problemi psichiatrici “Villa Santa Chiara” in provincia di Verona.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Don Mazzi, presbitero, educatore e attivista italiano impegnato nella lotta contro la tossicodipendenza attraverso la fondazione della rete di oltre quaranta comunità terapeutiche chiamata “Exodus”, nel 2016 si espresse a favore di Maso dimostrando la sua disponibilità a collaborare con Don Guido per salvarlo. Nel giornale L’Arena pubblicò:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Io sono disponibile ad accogliere Pietro in Exodus. Ma non a Milano n</span></i><i><span class="fs12lh1-5">é</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">a Verona. Abbiamo quaranta comunità: non sarà difficile trovare per lui un posto più tranquillo e defilato. Se Don Guido è d</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">accordo, mi darò da fare.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Riguardo le minacce ad amici e parenti, commentò:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Forse, dopo la scarcerazione, abbiamo lasciato Pietro troppo solo,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per poi aggiungere un messaggio di speranza:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Se Maso è recuperabile? Certo. Tutti lo sono. Però bisogna crederci.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Specificando infine</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">che:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">L</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">importante è che non venga più lasciato solo, perch</span></i><i><span class="fs12lh1-5">é</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">i fatti hanno dimostrato che non è in grado di andare avanti con le proprie gambe</span></i><sup><sup>[53]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quest’insieme di avvenimenti dimostrò un persistere nell’instabilità caratteriale di Pietro, confermando il concetto di dinamica narcisistica, ossia l’altalenare di momenti di lucidità e altri di perdizione, come principio cardine di questo disturbo di personalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A partire dall’atteggiamento, insieme agli scandali verificatisi dopo la scarcerazione, alla tossicodipendenza, ai debiti, ai licenziamenti e alle minacce, è difficile sostenere l’ipotesi che Pietro sia uscito dal “tunnel del narcisismo”. Negli anni ha continuato ad essere protagonista di articoli di giornale a causa della sua precarietà comportamentale, dimostrando difficoltà nel gestire pressioni e fallimenti, nel vivere autonomamente in maniera stabile e coltivare relazioni interpersonali prosperamente, presentando una persistente e marcata mancanza di empatia a favore di una visione della vita focalizzata sul sé. &nbsp;Ciò dimostra che il disturbo narcisistico si è radicato nella sua personalità e, nonostante i tentativi di sopprimerlo, emerge ogni qualvolta il soggetto venga sottoposto ad una situazione di stress. Si sarebbe dovuto curare tempestivamente con percorsi di psicoterapia e cura farmacologica mirati alle sue difficoltà, percorso alquanto difficile per la tendenza del soggetto a respingere tutte le persone che tentavano di avvicinarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il trattamento generale del disturbo narcisistico di personalità è simile a quello degli altri disturbi psichici. Tra le opzioni, troviamo la terapia psicodinamica che ha lo scopo di ristabilire un equilibrio nei conflitti di fondo e può essere di particolare aiuto in individui con scarsa autostima, instabili emotivamente e irregolari nel comportamento. Inoltre, risultano efficaci anche altri approcci, come trattamenti basati sulla mentalizzazione, psicoterapia focalizzata sul transfert, terapie cognitivo-comportamentali o metacognitive-interpersonali; metodi di stampo psicanalitico che mirano a far emergere le tensioni di fondo per colmare le lacune intrapsichiche e relazionali del paziente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, potrebbe essere risultato interessante tentare, sin dal suo ingresso in carcere a diciannove anni, la somministrazione di medicinali stabilizzatori dell’umore, atti a placare stati d’ansia o d’impotenza rabbiosa</span><sup><sup>[54]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, così da evitare reazioni abnormi di fronte alle difficoltà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il percorso di guarigione dal disturbo narcisistico di personalità, secondo Psychology Today, la rivista statunitense di psicologia gestita dall’American Psychological Association</span><sup><sup>[55]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, prevede dieci fasi che mirano a creare una maggiore consapevolezza nel soggetto e recuperare il suo contatto con la realtà. Tra le tappe fondamentali, vi è la comprensione dei fattori scatenanti il disturbo e i meccanismi di difesa utilizzati, l’inibizione delle abitudini disfunzionali, la creazione di nuove strategie di copying e la diminuzione della grandiosità, focalizzandosi a dare maggiore considerazione al prossimo, fino ad imparare a provare empatia. Il fine è quello tornare ad essere autentici, far cadere la maschera del narcisismo ed interessarsi ad altre persone, entrando in risonanza con loro senza secondi fini</span><sup><sup>[56]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando i comportamenti e lo stile di vita di Pietro Maso, si riscontra una mancanza di consapevolezza di base perché, nonostante non si sia mai fatto remore nel raccontare i dettagli più profondi delle sue pulsioni, non si è mai scostato dal suo punto di vista. Egli ha sempre risposto a tutte le domande che gli venivano poste con dettagli, anche riguardanti questioni strettamente personali e ammettendo le proprie colpe ma sempre sottolineando che fosse stata la malattia a compiere quelle azioni, e non lui. Questa strategia è particolarmente marcata nell’intervista rilasciata a Maurizio Costanzo il 3 ottobre 2017, a ventisei anni dall’omicidio, dove ha ripercorso tutti gli eventi e comportamenti che poneva in essere negli anni del parricidio, ripetendo molte volte che era la malattia ad agire, mantenendo le distanze da quanto accaduto e attribuendole la colpa. Dichiarò di aver vissuto la propria vita in terza persona, il che potrebbe essere letto come una modalità per scaricare la responsabilità degli atti compiuti all’esterno, a supporto che il narcisista svaluta il mondo circostante e tende a legittimare ogni sua azione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ultima apparizione pubblica di Pietro Maso fu il 16 novembre 2022 al programma “Cronache Criminali”, dove rilasciò quella che definì l’ultima intervista sull’omicidio del padre e della madre ed espresse il desiderio di voler essere dimenticato. Per la prima volta dichiarò di voler tornare indietro nel tempo per restituire la vita ai suoi genitori, di avere il desiderio di stringere le loro mani e dire loro di volerli bene. Si disse pentito, assicurò di essere diverso dal ragazzo che, spinto dall’avidità, decise di togliere la vita alle persone che gliel’avevano donata, seguendo l’obiettivo sociale dell’epoca: il successo, il denaro, i beni materiali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dichiarò:</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Adesso cerco di raccogliere dalla vita le cose vere, un tempo invece raccoglievo cose futili, una macchina migliore, un vestito in più, altri soldi… ora invece la ricerca è in un</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">altra direzione, cerco esattamente l</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">opposto rispetto al passato</span></i><i><sup><b><sup>[57]</sup></b></sup></i><span class="fs12lh1-5">. A questo proposito decise di dedicarsi a tempo pieno all'inserimento lavorativo e sociale dei detenuti, tramite la Onlus "La Pietra Scartata”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si può arrivare al punto di rinunciare al richiamo del narcisismo? Cosa lo alimenta di più? La condizione psicologica o quella ambientale? E quanto incide la società?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">4. Il Veneto degli anni ’90: l’influenza dell’ambiente sociale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Alle numerose testate giornalistiche che annunciarono il parricidio per mo</span><span class="fs12lh1-5">tivi economici, Pietro Maso ribatté dicendo: Hanno scritto di me, di noi, che abbiamo ucciso per fare la bella vita. Noi volevamo entrare nella vita</span><sup><sup>[58]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. È impossibile, infatti, analizzare questo caso senza fare riferimento al contesto storico e culturale dell’epoca, il quale aprì un dibattito talmente ampio che venne addirittura riportato nella perizia a causa del ruolo fondamentale che giocò nel caso in esame.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il contesto sociale e ambientale del Veneto e, in questo caso specifico, della cittadina di Montecchia di Crosara nella provincia di Verona, è un esempio del cambiamento epocale che si è vissuto negli anni Novanta. Un’epoca di transizione cruciale, simbolo che il mondo stava cambiando e anche molto velocemente: venne abbattuto il muro di Berlino, Nelson Mandela venne eletto primo presidente di colore del Sud Africa, crollò l’impero Sovietico, si firmò il trattato per l’ambiente di Kyoto e nacque l’Unione Europea. Ma si verificarono anche tragedie, come lo scoppio della Guerra del Golfo, la morte di Falcone e Borsellino, le inchieste su Tangentopoli e il genocidio in Rwanda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dalla tranquillità degli anni ’80 al realismo dei ’90 che, tra alti e bassi, ha imboccato il grande fenomeno della globalizzazione. Dalla povertà e l’arretratezza di un’economia contadina si è passati all’esplosione industriale e alla modernità che, se da un lato ha diffuso il benessere, dall’altro ha causato una perdita dei valori fondamentali, un cambiamento nel modo di vivere e di relazionarsi e una nuova venerazione verso il “dio denaro”. Per decenni, il benessere era stato collegato al duro lavoro che impiegava tanto tempo e sudore, ma le nuove generazioni cominciarono ad essere meno consapevoli di tale fatica. Parte dei giovani come Pietro irruppero nella scena sociale non solo senza contezza, ma con cinismo e ferocia, chiedendo tutto subito e spingendosi oltre i limiti, complice sicuramente l’alta permissività dei genitori e il consumismo in avanzamento. Il professor Andreoli, nella sua perizia, enfatizzò a lungo l’incisione dell’ambiente in questo omicidio, riferendosi all’ipocrisia e ai falsi miti della cittadina di Montecchia, dove azzardò che il maiale vale più della moglie. Un modo per dire che al primo posto non vi erano gli affetti, ma il patrimonio. Confermato, per esempio, dallo stile di vita della famiglia Maso, in cui al centro di ogni conversazione vi era il lavoro e non questioni personali o sentimentali. Pietro stesso scrisse che la cittadina di 4.000 anime dove abitava era terra da coltivare su una provinciale con una piazza e una chiesa, un cinema parrocchiale, una sala giochi e un paio di bar</span><sup><sup>[59]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. I più fortunati erano coloro i cui padri possedevano campi, che implicavano di svegliarsi ogni giorno alle 6:30 e tornare a casa quando il sole era già tramontato; invece quelli più sfortunati facevano gli operai, perché in Veneto l’economia correva più che nel resto d’Italia e i veneti lavoravano, a testa bassa, anche fino a sedici ore al giorno. L’unico spiraglio era rappresentato dal weekend, in cui ci si divertiva senza freni, per poi ricominciare da capo la settimana. I genitori di Pietro erano grandi lavoratori, erano riusciti ad acquistare diversi terreni coltivabili e quindi a risparmiare parecchio, garantendosi una sicurezza economica. Tuttavia, la loro mentalità rimase quella dell’epoca precedente, non coltivavano passioni, non si concedevano un capo d’abbigliamento nuovo, né una cena fuori e tantomeno una vacanza. Reduci dagli anni della miseria, nulla era concesso, solo fare sacrifici e accantonare. Pietro, così come i suoi amici, guardava la vita che facevano i genitori che si sentivano già morti. D’altro canto, in televisione spopolava Miami Vice, la serie tv che narrava le peripezie di due detective sotto copertura che lottavano contro il narcotraffico e la prostituzione a Miami, con completi di alta moda su auto di lusso</span><sup><sup>[60]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Scoprì così che, al di fuori di Montecchia, c’era un altro mondo, fatto di belle ragazze, lusso e tramonti mozzafiato. Lui ambiva a quell’ “American Dream” e, dentro di lui, si sentiva come il protagonista Don Johnson, diverso dalla massa, ammaliante. Ma non gli interessava che combattesse il crimine, Maso si fermava all’apparenza, sognava gli occhiali a specchio, le T-shirt nere di Armani, le giacche eleganti e la Ferrari personalizzata. Viveva per apparire, in un contesto dove l’apparenza era molto più in voga dell’essere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante la stesura del presente elaborato, sono state raccolte testimoniante dirette da chi Pietro Maso l’ha conosciuto e frequentato, fornendo un inquadramento sociale e racconti che hanno permesso di comprendere la sua vera personalità e storia. Ancora oggi Montecchia di Crosara è un piccolo paesino di campagna, conosciuto come terra di contadini e isolato da tutto. Non essendo molto dinamico e attivo, Pietro e suoi amici si ritrovavano nel piccolo bar di paese, il Bar John, ancora oggi luogo di incontro tra i compaesani. Tuttavia, per trovare un po’ più di persone e vitalità, oggi come allora, i ragazzi si spostavano al primo paese vicino, San Bonifacio, che conta 20.000 abitanti, un certo numero di bar e ristoranti e da sempre, una discoteca. Oggi conosciuta come Skylight, il precedente Alibi era tappa fissa dei ragazzi tra i 15 e 20 anni ogni domenica pomeriggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Reduci dal fenomeno di costume dei Paninari</span><sup><sup>[61]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, la popolarità veniva raggiunta solo se si ostentava. I giovani cominciarono a rifiutare ogni forma di impegno sociale e politico, abbracciando per la prima volta il consumismo e mettendosi in mostra con capi griffati</span><sup><sup>[62]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Durante la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le compagnie si distinguevano per essere le più eccentriche possibile; non era apprezzato lo stile singolare di una persona, o quello che aveva da offrire, bensì quanto era al passo con la moda. Ostentare, al tempo, non significava avere un lavoro prestigioso o una casa propria, contava ciò che si indossava, l’auto o il motorino che si guidava, anche se erano stati regalati o di proprietà del padre. Entrare nella compagnia giusta era molto importante perché stabiliva lo status sociale del singolo, anche se era solo apparente e non reale. Di fatto, a Montecchia le mansioni lavorative rimanevano legate alla terra o alle aziende, non si raggiungevano posizioni autorevoli e, di conseguenza, neanche stipendi consistenti; ne deriva che tutto ciò che si guadagnava veniva speso. Questo però non aveva importanza, l’obiettivo non era quello di essere ricchi, ma sembrarlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il senso di appartenenza al gruppo era molto marcato perché attribuiva forza e gratitudine al singolo, oltre che definire la sua identità. È per questo che il legame che si andava a creare diventava indistruttibile e la difesa dei soci andava combattuta. A tal proposito, si verificavano molte risse e litigi tra gruppi se veniva a mancare il rispetto nei confronti di un membro, si osava occupare il bar di un’altra compagnia o semplicemente si parlava con una ragazza del “territorio nemico”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La compagnia di Pietro Maso, dal 1989 circa, si aggregava spesso a quella più popolare di San Bonifacio. Entrambe erano molto attente ai dettagli e provenivano da famiglie benestanti dove i genitori facevano in modo di soddisfare tutti i desideri dei figli, per concederli una vita migliore dopo tutte le rinunce che avevano dovuto fare loro da bambini. Gli argomenti principali delle conversazioni all’interno della compagnia erano relativi a feste o acquisti futuri: dove comprare il Levis appena uscito, di che colore ordinare la giacca nuova o in quale locale uscire nel weekend. Il tutto accompagnato dalla massima cura nei dettagli e nello stile, perché ogni passo falso veniva notato e l’intera compagnia veniva etichettata. L’aspetto più curioso riportato dai compaesani di Pietro degli anni ’90 è che non era lui a dettare le mode, non era preso come punto di riferimento, non veniva imitato o emulato come lui ha sempre sostenuto durante interviste o nella sua autobiografia. Le persone in paese lo ricordano come una persona particolarmente raffinata, che curava moltissimo la sua immagine, sempre vestito di tutto punto con giacche elegantissime, foulard Ascot al collo e i capelli immancabilmente pettinati all’indietro come il suo idolo Sonny Crockett</span><sup><sup>[63]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, nessuno dei ragazzi che usciva con lui ha confermato che fosse un idolo tra i coetanei, tanto meno che venisse annunciato quando faceva il suo ingresso in discoteca, come ha spesso rimarcato nel suo libro o in interviste. All’interno della sua cerchia ristretta era considerato come un punto di riferimento per la sicurezza che trasmetteva e l’immagine impeccabile ma, al di fuori di essa, lui e i suoi amici, rimanevano pur sempre “quelli da Montecchia”; i quattro ragazzi proventi da quel paesino di contadini disperso nel nulla. Secondo una testimonianza, loro erano, ma soprattutto si sentivano, su un piedistallo. A partire da dove vivevano, in una cittadina di altitudine leggermente superiore rispetto al resto della vallata, e dove si incontravano, nel celebre Bar John a nord di essa, il quale veniva chiamato anche “quello in alto” per distinguerlo dall’altro più a valle. L’impressione che davano era quella di guardare le persone dall’alto verso il basso e che volessero essere ammirati dal basso verso l’alto. Questa percezione ha gradualmente staccato Pietro dalla realtà, convincendolo di essere il migliore e che, in un certo senso, nessuno potesse eguagliarlo. Lo dimostrava nel suo atteggiamento sociale ed esagerando nell’apparenza. Per esempio, verso l’inizio degli anni ’90, si ripropose la moda anni ’60 e i ragazzi in paese cominciarono ad imitarne lo stile con abiti similari, mentre Pietro e la sua compagnia andarono alla ricerca degli originali dell’epoca. Furono i primi in paese a rappresentare quella moda alla perfezione, essendo il più autentici possibile e dimostrandosi metodici e maniacali nel rispettare la corrente del momento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La differenza principale tra loro e il resto della società era che, mentre tutti gli altri giovani cercavano di essere il più alla moda possibile per rimorchiare, i quattro da Montecchia lo facevano per sé stessi, per compiacersi degli sguardi altrui. A loro non interessava conoscere nuove ragazze, era sufficiente che queste li notassero. Di fatto rimanevano quasi sempre in disparte ma proponevano ogni settimana estrosità nuove, convinti di essere diversi e, quindi, esclusivi, intoccabili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La verità è che Pietro si presentava come una persona altezzosa e abbastanza introversa, non socializzava praticamente mai con persone sconosciute e tendeva a rimanere sempre con i suoi tre amici. Erano, quindi, un branco molto unito ma chiuso, abbastanza isolati e restii ad aprirsi a nuove conoscenze. Nei locali sorseggiavano il loro drink in disparte, muovendosi moderatamente e senza dare troppo nell’occhio. Non viene ricordato come un gran bevitore, né consumatore di droghe, la sua dipendenza era solo quella di ricevere attenzioni e, per godere a pieno dell’ammirazione altrui, preferiva rimanere lucido, onde evitare di perdersi qualche dettaglio. Il fatto di essere molto concentrato su se stesso, e non su quello che c’era attorno, lo portò a non avere molto seguito. Durante la detenzione, Maso fece scalpore per la quantità di lettere d’amore o d’ammirazione che riceveva da fans, soprattutto donne, ma non vi sono testimonianze che fosse lo stesso anche prima dell’omicidio, a differenza di quanto da lui dichiarato. Esperto per via d'apparenza, ma non per abilità sociali, era stato visto parlare con qualche nuova ragazza solo poche volte durante le serate nei locali. Al massimo, si limitava a fare qualche complimento o commento per poi andarsene senza dar vita ad una vera e propria conversazione. Lavorando in un supermercato ed occupandosi anche del reparto profumi, Pietro era solito avvicinarsi alle ragazze per annusare la loro fragranza e decifrare quale fosse. Non tanto un modo per approcciare ma più che altro per mostrare una sua abilità e, quindi, godere dello stupore della ragazza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Concretamente, era difficile sostenere una conversazione con lui, viene descritto come una persona abbastanza povera di interessi o passioni e, quindi, anche di argomenti. I ragionamenti che faceva erano molto limitati, anche a causa dell’epoca che non incentivava a sviluppare conoscenze. In compagnia tendeva a stare in silenzio, ridendo alle battute degli altri, o si limitava a scambiare qualche frase con Giorgio e Paolo, con una dialettica molto basica e discorsi di scarso spessore. A prova della carente profondità personale, viene ricordato che Pietro e Giorgio parlavano anche per un’intera ora del nuovo foulard Ascot che si erano comprati, loro tratto distintivo dato che erano gli unici ad indossarlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di certo Maso era noto tra i coetanei per l’abbigliamento o l’auto che guidava, così come per certi comportamenti, come quello di accendere le sigarette con le banconote da 100 mila lire, ma non era mai sopra alle righe. In un’epoca di grandi risse, litigi e faide tra compagnie, lui e la sua cerchia non erano mai finiti al centro di scandali o comportamenti fuori luogo. L’omicidio fu, a maggior ragione, uno shock in paese perché, contrariamente ai modi di fare possessivi e impetuosi dei ragazzi dell’epoca, la banda di Montecchia non aveva neanche mai alzato la voce contro qualcuno, si era sempre mostrata pacata e con modi di fare educati. Il loro scopo era sempre stato quello di attirare l’attenzione con stile, di far sì che gli altri si girassero a guardarli, anche se in realtà chi li conosceva bene non li prendeva molto sul serio dato che non avevano una vita diversa da tanti altri coetanei e lavoravano come semplici operai.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Approfondendo e analizzando questo racconto, è bene enfatizzare proprio il distacco dalla realtà; caratteristica tipica dei disturbi di personalità. Non solo Maso metteva i propri bisogni al primo posto senza accorgersi del mondo circostante, ma arrivò addirittura a farsi governare da questi ultimi. Il narcisismo raggiunse un livello patologico tale da fargli credere di essere il migliore, ammirato e adulato. In certe situazioni, come nei locali o in quella fatidica notte, l’insicurezza e la scarsa autostima fecero indossare una maschera a Pietro, convincendolo di essere esclusivo e onnipotente. Un impulso disfunzionale per raggiungere, almeno per un breve lasso di tempo, un sentimento di soddisfazione e superiorità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psichiatra Roberto Delle Chiaie paragonò il disturbo di Maso ad una dipendenza verso l'approvazione e il riconoscimento di un ruolo di superiorità che cercò di raggiungere costruendo un personaggio opposto alle insicurezze interne, ma che lo portò a vivere in terza persona la sua stessa vita. Nelle motivazioni della richiesta d’Appello del processo, si legge che le</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">patologie ad incastro</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">degli imputati, Pietro, Giorgio e Paolo (escluso Damiano perché minorenne e quindi giudicato dal Tribunale dei Minori), hanno reso possibile il reato. Personalità borderline e disturbo narcisistico per Maso, personalità dipendente per Carbognin, immaturità e gregarismo per Cavazza. Pietro ha influenzato ed è stato influenzato dai suoi complici, si sono attratti a vicenda creando una miscela esplosiva imprevedibile ma, non per questo, impossibile. Le influenze esterne, la bassa autostima e l’alta propensione a lasciarsi influenzare hanno rafforzato le patologie dei singoli dando vita ad un circolo vizioso in cui ognuno trovava supporto e piacere nella condizione psicologica dell’altro. L’atto estremo è stato il culmine di anni di insoddisfazione personale, incapacità di ottenere successi e difficoltà nel leggere, interpretare ed agire nella scena sociale in maniera efficace e adattiva. Il desiderio di affermarsi portò ad un progressivo distacco dalla realtà, che ha raggiunto l’apice della degenerazione con la violenza espressa nel duplice omicidio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso ha compiuto un’azione che, da solo, non avrebbe mai avuto il coraggio di fare, a prova del potere dell’ambiente circostante in ogni esperienza di vita, anche in quelle più terribili</span><sup><sup>[64]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si può dedurre che le cause scatenanti i deliri narcisistici di Pietro Maso siano proprio l’ambiente, gli stimoli esterni e le situazioni che non riesce a gestire in maniera proficua. Per tale motivo, è possibile sostenere che il suo disturbo non sia stato debellato ma che si sia evoluto con l’età e con le esperienze di vita. Tramite il carcere, lo studio e il lavoro ha imparato a sopravvivere; ha capito come tenere a bada certi suoi comportamenti indossando un’ulteriore maschera; ha cercato, per esempio, di non attirare l’attenzione con travestimenti o dimostrazioni di forza, ma scrivendo un libro autobiografico e rilasciando interviste in cui parla senza freni dei dettagli agghiaccianti delle sue azioni, sapendo che ciò farà parlare di lui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le maschere, però, talvolta cadono, come dimostrano i numerosi crolli in situazioni stressanti. Questo è la prova della dinamica principale di questo disturbo di personalità: l’oscillazione tra vulnerabilità e onnipotenza, espressa dall’alternanza tra</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Pietro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Maso</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una personalità opportunista e influenzabile come la sua, considerando il suo passato è l’età attuale, potrà mai raggiungere un’identità stabile? Di quante maschere dispone? Quale starà indossando ora?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusione</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso di Montecchia di Crosara è un esempio di riferimento nello studio del parricidio come fenomeno criminoso e il suo artefice rappresenta l’emblema del narcisismo patologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si possono definire univocamente le cause che scatenano un disturbo della personalità come questo ma, se si analizza la storia di vita di Pietro Maso, sono molti i fattori che potrebbero aver influito. A partire dal fenomeno meningeo, l’isolamento durante l’infanzia e le fragilità psico-fisiche; per poi continuare con la delusione di non essere idoneo al seminario e l’essere trattato come una bambola, piccola e fragile, dai genitori e dalle sorelle. Tutto ciò, unito a scarse abilità intellettive ed emozionali, lo portarono a vivere una vita diversa dai coetanei e lo condussero a sentirsi inferiore, sbagliato. D’altro canto, il desiderio di sentirsi alla pari degli altri fece emergere in lui, lentamente, un sentimento di rivalsa. Non disponendo di particolari abilità, cercò di raggiungere la superiorità costruendosi una maschera, che indossò sempre più spesso fino a farsi inghiottire da essa. È così che l’ego maturò, mettendo le emozioni in un cassetto, stringendo relazioni superficiali solo con chi potesse generargli un vantaggio ed evitando qualsiasi contesto facesse emergere i suoi difetti o le sue debolezze. Iniziò curando la sua immagine, creandosi un personaggio, ad attirare l’attenzione con l’estrosità, ad accerchiarsi di un gruppo di fedelissimi che gli garantissero il consenso, ad ambire sempre più alla perfezione, sebbene esteriore. Quando l’apparenza non fu più sufficiente, passò al gesto estremo per antonomasia, il tentativo maggiore di onnipotenza: l’omicidio; per provare a sé stesso e agli altri di essere forte. Nella fattispecie, quello dei genitori i quali, ai suoi occhi, rappresentavano un ostacolo all’emancipazione, alla libertà e l’unico ostacolo per mantenere, anzi alzare, l’asticella del suo tenore di vita, della sua felicità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Maso disse di aver ucciso per entrare nella vita, di essere arrivato ad annullare l’esistenza dei genitori ancor prima del massacro e che, all’epoca, era stato come colpire dei</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">sacchi inanimati</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e non delle persone. Tuttavia, sono molti gli indizi e le azioni che hanno dimostrato il suo tentennio, l’insicurezza e gli attimi di lucidità in cui si rendeva conto dell’orrore che stava commettendo e aveva commesso. Lo ha dimostrato con i tre tentativi di omicidio mai portati a termine o coprendo i corpi con un lenzuolo dopo averli massacrati per evitare di vederli. Si può leggere una costante ambivalenza nel pensiero e nell’agire di Pietro, a prova della dinamica narcisistica che si innesca nella personalità dei soggetti affetti da questo disturbo. Un’alternanza di momenti di grandiosità e altri di vulnerabilità, ostentazione e fragilità. Questi schemi comportamentali persistono perché ormai consolidati nella sua personalità e utilizzati come metodo per affrontare ogni situazione. Probabilmente sono proprio queste caratteristiche che definiscono la sua identità e lo rendono unico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Avendolo sempre tenuto dentro una campana di vetro e trattato come un ragazzo limitato, si può ipotizzare che Pietro abbia voluto eliminare i genitori per sentirsi uomo. Per togliersi quell’etichetta del bambino malato quale era da piccolo. Per liberarsi di quella fragilità che pensava gli avessero attribuito i genitori ma che, in realtà, sono caratteristiche della sua personalità. Esempio di come il narcisista tenda a deresponsabilizzarsi delle delusioni della vita e scaricare la colpa verso l’esterno. Atteggiamento che ha continuato a dimostrare sia durante la detenzione che dopo la scarcerazione, confermando di non saper gestire le pressioni e di reagire in maniera disfunzionale se la sua immagine non venisse esaltata o le cose non andassero come voleva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ho scelto questo caso perché si è consumato a pochi chilometri da casa mia e ne sento parlare da quando sono piccola. Sono, e siamo, abituati ad ascoltare le notizie di cronaca nera al telegiornale pensando che non potrebbero mai accadere vicino a noi. Ed invece, i miei nonni conoscevano le vittime Rosa e Antonio, mia mamma era una cara amica dell’allora fidanzata di Pietro e lavorava con la sorella Laura. Mi ha sempre affascinato sapere che alcuni miei conoscenti avessero trascorso del tempo con quel Maso di cui i professori mi avrebbero parlato all’università. E mi ha stupito ancor più capire che non tutta la verità era stata detta, che Maso, in fondo, aveva vinto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle trasmissioni televisive, Pietro Maso viene presentato come lui ha deciso di essere descritto: un idolo, il ragazzo che dettava le mode e che tutti volevano imitare. È riuscito nel suo intento, ha raggiunto la fama, è conosciuto come il leader che vuole essere. Anche nell’ultima intervista rilasciata pubblicamente nel 2022</span><sup><sup>[65]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, quindi a trent’anni dal duplice omicidio, ricordò di doversi inventare qualcosa di nuovo ogni sera per “accontentare il suo pubblico”, che le persone facevano a gara per uscire con lui e che era molto ambito anche dalle ragazze. Il mondo perfetto per un narcisista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non sono riuscita a trovare una trasmissione o un articolo di giornale che dicesse che tutte queste percezioni erano solo nella sua testa, create dal grande “Maso” per raggiungere i desideri di superiorità e unicità del piccolo e fragile “Pietro”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È vero che dava all’occhio per l’estrema cura della sua persona; molti in paese lo ricordano ancora oggi per gli abiti che indossava, l’auto che guidava o alcuni gesti eclatanti che faceva. Tuttavia, non veniva preso troppo sul serio; chi lo ha conosciuto di persona sapeva che era un diciottenne come un altro, con un lavoro umile e una famiglia come tante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Avvantaggiato dal crescente benessere e incitato dal consumismo, Pietro Maso è caduto nella trappola del “dio denaro” e, non avendo ricevuto tempestivamente una terapia adeguata, farà molta fatica a liberarsene. Lo dimostrano le reazioni abnormi di fronte alle delusioni e i ricoveri in comunità di recupero in seguito a periodi di tossicodipendenza o deliri di onnipotenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso, ormai cinquantaduenne, non è ancora riuscito liberarsi della dinamica narcisistica, e, probabilmente, continuerà per tutta la vita a oscillare tra</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Pietro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">il vulnerabile e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Maso</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">l’onnipotente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cura? Iniziare a credere in se stesso, accettarsi per chi è, accontentarsi di quel che può avere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso è un po’ tutti noi, persone degli anni 2000, vittime delle apparenze, del confronto, delle mode, dei social. Tutti noi dovremmo liberarci delle nostre maschere, guardare oltre l’apparenza e ricercare l’autenticità.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Bibliografia</span></b><br></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-5-TR</span></i><span class="fs11lh1-5">, Edizione Italiana della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Test Revision</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a cura di NICOLO’ G., POMPILI E.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">BIONDI M., Raffaello Cortina Editore, Milano, 2023</span></li><li><span class="fs11lh1-5">ANDREOLI V.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Perizie di Pietro Maso</span><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">1992</span></li><li><span class="fs11lh1-5">BLANCO M.</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Milano</span></li><li><span class="fs11lh1-5">EDERSHILE E. 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D’Annunzio, Chieti</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Manuale Merck di Diagnosi e Terapia</span><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Raffaello Cortina Editore, 2020</span></li><li><span class="fs11lh1-5">MASO P., REGOLI R.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il male ero io</span></i><span class="fs11lh1-5">, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2013</span></li><li><span class="fs11lh1-5">MASSAI M., BALLONI A., CIPOLLA C.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La famiglia come grembo del crimine: genitoricidio/parenticidio. Figli criminali e vittime nel nucleo originario spezzato</span></i><span class="fs11lh1-5">”, Bologna, 2007</span></li><li><span class="fs11lh1-5">MERONI C., SEVI A., PAULIS A. 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class="fs11lh1-5">Premeditazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.brocardi.it/dizionario/5221.html#:~:text=Forma%20di%20c.d.%20dolo%20di,di%20riuscita%20(elemento%20ideologico)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Cinefilos.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Miami Vice: trama, cast e curiosità sul film</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Gianmaria Cataldo del 13 dicembre 2021 https://www.cinefilos.it/tutto-film/approfondimenti/miami-vice-trama-cast-colonna-sonora-streaming-508073</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Corrieredelveneto.corriere.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Maso ora chiede i danni alle sorelle «Ma noi lo volevamo aiutare»,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">articolo di Laura Tedesco del 26 gennaio 2016 https://corrieredelveneto.corriere.it/rovigo/notizie/cronaca/2016/26-gennaio-2016/maso-ora-chiede-danni-sorelle-ma-noi-volevamo-aiutare-2302499751609.shtml</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Cronaca-nera.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Pietro Maso: tutta la ricostruzione della vicenda giudiziaria</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Valentina Magrin del 16 aprile 2013 http://www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dannidaparto.legal,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Meningine ed infezioni nel neonato,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Stefano Gallo https://www.dannidaparto.legal/danni-successivi-al-parto/meningite/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dizionari.simone.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Premeditazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://dizionari.simone.it/1/premeditazione &nbsp;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">gabriellagiudici.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Le teorie della personalità,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">articolo di Gabriella Giudici del 15 novembre 2017 https://gabriellagiudici.it/le-teorie-della-personalita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">guidapsicologi.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Meccanismi di difesa: cosa sono e come li utilizziamo</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo dell’ 11 settembre 2019 https://www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Healthy.tehwhom.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Disturbo di personalità: caratteristiche, sintomi e cure,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Roberta Kayed del 17 novembre 2021 https://healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Humanitas-care.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Dentro l’empatia</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 13 aprile 2021 https://www.humanitas-care.it/news/dentro-lempatia/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ilmattino.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">"Mi avete messo nei casini", Pietro Maso contro le sorelle che lo hanno denunciato</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 27 gennaio 2016 https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_sms_sorelle_denuncia-1509026.html</span></div><div></div><div><span class="fs11lh1-5">Ilmessaggero.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Pietro Maso scrive a Manuel Foffo: «Caro Manuel, capisco perché volevi ammazzare tuo padre»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 18 aprile 2016 www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_manuel_foffo_lettera-1674006.html?refresh_ce</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Inpsiche.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Personalità, nevrosi, psicosi, borderline. 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De Berardis: «La terapia è vitale non solo per il malato ma per la comunità»,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Serena Santi del 20 settembre 2018</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">https://www.sanitainformazione.it/salute/narcisismo-una-patologia-sottovalutata-de-berardis-la-terapia-e-vitale-non-solo-per-il-malato-ma-per-la-comunita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tagesonlus.org,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Che cos’è - La diagnosi</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Veronica Cavallettihttps://www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Treccani.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Svalutazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.treccani.it/enciclopedia/svalutazione#:~:text=svalutazione%20In%20economia%2C%20la%20riduzione,altri%20paesi%20o%20di%20oro</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Unisalento.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sulle tre principali organizzazioni di personalità</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.scienzemfn.unisalento.it/c/document_library/get_file?folderId=2131375&amp;name=DLFE-327011.pptx</span></div><div><br></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><sup><sup>[1]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. 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Strano, SEE, 2003</span></div><div><sup><sup>[11]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. ANDREOLI, Perizia di Pietro Maso</span></div><div><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli,Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[13]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, M. Blanco</span></div><div><sup><sup>[14]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">gabriellagiudici.it/le-teorie-della-personalita/</span></div><div><sup><sup>[15]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1018-2/</span></div><div><sup><sup>[16]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-5-TR, Giuseppe Nicolò, Enrico Pompili, Massimo Biondi, Raffaello Cortina Editore</span></div><div><sup><sup>[17]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.psychologytoday.com/us/archive?search=personality&amp;op=Search&amp;section=All&amp;page=1</span></div><div><sup><sup>[18]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">I meccanismi di difesa, M. C. Verrocchio, Università G. D’Annunzio, Chieti</span></div><div><sup><sup>[19]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1110-2/</span></div><div><sup><sup>[20]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">18. Organizzazioni della personalità, Università del Salento</span></div><div><sup><sup>[21]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ipsico.it/sintomi-cura/trauma-psicologico/</span></div><div><sup><sup>[22]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.istitutobiofisicainformazionale.it/Articoli/gli-schemi-relazionali/</span></div><div><sup><sup>[23]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo</span></div><div><sup><sup>[24]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.treccani.it/enciclopedia/svalutazione_%28Dizionario-di-Medicina%29/</span></div><div><sup><sup>[25]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1018-2/</span></div><div><sup><sup>[26]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">https://healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/#cause</span></div><div><sup><sup>[27]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">The adolescent years: Social Influences and educational challenges - Ninety-seventh Yearbook of the national Society for the Study of Education - Part 1 (pp. 18-41), D. Phillips Swanson, M. Heale Spencer, A. Petersen, Chicago University Press, Chicago, 1998</span></div><div><sup><sup>[28]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.dannidaparto.legal/danni-successivi-al-parto/meningite/</span></div><div><sup><sup>[29]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">The many Faces of Social Isolation in Childhood, K. H. Rubin, R. S. L. Mills, Journal of Consulting and Clinical Psychology, University of Waterloo, 1988</span></div><div><sup><sup>[30]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/</span></div><div><sup><sup>[31]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><sup><sup>[32]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/</span></div><div><sup><sup>[33]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Beck, Davis e Freeman (2015)</span></div><div><sup><sup>[34]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Carcione &amp; Semerari, 2017; Dimaggio e Semerari, 2003; Widiger, 2012</span></div><div><sup><sup>[35]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Grandiose and Vulnerable Narcissistic States in Interpersonal Situations, E. A. Edershile, A. G. C. Wright, National Library of Medicine, 2019</span></div><div><sup><sup>[36]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><sup><sup>[37]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Vennero svitate unicamente le lampadine della cucina e del ballatoio che sarebbero state accese da Rosa e Antonio una volta saliti dal garage sottostante, abitudine che un estraneo non avrebbe potuto prevedere e indizio che l’agguato era stato premeditato.</span></div><div><sup><sup>[38]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Nonostante Pietro dimostrò varie esitazioni e tentativi falliti prima di porre in essere il crimine, constatò di non poterlo più rimandare proprio per evitare che la madre si accorgesse dell’emissione dell’assegno nei confronti dell’amico.</span></div><div><sup><sup>[39]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Programma televisivo trasmesso su Rai1 che approfondì la dinamica del “caso di Montecchia di Crosara” e intervistò Pietro Maso il 16 novembre 2022.</span></div><div><sup><sup>[40]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><sup><sup>[41]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. ANDREOLI, Perizie, cit., p. 42</span></div><div><sup><sup>[42]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">“La famiglia come grembo del crimine: genitoricidio/parenticidio. Figli criminali e vittime nel nucleo originario spezzato”, M. Massai, A. Balloni, C. Cipolla, Bologna, 2007</span></div><div><sup><sup>[43]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.sanitainformazione.it/salute/narcisismo-una-patologia-sottovalutata-de-berardis-la-terapia-e-vitale-non-solo-per-il-malato-ma-per-la-comunita/</span></div><div><sup><sup>[44]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">L’area borderline si colloca tra l’area nevrotica e l’area psicotica dei disturbi psichici; essa implica che il soggetto talvolta mantenga il contatto con la realtà (area nevrotica) ed altre volte perda questa consapevolezza (area psicotica).</span></div><div><sup><sup>[45]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Emittente televisiva specializzata nella trasmissione di eventi a sfondo religioso cattolico.</span></div><div><sup><sup>[46]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Casa editrice dei periodici a sfondo cattolico “Ministerium Verbi” e il “Sussidio Liturgico Messa Festiva”</span></div><div><sup><sup>[47]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[48]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ristretti.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7529:milano-pietro-maso-in-tribunale-accusato-di-minacce-rischia-di-perdere-la-semiliberta&amp;catid=16:notizie-2010</span></div><div><sup><sup>[49]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Insieme di fattori che hanno condotto il reo a commettere un crimine.</span></div><div><sup><sup>[50]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Modalità di svolgimento di un reato.</span></div><div><sup><sup>[51]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_manuel_foffo_lettera-1674006.html?refresh_ce</span></div><div><sup><sup>[52]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_sms_sorelle_denuncia-1509026.html</span></div><div><sup><sup>[53]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.larena.it/territori/citta/maso-va-aiutato-lo-accoglierei-nella-comunità-1.4698020</span></div><div><sup><sup>[54]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/</span></div><div><sup><sup>[55]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">In italiano “Associazione americana degli psicologi” è la più ampia organizzazione scientifica e professionale che rappresenta gli psicologi negli Stati Uniti d’America.</span></div><div><sup><sup>[56]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.psychologytoday.com/us/blog/understanding-narcissism/201908/10-stages-in-the-treatment-narcissistic-disorders</span></div><div><sup><sup>[57]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.rainews.it/articoli/2022/11/pietro-maso-a-31-anni-dallomicidio-dei-genitori-mi-piacerebbe-dir-loro-ti-voglio-bene-32fecda8-e4e9-4f2d-98d6-ed4a5164a36c.html</span></div><div><sup><sup>[58]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[59]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[60]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cinefilos.it/tutto-film/approfondimenti/miami-vice-trama-cast-colonna-sonora-streaming-508073</span></div><div><sup><sup>[61]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Fenomeno di costume della “Milano bene” degli anni ’80, all’insegna del consumismo, abiti griffati e uno stile di vita spensierato e godereccio.</span></div><div><sup><sup>[62]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Chiara Meroni, Alessandro Sevi, Anna Maria Paulis, Adolescenti di oggi e generazioni precedenti: Emo &amp; Co., Rivista di psicoterapia relazionale: 35, 1, 2012, p. 19</span></div><div><sup><sup>[63]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Protagonista di “Miami Vice” interpretato da Don Johnson.</span></div><div><sup><sup>[64]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><sup><sup>[65]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Trasmessa su Rai1 il 16 novembre 2022 dal programma “Cronache Criminali”.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 10:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello “street bullying”]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div><span class="fs12lh1-5">8 giugno 2023</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Autori: H. di Lernia, M. Penazzo, G. Tamburriello, G. Pastore<i></i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.org/files/Criminalita-minorile,-non-solo-baby-gang.-Analisi-del-fenomeno-dello-street-bullying.pdf" target="_blank" class="imCssLink">» Scarica la ricerca in formato PDF</a></span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Abstract</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">This paper presents the results of the research on juvenile crime carried out by the research center of the Institute of Forensic Science. The purpose of the investigation is to focus attention on the different forms and degrees of juvenile deviance recorded in the Milan metropolitan area, focusing on the specific etiological causes and risk factors. In addition, a new connotation of the phenomenon (street bullying) is introduced in light of empirical evidence.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Finally, some counter and preventive measures are proposed, using solutions that have proven effective in similar contexts.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Keywords: street bullying, bullism, baby gang, juvenile crime</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Riassunto</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo contributo vengono presentati i risultati della ricerca sulla criminalità minorile realizzata dal Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi. Lo scopo dell’indagine è porre l’attenzione alle diverse forme e gradi di devianza giovanile registrati nell’area metropolitana di Milano, concentrandosi sulle specifiche cause eziologiche e sui fattori di rischio. Inoltre, viene introdotta una nuova connotazione del fenomeno (street bullying), alla luce delle evidenze empiriche. Infine, vengono proposte alcune misure di contrasto e prevenzione, ricorrendo a soluzioni che si sono dimostrate efficaci in contesti analoghi.</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Parole chiave: street bullying, bullismo, baby gang, criminalità minorile</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Introduzione</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La narrazione giornalistica odierna sembra compiacersi dello smodato utilizzo del termine baby gang per identificare gruppi di adolescenti che commettono crimini di varia natura e gravità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel Fascicolo Iter DDL S. 2672, presentato il 18 dicembre 2022, si parla di “un fenomeno di particolare allarme sociale e in continua espansione”, un allarme […] “dovuto non solo alla giovanissima età dei componenti dei gruppi, ma anche alla sensazione di pericolo e impotenza avvertita dalla popolazione, determinata in particolare dalla crescente aggressività con cui vengono perpetrati i crimini”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dato il confermato interesse pubblico, il Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi ha deciso di studiare in modo approfondito il fenomeno, cercando di delinearne i contorni e le sfumature. Nonostante la crescente attenzione riservata al problema, diverse sono le imprecisioni e le approssimazioni che si susseguono, soprattutto in ambito mediatico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La ricerca si pone l’obiettivo di favorire la comprensione delle cause eziologiche del fenomeno e di provare a ricercare i fattori di rischio, di stampo sociale, culturale e ambientale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Metodologia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il progetto di ricerca, della durata di un anno (aprile 2022 – aprile 2023), è stato condotto utilizzando metodi sia qualitativi che quantitativi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Primariamente è stata condotta un’indagine qualitativa per avere una panoramica generale sulla condizione urbana di Milano, sia mediante interviste dirette che trascrizioni di interviste realizzate in precedenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di estrema rilevanza lo svolgimento di una ricerca etnografica (mediante osservazione dissimulata) dell’area metropolitana di Milano. La ricerca sul campo è stata realizzata effettuando sopralluoghi nelle nove circoscrizioni in cui è diviso il territorio comunale. Sono stati presi in considerazione non solo i Nuclei di Identità Locale (quartieri)</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ritenuti ad alto rischio per il fenomeno di studio, ma si è cercato di delineare una prospettiva quanto più globale delle criticità ed eventuali potenzialità del territorio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, sono stati condotti due questionari semi-strutturati self-report compilati in forma anonima, uno relativo alla percezione del rischio di criminalità urbana e uno dedicato al rapporto tra giovani e legalità.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Il territorio dell’area metropolitana di Milano</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Milano, non solo come città, ma come centro di un esteso, denso e complesso sistema urbano, rappresenta una delle più interessanti sfide metropolitane in Italia. Secondo il rapporto Istat “</span><i><span class="fs12lh1-5">Profili delle città metropolitane”</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">nel 2022 Milano è risultata la città metropolitana con la più elevata densità imprenditoriale e la seconda città sia con la quota più elevata di comuni ad alta urbanizzazione sia per densità di popolazione (2.040 abitanti per kmq).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo le teorie economiche ortodosse sul ruolo delle città, concentrare tante persone in un luogo dovrebbe stimolare la proliferazione di nuove idee e tecnologie che vadano a migliorare la produttività e la crescita economica di quello stesso territorio. In realtà però le cose non sempre sono così semplici. Difatti, l’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città – il cosiddetto</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">spillover</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">- sembra aver esaurito il suo effetto. Non solo negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche sono tornate ad aumentare, ma hanno assunto sempre più una dimensione spaziale oltre che sociale. La città contemporanea appare come il risultato dello sviluppo capitalistico fondato sul presupposto dell’illimitatezza delle risorse e sul prospetto illusoria di crescita infinita che si oppone all’idea di centro urbano quale motore di aggregazione sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di seguito alcune delle osservazioni raccolte durante l’attività di indagine.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 1 – Centro storico</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 1 comprende i seguenti quartieri: Duomo, Brera, Vigentina (viale Beatrice d'Este), Ticinese, Guastalla, Magenta-San Vittore, Parco Sempione, Giardini Porta Venezia, Pagano e Sarpi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><br></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Zona Duomo – Piazza dei Mercanti</span></u></li></ul></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il report redatto dagli investigatori dell’Arma dei Carabinieri del Comando provinciale di Milano, questa zona sarebbe presieduta dalla gang denominata “Barrio Banlieue”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La piazza è conosciuta per diversi episodi violenti accaduti negli ultimi anni, come per esempio la maxirissa che si è verificata tra circa cinquanta ragazzini nel giugno 2021, ma anche episodi di accoltellamenti e rapine, sempre per mano di giovani ragazzi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Presenza fissa di due militari all'inizio di Via Dante. Si sono riscontrati diversi controlli da parte di poliziotti in borghese sia in Corso Vittorio Emanuele sia in Via Dante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La zona, essendo di passaggio, è mediamente affollata. Durante il sopralluogo (pomeridiano – serale), la presenza di gruppi di ragazzi sostanti nell’area di Piazza dei Mercanti è abbastanza costante, con ricambi continui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’età media dei membri è tra i 15 ai 22 anni, con alcuni esponenti in età preadolescenziale (&lt; 10 anni). Presenza di alcuni elementi aventi un’età sensibilmente superiore (30-35 anni), che svolgono attività di controllo e coordinamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I gruppi sono composti in modo eterogeneo, sia da ragazzi che ragazze, per la maggior parte di seconda generazione</span><span class="fs12lh1-5">[2]</span><span class="fs12lh1-5">. Data la numerosità del gruppo, si formano spesso gruppetti più piccoli. Oltre a ciò, si è notato come ci sia molta autonomia nei movimenti da parte di tutti i componenti del gruppo, in quanto si sono osservati numerosi "via vai" di ragazzini tra la piazza e le zone limitrofe (es. McDonald's, Corso Vittorio Emanuele ecc.).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è svolta un'osservazione all'interno del McDonald's di Piazza Duomo, durante la quale si è potuto osservare da vicino i ragazzini che stazionano tra il fast food e Piazza dei Mercanti. Si osservato inoltre come questi ragazzini prestassero molta attenzione a ciò che li circondava e a possibili cambiamenti o situazioni sospette nell'ambiente a loro circostante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni giovani precedentemente visti nella piazza, sono stati successivamente visti da soli o in coppia stanziali in diversi punti di Corso Vittorio Emanuele. Altri sostano sotto la metropolitana (fermata Duomo), e si appostano in angoli nascosti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante i sopralluoghi si è constatato come questo gruppo incarni gran parte delle caratteristiche tipicamente attribuibili a gang giovanili, anche per l’attuazione di condotte criminali.</span></div><div><br></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Colonne di San Lorenzo</span></u></li></ul></div><div><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di microcriminalità, soprattutto in prossimità delle Colonne fronte Basilica di San Lorenzo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Presenza di diverse telecamere da parte di privati puntate su via pubblica Parco Giovanni Paolo II (Parco delle Basiliche): zona Piazza Vetra non perlustrabile da esterno per presenza lavori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si riscontrano sedi delle Forze dell'Ordine nelle immediate vicinanze (le più vicine sono la Polizia di Stato - Commissariato Porta Ticinese e la Polizia Locale di Milano - Reparto Radiomobile, situata in Via Pietro Custodi).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle ore serali presente un numero elevato di spacciatori.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 2</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 2 comprende i seguenti quartieri: Stazione Centrale-Ponte Seveso, Gorla-Precotto, Adriano, Padova-Turro-Crescenzago, Isola, Maciachini-Maggiolina, Greco-Segnano e Loreto-Casoretto-Nolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><br></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Quartiere Padova</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere Padova di Milano è posto nella periferia Nord – Est di Milano e si sviluppa lungo la strada dalla quale prende il nome, Via Padova. Si tratta di uno dei quartieri più multietnici della città, con oltre cinquanta nazionalità e culture differenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A partire da aprile 2021 sono iniziati i lavori di riqualificazione, con un investimento complessivo da parte del comune di Milano di ca. 3 milioni di euro. Il progetto prevede l’ampliamento e il rifacimento dei marciapiedi, la realizzazione di 8 nuove piazze di quartiere, la piantumazione di 230 alberi. Da segnalare anche il Patto “Tunnel Boulevard”, un processo di rigenerazione dello spazio pubblico di Via Pontano e dei tunnel ferroviari, con azioni di design sociale e arte pubblica al fine di aumentare la vivibilità degli spazi aperti del quartiere e di trasformare il cavalcavia ferroviario da spazio abbandonato a luogo di creatività urbana e di incontro sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciononostante, permangono alcune zone a rischio. Ne è un esempio Via Arquà, una traversa di Via Padova, spesso teatro di aggressioni, spaccio di stupefacenti, risse e rapine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante l’osservazione è si è assistito a uno scambio di merce rubata tra due giovanissimi all’altezza del sottopasso in Viale Monza in prossimità di Rovereto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è stato possibile visionare all’interno Parco Trotter (ingresso Via Padova) per l’eccessiva presenza di persone sospette.</span></div><div><br></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Stazione Centrale di Milano</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La Stazione Centrale, che sorge in Piazza Duca d’Aosta, è la principale stazione ferroviaria di Milano, la seconda d'Italia per flusso di passeggeri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Uno spazio sociale altamente differenziato, spesso nelle prime pagine di cronaca per atti criminali e situazioni di disagio sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La zona è presidiata dalla Forze dell’Ordine e sono presenti delle camionette dell’Esercito Italiano nella piazza antistante la stazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Presenza elevata di persone senza fissa dimora, di diverse nazionalità ed età (compresi anche ragazzi minorenni). Si evidenziano situazioni ad alto rischio per alcolismo e tossicodipendenza.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 3</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 3 comprende i seguenti quartieri: Cimiano, Rottole-Quartiere Feltre, Buenos Aires-Porta Venezia-Porta Monforte, Città Studi, Lambrate-Ortica, Loreto e Parco Forlanini-Cavriano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Città Studi</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La zona è conosciuta per episodi di rapina messi in atto da parte di un gruppo di ragazzini minorenni. Questi ultimi operavano principalmente in Piazza Leonardo, davanti alla sede del Politecnico. A gennaio 2021 sono stati tutti arrestati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante l'osservazione, la zona si è presentata tranquilla, seppur molto affollata di giovani studenti sia nella zona della metropolitana alla fermata Piola, sia in Piazza Leonardo da Vinci. Si è posta particolare attenzione alle due zone sopracitate proprio in virtù degli episodi riportati dai media.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare, in Piazza Leonardo da Vinci si è dedicata particolare osservazione, senza riscontrare nessun elemento degno di nota. La zona della fermata Piola invece, si è riscontrato essere molto più tranquilla rispetto a qualche anno fa, quando invece si presentava come un luogo molto attivo per lo spaccio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è effettuato un secondo sopralluogo in orario serale, più precisamente dalle 19.30 alle 22 circa. Nonostante la serata piovosa si è riscontrato un gruppo di giovanissimi, presumibilmente minorenni, che è rimasto nel parco indisturbato per tutta la durata dell'osservazione. Il gruppo presentava alcune caratteristiche del fenomeno oggetto di studio.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Parco Lambro</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Fino agli anni '90 era conosciuto come uno dei quartieri più pericolosi di Milano, dal 2000 in poi sono stati effettuati numerosi interventi di riqualificazione della zona da parte del comune di Milano, alcuni dei quali mai terminati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La zona si presenta tranquilla, seppur molto popolare. Si è prestata particolare attenzione alla zona del parco adiacente alle case popolari, in quanto vi era la presenza di bambini e ragazzi di tutte le età. Inoltre, si è notato essere un importante punto di aggregazione per la comunità, in particolare per i più giovani.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Altro spazio di aggregazione si è visto essere l'Associazione Comunità Il Gabbiano sita in Via Elio Vittorini, luogo apparentemente molto frequentato dai ragazzini della zona.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si è rilevata la presenza di Forze dell'Ordine.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Lambrate</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere Lambrate di Milano è posto nella periferia Nord-Ovest di Milano. Zona industriale, attualmente in fase di gentrificazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei pressi della stazione ferroviaria (Piazza Bottini) si assiste a situazioni di bivacco, spaccio e consumo di sostanze stupefacenti. Forte l’analogia con la condizione presente nella zona di Stazione Centrale, anche se in misura più ristretta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Criticità riscontrata su linea autobus 54 (che viaggia tra Stazione Lambrate M2 e Duomo M1 M3). Segnalati episodi di aggressioni, soprattutto in orari serali.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 4</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 4 comprende i seguenti quartieri: Corsica, XXII Marzo, Umbria-Molise-Calvairate, Ortomercato, Taliedo-Morsenchio-Forlanini, Monluè-Ponte Lambro, Triulzo Superiore, Rogoredo-Santa Giulia, Lodi-Corvetto e Porta Romana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Corso XXII Marzo</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di rapina e pestaggi da parte di un gruppo di ragazzini prevalentemente minorenni identificati dal Commissariato Monforte - Vittoria della Polizia di Stato come la “Z4 gang”, nome ereditato proprio dalla zona di appartenenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Corso XXII Marzo nello specifico si presenta molto trafficato, motivo per cui ci si è concentrati sull'osservazione dei parchi limitrofi quali Largo Mariani d'Italia e Piazza Grandi, nei quali non sono stati riscontrati elementi degli di nota.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Particolare attenzione è stata posta anche al McDonald's antistante le case popolari di Via Pietro Calvi, senza riscontrare particolari situazioni problematiche. Piazza Cinque Giornate, anch'essa molto trafficata, non ha prodotto particolari informazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è studiata la zona circostante la fermata del passante di Porta Vittoria, in quanto sono stati documentati ripetuti episodi di aggressioni fisiche da parte di ragazzini minorenni contro (prevalentemente) studenti. Attraverso Viale Umbria siamo arrivate in Piazzale Martini, per poi proseguire per Piazzale Libia. Le zone erano tranquille e non sono stati osservati fenomeni particolarmente rilevanti.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Calvairate</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per un ingente numero di case occupate e operazioni di sgombero attuate dal Comune di Milano. Secondo il report redatto dagli investigatori dei Carabinieri del Comando provinciale di Milano, questa zona (e tutta la zona 4) sarebbe presidiata dalla Z4 gang. Otto membri della stessa sono stati arrestati nei primi mesi del 2022 per reati di rapina e lesioni personali aggravate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All'interno del Parco Alessandrini è stata rilevata la presenza di una pattuglia della Guardia di Finanza. A parte ciò, nella zona non sono stati riscontrati altri particolari controlli da parte delle Forze dell'Ordine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da Piazza Insubria al parco antistante a essa (in Via Laura Ciceri Visconti) si è osservata la presenza di adolescenti che, singolarmente o in coppia (per mezzo di monopattini), facevano avanti e indietro tra i due parchi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il parco è risultato essere il principale luogo pubblico di aggregazione della zona, sia per i più piccoli che per i ragazzi più grandi. Nella zona sono presenti diversi blocchi residenziali popolari (gestiti da ALER - Azienda Lombarda Edilizia Residenziale), in evidente necessità di lavori di ristrutturazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La maggior parte degli esercizi commerciali presenti in Via Laura Ciceri Visconti erano chiusi o con serrande abbassate nonostante i sopralluoghi siano avvenuti in giorni feriali e in orari lavorativi.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Corvetto</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di criminalità e spaccio. La zona si presenta apparentemente tranquilla, caratterizzata prevalentemente dalla presenza di gente del luogo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È evidente che la gente che vive in questo quartiere si sente parte di una comunità a sé stante e le persone che non ne fanno parte vengono viste con sospetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Elevata la presenza di famiglie con bambini e adolescenti, che trascorrono la maggior parte del tempo tra le vie del quartiere e i parchetti circostanti.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Rogoredo</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere di Rogoredo, in particolar modo l’area boschiva adiacente alla stazione metropolitana e che si sviluppa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sotto le arcate dello snodo tangenziale (“</span><i><span class="fs12lh1-5">il boschetto”</span></i><span class="fs12lh1-5">), è considerata una delle più grandi piazze di spaccio di tutta Europa. Nonostante i ripetuti controlli, i fermi e le operazioni che hanno portato allo smantellamento di alcuni giri di spaccio, ancora oggi permangono segni di criticità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prima parte dell'osservazione è stata effettuata nei pressi dell'uscita della stazione metropolitana, nella quale è stata sottolineata la coesistenza di due realtà opposte: nella parte retrostante vi son palazzi di nuova costruzione ed esteticamente molto curati; nella parte antistante alla stazione la situazione delle abitazioni è prevalentemente degradata. Questo dualismo caratterizza molti nuclei di identità locale (NIL) di Milano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Proseguendo sul parco retrostante alla stazione, si è notata la presenza di un gruppo di ragazzi, sicuramente di età inferiore ai 18 anni, che, nonostante la presenza di pioggia debole, stanziavano all'interno del parco. Era un gruppo misto non molto numeroso, erano molto tranquilli e chiacchieravano tra di loro. Quando la pioggia è diventata più fitta, si sono spostati in un luogo riparato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Continuando l'osservazione nei pressi del parco, si evidenzia la presenza massiccia del fenomeno dello spaccio e consumo di stupefacenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, attraversando il sottopassaggio della metropolitana, l'osservazione è stata spostata all'entrata principale della stazione in cui vi era un mezzo “SUV” della Guardia di Finanza e il cane antidroga per effettuare controlli a campione su persone e veicoli parcheggiati.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 5</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 5 comprende i seguenti quartieri: Porta Vigentina-Porta Lodovica, Scalo Romana, Chiaravalle, Morivione, Vigentino, Fatima, Quintosole, Ronchetto delle Rane, Gratosoglio, Missaglia-Terrazze, Quartiere Stadera, Quartiere Chiesa Rossa-Torretta, Conca Fallata, Tibaldi, Parco delle Abbazie, Parco dei Navigli e Cantalupa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Gratosoglio</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il sopralluogo ha avuto inizio da Via dei Missaglia per poi proseguire all'interno del quartiere Gratosoglio. Secondo quanto si apprende dai giornali, il quartiere è stato spesso teatro di azioni criminose messe in atto da giovani ragazzini, come rapine, sparatorie, furti e pestaggi. L'ultima "banda" di ragazzini sarebbe stata arrestata nel 2018 a seguito di una rapina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il quartiere si presenta tranquillo, quasi deserto, in quanto non si hanno particolari punti di aggregazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Vi è un'alta densità di case popolari e pochi esercizi commerciali.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 6</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 6 comprende i seguenti quartieri: Ticinese-Conchetta, Moncucco-San Cristoforo, Barona, Cantalupa, Ronchetto sul Naviglio-Lodovico il Moro, Giambellino, Porta Genova, Bande Nere, Lorenteggio, Parco dei Navigli e Washington.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Giambellino / Lorenteggio</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">L’area, in posizione sud-ovest rispetto al centro città, è composta da un grande comparto di case popolari, in particolare il quadrilatero composto dalle vie Giambellino, Odazio, Lorenteggio e Inganni. Molte di queste abitazioni si trovano in uno stato strutturale gravemente compromesso, con evidente necessità di opere di manutenzione straordinaria. Nel piano di riqualificazione del</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">quartiere Lorenteggio è previsto l'abbattimento e ricostruzione di 5 caseggiati su 31 presenti nel quadrilatero sopracitato. Nel cronoprogramma del piano del 2015 la data di fine lavori prevista era il 3 novembre 2022. Attualmente, lo stato dei lavori sembra essere in estremo ritardo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da circa 3 anni è stato avviato il piano di trasferimento delle famiglie con regolare contratto presso le abitazioni popolari. Di conseguenza, diversi alloggi sono stati lasciati vuoti in attesa di essere abbattuti. Questa condizione ha permesso il proliferare del fenomeno dell’abusivismo. In relazione ai residenti, si tratta di circa 100 persone, di cui la metà sono minori. In alcune delle cantine degli stabili ALER (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) si possono trovare basi per il deposito e il confezionamento di droga, come rilevato anche dai blitz effettuati dal Commissariato Lorenteggio della Polizia di Stato nel gennaio 2023.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ALER, per ovviare a tale problematica, ha lastrato o murato le porte e finestre delle abitazioni. I sopralluoghi effettuati hanno permesso di constatare la scarsa efficacia della soluzione attuata, considerata la permanenza di abusivi negli alloggi.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Barona</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere Barona per anni è stato ritenuto una zona pericolosa e critica, descritta come periferia cittadina difficile in cui abitare. Come altre zone di Milano, è stata oggetto di opere di riqualificazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel distretto si trova il quartiere popolare “Domus Teramo” (le case color salmone) del Settore case popolari del Comune di Milano. Sul lato opposto si trova invece il quartiere ALER di Via Don Primo Mazzolari, che comunemente viene chiamato anch’esso Quartiere Teramo (per via della vicinanza con il parco Teramo).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’area è diventata celebre dopo l’uscita della serie tv “Blocco 181”, che racconta una versione romanzata della vita di quartiere di periferia e delle dinamiche interne ai blocchi residenziali popolari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Piazza Donne Partigiane sorge il centro di aggregazione sociale Barrio’s, nato nel 1997 grazie alla collaborazione tra Comunità Nuova Onlus, guidata dal suo presidente Don Gino Rigoldi, l’Associazione Amici di Edoardo Onlus e il Comune di Milano, il quale ha concesso lo spazio. All’interno del centro sono a disposizione di tutti il CineTeatro Edi, una sala prove, un laboratorio informatico e aule per attività educative e formative, il locale bar con le attività di ristorazione e di musica dal vivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo si è potuta notare la presenza di giovanissimi che si ritrovano nello spazio esterno, soprattutto per attività di skating.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 7</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 7 comprende i seguenti quartieri: Porta Magenta, Muggiano, Baggio-Quartiere degli Olmi-Quartiere Valsesia, Forze Armate, San Siro, De Angeli-Monte Rosa, Stadio-Ippodromo, Quarto Cagnino, Quinto Romano, Figino e Pagano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Baggio</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La fama negativa di questo quartiere periferico affonda le sue radici negli anni ’70-‘80. All’epoca c’erano vaste aree lasciate all’incuria (es. Parco delle Cave) che diventarono scenari di delinquenza, di malavita e di droga.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni, specialmente dopo la riqualificazione del Parco delle Cave, le cose sono decisamente migliorate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo si è notata la presenza di diversi gruppi di adolescenti in prossimità della biblioteca (Via Pistoia 10), che sembra essere un luogo di ritrovo per le generazioni più giovani. In un luogo adiacente, si è notata la presenza di spazi adibiti a eventi di carattere sociale e di consapevolezza del territorio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il quartiere è caratterizzato da una fitta presenza di associazioni, mentre le parrocchie svolgono un ruolo importante creando condizioni di coesione anche con i nuovi arrivati.</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">San Siro</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Si tratta di uno dei quartieri di edilizia residenziale pubblica più grandi di Milano. Composto da circa 6.000 case, è il più grosso quartiere pubblico milanese gestito da ALER.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Delle iniziali 6.000 unità immobiliari di Edilizia Residenziale Pubblica, la situazione attuale è la seguente:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 1.416 vendute</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 295 in regime di fuori ERP</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 3.991 Servizi Abitativi Pubblici (SAP) – di cui n. 2.521 attualmente assegnate, n. 785 occupate abusivamente, n. 101 sfitte, n. 572 in fase di manutenzione</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. 12 in vendita</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. 22 Servizi Abitativi Transitori (SAT)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">- n. 272 in valorizzazione</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La condizione attuale del quartiere San Siro è ben descritta in una recente ricerca di Nuvolati e Terenzi dell’Università Bicocca: “Qualità della vita nel quartiere di Edilizia Popolare a San Siro, Milano”. Dai risultati della ricerca emerge che il 44% dei nuclei residenti nell’ERP ha un reddito ISEE/ERP inferiore o uguale a 7319,00 €/anno e il 30% vive con un reddito ISEE/ERP inferiore o uguale a 15146,00 €/anno. Il 74% delle famiglie vive in una condizione economica di evidente difficoltà, a causa della presenza di importanti sacche di lavoro povero, disoccupazione e pensioni sociali, determinando, sempre stando ai dati, un tasso di morosità del 49% tra i nuclei residenti. Inoltre, la composizione demografica vede la presenza di un 28,1% di popolazione over 70, il 6,1% tra i 66 e 69 anni, il 54,01% trai 19 e 65 anni, il 3,6% tra i 15 e 18 e infine un 8,2% tra gli 0 e 14 anni. Infine, nel quartiere sono presenti 851 persone con disabilità psichica, di cui il 58% vivono sole e il 29% sono a carico di un solo familiare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È un territorio caratterizzato da una profonda diversità culturale: si stimano circa 12.000 abitanti, di cui il 50% dei quali di origine straniera, in cui convivono soggetti di ben 84 diverse nazionalità oltre quella italiana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si tratta di un quartiere a due facce: in fondo a Via Novara, a ridosso dello stadio, accanto al verde dell’ippodromo (Via Matteo Civitali), è presente un’area residenziale abbastanza curata. A partire dall’incrocio Via Civitali - Via Pier Alessandro Paravia, lo scenario si modifica nettamente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo stato degli edifici e dei cortili è di assoluto degrado, con evidenti problematiche igieniche o di infiltrazioni di acqua. Sui marciapiedi si trovano cumuli di rifiuti e oggetti ingombranti abbandonati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo nella zona, sono state perlustrate alcune delle aree considerate a maggior rischio, come Via Zamagna e Piazzale Selinunte. Quest’ultimo, un ampio spazio con un parco dove si ritrovano famiglie e ragazzi, ricorre spesso nelle canzoni dei rapper residenti in zona quale luogo di aggregazione e, allo stesso tempo, di simbolo della precarietà del territorio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’area è stata osservata in due giornate diverse in orario pomeridiano; la scarsa accettazione e la diffidenza verso coloro che non risiedono nel quartiere risultano evidenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Accertate attività di spaccio, anche svolte da minorenni. Riscontrata presenza delle Forze dell’Ordine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il quartiere San Siro sembra riprodurre la realtà di una banlieue nostrana in cui criminalità e povertà si intersecano, dando vita a un vero e proprio “ghetto urbano”, emarginato dalle opportunità di rivalsa economica e sociale presenti in altri quartieri meno periferici.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 8</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 8 comprende i seguenti quartieri: Tre Torri, Trenno, Gallaratese-San Leonardo-Lampugnano, QT8, Lotto-Fiera, Portello, Pagano, Sarpi, Ghisolfa, Villapizzone-Cagnola-Boldinasco, Maggiore-Musocco-Certosa, Cascina Merlata, MIND-Cascina Triulza, Roserio, Stephenson, Quarto Oggiaro-Vialba-Musocco e Parco Bosco in città.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Quarto Oggiaro</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Quarto Oggiaro, situato a nord-ovest di Milano, è un quartiere che porta con sé ancora una cattiva nomea dagli anni ’80 a causa del degrado e delle fragilità socioeconomiche dei residenti, oltre alla forte presenza di criminalità organizzata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si tratta quasi di una piccola città nella città, sia per la mole di abitanti (ca. 35 mila) sia per la conformazione territoriale che rende Quarto Oggiaro un quartiere isolato e staccato dall’area metropolitana. Anche per questo motivo è presente una forte identità di quartiere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad oggi il quartiere si dimostra molto cambiato, con le oltre cento associazioni presenti, il recupero edilizio e la riqualificazione di strade, parchi e siti storici e artistici. Rimangono delle aree critiche, come nella maggior parte delle zone periferiche della città, ma l’etichetta di “Bronx” milanese non sembra più rappresentare il territorio.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Zona 9</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 9 comprende i seguenti quartieri: Porta Garibaldi-Porta Nuova, Isola, Niguarda, Ca' Granda-Prato Centenaro-Fulvio Testi, Bicocca, Bovisa, Farini, Dergano, Affori, Bovisasca, Comasina, Bruzzano, Parco Nord, Maciachini-Maggiolina e Greco</span><b><span class="fs12lh1-5">.</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div><u><br></u></div><div><ul><li><u><span class="fs12lh1-5">Quartiere Garibaldi – Repubblica</span></u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Situato a nord di Milano, è un quartiere residenziale immerso nei luoghi della “movida”, confinante con il centro storico, ricca di servizi e densamente frequentato a tutte le ore del giorno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da segnalare corso Como per alcuni recenti episodi di rapina, spaccio, rissa e furti. Nella zona sono presenti diversi locali e discoteche, con conseguente forte affluenza di persone anche in orari notturni.</span></div><div><br></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">I NIL rappresentano aree definibili come quartieri di Milano, ma non sono delineati come unità amministrative dai confini rigidi in quanto corrispondono ad ambienti dai confini variabili, in grado di modificarsi e sovrapporsi l’uno nell’altro. Questa riorganizzazione è entrata in essere con l’approvazione del nuovo Piano Generale del Territorio da parte del Comune di Milano, con delibera consiliare n.16 del 22/05/2012.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2]</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Con il termine “seconda generazione” si intendono i figli di immigrati nati in Italia o giunti nel nostro Paese nei primi anni di vita.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Risultati</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Baby gang: il corretto uso di un termine impropriamente abusato</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dare una definizione al termine “baby gang” non risulta essere un’operazione semplice, ed è proprio tale indefinitezza che, spesso, ne comporta un uso improprio. I recenti avvenimenti di aggressioni giovanili nel territorio italiano hanno posto l’interrogativo</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">se sia opportuno rifarsi alla letteratura sulle gang come chiave di lettura del fenomeno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo lo “United States Department of Justice” con il termine “baby gang” si designa un’associazione o un’organizzazione formata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">da un gruppo di coetanei che presenta tali caratteristiche:</span></div><div><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">la presenza di tre o più membri;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">l’età dei membri compresa tra i 10 e i 22 anni;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la presenza di un nome e di altri simboli d’identificazione (vestiti, scelta di colori, linguaggio, graffiti);</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la presenza di un territorio di appartenenza su cui si impone uno specifico controllo da parte dei membri della gang;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il coinvolgimento in comportamenti delinquenziali e in attività criminali attuati sia individualmente che collettivamente.</span></li></ul></div><div><span class="fs10lh1-5">(United States Department of Justice, Bureau of Justice Assistance; 1997)</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Una prima riflessione riguarda l’origine del termine e degli studi connessi; le interpretazioni si sono basate spesso assumendo come riferimento concetti e teorie dagli studi anglosassoni, specie di provenienza statunitense. Ciò crea una certa discrepanza con il contesto europeo, dove l’espressione non proviene dal risultato delle indagini empiriche sul territorio, ma si basa su un’estensione paradigmatica dello stesso, volta a riferirsi, in generale, alla delinquenza giovanile di gruppo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un altro tema importante riguarda il concetto di “organizzazione”: ritenere questi gruppi come aventi una struttura stabile volta a ottenere un determinato scopo comune, pone in essere delle criticità. All’interno di questi gruppi, spesso non si trova un’azione coordinata, ma una fluidità di comportamento, schemi relazionali e obiettivi. Anche l’età dei membri si dimostra molto variabile, con casi di affiliazioni di bambini in età inferiore ai 10 anni. I legami reciproci sono basati su sentimenti di amicizia, solidarietà, lealtà e rispetto. La figura del leader non è sempre facilmente individuabile e non si rileva in tutti i gruppi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste osservazioni non vogliono sminuire il lavoro di colleghi o ritenere implausibile l’esistenza di bande giovanili, ma si vuole rifuggire dalle semplificazioni che nascono da un uso non corretto del termine, che porta a considerare il fenomeno come un’entità omogenea e definita. Tale rappresentazione è spesso propinata dai media, che utilizzano una narrazione evocativa e suggestiva, inducendo la popolazione a reputare il fenomeno allarmante e in costante crescita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ultimo report del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità smentisce uno stato emergenziale. Il numero di minorenni e giovani adulti in carico agli uffici di servizio sociale dal 2007 al 2022 si dimostra pressoché stabile. Sebbene vi sia una normale oscillazione, i dati non mostrano segnali di preoccupante incremento della delinquenza minorile nel territorio italiano (Allegato 1).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Allegato 1</span></b></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Allegato-1.png"  width="730" height="514" /><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><div><b><span class="fs10lh1-5">Minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><b><span class="fs10lh1-5">(Dati riferiti alla data del 15 maggio 2023 - Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità)</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversa invece la percezione da parte delle persone. Secondo un questionario somministrato a oltre 250 volontari, il 51,9% ritiene che, nell’ultimo anno, il livello di sicurezza percepita nel territorio sia peggiorato, seguito da un 43% del campione che non ha constatato nessun cambiamento sostanziale rispetto all’anno precedente</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(Allegato 2). Per il solo fenomeno delle baby gang, l’82,5% lo considera come in continuo aumento (Allegato 3).</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><b><span class="fs11lh1-5">Allegato 2</span></b></div></div><div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Allegato-2.png"  width="730" height="309" /><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><div><b><span class="fs10lh1-5">Tratto da questionario</span><span class="fs10lh1-5"> </span><i><span class="fs10lh1-5">Percezione del rischio di criminalità urbana</span></i></b><br></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Allegato 3</span></b></div></div><div><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Allegato-3.png"  width="730" height="309" /><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><div><b><span class="fs10lh1-5">Tratto da questionario</span><span class="fs10lh1-5"> </span><i><span class="fs10lh1-5">Percezione del rischio di criminalità urbana</span></i></b><br></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste costanti attivazioni mediatiche assumono il carattere di panico morale, ondate emotive nelle quali un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società (Cohen, 1972); in questo prospetto, le gang si inseriscono quali</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">folk devil,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">il nemico pubblico da combattere. Una concezione problematica, che spesso giustifica la preferenza per l’intervento di strumenti esclusivamente punitivi piuttosto che educativi.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno dello street bullying</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Testate nazionali e locali parlano di “onda baby gang” che imperversa nelle strade di Milano. Un racconto confuso tra giustizialismo e denuncia sociale, che alimenta la rappresentazione di una città “far west” che non corrisponde alla realtà. Il linguaggio mediatico attira l’attenzione su “città assediate” da questi gruppi e il fenomeno viene presentato in aumento. In questo modo, la percezione sociale si trasforma in paura collettiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">«Il termine baby gang è più immediato a livello comunicativo, però non solo dà molto spesso una rappresentazione distorta della realtà ma può anche generare ulteriori danni: identificazione, emulazione e compiacimento. E una responsabilità si ha pure nei confronti delle vittime, soggetti sui quali richiamo l’attenzione: ragazze e ragazzi che hanno diritto di avere supporto e rispetto da parte di tutti», ha dichiarato Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine “gang” rimanda a un’organizzazione strutturata dedita alla malavita, alla realizzazione di attività illecite. È un’espressione altamente stigmatizzante, costruita partendo da un ritratto univoco e quasi stereotipato della figura del gangster presente nella letteratura e cinematografia americana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Giungere a un tentativo di classificazione e definizione è molto complesso, come trovare i fattori per distinguere le gang da qualsiasi altro tipo di aggregazione giovanile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In genere tra gli studiosi europei si ritiene che le bande facciano essenzialmente parte di un continuum di gruppi giovanili che presentano semplicemente una serie più complessa di problemi e un più forte orientamento delinquenziale; i ricercatori americani, invece, ritengono che le bande rappresentino un tipo qualitativamente distinto di gruppo (Klein et alii, 2001) e quando l’attività criminale raggiunge un tale punto che viene a definire l’identità di gruppo, è in quel momento che si costituisce la svolta nella determinazione del fenomeno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le vicende che giungono all’attenzione mediatica, spesso esprimono, in forme e intensità diverse, i tratti propri delle fasi di sviluppo adolescenziale: le provocazioni verso gli adulti, le trasgressioni alle regole, la ribellione all’ordine costituito, il conflitto con rivali o avversari agito sulla scena pubblica (Prina, 2019).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si assiste a una generale tendenza verso una maggiore precocità delle ultime generazioni in tutti i comportamenti sociali, compresi quelli devianti. L’esplosione della rabbia repressa oggi sembra convergere con un’età sempre più precoce. Possiamo identificare la manifestazione di tali dinamiche devianti in due aree. La prima riguarda quella dei comportamenti violenti e aggressivi che si manifestano negli spazi pubblici, nelle relazioni interpersonali o insieme ad altri (si pensi al bullismo). La seconda area riguarda invece l’assunzione di condotte autolesive sulla dimensione dei consumi di beni (droghe, alcol, gioco d’azzardo) o sulla propria sofferenza sul piano psicologico (anoressia, hikikomori, tentativi di suicidio, ecc.). Spesso queste due forme si intersecano e si influenzano a vicenda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per tutti i motivi sopra elencati, si è pensato di far riferimento al fenomeno in studio con l’espressione “street bullying” (o bullismo di strada). La volontà è quella di unire il concetto di rapporto con il territorio (street) con quello di bullismo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La questione territoriale è centrale nello studio, non solo delle bande (street gang), ma in generale di tutti quei fenomeni che riguardano individui e organizzazioni che trascorrono una quantità sproporzionata di tempo per le strade dei grandi centri urbani.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei quartieri che abbiamo analizzato, la precarietà delle condizioni abitative spinge i più giovani a cercare un luogo dove possa instaurarsi la socializzazione con i coetanei. Se questo non può avvenire all’interno delle mura domestiche, la strada (“il quartiere”) assume una funzione formativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il territorio è vissuto anche in maniera dicotomica: da un lato l’appartenenza al proprio quartiere è vista come motivo di vanto e come celebrazione delle proprie origini, dall’altro le criticità presenti in quelle aree si scontrano con le condizioni di benessere e agio delle vie limitrofe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Olweus considera l’aggressività che caratterizza il “bullo” come una risposta comportamentale e non come impulso irrefrenabile che rimanderebbe a concetti psicodinamici. Tali manifestazioni di violenza devono necessariamente seguire quattro parametri:</span></div><div><b><br></b></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Intenzionalità:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">si intende la deliberata scelta di fare del male emotivamente e/o fisicamente a una terza persona. Tale dinamica implica la consapevolezza da parte del soggetto agente che tale azione avrà una conseguenza negativa sulla persona e la volontà di muoversi con questo preciso scopo.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Sistematicità:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">le prevaricazioni sono protratte nel tempo in maniera continua.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Asimmetria</span></b><span class="fs12lh1-5">: il bullo percepisce una qualche forma di superiorità nei confronti della vittima. Anche a livello motivazionale, il bullo è spinto da un incentivo agonistico, con un forte bisogno di dominare l’altro (Liotti, 2001).</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">La natura sociale:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">gli episodi avvengono frequentemente alla presenza di altri compagni, che possono assumere un ruolo di rinforzo del comportamento o sostenere, e in qualche modo legittimare, tali azioni.</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il bullo si caratterizza per una spiccata tendenza alla conflittualità e all’impulsività; vanta spesso un certo grado di superiorità, vera o presunta. La rabbia rappresenta un’emozione prevalente e facilmente presenta una bassa tolleranza alla frustrazione, unita anche a un’evidente fatica nel rispetto delle regole e delle prescrizioni altrui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico, la rabbia di questi adolescenti viene rivolta verso coloro che non appartengono alla loro stessa comunità o gruppo sociale. Le vittime sono scelte in modo più o meno casuale, anche se vengono preferiti pari o persone di minore prestanza fisica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un altro pattern rilevante riguarda la manifestazione di aggressività, spesso non esercitata ma solo esibita, come ad esempio sui social media. L’immagine costruita di questi giovani racconta di una maschera che viene utilizzata per non carpire i segnali di profondo disagio che investono questa generazione. Su Instagram, TikTok e su YouTube, vengono diffusi video (o videoclip musicali) dove vengono mostrati armi da taglio e da sparo, soldi e gestualità tipicamente attribuita a gang.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il rapporto con la famiglia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le caratteristiche delle famiglie di giovani ragazzi devianti possono variare, ma ci sono alcune tendenze comuni che emergono in diversi studi sul tema. Alcune delle caratteristiche delle famiglie di giovani ragazzi devianti possono includere:</span></div><div><b><br></b></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Dinamiche familiari disfunzionali:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">le famiglie di giovani ragazzi possono avere dinamiche familiari disfunzionali, come la mancanza di comunicazione aperta, l'isolamento e la mancanza di sostegno emotivo.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Bassa supervisione e controllo genitoriale</span></b><span class="fs12lh1-5">: i genitori potrebbero non esercitare un controllo adeguato sul comportamento dei loro figli e non monitorare attentamente le loro attività.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Inadeguatezza educativa</span></b><span class="fs12lh1-5">: i genitori potrebbero non avere la capacità o le risorse per fornire ai loro figli un ambiente educativo adeguato e sostenere il loro apprendimento.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Conflitto familiare e violenza domestica:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">le famiglie di giovani ragazzi devianti potrebbero essere caratterizzate da conflitti familiari, violenza domestica e abusi.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Coinvolgimento genitoriale nel comportamento deviante:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">in alcuni casi, i genitori possono essere coinvolti nel comportamento deviante dei loro figli o addirittura incoraggiarlo.</span></li></ul><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Povertà e condizioni socioeconomiche sfavorevoli:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">le famiglie di giovani ragazzi devianti potrebbero vivere in condizioni socioeconomiche sfavorevoli, come la povertà, che possono contribuire allo sviluppo di comportamenti devianti.</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, è importante sottolineare che non tutte le famiglie con queste caratteristiche generano giovani ragazzi devianti e che ci sono molteplici fattori che possono contribuire alla devianza. Inoltre, è possibile che le stesse caratteristiche siano presenti in famiglie di giovani ragazzi non devianti, ma in misura inferiore o con una diversa combinazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In generale però, si è riscontrato come un ambiente familiare stabile e di supporto emotivo può aiutare i giovani a sviluppare le risorse interne necessarie per affrontare le sfide della vita in modo positivo e costruttivo. Si prenda come riferimento uno studio dal titolo “Struttura familiare e comportamenti devianti in Italia: uno studio effettuato attraverso il metodo del self-report”, il quale è inserito in un più ampio progetto di ricerca internazionale coordinata dall’Istituto di Criminologia e Diritto Penale dell’Università di Losanna. Lo scopo dei ricercatori è stato quello di rilevare la frequenza e l’andamento dei comportamenti devianti autodenunciati nella popolazione giovanile, dei fattori di rischio della devianza minorile e della vittimizzazione. Si sono andati anzitutto ad indagare i ruoli delle figure genitoriali, nello specifico la carenza e/o l’assenza di cure materne nella prima infanzia, in quanto l’importanza di una “buona madre” viene considerata da molti studiosi come base indispensabile per l’integrazione dell’Io, per la formazione dell’identità, per la capacità di tollerare le frustrazioni e per il costruirsi di quella “fiducia di base”. Per quanto concerne invece la figura paterna, gli studiosi hanno voluto sottolineare come, da un punto di vista criminologico, non sia tanto importante l’aspetto della privazione paterna, quanto piuttosto quello dei rapporti perturbati, disturbati o inesistenti in presenza di tale figura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dai dati raccolti e analizzati è emerso come la “famiglia unita” (genitori ancora sposati e clima familiare sereno) sia il luogo ideale per prevenire la commissione di agiti antisociali; infatti, i giovani che vivono con i propri genitori hanno una concentrazione nel gruppo dei giovani “non devianti” pari all’ 92,1%. L’assenza di un genitore, piuttosto che una sua presenza deficitaria o persino la sua sostituzione, sono circostanze che costituiscono elementi di disturbo e che portano i giovani a concentrarsi all’interno di gruppi che più frequentemente attuano comportamenti che violano le regole del vivere civile. Dallo studio emerge infatti che i giovani che vivono con un solo genitore si concentrano al 10,5% nel gruppo “devianti”, riducendo la loro rappresentazione nel gruppo “non devianti” al solo 7,9%.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Invece, i giovani esposti a continui conflitti familiari hanno un maggiore disagio psicologico e sono più impulsivi e scontrosi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da ciò ne deriva che la violenza coniugale assistita influisce sulla condotta deviante dei giovani, inducendoli a commettere un maggior numero di agiti antisociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il clima familiare assume dunque una rilevanza assai significativa sulla condotta giovanile, poiché alla presenza di conflittualità tra genitori, anche il rapporto genitore-figlio risulta più difficile. Inoltre, i giovani esposti alla conflittualità genitoriale si concentrano nel gruppo dei giovani “devianti” (14,8% vs. 7,0%) rispetto ai loro compagni che vivono in “famiglie non conflittuali”, i quali si concentrano nel gruppo dei giovani “non devianti” (93,0% vs. 85,2%).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La genesi di tali mutamenti va ricercata nei cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi anni: si è riscontrata, infatti, l’insorgenza di strutture familiari che erano assenti o decisamente meno frequenti solo una o due generazioni addietro. Il rapido cambiamento della società, che sempre più si caratterizza per la riduzione dei matrimoni e l’aumento delle separazioni, ci fa pensare che sia in corso una vera e propria rivoluzione culturale rispetto alla concezione familiare che sta caratterizzando la società moderna (Barbagli, 2003). Una rivoluzione culturale che rischia di compromettere anche la capacità delle famiglie di conservare un dialogo con le nuove generazioni, di fatto introducendo importanti rotture di comunicazione con le generazioni future.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il rifugio nella musica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Conquergood (1994), nella sua etnografia sulle bande a Chicago, spiega che le bande possono rappresentare "uno spazio per i giovani del quartiere per sperimentare e giocare con il simbolismo e le tradizioni delle bande senza un pieno impegno". Tale gioco con il simbolismo e le tradizioni delle gang è ben mostrato dai trapper, non solo per rafforzare i loro personaggi gangster a livello contenutistico ed estetico, costruendo la loro controversa reputazione, ma anche per promuovere la lealtà reciproca tra le loro amicizie all'interno degli stessi raggruppamenti giovanili a livello performativo e culturale-ritualizzato. Allo stesso modo, molti trapper svolgono tali attività nelle canzoni dei loro video o nelle storie di Instagram per mostrare le loro identità di gang e la fedeltà ai membri del loro gruppo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le nuove generazioni, all'interno della cultura trap italiana, hanno saputo mettere in atto una violenza fai-da-te come forma di intrattenimento attraverso la volontà di rappresentazione fornita da Instagram (Yar, 2012). L'adrenalina, la paura e l'eccitazione alla base della performance sensazionalistica e ludica della violenza all'interno del teatro Instagram, si proiettano verso una logica imprenditoriale e strumentalizzata ad hoc dal trap business. A volte prende la forma di un intrattenimento interattivo, altre volte come sponsorizzazione per l’uscita di un nuovo singolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura trap italiana rappresenta il sogno italiano per le nuove generazioni in cerca di stabilità economica e di eccitazione in contrapposizione alla noia, alla paura e all'ansia di uno stile di vita mediocre, monotono e anonimo (Winlow &amp; Hall, 2006).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'esibizione carnevalesca della piccola criminalità è, di per sé, estrema nella cultura trap italiana e la sua commercializzazione genera proporzionalmente tanto fascino quanto odio per il pubblico che, in entrambi i casi, porta visibilità e vita al circuito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Michele Wad Caporosso, giornalista di Esse Magazine, considera l'odio nella cultura trap italiana come una forma di amore in cui “…tutte le persone, nessuna esclusa, che insultano sui social non sono altro che prigionieri di un amore incondizionato verso le persone che vanno ad offendere”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Finora, la cultura trap in Italia risulta fornire una rappresentazione di come i significati della violenza sovvertono il “codice della vita in strada” e perdono espressività a favore dell'intrattenimento. Il successo monetario derivante dallo “stile di vita trap” è l’obbiettivo finale, e la volontà di rappresentazione supera la volontà di violenza, o almeno quest'ultima è funzionale alla prima.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'habitus di strada riflette molte delle canzoni della cultura trap italiana. Uno dei primi trapper a esprimere con orgoglio la propria territorialità è stato Sfera Ebbasta con il suo brano “Ciny” che sta per il suo luogo di nascita, Cinisello Balsamo in provincia di Milano. Il riconoscimento della banda e del territorio a livello nazionale come avvenuto con Sfera Ebbasta e Cinisello Balsamo, luogo per molti sconosciuto prima della fama del trapper, è motivo di orgoglio e rispetto per la maggior parte dei giovani della cultura trap italiana. Mentre Paky e Geolier comunicano i loro sentimenti di sicurezza a Rozzano e Secondigliano, Rondo Da Sosa e Daytona KK, altri due trapper rispettivamente del distretto di San Siro a Milano e Casal Di Principe in provincia di Salerno, hanno fatto notizia di recente per essere stati aggrediti da raggruppamenti giovanili. Entrambi gli attacchi sono stati premeditati e perseguiti collettivamente contro i due individui. Da ciò si evince come la sola presenza di un trapper su un territorio “straniero”, mediata pubblicamente attraverso le storie di Instagram, è sufficiente per suscitare risse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'umiliazione pubblica inflitta ai trapper, alle loro bande e ai loro territori, suscita una contro risposta altrettanto violenta che ha l'obiettivo di riguadagnare la reputazione perduta. Nel caso della violenza legata alle gang nella cultura trap italiana, non si tratta dunque solo di difendere il territorio della gang. Piuttosto, i combattimenti di gruppo forniscono un copione immediatamente riconosciuto per esternare l'odio e infliggere l'umiliazione necessaria e raggiungere quella visibilità che emerge dopo le violenze, soprattutto se fatte contro un personaggio famoso. Il potere simbolico del crimine, come radicato nello stile di vita culturale di strada, perde la sua espressività quando si intreccia con le dinamiche di Instagram. La mercificazione della violenza all'interno della personificazione di “personaggi gangster” ha comportato un processo di mainstreaming in cui i giovani accedono all'inautenticità dei loro comportamenti e atteggiamenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A prescindere dall'apprezzamento nei confronti di questi atti, il principale asset commerciale è l'odio che sfocia in commenti negativi, insulti e disgusto per lavorare come generatore di conflitti, o dissing, tra i membri della cultura trap. L'adozione di questa strategia è estremamente vantaggiosa per le carriere dei trapper, in quanto attira su di sé l'attenzione, anche se negativa, che consente loro di avere sostanziali interazioni pubbliche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le dinamiche dell'odio sono quindi determinanti per i processi esperienziali di Instagram nella cultura trap. In particolare, questo aspetto amplia l'indagine criminologica verso ulteriori studi sull'istigazione propagandistica e la diffusione dell'odio come logica strategica di marketing.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’uso dei social network e i suoi riverberi negli eventi del mondo reale hanno rivelato il contesto contemporaneo in cui realtà e virtualità non possono essere studiate come due spazi distinti. La cultura trap italiana ha sfidato i presupposti della criminalità come spinta di eccitazione e adrenalina verso un modo più imprenditoriale e funzionale di intendere la violenza e le affiliazioni a gang attraverso l'uso di Instagram. È stato inoltre dimostrato come l'etichettamento dei giovani come “diavoli popolari” ha più impatto sul rafforzamento dei comportamenti e degli atteggiamenti criminali, piuttosto che sulla loro diminuzione; questo anche in virtù del fatto che i giovani potrebbero emulare i loro idoli trap senza essere consci della finzione delle esibizioni di violenze di questi ultimi nei videoclip e su Instagram.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Misure di contrasto e prevenzione</span></b></div><div><i><span class="fs12lh1-5">È distruggendo il nostro dolore che noi facciamo della poesia (Andrea Emo).</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Come si è trattato nei paragrafi precedenti, la scelta della violenza in età adolescenziale ha molte origini. In un’intervista realizzata a Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penitenziario minorile “Cesare Beccaria” e fondatore della comunità “Kayros”, emerge il concetto di “analfabetismo” emotivo. «Quando questi ragazzi agiscono tendenzialmente non vedono la persona che hanno di fronte, vedono gli oggetti che questa persona possiede. Diventano predatori perché non riescono a sentire i sentimenti dell'altro» spiega Burgio. La carenza o la mancanza di empatia può portare ad adottare condotte aggressive, in quanto viene a mancare sia la capacità cognitiva di riflettere sul vissuto altrui, sia la risonanza emotiva circa le conseguenze del proprio comportamento sulla vittima. Quest’ultima viene oggettificata, resa un continuum con lo status sociale che rappresenta (o che l’autore pensa possa rappresentare). ). «Una rabbia generazionale, che sta emergendo in contrasto alla linea educativa di matrice esclusivamente repressiva» aggiunge Burgio. La rabbia, così come l’aggressività, può assumere una pluralità di connotazioni che vanno dall’estrema distruttività fino a costituire un’energia di spinta verso l’azione, a seconda della capacità e possibilità del soggetto di incanalare questa energia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso si tende a utilizzare come portatori dello stesso significato i termini violenza e aggressività. Come riporta un approfondimento di Zanichelli, la violenza può essere definita come un atto contro l’altro con l’intenzione di procurare una sofferenza, sia essa fisica o mentale. L’aggressività, invece, è un impulso spontaneo, una manifestazione della forza vitale, che può trasformarsi in violenza, ma anche in grinta, determinazione. Di conseguenza, il riconoscimento della violenza da parte di chi ne è autore, la cognizione di aver varcato un livello diverso da quello aggressivo, è un passaggio necessario per la comprensione delle difficoltà emotive. D’altro canto, dovrebbe essere premura delle figure educative dell’adolescente, riconoscere potenziali segnali di disagio, al fine di individuare i fattori di rischio prima che si stabilizzi il loro potere disfunzionale. Da ciò deriva la necessità di interventi che neutralizzino precocemente tali elementi prima che diventi difficile influenzarne il loro corso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli spazi principali del vivere sociale che potrebbero giocare un ruolo attivo nella prevenzione di determinate condotte possono essere:</span></div><div><br></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Istituzioni scolastiche:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">la scuola gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione, gestione e controllo della delinquenza minorile, in quanto luogo composto da figure che accompagnano il ragazzo attraverso la sua crescita emotiva e intellettiva. I programmi di prevenzione essenziali sono quelli offerti alle scuole con l'obiettivo di promuovere la gestione dei conflitti, la competenza sociale e l'empowerment individuale e collettivo per combattere l'impotenza caratteristica degli adolescenti a rischio (Mrazek, 1994).</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo una serie di studi (Farrington et al., 1991), i comportamenti aggressivi infantili, così come l'iperattività, i deficit di attenzione, l'impulsività e i comportamenti anti-sfidanti, possono spesso essere correlati alla delinquenza giovanile. Un vantaggio importante degli interventi preventivi nelle scuole è che, con poche eccezioni, la maggior parte dei bambini e dei giovani partecipa almeno fino ai primi due anni di scuola superiore, e questo aiuta a identificare precocemente i bambini con problemi comportamentali, difficoltà di apprendimento o problemi socioculturali, consentendo di attivare immediatamente interventi preventivi per singoli o gruppi, preservando così la rete tra scuola, casa e territorio.</span></div><div><b><br></b><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Centri sportivi:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">lo sport rappresenta un fattore rilevante nella lotta al disagio, poiché si pone come strumento principale per la socializzazione. Attraverso lo sport i ragazzi possono sviluppare le loro abilità motorie, oltre che il senso di responsabilità nei confronti della squadra e di aiuto reciproco. Inoltre, può risultare un canale attraverso il quale l'aggressività viene espressa e depurata dei suoi contenuti distruttivi o rendendo tale forza distruttrice linfa per la ricostruzione della propria identità.</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">A tal proposito si evidenzia la volontà della municipalità di Milano di investire su tale fattore, data l’implementazione di nuovi campi da gioco (tennis, basket, calcio, pallavolo) nelle aree sottoposte a riqualificazione.</span><br></div><div><b><br></b></div><div><ul><li><b><span class="fs12lh1-5">Centri di aggregazione giovanile (CAG):</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">spazi solitamente dedicati ai minori dagli 11 ai 18 anni, concepiti per incoraggiare l’incontro, il confronto e la libera espressione di adolescenti e preadolescenti che vivono spesso in contesti ad alto rischio di esclusione sociale. Tali spazi offrono anche attività di sostegno scolastico e attività laboratoriali, fornendo ai ragazzi una valida alternativa alla cultura della strada e un aiuto concreto nell’affrontare problemi sia nell’ambiente scolastico sia in quello familiare.</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Scuole, enti locali, servizi sociali, ma anche parrocchie e associazioni sportive possono lavorare in sinergia per offrire un unico ambiente protettivo che sostenga i giovani più vulnerabili e intervenga affinché il disagio non diventi devianza. Tutte le esperienze devono quindi basarsi sull'impegno di chi comprende e conosce il contesto del giovane e può agire su di esso per favorire un'esperienza educativa significativa e positiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un piano che va in questa direzione ed è di particolare importanza è il progetto degli educatori di strada. In Italia, in alcune città come Palermo, Torino, Milano, Bologna, Napoli, sono stati adottati modelli di intervento, basati sull'idea che non siano i minori a dover essere ammessi o portati presso i servizi sociali, bensì sono gli operatori dei servizi sociali ad andare da loro; dunque, sono gli operatori stessi a muoversi verso il territorio e le persone che lo abitano. Questo programma ha come destinatari i singoli o i gruppi informali di bambini, giovani o adulti che, generalmente, si ritrovano nei luoghi in cui si opera, ma anche i soggetti a rischio di emarginazione, devianza o che già sperimentano situazioni di esclusione sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di conseguenza, i gruppi di assistenti sociali si recano nei ritrovi di quartiere, nei bar e nei centri parrocchiali e conoscono i giovani a rischio instaurando rapporti di fiducia e sostegno. Questo aiuta a raggiungere sia i giovani che non hanno mai cercato aiuto sia coloro che sono stati segnalati ai servizi sociali. L'obiettivo del progetto è creare percorsi e attività per promuovere il benessere dei giovani, neutralizzando il disagio spesso associato a questa fascia di età, collaborando con il pubblico locale per impegnarsi in attività sociali ed educative e, infine, promuovere, in generale, l’empowerment delle comunità locali (Binelli, 2022). Questo progetto cerca inoltre di limitare la partecipazione dei giovani più vulnerabili alle bande, offrendo opportunità di uscita e successiva socializzazione a chi ne fa già parte.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La messa alla prova: approfondimento</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Fino ad ora sono state esaminate le possibili cause di devianza e le azioni preventive, più o meno generiche, per gestire e limitare il fenomeno. Questa sezione verrà dedicata all’approfondimento del concetto di "messa alla prova", poiché rappresenta un aspetto rieducativo di particolare interesse. Essa si basa sull'instaurazione di un rapporto di fiducia e rispetto con il giovane, volto ad offrire strumenti concreti alternativi per superare le difficoltà e riprendere in mano la propria vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La messa alla prova, sebbene sia una forma punitiva, costituisce un'alternativa al carcere, che potrebbe essere dannosa per un giovane in un periodo delicato come l'adolescenza. L'importanza di questa misura risiede nell'utilizzo di strumenti educativi che dimostrano ai giovani di poter superare le difficoltà che li hanno portati a comportarsi illegalmente, incoraggiandoli a sfruttare le loro potenzialità. Questa misura può essere applicata per qualsiasi tipo di reato, sia esso di piccola o grave entità. Durante questo periodo, il minore è tenuto a rispettare il progetto assegnatogli dai servizi per i minori, i quali monitorano anche il suo progresso (Maggiolini, 2018). Questo percorso coinvolge il giovane, la famiglia e gli ambienti in cui vive abitualmente, definendo le modalità di partecipazione dei professionisti della giustizia e dei servizi locali e offrendo opportunità di reinserimento per sopperire alle conseguenze del reato commesso. Durante questa fase, il giovane è tenuto ad affrontare percorsi rieducativi mirati e attività di volontariato con finalità sociali e/o professionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante tali attività, i minori hanno l'opportunità di sviluppare il senso di responsabilità e continuare il loro percorso di crescita, focalizzato sulla comprensione dei propri comportamenti. Pertanto, l'obiettivo della messa alla prova è di avere una panoramica riguardo la personalità del minore al termine del periodo previsto dal progetto, osservare il cambiamento della sua personalità dopo il reato e il progresso svolto verso il raggiungimento di un rinserimento sociale vero e proprio. Inoltre, si prevede un distaccamento dalla realtà precedente che ha contribuito alla commissione del reato. Se la valutazione della messa alla prova è positiva, il reato viene eliminato, il che significa che il giovane ha intrapreso un cambiamento positivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per garantire il successo di questa soluzione giudiziaria, è necessario ottenere il consenso e la collaborazione del minore, dimostrando la sua volontà di cambiare e il riconoscimento dell'utilità dell'intervento. In tal senso, le competenze professionali degli educatori coinvolti nel programma sono cruciali, così come il coinvolgimento e il sostegno delle famiglie, che ricevono aiuto nelle dinamiche relazionali e gestionali con i propri figli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Talvolta, può verificarsi che i giovani i cui genitori hanno precedenti penali e/o un ruolo educativo non coerente e coercitivo, o che non collaborano e non condividono il percorso penale del figlio, sono quelli che hanno maggiori difficoltà nel superare il periodo di prova (Locatelli, 2019). In conclusione, la messa alla prova rappresenta un'opportunità concreta per il giovane di ricevere aiuto, attraverso l'incontro con figure educative che offrono un percorso di consapevolezza, cambiamento e crescita, accompagnandolo nello sviluppo di un solido senso di responsabilità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Affinché questa soluzione giudiziale abbia successo, occorre il consenso e la collaborazione del minore, che deve dimostrare propensione al cambiamento e riconoscere l'utilità dell'intervento. Per fare questo sono importanti le competenze professionali degli educatori interessati al programma e, soprattutto, il coinvolgimento e il sostegno delle famiglie che ricevono un aiuto nelle dinamiche di relazione e gestione con i propri figli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A conclusione di questa analisi, si può affermare che la messa alla prova può essere un tempo e un luogo in cui l'aiuto può davvero realizzarsi, grazie all'incontro tra il minore e le figure educative che gli propongono un percorso di consapevolezza, cambiamento e crescita, che lo accompagnano verso lo sviluppo di un solido senso di responsabilità.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno dello street bullying risulta tanto complesso quanto poco e male analizzato nei suoi elementi intrinsechi. La continua rappresentazione degli aspetti più spettacolari e mediaticamente notiziabili del fenomeno distoglie l’attenzione verso le criticità delle dinamiche sociali di cui si è parlato nell’elaborato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All’interno della relazione tra criminalità, territorio e percezione di sicurezza, un aspetto rilevante è dato alla progettazione degli spazi urbani. Secondo il modello descritto da Wilson e Kelling (</span><i><span class="fs12lh1-5">broken window theory</span></i><span class="fs12lh1-5">), una situazione di degrado urbano e sociale crea una comunità impaurita e insicura, che diventa sempre meno coesa e disposta a tutelare i beni pubblici e le proprietà altrui; ciò, a sua volta, contribuisce a peggiorare la qualità della vita e ad aumentare il numero dei reati e degli atti illeciti (Triventi, 2008). Un’attenta organizzazione e riqualificazione dal punto di vista architettonico e urbanistico può incidere positivamente sulla riduzione del sentimento di vulnerabilità e, in alcuni casi, contribuire alla diminuzione degli episodi di criminalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Altro tema importante riguarda la scelta della sola via repressiva, che non solo si dimostra non risolutiva, ma spesso ha effetti di rinforzo delle traiettorie criminali che si pretendono di contrastare. Il piano penale deve essere sempre accompagnato da politiche e interventi di natura sociale, civile ed educativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Comprendere la natura altamente stigmatizzante dei termini e delle immagini tipicamente utilizzate per descrivere il fenomeno unito all’esplorazione dei vissuti e dei bisogni dei protagonisti potrebbe permettere l’ideazione e la costruzione di alternative.</span></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.org/files/Criminalita-minorile,-non-solo-baby-gang.-Analisi-del-fenomeno-dello-street-bullying.pdf" target="_blank" class="imCssLink">» Scarica la ricerca in formato PDF</a></span></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Alfano P., 2011,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Figure dell’aggressività e della violenza in adolescenza,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Tesi di dottorato in Psicologia, Università degli Studi di Palermo</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Arioli A., 2010,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Disagio esistenziale e ricerca di senso in adolescenza prospettive pedagogiche e orientamenti educativi alla luce del pensiero di Viktor e. 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			<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 16:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[ANCRIM al V Convegno Nazionale di Psicologia giuridica]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
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			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div><span class="fs12lh1-5">Lo scorso 14 maggio si è concluso il V Convegno Nazionale di Psicologia giuridica organizzato dalla Fondazione Guglielmo Gulotta e dall'Università degli Studi di Padova con il contributo dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti, che, per l'occasione, è stata rappresentata dalla presidente nazionale </span><span class="fs12lh1-5"><b>prof.ssa Deborah Capasso de Angelis</b> e dal segretario generale </span><span class="fs12lh1-5"><b>prof. Massimo Blanco</b></span><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Prof.-Massimo-Blanco-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="730" height="487" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Apertura del Convegno: da sinistra il prof. Massimo Blanco, la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, il prof. Guglielmo Gulotta e il prof. Giuseppe Sartori.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div><div><span class="fs12lh1-5">Una tre giorni di aggiornamento professionale in ambito psicologico e criminologico, in cui sono intervenuti molti dei più noti esperti del settore, come i professori</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Guglielmo Gulotta</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Giuseppe Sartori</span></b><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Marco Monzani</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Natale Fusar</span></b><b><span class="fs12lh1-5">o</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div><div><br></div><div><i><span class="fs12lh1-5">«La multidisciplinarietà nell’ambito dei procedimenti penali e civili è fondamentale, così come il dialogo tra i tecnici, ossia chi si occupa di attività prettamente scientifiche e chi opera nel campo del diritto»</span></i><span class="fs12lh1-5">. Queste le parole della nostra presidente nazionale e del nostro segretario generale</span><span class="fs12lh1-5"> durante la plenaria d’apertura, in cui è stata sottolineata l’importanza della sinergia tra le diverse figure professionali nell’ambito forense.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella terza giornata, spazio alle figure del criminologo e del criminalista e alle prospettive attuali e future di queste due professioni. I rappresentanti ANCRIM, </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">prof.ssa Capasso de Angelis</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">prof. Blanco</span></b><span class="fs12lh1-5">, si sono rivolti soprattutto ai</span><b><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">molti giovani, studenti e neo laureati, presenti al Convegno, sottolineando come, a causa di messaggi e informazioni errate e fuorvianti non solo provenienti dal "circo mediatico", ma anche da parte dei servizi che dovrebbero fornire informazioni corrette ed esaustive, si ritrovano a fare i conti con una realtà assai diversa da come se l'aspettavano. Soprattutto per aver intrapreso studi che non rispecchiano le proprie aspirazioni professionali. </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">«"Un canto delle sirene” che, spesso, viene utilizzato da alcuni istituti universitari per attrarre giovani studenti ad intraprendere degli studi che, poi, si rivelano distanti dalla professione»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ha dichiarato la presidente</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">prof.ssa Deborah Capasso de Angelis</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Massimo-Blanco-criminologo-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="730" height="451" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">A sinistra la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, a destra il prof. Massimo Blanco: "La criminologia, la criminalistica e il canto delle sirene". Moderatore, al centro, il prof. Ugo Sabatello.</span></div></div><div><br></div><div><i><span class="fs12lh1-5">«Ho scelto di presenziare e parlare con persone da cui potevo imparare»</span></i><span class="fs12lh1-5">. Con queste parole di ringraziamento e stima il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">prof. Guglielmo Gulotta</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ha concluso il convegno, il quale ha messo in evidenza un aspetto necessario per la nostra professione: capacità di porsi dal punto di vista dell’altro quale condizione essenziale per il dialogo.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 May 2023 08:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La partecipazione ad associazione per delinquere e il concorso di persone nel reato continuato]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div><span class="fs11lh1-5">Articolo di: Avv. Giuseppe Gervasi</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><i class="fs12lh1-5"><b>La configurabilità e i percorsi di verifica non sempre agevoli</b></i><span class="fs12lh1-5"><i></i></span></div><div><i class="fs12lh1-5"><b><br></b></i></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">L’operatore del diritto è spesso chiamato a confrontarsi con la difficile valutazione sulla configurabilità, in concreto, di un concorso di persone nel reato continuato ovvero di una partecipazione ad una associazione per delinquere, con le diverse conseguenze sul piano sostanziale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Il tema è particolarmente ricorrente in ipotesi di contestazione del reato di partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, per la nota intersezione di questa tipologia di condotta con quella del concorso di persone nel reato continuato, tanto da rendere ancora più difficoltosa l'individuazione dei confini, spesso sottilissimi, tra le due fattispecie astrattamente configurabili in siffatto contesto.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Ampie sono le problematiche interpretative suscettibili di proporsi in questi casi, a motivo dei numerosi interventi giurisprudenziali, e dottrinari, tesi ad individuare percorsi ermeneutici capaci di meglio delineare i confini tra le due fattispecie e, con essi, facilitare il percorso di verifica concreta cui l’operatore del diritto è chiamato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Una prima ragione di difficoltà interpretativa discende dal modello di disciplina, non diversificata, del concorso di persone nel reato continuato, tanto che dottrina e giurisprudenza hanno sentito la necessità di intervenire per tipizzarne gli elementi costitutivi della fattispecie, rimarcando le possibili differenze rispetto alla partecipazione associativa.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Per il concorso (doloso) di persone nel reato risultano necessari o l’accordo implicito o di fatto tra più soggetti, oppure una qualche forma di organizzazione nelle due fasi dell’ideazione o dell’esecuzione del reato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Lo stretto addentellamento tra le condotte dei concorrenti dà vita e forma alla struttura destinata alla messa in opera del reato programmato e, per essa, alla fattispecie di concorso di persone punito dalla norma sostanziale.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Queste le ragioni per le quali l’organizzazione, iniziale o esecutiva, diviene spesso essa stessa nucleo centrale del concorso di persone nel reato. Un rapporto associativo, dunque, anche nella fattispecie concorsuale disciplinata dall’art. 110 c.p.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Il concorso di persone sarebbe, in altre parole, un’<i>organizzazione al reato</i>, poiché il contributo del concorrente viene apprezzato nella sua intersezione con l’organizzazione complessiva, anche prescindendo dalla verifica della diretta causazione dell’evento o dell’azione tipica, risultando centrale nel fenomeno concorsuale il momento organizzativo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">La forma di organizzazione che può esserci nella fattispecie di concorso eventuale o in quella di concorso necessario, complica notevolmente il difficile percorso di verifica concreta della fattispecie associativa o concorsuale oggetto di valutazione. Ancor di più in ipotesi di concorso di persone nel reato continuato, nel qual caso l’organizzazione si protrae nel tempo in modo sistematico con condotte spesso sovrapponibili.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Dunque, per differenziare le due situazioni presentabili, occorrerà comprendere se il legame soggettivo è stabile; se è proiettato al futuro ovvero meramente occasionale; in altri termini, per capire la durata dell’organizzazione plurisoggettiva, si deve far riferimento alla programmazione della struttura ed al tipo di programma stabilito dai correi.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Il legame oggettivo e soggettivo con un reato e la stabilità o meno della struttura plurisoggettiva sono i caratteri tipici della distinzione che qui interessa. Sarà l’interprete a verificare, pesare e analizzare caso per caso e con il dovuto rigore critico, il contributo del compartecipe e la durata dell’organizzazione plurisoggettiva, senza trascurare l’indispensabile accertamento, di natura dirimente, dell’eventuale volontà dei compartecipi di mantenere l’organizzazione anche dopo la commissione dei reati fine.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">E’ così che l’accordo o l’organizzazione che si compie nella consumazione di un reato integra l’ipotesi prevista dall’art. 110 cp, nella quale l’organizzazione è isolata e non stabile o destinata a permanere nel tempo, poiche’ si disvela nella consumazione di uno specifico reato. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Dunque, il peso del dato temporale è significativo in due fattispecie necessariamente plurisoggettive: il reato associativo e il concorso di persone nel reato continuato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Nel rapporto tra concorso di persone nel reato continuato e reato associativo il tema della durata del fatto illecito, l’analisi della durata dell’organizzazione con la necessaria calibrazione del tempo, risultano cruciali.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Come è noto, nei reati associativi il vincolo soggettivo è stabile perché volto a realizzare un programma criminoso indeterminato; dunque, la struttura organizzativa, che può essere anche minima, deve essere idonea alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti, trattandosi di reati di pericolo. Non occorre che i reati oggetto del programma siano eterogenei, potendo essere programmate anche solo più violazioni di una stessa norma incriminatrice.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Ma le aree di ticipità della partecipazione associativa non sono molto diverse dalla categoria del concorso di persone nel reato continuato, in cui l’accordo tra due o più soggetti, pur avendo carattere episodico ed eventuale, si proietta nella realizzazione di più delitti accomunati da un medesimo disegno criminoso. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">In quest’ultima ipotesi, l’accordo si ripete in tanti episodi di reato avvinti dal vincolo della continuazione perché fanno tutti parte di un unico disegno criminoso all’interno di una programmazione comune.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Anche questa fattispecie rientra nell’alveo del fatto tipico di cui all’art. 110 c.p. ma con la peculiarità di germogliare in una programmazione più ampia.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Per di più, è noto che per il medesimo disegno criminoso che caratterizza il reato continuato non è necessario che le diverse violazioni di legge siano programmate nel dettaglio, in ciò ravvisandosi una notevole similitudine con l’accordo di tipo associativo finalizzato a porre in essere un programma criminoso definito per grandi linee.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Ed allora, il tempo e la stabilità sono indici sufficienti a fondare una corretta valutazione della fattispecie oggetto di giudizio?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Nella prassi può risultare ostico ponderare il tempo e la stabilita’ in misura tale da scongiurare errori di valutazione tra le due fattispecie di reato.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Un’area di illecito foriera di potenziale confusione tra le due fattispecie del concorso di persone nel reato continuato e del reato associativo è quella relativa al traffico di stupefacenti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Nella casistica, infatti, è usuale che tre o più persone commettano congiuntamente più delitti omogenei di detenzione illecita o cessione di stupefacente, e, per tale via, è ricorrente il riconoscimento del beneficio della continuazione tra le varie violazioni della medesima disposizione di legge.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">È altrettanto usuale che i singoli delitti di detenzione o cessione di stupefacenti non siano programmati dettagliatamente rispetto al tempo, al luogo e all’oggetto.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Non è raro che i tempi e le modalità di acquisto e di cessione del narcotico siano scandite dalla disponibilità dei fornitori; dal tipo e qualità di stupefacente; dal tipo di acquirenti, non sempre prestabiliti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Dunque, non una stabile associazione, ma la ripetitività di una condotta concorsuale rivitalizzata dalle occasioni del mercato, con intervalli di inattività più o meno lunghi.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, proprio il lasso di tempo tra una condotta concorsuale e l’altra e la medesimezza del disegno criminoso comune ai correi contribuiscono a rendere più difficoltoso il percorso di verifica della fattispecie configurabile.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">È opinione diffusa che il nucleo essenziale è ancora una volta rappresentato dall’esistenza di un accordo stabile rispetto al vincolo associativo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">I problemi pratici però non tardano a ripresentarsi, posto che la programmazione, anche solo dei tratti essenziali dei reati da commettere, si traduce di fatto nella presenza di un’organizzazione sufficientemente definita.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">L’idea condivisa di commettere più reati potrebbe trovare una sponda esecutiva in una organizzazione occasionale, in tal modo qualificando il concorso di persone nei reati continuati; se, invece, la sponda esecutiva è costituita da una organizzazione stabile e maggiormente pregnante, durevole a prescindere dalla commissione di reati fine, si potrebbe configurare un’ipotesi di reato associativo. Non appare dunque sufficiente un’idea criminale comune e ripetuta a qualificare un’associazione fattuale stabile e strutturata.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Solo il caso concreto può offrire elementi significativi della fattispecie in esame, e solo la valutazione rigorosa del caso concreto può spiegare se la ripetitività delle condotte, intervallate in un arco temporale significativo, sia dimostrativa di un di un concorso reiterato o di una associazione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Di certo appare preferibile valutare con il dovuto rigore critico non solo l’arco temporale durante il quale si sono manifestate le condotte illecite, ma anche le risultanze di quei <i>periodi morti </i>che non di rado intervallano ciascun reato, nonchè ogni circostanza che precede o segue ciascuna condotta delittuosa, al fine di meglio saggiare la presenza di elementi significativi di radicale stabilità – e non di occasionalità - come la reiterata volontà e coscienza di fare parte di una associazione dedita al traffico di stupefacente; la continua ricerca di occasioni di reato con la messa a disposizione di persone e mezzi; l’adoperarsi per rafforzare la struttura organizzativa o almeno mantenerla nella sua efficienza causale; l’adoperarsi per la valorizzazione delle &nbsp;risorse umane o la razionalizzazione delle risorse economiche di cui dispone il gruppo per il raggiungimento dei propri scopi illeciti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5">Circostanze che, se pur non integranti autonome ipotesi di reato, potrebbero risultare determinanti per riempire di contenuti l’<i>accordo iniziale</i>, la <i>stabilità</i> e il <i>lasso temporale</i> <i>significativo</i> che connotano la partecipazione associativa.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 20 Mar 2023 14:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mafia SPA, un fatturato da 40 miliardi l’anno]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary Di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div><span class="fs11lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Ufficio Comunicazione)</span></div><div><i><br></i></div><div><i><b><span class="fs11lh1-5">Secondo la CGIA di Mestre, si tratta di una cifra pari al 2% del PIL</span></b></i></div><div><i><br></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Circa 40 miliardi di euro annui, pari a oltre il 2% del PIL. Sarebbe questa la stima del denaro gestito dalle organizzazioni riconducibili alla “Mafia Spa[1]”.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">A dirlo è</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">l’Ufficio Studi della CGIA</span></b><span class="fs11lh1-5">, che evidenzia come tale giro di affari sia inferiore solo al fatturato di GSE (Gestore dei servizi energetici), di ENI e di ENEL. Si tratta di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">dati sottostimati</span></b><span class="fs11lh1-5">, in quanto risulta difficile dimensionare anche i proventi attribuibili all’infiltrazione di queste organizzazioni nell’economia legale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo i dati di Banca d’Italia</span><span class="fs11lh1-5">[2]</span><span class="fs11lh1-5">, a livello territoriale la presenza più diffusa delle organizzazioni economiche criminali si registra nel Mezzogiorno; ciononostante si rileva una</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">penetrazione territoriale "molto preoccupante" anche nelle realtà del Centro-Nord</span></b><span class="fs11lh1-5">, in particolare nelle province di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Roma, Latina, Genova, Imperia e Ravenna</span></b><span class="fs11lh1-5">. Meno investite dal fenomeno sarebbero, invece, le province del Triveneto (con lievi segnali in controtendenza a Venezia, Padova, Trento e, in particolar modo, Trieste). Anche la Valle d’Aosta e l’Umbria presentano un livello di rischio molto basso. Al Sud, infine, secondo i ricercatori di Banca d’Italia</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">gli unici territori completamente “immuni”</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dalla presenza del fenomeno mafioso sarebbero le province di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Matera, Chieti, Campobasso e le realtà sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Oristano.</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Come evidenzia lo studio, storicamente, i territori dove l’economia locale è fortemente condizionata dalla spesa pubblica e il livello di corruzione della pubblica amministrazione è molto elevato si dimostrano più vulnerabili al potere corruttivo delle mafie. Inoltre, l'ingente presenza di alcuni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">reati spia</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in un determinato territorio permette di individuare un’area geografica più a rischio di un’altra. Ad esempio, nei luoghi dove il numero di denunce all’autorità giudiziaria per estorsione/racket, usura, contraffazione, lavoro nero, gestione illecita del ciclo dei rifiuti, scommesse clandestine, gioco d’azzardo, etc. è molto alto, la probabilità che vi sia una presenza radicata di una o più organizzazioni criminali di stampo mafioso è molto elevata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5">[1]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Con questo termine si intende il ricavato delle attività illegali ascrivibili a Cosa Nostra, Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Mafia nigeriana, organizzazioni criminali provenienti dall’Est Europa.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[2]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Sauro Mocetti e Lucia Rizzica, “La criminalità organizzata in Italia”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza n° 661, dicembre 2021, pag. 10</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 14:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La perizia e la consulenza tecnica nel processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[Giuseppe Gervasi]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div><span class="fs11lh1-5">Articolo di: Avv. Giuseppe Gervasi e Gaia Gervasi (Assistente ASP - ISF)</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra i</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">mezzi di prova</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">disciplinati dagli artt. 187-243, il codice di procedura penale annovera la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">perizia</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">e la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">consulenza tecnica di parte,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">gli strumenti attraverso i quali il sapere tecnico-scientifico contribuisce nella ricerca della verità giudiziale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">perizia</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">può essere disposta sia in fase di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">incidente probatorio</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che in</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">sede dibattimentale</span></b><span class="fs11lh1-5">; nel primo caso, può essere invocata dal pubblico ministero o dalla persona sottoposta alle indagini ed è disposta dal giudice per le indagini preliminari quando le cose o i luoghi da esaminare siano soggetti a modificazione, ovvero quando vi sia il fondato motivo di ritenere che un testimone non potrà essere esaminato nel dibattimento per infermità o altro grave impedimento o che lo stesso possa essere esposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altre utilità affinché non deponga o deponga il falso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">dibattimento</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la perizia è disposta dal giudice, anche d’ufficio, quando occorre acquisire dati, informazioni o effettuare delle valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">consulente tecnico</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">è nominato dal PM o dal difensore dell’indagato/imputato o delle parti private, affinché offra, anche sotto forma di memoria scritta, un proprio parere tecnico/scientifico rispetto ai temi di prova ammissibili e rilevanti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Qualora il Gip o il giudice del dibattimento conferisca un incarico peritale, è nella facoltà delle parti di nominare un proprio consulente, in numero pari a quello dei periti, con facoltà di visionare gli atti ed estrarre copia, di partecipare alle udienze e alle operazioni peritali ed elaborare osservazioni o controdeduzioni alle conclusioni del perito, in tal modo assicurando il confronto e la dialettica processuale anche nella fase squisitamente tecnica di formazione della prova.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La perizia e la consulenza tecnica quali mezzi di prova</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Classificabili come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">mezzo di prova</span></b><span class="fs11lh1-5">, si sostanziano nello svolgimento di indagini, nell’acquisizione di dati o nell’elaborazione di valutazioni che richiedono per loro natura particolari competenze tecniche, scientifiche o artistiche che, normalmente, non fanno parte del bagaglio conoscitivo delle parti processuali o del giudice.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La naturale funzione del perito e del consulente tecnico dunque, è quella di colmare le comprensibili lacune tecnico/scientifiche delle parti e del giudice, dai quali non si può pretendere una competenza in ogni sapere.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il procedimento penale, dunque, si alimenta di ulteriori contributi capaci di rafforzare la ricerca della verità, che è la finalità propria del procedimento penale. Si pensi, ad esempio, allo straordinario contributo offerto dalla scienza attraverso l’esame del DNA; delle impronte digitali o anche lo straordinario contributo offerto dalla comparazione vocale o grafologica. Procedure ed esiti che, in aderenza alle linee guida e al comune sapere della comunità scientifica di riferimento, assumono un ruolo a volte determinante, se non esclusivo, nel percorso di formazione della prova.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il sapere scientifico terreno di scontro</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">In ragione della sempre più crescente importanza assunta nel processo penale, gli elaborati tecnici sono quasi sempre motivo di scontro nella dialettica delle parti, alimentato dalle diverse esperienze, competenze e professionalità coinvolte in questa delicata fase del processo penale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Significativa, in tal senso, è la nota sentenza della Corte di Cassazione che ha messo la parola fine al processo penale per l’omicidio della giovane</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Meredith Kercher</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’importanza di questa decisione risiede nell’avere la Corte di legittimità ribadito il “valore” dell’elaborato consulenziale, scandendo le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">linee guida</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in tema di “valutazione” dei risultati tecnici a confronto, in aderenza ai significativi precedenti rappresentati dalle altrettanto note sentenze</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Franzese</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del 2002 e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del 2010.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Prima di ripercorrere il sentiero tracciato con la sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Meredith Kercher</span></b><span class="fs11lh1-5">, in tema di prova scientifica e ruolo del giudice nel processo decisionale su base scientifica, pare opportuno richiamare brevemente alcuni significativi precedenti giurisprudenziali in argomento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’ultimo ventennio, dalla sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Franzese</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(2002) in poi, tante pagine sono state scritte in tema di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">prova scientifica</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">e necessità di far operare, in ogni forma di inferenza, il tentativo di smentita, quello che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Karl Popper</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">ha definito il “</span><b><span class="fs11lh1-5">tentativo di falsificazione</span></b><span class="fs11lh1-5">”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Franzese</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(SS.UU. 10/07/2002) il merito di avere ridisegnato il ruolo del sapere scientifico nel processo penale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Prima di questo autorevole intervento di legittimità, si riteneva non consentito al giudice stimare la validità della legge scientifica di riferimento e la sua corretta applicazione, a ragione della comprensibile “ignoranza tecnica” del decidente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’intervento nomofilattico del 2002 ha ravvivato il dovere del giudice di controllare l’esperto, di verificare la validità della legge scientifica e fare un tentativo di smentita, oltre che di verificare se quella legge scientifica ha rappresentato una concausa dell’effetto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per le SS.UU.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Franzese</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">non può essere riconosciuto all’esperto il ruolo di portatore sano di verità, poichè anche il suo apporto deve essere sottoposto ad una rigorosa verifica di resistenza, in ciò valorizzando il confronto tra esperti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">invece (Cass. Pen. Sez. IV n. 43786/2010) il merito di avere recepito in Italia i criteri statunitensi contenuti nella sentenza “</span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">”, così sintetizzabili:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">quando risultano più tesi a confronto perchè il sapere scientifico non può dirsi consolidato o comunemente accettato, sarà il giudice a dover individuare la tesi preferibile, motivando adeguatamente la propria scelta; l’attendibilità di una tesi deve essere sorretta dagli studi, dall’ampiezza, dalla rigorosità e dall’oggettività della ricerca; l’attendibilità della tesi è direttamente proporzionale al grado di consenso che raccoglie nella comunità scientifica di riferimento</span></i><span class="fs11lh1-5">. Deve trattarsi, cioè, di una teoria sulla quale si registra un preponderante, condiviso consenso scientifico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La novità più importante di questa decisione è il richiamo alla sentenza “</span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">”, pronunciata dalla Suprema Corte USA nel lontano 1993, nota per avere dettato le linee guida per stabilire se un determinato metodo possa dirsi “scientifico”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A ben vedere, la sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">non si è limitata a rendere operativi i criteri di valutazione indicati dalla</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">, li ha ampliati, ricomprendendovi l’affidabilità e l’indipendenza della ricerca scientifica, nonchè le finalità della ricerca.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per gli estensori della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5">, risulta fondamentale stimare l’attendibilità di una teoria contrapposta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per fare ciò, è necessario che l’esperto indichi, e il giudice verifichi, gli studi che sorreggono quella determinata teoria; come sono stati condotti; l’ampiezza, la rigorosità, l’oggettività della ricerca; il grado di sostegno che i fatti accordano alla tesi; le diverse opinioni e critiche che accompagnano gli studi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In questo percorso di verifica rilevano il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica e, infine, l’identità, l’autorità indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I criteri di valutazione dell’affidabilità del metodo scientifico di riferimento contenuti nella sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">, e per l’Italia nella sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5">, sono riassuntivamente cinque: 1)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">verificabilità del metodo</span></b><span class="fs11lh1-5">: una teoria è scientifica se può essere controllata mediante esperimenti; 2)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Falsificabilità</span></b><span class="fs11lh1-5">: i tentativi di smentita, se negativi, confermano l’affidabilità del metodo; 3)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Sottoposizione al controllo della comunità scientifica</span></b><span class="fs11lh1-5">: il metodo deve essere stato reso noto in riviste specializzate in modo da essere sottoposto alla cd.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">peer review</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">o anche revisione; 4)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Conoscenza del tasso di errore</span></b><span class="fs11lh1-5">: &nbsp;occorre far conoscere al giudice la percentuale di errore, accertato o potenziale, che quel metodo comporta; 5)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Generale accettazione:</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">occorre far conoscere al giudice se il metodo proposto gode di una generale accettazione nella comunità degli esperti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Contrariamente a quanto si verificava prima dell’intervento della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Franzese</span></b><span class="fs11lh1-5">, l’esperto sarà chiamato ad esprimere non solo il suo personale giudizio, seppur qualificato, ma anche e soprattutto ad indicare le fonti, gli studi e tutti gli elementi capaci di porre il giudice in condizione di saggiare l’affidabilità delle conclusioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di tale complessa indagine il giudice dovrà dare conto in motivazione, esplicitando le ragioni scientifiche e fattuali, oltre che i criteri di valutazione utilizzati, che lo hanno portato a preferire l’una e non l’altra delle tesi a confronto, divenendo, in tal modo, il guardiano del metodo scientifico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Non sono mancate in passato le prese di posizione contrarie alla scelta operata dalla Suprema Corte USA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si compie riferimento all’omicidio di “</span><b><span class="fs11lh1-5">Cogne</span></b><span class="fs11lh1-5">” (Cass. Pen. Sez. I n. 31456/2008), all’esito del quale la Corte nomofilattica intese sottolineare la «natura meramente orientativa» dei criteri della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si deve alla sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il merito di avere superato la chiusura della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cogne</span></b><span class="fs11lh1-5">, imponendo alla Corte di Appello di Trento di adeguare la motivazione ai criteri della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">con le specificazione cui si è fatto riferimento in precedenza.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La decisione di legittimità sul caso Meredith Kercher</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">La decisione adottata dalla Suprema Corte di Cassazione sul noto caso dell’omicidio di Perugia (Cass. Pen. Sez. V n. 1105/2015) rappresenta un ulteriore passo in avanti verso il totale assorbimento, anche in Italia, dei criteri di valutazione dell’elaborato scientifico cristallizzati nelle decisioni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert e Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il pronunciato di legittimità sul caso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Meredith Kercher</span></b><span class="fs11lh1-5">, pare avere ancorato il percorso di valutazione del contributo scientifico al processo penale ai principi cristallizzati nelle decisioni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert/Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5">, nella parte in cui è dato rilevare che il giudice deve valutare l’attendibilità soggettiva dell’esperto, la scientificità del metodo adoperato, il margine di errore accettabile e l’attendibilità del risultato, secondo un metodo di approccio critico non dissimile, concettualmente, da quello richiesto per l’apprezzamento delle prove ordinarie</span><i><span class="fs11lh1-5">.</span></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Si tratta, per come intuibile, di profili processuali e sostanziali di notevole importanza per la loro periodica ricorrenza nelle aule di giustizia, ancor di più alla luce degli altri profili che la decisione sul caso di Perugia ha affrontato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il caso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Meredith Kercher</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">si segnala, difatti, anche per il forte scontro dialettico tra esperti. Da una parte i consulenti della pubblica accusa, dall’altra i consulenti della difesa rispetto alla valutazione di alcuni reperti, potenziali fonti di prova.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Trattasi, come noto, di situazione ricorrente in ambito giudiziario. Altrettanto ricorrente è la richiesta di nomina di un perito con finalità risolutive dello scontro tra consulenti, per aiutare il giudice nella non sempre facile scelta da trasferire in sentenza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In effetti, l’altro profilo affrontato dalla sentenza di legittimità del 2015 attiene al ruolo del giudice nello scontro tra esperti e al rapporto del giudice con l’esperto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È noto che la Corte di Assise di Perugia non ritenne di nominare un perito, a fronte di una specifica richiesta dei difensori degli imputati, sul presupposto che rientrerebbe nelle prerogative del giudice anche risolvere un problema che richiede specifiche competenze tecniche, secondo l’antico brocardo che vuole il giudice</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">peritus peritorum,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">svincolato dalle conclusioni degli esperti e supportato dal libero convincimento personale adeguatamente motivato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La decisione venne ridimensionata dalla Corte di Assise d’Appello con la nomina di due periti, sul diverso presupposto che il giudice non ha le competenze necessarie per affrontare percorsi di verifica che richiedono specifiche competenze tecniche.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La decisione della Corte di Assise di Appello ha incontrato il conforto dei giudici di piazza Cavour, con delle puntualizzazioni di notevole interesse per gli operatori del diritto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per un verso, sono stati ribaditi i criteri metodologici della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Cozzini</span></b><span class="fs11lh1-5">, con il definitivo superamento della «natura meramente orientativa» dei criteri della sentenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Daubert</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sotto altro profilo, si è registrato il superamento, si spera in via definitiva, dell’antico e anacronistico brocardo del</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><i><span class="fs11lh1-5">Iudex peritus peritorum</span></i></b><i><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">definito dagli ermellini</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">obsoleto,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">all’interno di un articolato e, per certi versi rivoluzionario, percorso argomentativo nel quale: per un verso, è stata censurata la tendenza ad attribuire al giudice competenze scientifiche che normalmente non gli appartengono; per altro verso, è stata ribadita l’indispensabile necessità della perizia a fronte del contrasto tra esperti, stante che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">un risultato di prova scientifica può essere ritenuto attendibile solo ove sia controllato dal giudice, quantomeno con riferimento all’attendibilità soggettiva di chi lo sostenga, alla scientificità del metodo adoperato, ai margini di errore più o meno accettabile ed all’obiettiva valenza ed attendibilità del risultato conseguito</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 14:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gaslighting, la subdola forma di manipolazione psicologica]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary Di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div><span class="fs11lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia </span><span class="fs11lh1-5">(responsabile ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">“Manipolazione psicologica di una persona per un lungo periodo di tempo tanto da indurre la vittima a mettere in dubbio la validità dei propri stessi pensieri, della propria percezione della realtà o dei propri ricordi. […] Porta a confusione, perdita di fiducia in sé e di autostima, incertezza sulla propria stabilità mentale e dipendenza dal manipolatore”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questa la definizione di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">gaslighting</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">secondo</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">il dizionario Merriam-Webster, il quale l’ha eletta come parola del 2022. Secondo lo stimato vocabolario statunitense, la ricerca del termine è aumentata del 1.740% rispetto all'anno precedente e senza la presenza di un singolo evento che abbia generato picchi significativi nella curiosità delle persone. La ricerca è stata infatti pervasiva durante l’intero corso dell’anno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nonostante non si possano conoscere le motivazioni dietro a ogni ricerca, questo importante incremento induce a pensare a un possibile collegamento con il moltiplicarsi delle campagne di sensibilizzazione in merito alla violenza di genere, tra cui rientra anche il gaslighting.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ad ogni modo, questo tipo di abuso sta iniziando solo ora a essere studiato impiegando dati scientifici sociali sistematici.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Origine del termine</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine risale a un dramma teatrale di Patrick Hamilton del 1938 dal titolo “Gas Light”, che ha come tema quello dell’abuso psicologico in ambito familiare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il personaggio principale Jack Manningham mira a impossessarsi di alcuni gioielli di valore appartenenti alla famiglia della moglie Bella senza che lei se ne accorga e per farlo inizia a manipolare piccoli aspetti della vita quotidiana per portarla all’esaurimento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’espressione “gas light” trae origine da una scena precisa in cui la manipolazione raggiunge l’apice: la moglie ritiene che le luci a gas della loro abitazione si stiano affievolendo (fatto certo), ma il marito riesce a mettere in discussione arrivando a negare questa constatazione obiettiva.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Quando si può parlare di gaslighting?</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Oltre a essere entrato nei manuali di psicologia per descrivere una forma sottile di abuso psicologico[1], oggi il termine viene anche utilizzato in altri contesti. Uno di questi riguarda l’impiego delle tecniche di manipolazione di massa e le conseguenti ripercussioni negative sul benessere psicofisico, soprattutto in ambito di propaganda politica. Il gaslighting si nutre della vulnerabilità sociale e degli stereotipi interiorizzati, rafforzando gli squilibri di potere esistenti e promuovendone di nuovi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo gli ultimi studi in merito, sembrano esserci almeno cinque contesti in cui questa forma di manipolazione si manifesta più di frequente:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">all’interno di relazioni intime;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">nei rapporti genitore-figlio;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">in campo medico;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">a livello politico o istituzionale;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">in ambito lavorativo.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Queste forme di gaslighting si basano su dinamiche diverse: ad esempio, le situazioni di violenza domestica spesso includono abusi verbali, mentre sul posto di lavoro si possono verificare forme di discriminazione razziale e/o di genere, più o meno conclamate. Alla base però si trova sempre l’affermazione di squilibri di potere.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Fasi e segni della manipolazione</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il gaslighter cerca in tutti i modi di minare ogni certezza e sicurezza della propria vittima, la quale inizia a dubitare della sua stessa memoria, dei suoi sentimenti ed emozioni, della sua capacità valutativa e di comprensione della realtà. La vittima vive in una sorta di stato confusionario, in cui diventa incapace di prendere qualsiasi decisione, anche la più semplice. L’unica àncora di salvezza è rappresentata dall’abusante stesso, che acquisirà sempre più controllo fino a soggiogare totalmente la sua “preda”.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Di seguito alcune espressioni solitamente usate da un gaslighter:</span></div><div><ul><li><i><span class="fs11lh1-5">“Te l’avevo già detto, non ricordi?”</span></i></li><li><i><span class="fs11lh1-5">“Sembri pazzo, lo sai, vero?”</span></i></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Fai sempre la vittima”</span></i></li><li><i><span class="fs11lh1-5">“Il mio lavoro è più importante del tuo!”</span></i></li><li><i><span class="fs11lh1-5">“Nessuno ti amerà mai come me”</span></i></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">In tale forma di abuso si possono individuare tre fasi evolutive principali (Mascialino, 2011)[2] :</span></div><div><ol><li><b><span class="fs11lh1-5">Fase dell’incredulità e distorsione della comunicazione.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">Il manipolatore si presenta con un comportamento ambivalente: la persona risulta innamorata o accondiscendente e disponibile, ma al contempo inserisce di tanto in tanto dialoghi destabilizzanti o silenzi astiosi, che puntano a disorientare la vittima. Tuttavia, in questo primo stadio la vittima non ritiene vero ciò che le accade intorno o ciò che le viene raccontato, in quanto possiede ancora una certa sicurezza nelle proprie capacità intellettive.</span></li><li><b><span class="fs11lh1-5">Fase della difesa.</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Le certezze della vittima iniziano a sgretolarsi e inizia ad attuare comportamenti collerici causati dalla volontà di ribadire la propria consapevolezza, sostenendo la non veridicità di quello che le viene raccontato. È durante questa fase che le tipiche espressioni usate dal gaslighter – “Ti arrabbi sempre”, “Sei una persona troppo sensibile”, “Sei pazzo” – vengono reiterate fino all’estenuazione.</span></li><li><b><span class="fs11lh1-5">Fase depressiva.</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">L’apice della violenza psicologica viene raggiunto in questo stadio. La vittima si convince di avere qualcosa di sbagliato e la vicinanza al proprio abusante diventa sempre più necessaria.</span></li></ol><br></div><div><span class="fs11lh1-5">A questo punto la manipolazione psicologica può trasformarsi anche in violenza fisica e per la vittima, ormai totalmente assoggettata al suo abusante, diventerà sempre più arduo troncare quella spirale discendente.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><br><hr align="left" size="1" width="33%"><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">[1]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il Consiglio dell’Ordine degli psicologi del Lazio ha inserito il “danno da</span><span class="fs10lh1-5"> </span><em><span class="fs10lh1-5">gaslight</span></em><span class="fs10lh1-5">” nelle “Linee guida per l’accertamento e la valutazione psicologico-giuridica del danno biologico-psichico e del danno biologico- esistenziale” con delibera del 2009.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[2]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Mascialino R., “Il gaslighter e la sua vittima”, Associazione italiana di psicologia e criminologia, corso di Psicologia Criminale e Scienza delle Tracce, 2011.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 17:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La consulenza tecnica nel processo penale e il dovere del giudice di valutarla]]></title>
			<author><![CDATA[Giuseppe Gervasi]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div><b><span class="fs11lh1-5">Articolo di Avv. Giuseppe Gervasi</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">(avvocato penalista)</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">e</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b><b><span class="fs11lh1-5">Gaia Gervasi</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(a</span><span class="fs11lh1-5">usiliario tecnico forense ISF)</span></div><div><i><span class="fs11lh1-5">La consulenza tecnica tra prova, indizio e l’obbligo del giudice di motivare le risultanze dell’accertamento tecnico-scientifico.</span></i></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">L’attuale codice di procedura penale, promulgato nel 1988 ed entrato in vigore l’anno successivo, attribuisce al PM e alla difesa dell’indagato e della persona offesa, il monopolio dell’attività investigativa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al Pubblico Ministero è riconosciuto il dovere di indagare, anche a favore del soggetto iscritto nel registro delle notizie di reato, e di formulare eventuali accuse provando; all’indagato il diritto di difendersi provando, a condizioni che le indagini difensive non intralcino l’attività investigativa dell’organo inquirente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una delle manifestazioni più evidenti dell’attività investigativa è la consulenza tecnica, attraverso la quale il sapere tecnico-scientifico entra a fare parte del processo penale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla consulenza tecnica c.d.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">extraperitale</span></i><span class="fs11lh1-5">, ovvero fuori dai casi di perizia, si può ricorrere in ogni fase del procedimento penale, con l’evidente obiettivo di fornire al giudice, un apporto conoscitivo di tipo tecnico, in grado di contribuire alla corretta ricostruzione del fatto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si ricorre, invece, alla consulenza tecnica c.d.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">endoperitale</span></i><span class="fs11lh1-5">, in occasione del conferimento dell’incarico peritale del giudice che dovrà adottare una qualche decisione, di tipo cautelare o di merito.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In questa sede ci soffermeremo brevemente sul ruolo dell’esperto tecnico di parte, alla luce dei recenti interventi della Corte di Cassazione, che valorizzano ulteriormente il contributo conoscitivo dell’esperto incaricato dal PM o dalla difesa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla giurisprudenza di merito, decisamente minoritaria, che non ritiene di riconoscere al consulente di parte quel ruolo incisivo che il processo penale di tipo “</span><i><span class="fs11lh1-5">accusatorio”</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">suggerisce, si contrappone la giurisprudenza di merito e di legittimità, certamente maggioritaria, che, invece, valorizza il contributo conoscitivo dell’esperto, spesso determinante.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Risulta evidente che il contributo tecnico deve essere in linea con i dettami della comunità scientifica di riferimento, per garantire l’affidabilità dell’apporto consulenziale e per consentire alle parti e al giudice un percorso di verificabilità e di falsificabilità, sempre consentiti in ragione del principio del contraddittorio e della ricerca della verità che governano il processo penale sulla formazione della prova.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In argomento, si segnala il pregevole contributo rinvenibile in Cassazione penale n. 21018-2015:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">I pareri espressi dai consulenti di parte a mezzo di memoria scritta &nbsp;possono essere letti in udienza e possono essere utilizzati ai fini della decisione, anche in mancanza del previo esame del consulente qualora le parti non ne abbiano contestato il contenuto ed il giudice abbia ritenuto superfluo di disporre una perizia</span></i><span class="fs11lh1-5">...</span><i><span class="fs11lh1-5">L'immotivato rigetto dell'istanza di acquisizione di una memoria difensiva o l'omessa valutazione del suo contenuto determinano la nullità di ordine generale prevista dall'art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), in quanto si impedisce all'imputato di intervenire concretamente nel processo ricostruttivo e valutativo effettuato dal giudice in ordine al fatto-reato..oltre a configurare una violazione delle regole che presiedono alla motivazione delle decisioni giudiziarie...</span></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Il tema è stato recentemente affrontato, negli stessi termini, in Cassazione penale n. 44623-2022.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La corte di legittimità ha annullato la decisione del giudice cautelare di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare, fondata sull’insorgenza di gravi patologie, documentate clinicamente e sviluppate scientificamente con apposita consulenza medico-legale commissionata dalla difesa, a dimostrazione della loro incidenza sulla capacità a delinquere dell’imputato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Contrariamente ai giudici del Tribunale del riesame, che non hanno ritenuto opportuno valutare la consulenza della difesa siccome non aderente alle conclusioni della relazione medica carceraria, i giudici di piazza Cavour hanno ribadito l’obbligo del giudice di ...</span><i><span class="fs11lh1-5">motivare le risultanze della consulenza medica allegata dalla difesa...</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">declinando il vizio motivazionale nella parte in cui la decisione difetta di un adeguato confronto con gli esiti compendiati nell’elaborato dell’esperto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In altre parole, corre l’obbligo per il giudice di valutare rigorosamente gli esiti della relazione medica carceraria e della consulenza tecnica di parte, fermo restando la possibilità di aderire all’una o all’altra delle diverse conclusioni mediche, a condizione che il giudice fornisca un’adeguata motivazione delle ragioni della sua decisione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La decisione appare in linea con le esigenze del processo penale, sempre più avido di quel sapere tecnico-scientifico fonte attendibile di informazioni non diversamente ottenibili.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 16:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sostanze stupefacenti: in Italia è emergenza under 25]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary Di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000007"><div><span class="fs11lh1-5">L’Italia rimane ai primi posti in Europa per consumo di cannabis, cocaina ed eroina.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È quanto emerge dall’ultima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia</span></i><span class="fs11lh1-5">, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Politiche Antidroga.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’analisi rivela uno stretto legame tra spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, fenomeno in forte crescita tra i giovani sotto i 19 anni. Nel 2021,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">quasi il 40% degli studenti italiani</span></b><span class="fs11lh1-5">, prevalentemente di genere maschile,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">ha riferito di aver utilizzato almeno una volta nel corso della propria vita una sostanza illegale</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tra cannabis, cocaina, stimolanti, allucinogeni e oppiacei.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Neanche la pandemia da COVID-19 sembra aver scalfito la fitta rete commerciale delle sostanze stupefacenti: se da un lato l’impatto pandemico ha permesso di registrare una flessione nella percentuale degli utilizzatori, dall’altra è aumentata in maniera sensibile la quantità di sostanze intercettate nel nostro Paese, così</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">come la percentuale di principio attivo rilevata nei campioni di hashish, crack e metamfetamine analizzati a seguito di sequestro.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cocaina: un mercato in espansione</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Durante il 2021 sono state sequestrate oltre 20 tonnellate di cocaina,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">dato più alto mai registrato</span></b><span class="fs11lh1-5">. Il gran numero di sequestri, tuttavia, sembra non aver fermato la diffusione della sostanza nel territorio, nonostante il continuo incremento del prezzo. L’analisi delle acque reflue, infatti, descrive una concentrazione della sostanza media di 12 dosi ogni 1.000 abitanti/giorno, quantitativo medio in crescita dagli anni precedenti.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">L’unico indicatore in controtendenza è quello relativo al consumo</span></b><span class="fs11lh1-5">, che risulta diminuito rispetto al 2018; la stessa tendenza si osserva fra i giovani studenti italiani. Tuttavia, il dato dei consumi giovanili potrebbe essere condizionato dal costo elevato della sostanza che la rende meno fruibile per chi non ha reddito.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cannabis: la sostanza illegale più utilizzata</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo i dati raccolti, circa la metà delle operazioni antidroga svolte a livello nazionale ha riguardato il contrasto di cannabis e derivati, e proprio i prodotti della cannabis hanno</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">costituito il 74% delle oltre novantuno tonnellate di sostanze sequestrate</span></b><span class="fs11lh1-5">. La diffusione dell'uso di questa sostanza riguarda da vicino anche i giovani: secondo i dati ESPAD®Italia 2021, quasi il 24% degli studenti ha consumato cannabis almeno una volta nella vita e 458mila 15-19enni (18%) l’hanno usata nel corso dell’ultimo anno. L’ampia disponibilità, il facile reperimento e il costo contenuto sono tra i principali motivi per una diffusione così in larga scala.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tutto ciò ha un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">impatto rilevante anche sul sistema penale e carcerario</span></b><span class="fs11lh1-5">, e in termini di costi sociali: nel 2021 il 41% delle denunce per reati droga-correlati (per la quasi totalità riguardanti traffico/spaccio) e circa tre quarti delle segnalazioni per detenzione ad uso personale di sostanze stupefacenti hanno infatti riguardato proprio la cannabis e i suoi derivati.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">NSP: gli adolescenti tra i maggiori assuntori</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Un fenomeno che sta assumendo dimensioni sempre più imponenti all’interno del panorama contemporaneo sulle dipendenze. Le NSP (Nuove Sostanze Psicoattive) comprendono principi attivi considerabili legali, perché non ancora iscritti all’interno delle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Nel 2021, sono state intercettate 32 nuove sostanze</span></b><span class="fs11lh1-5">. Un’ulteriore criticità riguarda il consumo, che interessa principalmente le fasce di età più giovani e l’utilizzo sperimentale ad esse associato è secondo solo a quello della cannabis. Più diffuse tra i giovani sono le NSP appartenenti al gruppo dei cannabinoidi sintetici che, nel 2021, sono stati consumati da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">quasi 65mila adolescenti</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Sostanze psicotrope sintetiche: preoccupa la “droga dello stupro”</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche se si sta assistendo a una contrazione dei consumi delle cosiddette droghe sintetiche - ecstasy, amfetamine, metamfetamina, LSD - nella popolazione più giovane, permangono alcuni indicatori che potrebbero indicare una nuova risalita degli utilizzatori: l’aumento della purezza e prezzi sempre più bassi sono tra questi. Nel corso del 2021 il consumo di allucinogeni ha interessato più di 18mila ragazzi, 4mila studenti ne hanno riferito un consumo frequente di almeno 10 volte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un altro dato preoccupante riguarda il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">GHB o acido gamma-idrossibutirrato</span></b><span class="fs11lh1-5">, comunemente conosciuto come “ecstasy liquida” o “droga dello stupro”. Questa si presenta come una polvere incolore o un liquido quasi inodore e dal sapore poco riconoscibile; trattandosi di sostanza idrosolubile, può essere facilmente aggiunta alle bevande, anche all’insaputa dell’assuntore. Nonostante la sua pericolosità, il GHB è una sostanza relativamente facile da ottenere, anche tramite kit reperibili su Internet. Questa viene utilizzata in particolar modo fra i giovani adulti, soprattutto in discoteca, festival e nightclub, tanto da essere inserita fra le “party drugs” insieme ad amfetamine e metamfetamine. Secondo il report in esame,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">nel 2021 sono stati sequestrati ben 16 chilogrammi e 95 litri di GBL/GHB, destinati quasi esclusivamente al mercato nazionale.</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Eroina: andamento in costante decremento</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli oppiacei risultano tra le sostanze meno diffuse in Italia. Ad ogni modo, l'eroina rimane la sostanza primaria maggiormente diffusa tra le persone che hanno richiesto un trattamento nei servizi Pubblici per le Dipendenze (62%). Un segnale incoraggiante proviene dallo studio ESPAD®Italia che evidenzia</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">come l’andamento per l’eroina sia in costante e progressivo decremento</span></b><span class="fs11lh1-5">, facendo registrare per il 2021 la prevalenza più bassa.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Sep 2022 13:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sindrome di Munchausen per procura: la storia di Gypsy Rose Blanchard]]></title>
			<author><![CDATA[Nicol Zara]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div><b><span class="fs12lh1-5">Il delitto di Dee Dee Blanchard</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Gypsy Rose Blanchard nasce nel 1991 a Golden Meadow, Louisiana, da Clauddine Pitre, chiamata</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Dee Dee</span></i><span class="fs11lh1-5">, e Rod Blanchard, il quale però scompare ancor prima della sua nascita.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Sin quando Gypsy è molto piccola, la madre è convinta che soffra di apnea notturna e ripetutamente la porta in ospedale per farle fare controlli e tenerla monitorata. Dee Dee è certa che la figlia sia affetta da una non specificata malattia cromosomica.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Quando Gypsy arriva all’età di otto anni, le malattie diagnosticate dalla madre si moltiplicano: leucemia, distrofia muscolare, asma, convulsioni e vari difetti uditivi e visivi. La bimba viene fatta stare su una sedia a rotelle e alimentata mediante sonda gastrica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con il passare del tempo la situazione di Gypsy diventa sempre più grave. Dee Dee le rasa</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">periodicamente i capelli in modo da imitare l’aspetto sofferente di una paziente chemioterapica; la ragazza perde anche i denti, probabilmente per i troppi farmaci prescritti. Pubblicizzando la falsa condizione della figlia, Dee Dee riesce a ricevere l’appoggio economico da diverse associazioni benefiche. Nel 2015, Gypsy viene anche premiata dalla Oley Foundation, per la sua forza e tenacia di vivere con un tubo per l’alimentazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gypsy è completamente sola: nessun parente, nessun amico, nessuno fuorché la madre. Con la scusa della salute precaria, Dee Dee non le permette nemmeno di frequentare la scuola. Uno spiraglio di luce arriva nel</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">2012, quando Gypsy conosce via chat Nicholas Godejohn</span><b><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">un coetaneo del Wisconsin. Gypsy si confida, gli racconta tutta la verità e insieme iniziano ad architettare un piano per farla uscire da quell’inferno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La sera del 14 giugno 2015, gli abitanti della cittadina di Springfield allertano la polizia in seguito ad un inquietante post su Facebook - “</span><i><span class="fs11lh1-5">That Bitch is dead!” -</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">pubblicato dal profilo condiviso di Dee Dee e Gypsy. In casa viene ritrovato il corpo esanime della donna, ma della figlia non c’è traccia. Inizialmente si pensa a un rapimento, ma il giorno seguente la Polizia riesce a rintracciare Gypsy, che si era rifugiata nel Wisconsin insieme a Nicholas. Messa alle strette, Gypsy inizia a raccontare la sua storia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gypsy sarà condannata a dieci anni di carcere, pena attenuata dagli anni di abusi subiti. Nicholas invece viene condannato all’ergastolo.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Sindrome di Munchausen per procura</span></b></div><div></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’ambito del DSM-5, la sindrome di Munchausen per procura prende ora il nome di</span><b><i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">disturbo fittizio imposto su un altro</span></i></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e consiste nella falsificazione delle manifestazioni di una malattia in un'altra persona, generalmente prodotta da un caregiver nei confronti della persona di cui si prende cura. La persona falsifica l'anamnesi e può fare del male al soggetto con farmaci e altre sostanze; le vittime possono risultare gravemente malate e talvolta può anche sopraggiungere il decesso (si stima nel 10% delle vittime). Identificata da un tempo relativamente breve, - circa trent’anni - non è ancora conosciuta in modo adeguato dai professionisti del settore, soprattutto a causa del coinvolgimento di bambini in qualità di pazienti. A coniare il termine fu Richard Asher, un medico inglese, che prese ispirazione dalla storia del famoso Barone di Munchausen, un mercenario del XVIII secolo, noto per raccontare storie incredibili oltre che non veritiere con le quali intratteneva gli ospiti nel suo castello di Hannover.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si differenzia dalla</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">sindrome di Munchausen -</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><i><span class="fs11lh1-5">disturbo fittizio imposto su sé stess</span></i><span class="fs11lh1-5">o</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">-</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">in quanto quest’ultima ha come protagonista un adulto che simula costantemente sintomi e vari quadri patologici.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Il soggetto si autoconvince di avere sintomi clinici ed è disposto a tutto pur di rimuoverli, ricorrendo anche a interventi chirurgici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ancora non sono chiare le cause sottostanti, ma ciò che emerge è un quadro diagnostico piuttosto complesso e che richiede un approccio multidisciplinare per una presa in carico tempestiva e adeguata.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 13:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Strage di via D’Amelio: a trent’anni dal più grande depistaggio di Stato]]></title>
			<author><![CDATA[Hillary Di Lernia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div><span class="fs11lh1-5">Era il 19 luglio quando il giudice Paolo Borsellino, dopo aver pranzato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio a Palermo, dove vivevano sua madre e sua sorella Rita. Alle 16.58 una Fiat 126 con novanta candelotti di tritolo, parcheggiata sotto l’abitazione della madre, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Mulli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da quel</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">19 luglio 1992</span></b><span class="fs11lh1-5">, l’annus horribilis che ha profondamente segnato la storia italiana, sono passati trent’anni. Trent’anni di domande senza risposta, di depistaggi conclamati, di assoluzioni nauseanti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In quei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">57 giorni</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che lo separarono dalla morte del suo collega e amico,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Giovanni Falcone</span></b><span class="fs11lh1-5">, il giudice Borsellino era consapevole di essere circondato da assassini in blusa bianca. Da qui probabilmente nacque l'esigenza di annotare avidamente nella sua</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">agenda rossa</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">spunti di indagine, valutazioni, memorie personali, nomi indicibili, ipotesi raggelanti e chissà cos’altro. Quella stessa agenda sottratta nel momento della strage e mai più ritrovata; “</span><b><span class="fs11lh1-5">la scatola nera</span></b><span class="fs11lh1-5">”, come la definisce il fratello Salvatore, convinto che se si arrivasse alle mani invisibili che l’hanno rubata, si arriverebbe sicuramente agli assassini. Ed è proprio qui che si cela il misfatto: a chi davvero interessa arrivare alla verità?</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs11lh1-5">“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” - Paolo Borsellino</span></i></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Oggi, 19 luglio 2022, vedrete l’ennesima commemorazione cosparsa di ipocrisia e con tante lacrime colme di omertà. Tutti vi racconteranno la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">favola</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di Falcone e Borsellino, il cui epitaffio racconta di stima, benevolenza e rispetto da parte di tutti, tranne che dai</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">mafiosi.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Niente di più falso. I due magistrati combatterono la mafia fino all’ultimo respiro, ma lo fecero</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">in piena solitudine, denigrati e osteggiati.</span></b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Scrivere degli anniversari si deve e occorre farlo proprio quando la memoria si fa più labile. Il dispiacere più grande è quello di vedere ridotti a meri elenchi mortuari, i nomi e le anime di coloro che hanno deciso di sacrificare la propria vita in nome della Dea Bendata.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Ma il vero timore è quello di non riuscire a far capire alle generazioni più giovani quanto alito di vita ci sia nella criminalità organizzata odierna, quanto potente sia adesso più che allora.</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Ben vengano le commemorazioni, ma con il coraggio di guardare oltre: alle bugie, ai segreti, alle mezze verità.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Jul 2022 08:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lotta alla contraffazione: Burberry vince in Cassazione]]></title>
			<author><![CDATA[Anna Popa]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div><span class="fs11lh1-5">La riproduzione - senza autorizzazione del titolare - dell’iconico motivo a quadri della casa di moda Burberry (detto “tartan”) costituisce reato di contraffazione anche se non viene riprodotta la denominazione “Burberry”. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, in una recente sentenza dopo una lunga diatriba che ha visto accogliere il ricorso della famosa maison britannica.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Un passo indietro</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2012 i militari del I Gruppo della Guardia di Finanza di Venezia hanno sequestrato circa 4000 metri di tessuto riproducente il famoso motivo a tartan</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">“Burberry Check”</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Viene così scoperta un’intera rete distributiva di tessuto contraffatto, che si presentava formalmente come lecita, ma che in realtà occultava un’articolata attività di contraffazione. Secondo la Procura di Pordenone, la merce sequestrata avrebbe potuto fruttare al dettaglio circa 400.000 euro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Burberry, assistita dallo studio Spheriens, iniziava così la sua lunga battaglia giudiziaria. In primo grado, il Tribunale di Roma rigettava il ricorso della casa di moda, adducendo che i prodotti dell’azienda cinese, seppur identici a quelli venduti da Burberry, non presentavano alcun riferimento al marchio denominativo dell’azienda inglese, necessario a far sì che il consumatore potesse ricollegare il prodotto alla titolare del marchio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche in appello, le richieste venivano rigettate: secondo la Corte, la combinazione del tessuto - a righe beige e rosse su sfondo bianco - non sarebbe stato attribuibile unicamente al marchio Burberry, trattandosi di un generico motivo a</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">tartan scozzese.</span></i></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La decisione della Cassazione</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Da ultimo, la Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dallo studio Spheriens, ha annullato la decisione della Corte di Appello, riconoscendo la notorietà del marchio “Burberry Check” e la sua capacità di identificare immediatamente i prodotti che lo recano come provenienti dalla maison.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">sentenza n. 576/2020</span></b><span class="fs11lh1-5">, oltre a modificare l’orientamento espresso nei precedenti gradi dai Giudici di merito romani, “viene</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">garantita una ulteriore tutela a protezione del marchio e della proprietà intellettuale</span></b><span class="fs11lh1-5">, andando a chiarire i limiti entro i quali si integra il reato di contraffazione del marchio e andando a tutelare maggiormente la fashion industry, settore soggetto a violazioni di varia natura per quanto riguarda l’uso illecito dei marchi da parte di terzi” (Avv. M. Mantelli, 2021).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cosa dice la legge</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">l’art. 473 c.p.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">si ha contraffazione quando “chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altre tutele vengono indicate</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">nell’art. 20 c.p.i</span></b><span class="fs11lh1-5">., le quali sottolineano come la contraffazione sussisterebbe anche quando il prodotto è confondibile con i prodotti originali. Non è necessaria una perfetta identità tra il marchio originale ed il marchio contraffatto, ma è sufficiente che la falsificazione riguardi gli elementi essenziali di quest’ultimo in maniera comunque idonea a trarre in inganno; non viene invece punito il cosiddetto “falso grossolano”.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Vademecum contro la contraffazione: come tutelarsi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il Ministero dello Sviluppo Economico, ha affermato che non è facile sviare il circolo della merce contraffatta. A tal proposito sono state formulate delle regole base, semplici e concise da seguire. Citiamo alcune:</span></div><div><ol start="1" type="1"><li><b><span class="fs11lh1-5">Prestare particolare attenzione all’acquisto dei prodotti tramite piattaforme o sponsorizzazioni su internet</span></b><span class="fs11lh1-5">, soprattutto quando viene ribadito il fatto di poter utilizzare il prodotto e poi restituirlo una volta usato.</span></li><li><b><span class="fs11lh1-5">Non sottovalutare il prezzo</span></b><span class="fs11lh1-5">: un prodotto troppo economico, oltre ad essere invitante, può essere simbolo di scarsa qualità.</span></li><li><b><span class="fs11lh1-5">Controllare sempre l’etichetta</span></b><span class="fs11lh1-5">, ossia la carta di identità del prodotto, e prestare attenzione a ciò che viene scritto.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Acquistare sempre prodotti con</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">imballaggio integro e confezionati</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></li></ol></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 13:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’ascolto del minore nel processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[Nicol Zara]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000003"><div><span class="fs11lh1-5">Ascoltare un minore durante un procedimento penale significa andare incontro alle sue esigenze, valutarne l'idoneità a testimoniare e aiutarlo a fornire il proprio apporto nel modo meno traumatico possibile. Il minore deve sentirsi libero di parlare e di potersi esprimere apertamente,</span></div><div><span class="fs11lh1-5">nella sua estrema genuinità.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si tratta di un argomento molto delicato e oggi sempre più spesso al centro delle cronache quotidiane; ciò richiede un approccio attento da parte di tutti gli operatori coinvolti.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La testimonianza di un minore</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">La testimonianza di un soggetto è il risultato dell’interazione tra il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">contenuto della memoria</span></b><span class="fs11lh1-5">, ovvero ciò che il soggetto ricorda, e il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">contenuto dell’evento</span></b><span class="fs11lh1-5">, ossia ciò che è successo. Al fine di verificarne la veridicità, sono importanti due requisiti: l’accuratezza e l’attendibilità.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel nostro ordinamento anche il minore può rendere testimonianza, sia come persona offesa, poiché vittima di un reato, o in qualità di testimone. Quando il minore ha meno di quattordici anni viene ascoltato attraverso una modalità particolare denominata “</span><b><span class="fs11lh1-5">audizione protetta</span></b><span class="fs11lh1-5">”, che può essere attuata o durante le indagini preliminari in seguito a una denuncia o querela, oppure in sede di incidente probatorio. La testimonianza viene raccolta in un’aula del tribunale dotata di uno specchio unidirezionale ed è, inoltre, obbligatoria l’audio-video registrazione dell’intero colloquio. È importante procedere con l’audizione del minore il prima possibile, in modo tale che i ricordi rimangano abbastanza nitidi e non subiscano interferenze esterne. Di estrema rilevanza la figura dello</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">psicologo forense</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che affianca il minore durante l’audizione.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Tecniche di audizione del minore</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">“I bambini sono sempre da considerarsi testimoni fragili perché educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni” si legge nelle premesse della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Carta di Noto</span></b><span class="fs11lh1-5">, documento che traccia le linee guida a cui attenersi nella raccolta della testimonianza di un minore vittima di abusi sessuali e nella valutazione della sua capacità di testimoniare. Per questo motivo le dichiarazioni del minore vanno sempre assunte utilizzando protocolli d’intervista specializzata, che devono adeguarsi allo sviluppo cognitivo ed emotivo del minore. Alcune tecniche di intervista specializzata sono:</span></div><div><ul><li><b><span class="fs11lh1-5">Intervista Cognitiva:</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">mira a ricostruire l’accaduto e suscitare ricordi, senza generare errori di memoria. È preferibile utilizzarla a partire dagli otto anni d’età, in quanto i bambini più piccoli presentano maggiore difficoltà nel comprendere le tecniche di ricordo proposte.</span></li><li><b><span class="fs11lh1-5">Step Wise Interview</span></b><span class="fs11lh1-5">: tecnica ampiamente utilizzata in campo forense minorile, in particolare per reati di abuso sessuale. Si tratta di un protocollo di intervista semi-strutturata che combina conoscenze di psicologia evolutiva con tecniche di stimolazione della memoria. Questa modalità si fonda sulla successione di dieci fasi audio-videoregistrate, dove lo psicologo mira alla creazione di un rapporto con il minore, per poi introdurre l’argomento in modo delicato ed empatico. Si rivela utile anche con bambini minori di otto anni, con i quali si può procedere con la somministrazione di strategie di gioco o disegno che verranno analizzati in seguito.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Di seguito riportiamo la testimonianza della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">dott.ssa Monica Chiovini</span></b><span class="fs11lh1-5">, psicologa clinica, forense e penitenziaria e criminologa, riguardo al caso di un’adolescente, vittima di abuso sessuale da parte del compagno della madre.</span></div><div><i><span class="fs11lh1-5">«Sono stata contattata dalla Questura di Novara come ausiliario di polizia giudiziaria al fine di sostenere e supportare la vittima durante la raccolta della testimonianza. La ragazza aveva un rapporto molto forte con la madre; infatti, è proprio con lei che ha sporto denuncia riguardo le violenze subite dalla figlia. La testimonianza è durata diverse ore, all’incirca dalle ore 9 fino alle ore 13 […] La giovane si è recata all’interno dell’aula dedicata all’audizione da sola, senza la presenza della madre. All’inizio è stato molto complesso entrare in empatia con la ragazza in quanto si mostrava abbastanza distaccata e diffidente; successivamente, siamo riuscite a creare un rapporto più confidenziale e ha cominciato a parlare liberamente, raccontando il fatto ed esprimendo le proprie emozioni senza interruzioni. Una volta terminato il racconto libero sono state poste alcune domande aperte e qualche domanda chiusa in modo da delineare certi dettagli espressi in precedenza dalla minore. Durante il racconto, quando si presentavano aspetti più difficili da raccontare, abbiamo fatto alcune pause e attuato strategie di recupero delle informazioni utilizzando strumenti alternativi al dialogo, come ad esempio la scrittura»</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Jun 2022 08:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quando il DNA risolve i “cold case”: il caso di Stephanie Isaacson]]></title>
			<author><![CDATA[Anna Popa]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Accertamenti_tecnici"><![CDATA[Accertamenti tecnici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000002"><div><i><span class="fs11lh1-5">Dopo 32 anni, l’omicidio di una quattordicenne è stato risolto con la più piccola quantità DNA mai utilizzata.</span></i></div><div><i><br></i></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Stephanie Isaacson</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">aveva solo quattordici anni quando fu aggredita e uccisa da uno sconosciuto. Per trentadue anni il suo è rimasto uno dei tanti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">cold case</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">che affollano gli archivi dei dipartimenti di polizia e solo lo scorso anno la famiglia di Stephanie ha potuto conoscere il nome del suo assassino. Questo grazie a una piccolissima particella di DNA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma facciamo un passo indietro.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il delitto</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">È la mattina del 1° giugno 1989 quando Stephanie esce di casa per recarsi alla Eldorado High School, a Las Vegas. Quella mattina la ragazza decide di prendere una scorciatoia, nella speranza di poter arrivare a scuola più velocemente. Tuttavia, Stephanie, a scuola, non ci arriverà mai.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I genitori decidono subito di denunciare la scomparsa e gli investigatori iniziano a setacciare l'area intorno al percorso che Stephanie aveva fatto per andare a scuola. Il corpo esanime della giovane viene trovato proprio nel sentiero, privo di vestiti; i segni rinvenuti sul corpo sono riconducibili a uno strangolamento. Sulla maglietta della ragazza, gli investigatori trovano una</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">traccia di DNA</span></b><span class="fs11lh1-5">, presumibilmente lasciata dall’assassino.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel corso degli anni vengono eseguite numerose analisi, ma ogni tentativo di risoluzione del caso si rivela infruttuoso, ogni sospettato che viene interrogato dalla polizia poco dopo viene scagionato in quanto innocente. L'assassino di Stephanie rimane senza volto per trentadue lunghi anni.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La svolta</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2021, il Dipartimento di Polizia Metropolitana di Las Vegas collabora con</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Othram</span></b><span class="fs11lh1-5">, società statunitense specializzata in genetica</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">genealogia forense</span></b><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per esaminare nuovamente le prove di DNA nella speranza che le nuove tecnologie potessero fare luce sull'oscurità di quel delitto. L'assistenza finanziaria viene generosamente fornita da Justin Woo, fondatore dell'organizzazione no-profit Vegas Helps. Al laboratorio viene inviato l’ultimo campione di DNA rinvenuto sulla scena del crimine:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">solo 0,12 nanogrammi</span></b><span class="fs11lh1-5">, l’equivalente di 15 cellule umane. In genere, la minima quantità di DNA da poter analizzare è fra lo 0,20 e 1 nanogrammi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ci sono voluti ben sette mesi per costruire il profilo genetico del DNA. Le analisi sono iniziate il 19 gennaio del 2021, ma solamente il 12 luglio del medesimo anno, la società è riuscita</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a dare un volto al responsabile</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del delitto. Il campione ottenuto dai resti delle prove del DNA è stato confrontato con i database presenti nelle banche dati.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il profilo del killer</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Le analisi portano inizialmente a un cugino del soggetto responsabile, giungendo poi a</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Darren Ray Marchand</span></b><span class="fs11lh1-5">, del quale esisteva già un campione genetico collegato a un altro omicidio nell’area di Las Vegas: Marchand fu infatti arrestato nel 1986 all’età di 20 anni con l’accusa di aver strangolato la ventiquattrenne Nanette Vanderburg; il caso venne archiviato per mancanza di prove, poiché ai tempi il test del DNA non era disponibile. Marchand si suicidò nel 1995 a 29 anni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo 32 anni, il caso di Stephanie Isaacson viene finalmente risolto.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Genealogia forense: nuovo strumento per le indagini scientifiche</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il caso di Stephanie Isaacson ha fissato un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">nuovo limite inferiore alla quantità di DNA</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">necessaria per costruire un profilo genealogico per un sospettato di un crimine: solo 0,12 nanogrammi. Questo è solo uno dei tanti delitti risolti negli ultimi anni grazie alla genealogia forense, filone relativamente recente della biologia forense. Attraverso la combinazione di analisi del DNA e metodo di ricerca delle fonti solitamente usate per ricostruire gli alberi genealogici, a molti vecchi casi irrisolti - come il “killer del Golden State" - è stata messa la parola fine.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Jun 2022 08:35:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?quando-il-dna-risolve-i--cold-case---il-caso-di-stephanie-isaacson</link>
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			<title><![CDATA[A colpi di cyber: il profilo dei moderni pirati del web]]></title>
			<author><![CDATA[Anna Popa]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000001"><div><span class="fs11lh1-5">Nelle ultime settimane, la stampa mondiale si mostra quasi ridondante nell</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">inserire termini quali</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Cyber War, cyber attacchi, guerra cibernetica</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">vicino ai titoli inerenti alla recente guerra in Ucraina. Nonostante l</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">attuale conflitto non sia n</span><span class="fs11lh1-5">é</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il primo n</span><span class="fs11lh1-5">é</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">l'unico dove vengono utilizzate azioni cibernetiche, l</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">interesse mediatico è decisamente più significativo rispetto ad altri scontri.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Prima di addentrarsi nella comprensione di questi vocaboli, è necessario fare un passo indietro cercando di capire le generalità e le caratteristiche di coloro che sono alla base di tali azioni: gli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">hacker</span></b><span class="fs11lh1-5">, o come si dice in gergo,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">i pirati del web.</span></i></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Hacking e le sue tipologie</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Con il termine “hacking” -</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">dall’inglese to hack, attaccare</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">- si intende</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">l'insieme dei metodi, delle tecniche e delle operazioni volte a conoscere, accedere e modificare un sistema informatico hardware (parte tangibile del computer, come, ad esempio il monitor, la tastiera o il mouse) o software (parte intangibile, traducibile come il supporto logico del computer). Quindi, tali attività sono volte alla compromissione di dispositivi digitali e di intere reti, intaccando tutto ciò che è protetto senza averne l</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">autorizzazione. Colui che pratica l</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">hacking viene identificato come hacker.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli hacker vengono in genere classificati in tre tipologie:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">black, white e grey hat</span></b><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il colore nero è associato ai black hat, meglio conosciuti come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">“</span></b><b><span class="fs11lh1-5">crackers”</span></b><span class="fs11lh1-5">; essi hanno un</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">intenzione criminale, volta alla violazione di dati sensibili utilizzandoli a proprio vantaggio. Nel gergo comune, essi sono detti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">cybercriminali.</span></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Il bianco viene associato ai white hat (in italiano</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">hacker etici</span></b><span class="fs11lh1-5">), i quali lottano continuamente contro gli attacchi della controparte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">black</span></i><span class="fs11lh1-5">; solitamente, essi lavorano per il Governo o per conto di associazioni, con l</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">intento di rafforzare la sicurezza di un sistema informatico, proteggendolo da un</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">eventuale azione offensiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infine, il colore grigio è collegato agli hackers che non si schierano n</span><span class="fs11lh1-5">é</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da una parte, n</span><span class="fs11lh1-5">é</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dall'altra. Le loro intenzioni sono considerate sia buone, in quanto una volta entrati in un sistema informatico, le informazioni ottenute non vengono utilizzate per un vantaggio personale, tanto quanto cattive, in quanto essi, essendo hackers a tutti gli effetti, invadono tutto ciò per cui occorre avere un</span><span class="fs11lh1-5">’</span><span class="fs11lh1-5">autorizzazione, naturalmente senza averla.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il caso Anonymous</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Un’organizzazione collocata fra i</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">grey hat</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">potrebbe essere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">Anonymous</span></b><span class="fs11lh1-5">. Nella cronaca recente, in particolare in riferimento al conflitto fra</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Russia</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e Ucraina, il nome di Anonymous è salito alla ribalta per la decisione di hackerare la televisione russa trasmettendo su tutti i canali, in diretta nazionale, immagini inerenti al conflitto che proseguiva in Ucraina.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’azione offensiva del</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">movimento decentralizzato di hacktivismo</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">porta a dubitare sulle loro cattive intenzioni, non potendoli classificare come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">black hat</span></i><span class="fs11lh1-5">. L’ideologia che li accomuna sembra essere basata principi di stampo etico e morale quali la libertà di parola e di espressione, l’uguaglianza e la difesa dei più deboli e degli oppressi. Tuttavia, gli hacker di Anonymous non possono essere considerati dei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">white hat</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in quanto non assumono atteggiamenti conformi alle leggi, hackerando sistemi informatici di ogni genere per portare avanti i propri messaggi e le proprie visioni. Buoni o cattivi? Molto difficile stabilirlo, ogni tentativo di giudicare sarebbe opinabile.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Attacchi informatici: tra interessi e danni economici</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo alcuni portali del lavoro italiani, gli hacker etici certificati realizzerebbero un reddito medio annuo di 99.000 euro. Un hacker che si macchia di crimini informatici, ad esempio vendendo informazioni di vulnerabilità di un’azienda a terzi, può raggiungere introiti che superano il milione di euro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ogni anno, gli attacchi informatici diventano sempre più ricorrenti: “Il 2017 è stato l’anno peggiore di sempre, si parla di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">1.127 attacchi gravi</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a livello mondiale, con impatti importanti sulle vittime in termini di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">danni economici, reputazione e violazione di dati sensibili</span></b><span class="fs11lh1-5">” afferma il report realizzato da Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. Secondo i dati del “Navigating New Frontiers”, il report di Trend Micro Research,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">l’Italia nel 2021 è stato il quarto Paese al mondo e il primo in Europa più colpito dai malware</span></b><span class="fs11lh1-5">, con 62.371.693 attacchi (nel 2020 erano stati 22.640.386).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come afferma il ceo di Verizon, Lowell C. Macadam, "la questione non sta nel sapere se si verrà hackerati, ma quando". Gli attacchi informatici non smetteranno di cessare, gli hacker continueranno ad operare per diffondere le proprie ideologie, le aziende lotteranno ininterrottamente per tutelarsi e difendersi dai numerosi attacchi offensivi e infine persone comuni, continueranno a sentirsi vittime. La soluzione? La</span><span class="fs11lh1-5"> </span><b><span class="fs11lh1-5">cybersecurity</span></b><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è sicuramente una.</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 10:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Carnefici o principi azzurri? I tanti volti della sindrome di Stoccolma]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco e Micol Trombetta]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000000"><div><span class="fs11lh1-5">Autori: dr.ssa Micol Trombetta e prof. Massimo Blanco (Istituto di Scienze Forensi)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Se da un punto di vista giuridico il rapporto fra vittima e carnefice risulta essere ben definito, da un punto di vista psicologico il quadro è molto più complesso. D’altra parte, realizzare un’indagine coerente ed esaustiva su questo fenomeno è praticamente impossibile, dal momento che è impossibile replicare le condizioni di un sequestro in un laboratorio e controllarne le variabili.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">A prescindere dal ruolo che rivestono, per comprendere al meglio la relazione, è necessario considerare l’interazione che si crea tra i due soggetti nella particolare situazione in esame. La personalità della vittima, quella del carnefice, i loro comportamenti e atteggiamenti, i sentimenti reciproci costituiscono la trama di ogni relazione, anche in un contesto critico in cui, nel caso in esame, un individuo viene privato della propria libertà. Basandosi su tali variabili, il presente elaborato si pone come obiettivo lo studio e l’analisi del fenomeno più paradossale e affascinante che può presentarsi durante un sequestro di persona: la sindrome di Stoccolma. Ormai appartenente al linguaggio comune, grazie alla cinematografia e ai media, questa definizione si riferisce ad una particolare situazione in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Dall’analisi dell’espressione “sindrome di Stoccolma”, ad un’interpretazione del fenomeno che riprende il pensiero di due pilastri delle discipline umanistiche quali Freud e Bowlby, l’attenzione è stata infine spostata sulla situazione opposta che ben si può rappresentare con una domanda: e se fosse il rapinatore a sviluppare un rapporto empatico nei confronti della vittima?</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">1. La sindrome di Stoccolma</b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">1.1. </b><b class="fs11lh1-5">Una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva”</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’espressione “sindrome di Stoccolma” è stata coniata dal criminologo e psicologo Nils Bejerot per definire quella reazione emotiva al trauma sviluppata automaticamente a livello inconscio e legata al fatto di essere “vittima”. È utilizzata per indicare una situazione paradossale in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Si può definire come un particolare stato di dipendenza psicologica e affettiva in cui la vittima instaura un rapporto solido e di totale sottomissione volontaria verso colui che detiene il potere. L’espressione, quindi, indica il legame emozionale positivo, in alcuni casi prolungato fino all’innamoramento, che la vittima di un sequestro sviluppa nei confronti del suo rapitore, ove per “sequestro” si intende qualsiasi privazione della libertà personale operata da terzi contro la propria volontà, sia esso anche un “sequestro domestico”. Tale legame sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma di divenire un ostaggio e porta alla percezione di sentirsi un gruppo unito contro gli estranei, una sorta di “noi contro di loro”, dove “noi” sono le stesse vittime e i sequestratori, e “loro”, le forze dell’ordine. Per suddetto motivo, tale fenomeno può coinvolgere anche i sequestratori che, a causa di un forte sentimento affettivo nei confronti del prigioniero, decidono di risparmiargli le sofferenze e la vita.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">È possibile evidenziare alcuni comportamenti tipici che si manifestano nelle vittime di tale sindrome:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">dimostrazioni di simpatia, affetto, empatia, attaccamento e, in alcuni casi, amore, nei confronti del o dei sequestratori;</span></li><li>rinuncia alla fuga dal o dai rapitori, pur avendone la possibilità;</li><li>rinuncia a qualsiasi tipo di collaborazione con la polizia o con altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto dei delinquenti;</li><li>tentativi di compiacimento verso il rapitore;</li><li>tendenza a giustificare e difendere l'operato del sequestratore;</li><li>volontà di collaborare o assoggettarsi al volere dei delinquenti.</li></ul><span class="fs11lh1-5">La manifestazione della sindrome di Stoccolma è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato. I casi di soggetti rapiti che non hanno manifestato la sindrome vengono descritti come individui dalla personalità forte e dominante, con radicate convinzioni, capaci di mantenere la propria identità e un rapporto affettivo e di fiducia con la realtà esterna. Grazie a questo sono stati in grado di operare un adattamento costruttivo alla situazione che ha permesso l’accettazione di essa senza subirla totalmente. Inoltre, difficilmente si manifesta in soggetti che, per svariati motivi, tra cui, ad esempio, il tipo di lavoro che svolgono, sono portati a prevedere un evento del genere nella propria vita. Pertanto, essi, non essendo colti di sorpresa, non si abbandonano al panico, entrando in una sorta di emergenza psichica che favorisce la dinamica di annullamento e, di conseguenza, inibisce lo sfociare della sindrome. &nbsp;È altamente più probabile che essa si presenti, quindi, in soggetti con personalità fragili, non ben strutturate, poco solide, ove il lavoro di manipolazione svolto dal sequestratore al fine di depersonalizzare la vittima, spingendola a credere che nessuno arriverà a salvarla, troverà un terreno assai fertile.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Sulla base di quanto appena descritto, è possibile affermare che la sindrome di Stoccolma consta di tre fasi che indicano le condizioni comuni determinanti per l’origine di questo legame:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">sviluppo di sentimenti positivi da parte dell’ostaggio verso il suo sequestratore. Infatti, secondo diversi studi in ambito di analisi comportamentale è emerso che dimostrazioni di cortesia da parte dei sequestratori come, per esempio, provvedere al nutrimento procurando i viveri o permettere l’utilizzo dei servizi igienici, abbiano un impatto positivo sulla psiche del sequestrato, che si sente riconoscente per un favore ricevuto tanto da arrivare a compatire e giustificare i comportamenti del suo carnefice;</span></li><li>sviluppo di sentimenti negativi da parte dell’ostaggio verso la polizia o altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto del sequestratore. In tal caso, nello stadio iniziale, quando la vittima inizia ad accettare e a temere realmente per la situazione che sta vivendo, la sua psiche trova un appiglio: “verrà qualcuno a salvarmi”. Questo crea nella vittima la certezza che siano le autorità ad intervenire e a portarla in salvo. Il tempo spesso viene percepito in modo errato; dunque più il tempo passa, più nella vittima si innesca un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare e resta latente. Pertanto, la vittima inizia a sentire che la sua vita dipende direttamente dal rapitore, portandola a sviluppare un attaccamento psicologico verso di lui.<span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">Ad un livello successivo, invece, quando si raggiunge un grado maggiore di empatia e attaccamento tra i due soggetti, la vittima può manifestare sentimenti di paura nei confronti di colui che, in realtà, rappresenta la salvezza, la via d’uscita. Il legame creatosi è così forte che il sequestrato arriva a temere per l’incolumità del sequestratore. Inoltre, vittima e carnefice condividono la medesima situazione di isolamento dal mondo esterno. Tale situazione di condivisione scatena nell’ostaggio un sentimento di avversione nei confronti di chi deve salvarlo “invadendo” il suo spazio, il suo luogo di condivisione. Per tale motivo, spesso, la vittima si presta ad aiutare il suo rapitore;</span></li><li>reciprocità dei sentimenti positivi da parte dei sequestratori nei confronti dei prigionieri.<span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">Qui si delinea un rapporto di fiducia reciproca, soprattutto da parte dell’ostaggio che crede nell’umanità del suo rapitore, il quale non compie atti violenti nonostante abbia la possibilità di farlo.</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Statisticamente, questo fenomeno si rinviene frequentemente in donne e bambini vittime di violenza e abusi, in persone particolarmente devote ad un determinato culto, nei prigionieri di guerra o nei reclusi in campi di concentramento. Secondo il famoso ente investigativo di polizia federale americano, il Federal Bureau of Investigation (FBI), l’8% dei casi di sequestro di persona è caratterizzato da questa particolare condizione psicologica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">È possibile attribuire un “sano” sviluppo di tale sindrome a due fattori fondamentali: la creazione di un legame positivo e il tempo. Un contatto positivo determinato dall’assenza di esperienze negative e maltrattamenti, quali percosse, violenze fisiche e psicologiche o abusi, correlato ad una prolungata convivenza con l’autore del sequestro, porterà, in alcuni casi, alla nascita di sentimenti positivi non confondibili con una classica riconoscenza nei confronti del delinquente che non si è dimostrato violento. Una durata prolungata del sequestro porta ad una maggiore conoscenza del carnefice, ad una più semplice instaurazione di un rapporto che permetta di entrare in confidenza con quest’ultimo, incrementando la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti. Pertanto, è possibile sostenere che la sindrome di Stoccolma sia una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva” (Monzani, 2016). Ciò significa che il fenomeno in questione è fondamentalmente di carattere relazionale, per cui determinato dalla relazione instaurata tra sequestrato e sequestratore e dalle particolari condizioni del contesto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Secondo il parere di diversi studiosi, gli elementi che contraddistinguono questa alleanza non sono particolarmente determinanti, qualificanti e, si potrebbe dire, esclusivi da legittimare un inquadramento nosografico della situazione a pari livello di altri fenomeni scaturiti da circostanze di privazione della libertà personale di un soggetto ad opera di terzi. Questo perché, ad oggi, gli elementi utilizzati</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">per attribuire una spiegazione al fenomeno, ovvero per comprendere il motivo per cui si instauri tale alleanza, in realtà ne rappresentano l’effetto alla base del quale sarà necessario determinare una causa; causa che è stata appunto individuata nell’interazione umana positiva. Il legame che si viene a creare rappresenta unicamente l’effetto della sindrome e, in quanto tale, non fornisce alcuna spiegazione causale. Inoltre, studi specialistici hanno considerato che, di fatto, sentimenti positivi come empatia, affetto e amore non possono essere classificati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico, nonostante essi siano rivolti ad un personaggio ambiguo. Durante la stesura della quinta edizione del DSM</span><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5">, gli esperti hanno valutato l’inserimento della sindrome di Stoccolma in una sezione specifica del manuale. Hanno poi stabilito che, nonostante la denominazione e la descrizione di essa come condizione psicologica, in realtà non presenti i requisiti necessari e indispensabili per essere considerata quale patologia clinica, ovvero malattia psichiatrica. Dunque, in mancanza di studi scientifici sull’argomento e non rientrando tra le condizioni psichiatriche, non vi sono criteri validati per poter formulare una diagnosi vera e propria e n</span><span class="fs11lh1-5 cf2">on esiste alcun piano terapeutico specifico per chi soffre della sindrome di Stoccolma; gli esperti del comportamento umano ritengono essenziale il tempo e il supporto, l’affetto e la presenza della rete familiare e sociale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">1.2. </b><b class="fs11lh1-5">La rapina alla Sveriges Kreditbanken</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Nils Bejerot coniò il termine “sindrome di Stoccolma” in seguito ad un fatto di cronaca che sviluppò in lui, e nell’opinione pubblica, un grande interesse.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Svezia, 23 agosto 1973, ore 10:15. Jan Erik Olsson, 32 anni, in permesso dal carcere della capitale svedese dove era detenuto per furto, tentò di rapinare la Sveriges Kreditbanken. Armato di mitra, entrò in banca e sequestrò nella camera di sicurezza quattro persone: la cassiera Elisabeth, 21 anni, la stenografa Kristin, 23 anni, Brigitte, 31 anni, impiegata, e Sven, 25 anni, assunto da pochi giorni. Come prima cosa richiese alle forze dell’ordine di essere affiancato da Clark Olofsson, 26 anni, uno dei più noti criminali svedesi del momento. Successivamente, Olsson diede inizio al suo piano esclamando: «La festa è solo all’inizio!». Mentre le forze dell’ordine tentavano di negoziare il rilascio degli ostaggi, all’interno della banca iniziarono a crearsi particolari relazioni e rapporti di affetto reciproco tra sequestratori e vittime, uniti dalla volontà di proteggersi a vicenda. Il sequestro terminò cinque giorni dopo, il 28 agosto 1973, senza utilizzo di forza da parte della polizia, con la desistita pacifica dei rapitori e il rilascio delle vittime incolumi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Questo fatto rappresenta il primo avvenimento di cronaca nera a essere diffuso dalle televisioni in tutta la Svezia e il primo caso in cui le vittime dimostrarono un atteggiamento totalmente imprevisto. Una volta rilasciate, dopo oltre centotrenta ore di sequestro, esse vennero supportate a livello psicologico. Dai colloqui svolti con i terapisti e i medici, emerse quanto loro temessero maggiormente l'azione della polizia che i loro sequestratori, in quanto essi non avevano adottato comportamenti violenti. Ciò si evince dalle parole dell’ostaggio Kristin in collegamento con gli agenti all’esterno della banca: «Lo capite che non ho paura di Clark e di quell’altro tizio, lo capite che ho solo paura della polizia? Ci crediate o no noi qui non stiamo male». Sostanzialmente, nei confronti dei delinquenti provavano un sentimento positivo, di gratitudine, in quanto avevano “restituito loro la vita”. &nbsp;Inoltre, dichiararono di continuare a manifestare simpatia e affetto verso di loro, tanto da recarsi in carcere a fargli visita. Addirittura, una delle impiegate divorziò dal marito per potersi sposare con uno dei due rapinatori. Dalla prigione Olsson disse: «La colpa è degli ostaggi. Facevano tutto quello che dicevo. Se si fossero ribellati, forse non sarei qui. Perché nessuno di loro mi è saltato addosso? Hanno fatto in modo che uccidere fosse difficile. Ci hanno fatto vivere insieme giorno dopo giorno, come capre, in quella sporcizia. L’unica cosa da fare era conoscersi». Oggi, ancora, racconta in modo positivo il rapporto con le vittime: «Gli ostaggi mi erano sempre più o meno vicini, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia avrebbe potuto intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre».</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">1.3. </b><b class="fs11lh1-5">Casistica</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">A partire dai primi anni Settanta, con la coniazione del neologismo, è stato possibile attribuire diverse vicende alla sindrome di Stoccolma. Di seguito, ne verranno analizzate alcune.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5 cf3">Il 4 febbraio 1974, la ricca ereditiera </span><span class="fs11lh1-5 cf4">Patricia Campbell Hearst fu rapita </span><span class="fs11lh1-5 cf3">nel suo appartamento situato a Berkeley, in California, dai membri del Symbionese Liberation Army</span><span class="fs11lh1-5 cf3">[2]</span><span class="fs11lh1-5 cf3">. I rapitori, tre giorni dopo, scrissero una lettera definendo la ragazza una prigioniera di guerra; allegata al testo c'era una carta di credito di Patricia. Fra le condizioni poste vi era quella che tutti i messaggi fossero resi pubblici attraverso i media. Cinque giorni dopo chiesero un riscatto di 400 milioni di dollari, che dovevano essere distribuiti ai bisognosi delle strade californiane. Il 3 aprile la famiglia ricevette un'altra comunicazione tramite un nastro, in cui si sentiva la voce registrata della donna che affermava: «Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell'Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare».</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il 10 giugno del 1991, in California, l’undicenne Jaycee Dugard fu rapita e tenuta prigioniera per diciotto anni da Philip Garrido e sua moglie Nancy. Il lungo sequestro fu segnato da violenze e abusi sessuali dai quali nacquero due figli. Nonostante le condizioni in cui si trovasse, non tentò mai la fuga neppure quando più volte le si presentò l’occasione, partecipando perfino alle attività sociali e alle cene che la famiglia Garrido organizzava con amici.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il 2 marzo 1998, l’austriaca Natascha Kampusch, 10 anni, fu rapita da Wolfgang Přiklopil e tenuta prigioniera per circa otto anni; in questo lasso di tempo, Natascha ebbe più volte occasione di fuggire, ma preferì rimanere col sul rapitore, in quanto, a suo dire, quest'ultimo non le faceva mancare nulla. Decise successivamente di abbandonare il suo sequestratore a causa di un litigio. La ragazza, in una recente intervista ha affermato di essere addirittura dispiaciuta per la morte di Wolfang, avvenuta per suicidio, e ricorda così quell’evento: </span><span class="fs11lh1-5 cf3">«</span><span class="fs11lh1-5 cf4">Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni Settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo</span><span class="fs11lh1-5 cf3">».</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In Italia, famosa fu la storia di Giovanna Amati, pilota automobilistica, figlia dell'industriale cinematografico Giovanni Amati e dell'attrice Anna Maria Pancani. La donna fu sequestrata nella villa di famiglia nel febbraio 1978. Il padre, dopo svariate trattative, pagò un riscatto di 800 milioni di lire e la figlia fu liberata il successivo 27 aprile. Si sostiene che, durante la prigionia, la Amati si fosse invaghita di uno dei suoi rapitori, il marsigliese Jean Daniel Neto, arrestato qualche giorno dopo la liberazione della vittima.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">2. L’interpretazione del fenomeno</b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">2.1. I meccanismi di difesa</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Alcuni studiosi adottano una chiave di lettura di tipo psicoanalitico, sostenendo che il legame affettivo patologico, tipico della sindrome, rappresenti una risposta di difesa inconscia al traumatismo e non una scelta razionale per permettere alla vittima di mettersi in salvo. Per sua caratteristica, in situazioni negative e ostili, nella mente umana si attivano i cosiddetti “meccanismi di difesa” per fronteggiare l’evento con la minima sofferenza possibile. I processi che permettono l’attivazione di questa difesa sono di natura inconscia. Il primo che trattò questo argomento fu Sigmund Freud, uno dei padri della moderna psicologia e fondatore della psicanalisi, nel suo saggio </span><i class="fs11lh1-5">Le neuropsicosi da difesa</i><span class="fs11lh1-5"> (1894).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Al fine di comprendere al meglio i meccanismi di difesa, nonché il pensiero di Freud, è doveroso descrivere la teoria del </span><i class="fs11lh1-5">modello strutturale</i><span class="fs11lh1-5"> della personalità formulata dallo stesso nel 1922. &nbsp;In seguito al </span><i class="fs11lh1-5">modello topografico,</i><span class="fs11lh1-5"> secondo il quale l’apparato psichico è diviso in tre sistemi, </span><i class="fs11lh1-5">conscio</i><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">preconscio</i><span class="fs11lh1-5"> e </span><i class="fs11lh1-5">inconscio</i><span class="fs11lh1-5">, Freud sostiene che l’apparato psichico sia formato da tre </span><i class="fs11lh1-5">istanze</i><span class="fs11lh1-5"> o </span><i class="fs11lh1-5">strutture</i><span class="fs11lh1-5">:</span></div><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5">L’</span><i class="fs11lh1-5">Es</i><span class="fs11lh1-5"> corrisponde all’inconscio, è la parte primitiva e inaccessibile della mente umana contenente gli istinti, le pulsioni, le emozioni represse, i desideri, è infatti governata dal principio del piacere.</span><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> Questa struttura è &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;perennemente in conflitto con le altre, l’Io e il Super-io.</span></li><li>L’<i>Io</i><span class="fs11lh1-5"> è l’istanza centrale che regola il passaggio dei contenuti inconsci alla coscienza, decidendo quali possono accedervi perché accettati socialmente e quali, invece, sono vietati in quanto immorali, devianti o dolorosi per se stessi. La sua funzione è, quindi, il mantenimento di un equilibrio tra Es e Super-Io. L’assenza di tale equilibrio comporta la manifestazione di un sentimento di angoscia che l’Io, appunto, cerca di moderare ricorrendo ai meccanismi di difesa. L’Io è governato dal principio di realtà.</span><sup><sup>[4]</sup></sup></li><li>Il<i><span class="cf1"> </span></i><i>Super-Io </i><span class="fs11lh1-5">corrisponde alla coscienza morale, all’etica. Rappresenta le norme sociali, quindi ciò che è socialmente corretto.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Lo sviluppo delle istanze psichiche e dei meccanismi di difesa è individuale, varia da soggetto a soggetto nel corso della vita e dipende da molti fattori: genetici, familiari, ambientali, esperienziali, educativi, culturali. Di seguito si elencano alcuni tra i più conosciuti meccanismi di difesa freudiani.</span><br><ul type="square"><li><i class="fs11lh1-5">Rimozione</i><span class="fs11lh1-5">:</span><i class="fs11lh1-5"> </i><span class="fs11lh1-5">l’Io</span><i class="fs11lh1-5"> </i><span class="fs11lh1-5">sposta a livello inconscio contenuti mentali inaccettabili, non sopportabili o che procurerebbero troppo dolore, impedendo a loro di accedere alla coscienza, così da evitare sofferenze. Tali contenuti, ad eccezione di casi particolari che fungono da stimolo, oppure attraverso specifiche terapie ipnotiche, non potranno più comparire consciamente in quanto completamente rimossi. Tuttavia, non vengono totalmente cancellati dalla mente, ma esiliati nell’inconscio.</span></li><li><i>Spostamento</i><span class="fs11lh1-5">: il soggetto rimanda temporaneamente un pensiero che lo turba. Esso non viene cancellato o &nbsp;&nbsp;rimosso ma momentaneamente tralasciato per essere affrontato quando l’individuo si sentirà pronto. Altra manifestazione di questo meccanismo è lo spostamento della pulsione da un oggetto a un altro che lo sostituisce e che è</span><span class="cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">socialmente accettabile.</span></li><li><i>Scissione</i><span class="fs11lh1-5">: si intende un meccanismo deleterio secondo cui il soggetto scinde, separa nettamente il mondo in due parti, ciò che è buono e ciò che è cattivo. Non riesce a comprendere che all’interno di ogni contesto, ogni avvenimento, ogni persona, coesistono aspetti positivi e negativi.</span></li><li><i>Proiezione</i><span class="fs11lh1-5">: il soggetto proietta i suoi contenuti mentali ed emotivi inaccettabili che lo turbano o che rifiuta verso l’esterno, specialmente verso altre persone. L’Io proietta nella realtà esterna i contenuti minacciosi della propria realtà interna.</span></li><li><i>Negazione</i><span class="fs11lh1-5">: l’individuo, pur esprimendo un desiderio, un pensiero, un sentimento rimosso fino a quel momento, continua a difendersi da esso negando che gli appartenga.</span><sup><sup>[5]</sup></sup></li><li><i>Isolamento</i><span class="fs11lh1-5">: quando il pensiero o il comportamento</span><span class="cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">vengono privati delle loro connessioni con altri pensieri e comportamenti.</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">L’Io intende allontanarsi da contenuti conflittuali, eliminando le connessioni associative con altri contenuti collegabili ad un certo pensiero o comportamento.</span></li><li><i>Conversione dell’opposto</i><span class="fs11lh1-5">: processo che tramuta la meta pulsionale nel suo opposto. Un esempio lampante è il caso dell’identificazione con l’aggressore.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Di fronte alla privazione della libertà e alla sottomissione, nella vittima scaturiscono meccanismi di difesa volti a proteggere il sé. Quando il sé è minacciato, l’Io deve adattarsi e permettere il corretto funzionamento della personalità anche durante esperienze dolorose o di forte stress. Ogni meccanismo di difesa elencato precedentemente può essere osservato all’interno di una dinamica di relazioni che coinvolgono autore di reato, vittima e vari personaggi connessi alla vicenda. È possibile affermare che i meccanismi maggiormente riconducibili alla sindrome di Stoccolma sono due: la rimozione e la conversione dell’opposto, ai quali si aggiunge un altro concetto espresso nella teoria psicoanalitica, ovvero la regressione ad uno stato infantile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella regressione, la priorità della conservazione mette in atto funzioni istintive di carattere infantile, così il sentimento reattivo della vittima si concretizza in un atteggiamento volto a provocare protezione e cura nei confronti del persecutore. Questo meccanismo è strettamente legato alla sottomissione in cui si trova l’ostaggio che si sente simile a un neonato, completamente dipendente per i bisogni primari al suo carnefice. Egli, attraverso comportamenti meno maturi, cerca di suscitare nel secondo sentimenti di pietà e compassione che lo spingano ad offrirgli sempre le cure necessarie. Si fa riferimento alla figura del neonato, e non a quella di un bambino di quattro o cinque anni, proprio per sottolineare lo stato di dipendenza estrema e il sentimento di paura che prova la vittima verso il mondo esterno identificato nelle forze dell’ordine e verso una possibile separazione dal “genitore” rappresentato dal delinquente. Questo processo nasce, quindi, dalla consapevolezza di essere letteralmente nelle mani dell’altro, da cui deriva il comportamento finalizzato a ricevere cura e protezione da parte del sequestratore che diventa una sorta di caregiver.</span><sup><sup>[6]</sup></sup></div><div><span class="fs11lh1-5">La conversione dell’opposto, ovvero l’identificazione con l’aggressore, permette che la natura ostile del persecutore venga distorta, accettando psicologicamente ciò che egli compie senza soccombere. Si tratta di un meccanismo di difesa assunto dall’Io per proteggere se stesso dalle figure autoritarie che gli provocano ansia. L’ostaggio si immedesima nell’altro per superare l’avversione nei suoi confronti e tollerare la situazione, inizia a condividere il medesimo punto di vista, accettando più serenamente la privazione della propria libertà e la dipendenza da un’altra persona.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.2. La dipendenza affettiva</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcuni studiosi ritengono che il legame sviluppatosi tra vittima e carnefice abbia alla base uno stato di dipendenza concreta. Gli individui sequestrati dipendono totalmente dai loro sequestratori</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">non solo perché la loro possibilità di vivere è nelle mani del delinquente, ma anche perché esso provvede ai loro bisogni primari, fornendo tutto ciò che è essenziale per la loro sopravvivenza. Questa dipendenza affettiva, come esposto precedentemente, si manifesta maggiormente in soggetti “predisposti”, spesso in relazione ad una personalità disturbata e debole.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In un’ottica psicologica-clinica appare interessante indagare gli stili di attaccamento e i profili comportamentali dei soggetti che hanno vissuto lo stato di identificazione vittima-carnefice, alla luce dei modelli di attaccamento infantile. Tale concetto è espresso dallo psichiatra John Bowlby nella teoria dell’attaccamento, in relazione alle motivazioni intrinseche che legano il bambino ad una figura primaria. “Il bambino è il padre dell’adulto”: ciò che l’adulto è oggi, è il risultato di esperienze e di relazioni vissute durate l’infanzia e l’adolescenza all’interno del proprio ambiente di vita, con figure parentali e di riferimento. Ciò che si sviluppa nei primi anni di vita, la tipologia di relazioni che si instaurano, determinano lo sviluppo in una direzione normale e adatta oppure negativa e deviante. Bowlby, con il termine “attaccamento”, indica il legame affettivo-emotivo che si sviluppa a partire dai primi mesi di vita tra il bambino e il caregiver. Il fanciullo non cerca la sua figura di riferimento, di norma la madre, unicamente per il nutrimento, ma vuole il legame, o meglio l’attaccamento a lei, motivato dalla ricerca di protezione, di calore e di affetto. Le ragioni che spingono il minore verso il suo caregiver sono comuni in tutti i bambini, ma ciò che assume caratteristiche di variabilità è la risposta da parte della figura di riferimento. Bowlby individuò quattro tipi di attaccamento:</span><br><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5"><i>sicuro</i>, ovvero stabile ed equilibrato, basato sull’amore, indice di uno sviluppo adattativo sicuro e con relazioni affettive stabili;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>insicuro-evitante</i>, fondato sull’evitazione del fanciullo da parte dell’adulto e su uno stato di insicurezza e sfiducia, stati d’animo che andrà poi a sviluppare nel corso della vita;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>insicuro-ambivalente</i>, in cui si presenta un’ambivalenza tra i sentimenti di amore e odio. Il caregiver alterna momenti in cui ama il bambino a momenti in cui lo rifiuta. Nello sviluppo della propria personalità, il soggetto interiorizzerà questa scissione, reiterandola nelle relazioni adulte;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>disorganizzato</i>, ovvero un attaccamento traumatico basato su maltrattamenti e violenze. Da adulto, il soggetto potrebbe manifestare il meccanismo di identificazione con l’aggressore e, quindi, riproporre su altri ciò che lui, in primis, ha vissuto.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Gli adulti ripropongono le relazioni interiorizzate nell’infanzia grazie a modelli operativi interni</span><sup><sup>[7]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> che riguardano il modo più probabile in cui ciascuno risponde all’altro con il variare delle condizioni ambientali. Tali rappresentazioni mentali sono quelle che indicano le modalità di comportamento in quelle situazioni in cui un soggetto si prende cura di un altro. L’elemento di continuità delle relazioni non è dato semplicemente dalla riproposizione di quelle relazioni che hanno caratterizzato l’infanzia del genitore, ma soprattutto dal modo in cui l’adulto le ha rielaborate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In seguito alla somministrazione dell’“Adult Attachment Interview”</span><sup><sup>[8]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">, gli psicologi Mary Main e Ruth Goldwyn identificarono diverse classificazioni principali di attaccamento nell’adulto:</span><br><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5"><i>soggetti autonomi o sicuri</i>, quando la relazione è positiva;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>soggetti distanzianti</i>, quando tendono a minimizzare le proprie relazioni;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>soggetti preoccupati</i>, quando mostrano preoccupazione, rabbia o passività nella relazione;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><i>soggetti irrisolti-disorganizzati</i>, ovvero coloro che hanno avuto esperienze traumatiche.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Proprio quest’ultima categoria, correlata a diversi fattori quali il contesto familiare e sociale, lo spazio di vita, la cultura in cui si evolve la relazione, potrebbe includere quei soggetti che ripropongono il trauma subìto come sindrome di Stoccolma.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.3. L’istinto di sopravvivenza</b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3">La sindrome di Stoccolma aumenta le possibilità di sopravvivenza della vittima, in quanto i sentimenti di simpatia, affetto e riconoscenza provati nei confronti del sequestratore, lusingano e gratificano quest’ultimo, inducendolo a adottare un comportamento sicuramente più umano rispetto a quanto mostrerebbe se l’ostaggio si presentasse ostile e minaccioso. Questo meccanismo si è rivelato molto utile per l’elaborazione di </span><span class="fs11lh1-5">specifiche misure preventive adottabili dalle vittime, previa informazione della natura e del grado di rischio associato a determinate reazioni e risposte in situazioni di contatto diretto col carnefice, e dalle forze di polizia, al fine garantire una risoluzione positiva dei sequestri. Infatti, i negoziatori, in situazioni critiche, tendono a creare legami emotivi positivi tra il sequestrato e il sequestratore tramite atti finalizzati a far emergere il loro lato umano, quali, ad esempio, richiedere un controllo della salute della vittima o permettergli di parlare al telefono, ricordando indirettamente al sequestratore che egli ha la responsabilità degli ostaggi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, questa tecnica rappresenta un’arma a doppio taglio: se ci si lascia sopraffare dai sentimenti, sviluppando la sindrome di Stoccolma, essa ostacolerà il lavoro della polizia. La vittima, in balia di questa condizione psicologica, potrebbe non seguire gli ordini della polizia o avvertire i rapitori prima o durante un assalto,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">oppure nascondere informazioni cruciali, il tutto per impedire che vengano arrestati. Per tale motivo, le autorità non devono assolutamente fidarsi dell’ostaggio. Per la cronaca, non sono rari i casi in cui, una volta liberate, le vittime continuino a non collaborare con la polizia oppure testimonino in favore dei propri sequestratori. In alcune circostanze, le vittime hanno persino dato vita a delle raccolte firme per la difesa di chi li ha sequestrati. Nonostante tutto, un ostaggio ostile o inaffidabile, ovvero un testimone non collaborante, rappresentano comunque un ostaggio e un testimone in vita.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">3. E se le parti si invertissero?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli esperti descrivono la sindrome di Stoccolma come una tipologia di legame traumatico, un legame nato tra due persone in cui una di queste gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, la quale diviene vittima di atteggiamenti aggressivi e depersonalizzanti. Il sequestratore assume, quindi, una posizione dominante nei confronti del sequestrato, privandolo della sua libertà fisica e psicologica. Ma è possibile che avvenga l’esatto opposto?</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.1. Il sequestro all’Ambasciata giapponese in Perù</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 17 dicembre 1996, a Lima, Perù, un commando del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, guidato da Nestor Cerpa Cartolini, fece irruzione nella residenza dell'ambasciatore giapponese mentre erano in corso i festeggiamenti per il compleanno dell'Imperatore, prendendo in ostaggio centinaia di diplomatici di alto livello, funzionari governativi militari e dirigenti d'azienda. Le donne e gli anziani furono rilasciati la sera stessa. Successivamente, il commando pubblicò un comunicato rivendicando l'azione e minacciando di uccidere gli ostaggi qualora fossero state messe in atto operazioni di assalto alla residenza da parte delle forze dell'ordine. Dopo centoventisei giorni di sequestro, il 22 aprile 1997, i soldati assaltarono l’abitazione, ponendo fine all'occupazione. Gli ostaggi, durante gli interrogatori, sostennero che, nel corso del sequestro, la condotta dei delinquenti fu sempre improntata al rispetto dell’integrità umana: non vi furono esperienze negative o maltrattamenti, percosse, abusi, violenze fisiche e psicologiche. Addirittura, dato il legame positivo che i sequestratori avevano instaurato con gli ostaggi, alcuni di essi chiesero l'autografo a Nestor Cerpa Cartolini.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.2. La sindrome di Lima</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Da questo evento prende il nome la cosiddetta “sindrome di Lima”, una situazione in cui i sequestratori si assoggettano alle richieste delle vittime, tanto da arrivare a liberarle senza richiedere alcun riscatto. Si sviluppa, quindi, un legame basato sull’empatia, ossia la capacità di comprendere gli stati emotivi degli altri, di "mettersi nei panni dell'altro". In pratica, siamo capaci di simulare in noi lo stato d’animo delle altre persone e immaginarci cosa faremmo se fossimo al loro posto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infatti, in alcuni casi, l’autore del reato finisce per identificarsi con la vittima. Quanto più essa riesce a farsi riconoscere nella sua identità, tanto più risulta difficile per il delinquente farle del male. È stato provato che la maggioranza degli individui fatica ad attuare violenze fisiche, verbali o psicologiche su altri individui, a meno che essi non restino anonimi. Come nella sindrome di Stoccolma, anche in questo caso siamo in presenza di una situazione paradossale in cui si delineano alcuni atteggiamenti tipici nella figura del sequestratore, il quale:</span></div><div><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5">non &nbsp;utilizza violenza;</span></li><li>concede determinate libertà o, addirittura, permette alla vittima di liberarsi;</li><li>mostra preoccupazione per lo stato fisico ed emotivo del sequestrato;</li><li>stabilisce una comunicazione diretta e intima su vari argomenti;</li><li>condivide suoi dati personali, come, ad esempio, esperienze passate, ricordi della sua infanzia, desideri ecc.;</li><li>promette alla vittima protezione;</li><li>in alcuni casi, si sente attratto dalla vittima.</li></ul><span class="fs11lh1-5">Per comprendere la sindrome di Lima, è necessario fare riferimento a due fattori: il mondo interiore del sequestratore e il contesto in cui si verifica il sequestro. Qualsiasi spiegazione che consideri questi fattori svincolati tra loro sarebbe troppo riduttiva. Possono presentarsi svariate ragioni per cui il sequestratore si trovi in quella situazione: l’appartenenza a un gruppo che lo ha costretto a commettere il rapimento; il disaccordo con le modalità in cui sta avvenendo il sequestro; l’essere costretto a trattenere la vittima a causa di un ricatto, un dramma familiare, una grave situazione economica; la consapevolezza che potrebbe non uscirne vivo. Alcuni studiosi ritengono che questo atteggiamento possa essere una manifestazione del forte senso di colpa che assale chi sta commettendo un reato ai danni di una persona, oppure un segno di gratitudine</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">probabilmente scaturito da un inconscio desiderio di affetto e rispetto per la collaborazione ricevuta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella mente del carnefice scatta un processo di trasformazione da delinquente a salvatore, che lo spinge a comportarsi come se non fosse lui l’autore della privazione della libertà della vittima. Egli instaura con quest’ultima un rapporto empatico di protezione e accudimento, cercando di metterla, per quanto possibile, a suo agio, evitandole violenze o stati di malessere psichico e occupandosi dei suoi bisogni primari quali igiene e nutrimento. In taluni casi, come nella sindrome opposta, anche questo legame può sfociare in un significativo sentimento di affetto o amore, portando il sequestratore ad adottare comportamenti seduttivi o di corteggiamento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È possibile affermare che la sindrome di Lima sia legata a una condizione dell’essere umano, come la creazione e l’instaurazione di legami interpersonali, anche in condizioni limite come quella del sequestro di persona.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.3. Cervelli connessi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo aver trattato di legame empatico, risulta necessario argomentare su come si innesca la relazione e su quali basi si fonda la dipendenza da essa. Su questo fronte, le scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni e la visione neurosociologica dei processi di socializzazione possono fornire interessanti e plausibili ipotesi. La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Essa utilizza strumenti di analisi ed intervento sociologici supportati dalle conoscenze neuroscientifiche (Blanco,2015). Grazie ai loro imponenti progressi, derivanti da nuove tecniche e tecnologie di indagine del cervello umano, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo la neuroscienza ha iniziato a rispondere ai primi quesiti riguardanti le relazioni sociali, facendo emergere nuove branche delle scienze umane e sociali chiamate “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”. Alla base di queste discipline vi è il concetto che il cervello è “progettato” per essere sociale. Non è più utile studiare unicamente il singolo individuo con le proprie caratteristiche, ma è assolutamente necessario osservare l’essere umano all’interno del suo ambiente sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con l’espressione “cervello sociale” si intende la nostra capacità di connetterci in modo automatico ed inconscio con il cervello di altre persone ogni volta che interagiamo con esse, anche solo per un istante. Questo avviene perché possediamo delle strutture nervose il cui compito è quello di garantire le interazioni con l’“altro diverso da noi” e l’instaurarsi di relazioni sociali che sono l’”arma” di sopravvivenza più importante per la nostra specie (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nello specifico, nel nostro cervello è presente una speciale classe di neuroni chiamati </span><i class="fs11lh1-5">neuroni</i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5">specchio</i><span class="fs11lh1-5"> che sono stati scoperti per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori</span><sup><sup>[9]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">all’Università di Parma. I neuroni specchio sono speciali neuroni che sono al contempo neuroni motori e neuroni sensoriali. Quando si attivano trasmettono i loro impulsi alla corteccia motoria</span><sup><sup>[10]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> e, principalmente, codificano insieme percezione e azione. Si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato, cioè avente uno scopo, e allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. I primi esperimenti fatti sulle scimmie prevedevano esercizi di afferramento, prensione, manipolazione e spostamento di oggetti. I risultati furono che il 20% dei neuroni di una porzione della corteccia cerebrale premotoria, denominata F5</span><sup><sup>[11]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">, si attivava sia quando la scimmia eseguiva determinati atti motori, sia quando osservava gli sperimentatori eseguire i medesimi atti motori. Pertanto, i neuroni specchio rispondevano anche ad azioni osservate, purché avessero un significato per la scimmia. La differenza con l’uomo risiede nel fatto che questi particolari neuroni, nell’uomo, si attivano anche quando l’atto motorio non è finalizzato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo numerose critiche, Marco Iacoboni e la sua equipe ripresero gli studi sui neuroni specchio, chiamati anche “mirror”, in modo più approfondito. Analizzando ventuno malati volontari affetti da grave epilessia, assodarono definitivamente le proprietà dei neuroni specchio già osservate da Rizzolatti e colleghi nelle scimmie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In sostanza, i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui ma anche di anticiparle. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. Inoltre, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sentiamo aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla nostra dove non vediamo l’esecutore di quell’atto motorio, i nostri neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessimo compiendo noi stessi. Con i medesimi meccanismi, in noi viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vediamo ma che sentiamo ridere, piangere o urlare dal dolore (Blanco, 2015). I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria. Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti. Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni. Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. Questo il motivo per cui se un soggetto osserva un altro soggetto triste, i neuroni specchio relativi ai muscoli del volto dell’osservatore si attivano come quando egli stesso prova un sentimento di tristezza. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni provate da un nostro simile e condividere con lui la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’empatia è la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria, come ad esempio il personaggio di un film. Il significato etimologico del termine empatia è "sentire dentro". Grazie ad essa, infatti, possiamo relazionarci e condividere le stesse emozioni del nostro interlocutore semplicemente osservandolo o ascoltandolo. Sicuramente il senso che ha maggior rilievo è la vista ma, per esempio, possiamo entrare in empatia con un altro soggetto anche attraverso l’udito, tramite l’intensità, l’intonazione ed il ritmo del parlato. Ricordiamoci che, come detto in precedenza, il cervello è stato “progettato” per essere sociale. Ogni volta che due o più persone interagiscono, anche solo per qualche istante, connettono i loro cervelli. È impossibile non entrare in empatia con gli altri. Addirittura, se le interazioni sono frequenti e si realizza una vera e propria relazione sociale, si innescano dei meccanismi automatici di simulazione incarnata. Con simulazione incarnata si intende la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui ci immedesimiamo e di cui ci appropriamo tanto da farlo nostro. Alla base non vi è alcun ragionamento, ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2018).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">È stato appurato come in situazioni di grave stress gli individui sono predisposti ad instaurare rapporti umani al fine di contrastare le aggressioni esterne. In quest’ottica, il sequestratore, che non maltratta né psicologicamente né fisicamente la sua vittima ma, anzi, condivide le sue stesse ansie, i rischi e le paure, da responsabile dell’azione criminale si tramuta in un alleato per combattere i nuovi eventi stressanti. Lo stesso fenomeno avviene anche nella situazione inversa, a patto che il delinquente non soffra di un disturbo di personalità antisociale</span><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">; in questo caso, non proverebbe alcun senso di colpa e sarebbe pronto ad abusare e persino uccidere i propri prigionieri (Biagini, Zenobi, Vargas, Marasco, 2010). Per evitare di sviluppare questo fenomeno, al fine di preservare l’integrità del piano criminale, gli ideatori del sequestro, che non sempre coincidono con gli autori materiali, raccomandano ai sequestratori “sul campo” di mantenere un atteggiamento rude e violento proponendo un ricambio continuo degli incaricati all’azione, così da evitare lo sviluppo di particolari rapporti con gli ostaggi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Chi sviluppa la sindrome di Stoccolma, anche dopo il rilascio, dimostra tratti tipici di pazienti affetti da disturbo post traumatico da stress. Nelle vittime, infatti, si manifestano problemi psicofisici quali insonnia, incubi, fobie, depressione, trasalimenti improvvisi e flashback in cui esse rivivono l’esperienza traumatica. Seppur consapevoli di soffrire a causa dell’esperienza vissuta, ciò non indica un fattore per provare sentimenti d’odio nei confronti dei sequestratori. Anzi, alcune vittime, anche a distanza di tempo, continuano a nutrire sentimenti positivi nei confronti del loro carnefice, adottando atteggiamenti ostili verso la polizia e la autorità.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È altrettanto importante sottolineare il fatto che, ad oggi, con il termine “sindrome di Stoccolma” non si fa rifermento unicamente ai casi di sequestro, ma anche a quelle particolari situazioni in cui l’individuo è un membro della famiglia. Lo psicologo Joseph Carver, nell’articolo </span><i class="fs11lh1-5">Love and Stockolm Syndrome: the mistery of loving an abuser</i><span class="fs11lh1-5">, afferma che molte donne, così come le vittime di sequestri o abusi, possono vivere tale fenomeno all’interno delle loro relazioni con psicopatici; anche dopo aver sciolto il loro legame, ammettono di amare ancora queste persone o di essere gelose se questi instaurano nuove relazioni amorose (Monzani, 2016). Sviluppano un attaccamento patologico caratterizzato da una forte dipendenza affettiva e si convincono del fatto che i loro aguzzini siano in realtà indispensabili per lo loro sopravvivenza. Tale condizione complica ulteriormente la possibilità e la capacità della vittima di denunciare ciò che le succede e, quindi, portare all’incriminazione del delinquente. Spesso la &nbsp;persona perseguitata si sente incapace di poter instaurare qualsiasi tipo di relazione sana con un altro soggetto e incolpa se stessa di tale condizione. Carver definisce questa percezione distorta della realtà con il termine </span><i class="fs11lh1-5">dissonanza cognitiva</i><span class="fs11lh1-5"> (Monzani, 2016). La combinazione tra sindrome di Stoccolma e dissonanza cognitiva provoca la convinzione che la relazione non solo sia accettabile ma, addirittura, necessaria alla propria sopravvivenza; la vittima sente che se la relazione dovesse finire, crollerebbe mentalmente (Carver, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per aiutare le vittime sarebbe sicuramente necessario studiare un percorso specifico che le accompagni psicologicamente dal momento della denuncia del fatto, durante il processo, fino alla rielaborazione della vicenda al termine del percorso giudiziario. La soluzione più pratica e funzionale è sicuramente l’interruzione di qualsiasi rapporto con il proprio carnefice ma, nella maggior parte dei casi, questo risulta impossibile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b> <div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Biagini V., Zenobi S., Vargas M., Marasco M. (2010), <i>La sindrome di Stoccolma: fenomeno mediatico o patologia psichiatrica?</i>, Rassegna Italiana di Criminologia n° 2/2010.</span></li><li>Blanco M. (2015), <i class="fs11lh1-5">I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente. La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa</i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li>Blanco M. (2018), <i class="fs11lh1-5">Perché ce la prendiamo con le persone amate? Un’ipotesi neurosociologica su un paradosso del comportamento sociale</i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li>Cantor C., Price J. (2007), <i class="fs11lh1-5">Traumatic entrapment, appeasement and complex post- traumatic stress disorder: evolutionary perspectives of hostage reactions, domestic abuse and the Stockholm Syndrome</i><span class="fs11lh1-5">, Australian and New Zealand Journal of Psychiatry.</span></li><li>Carver J. (2016), <i class="fs11lh1-5">Love and Stockolm Syndrome: the mistery of loving an abuser</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 18 aprile 2016.</span></li><li>Ewing C. P., McCann J. T. (2006), <i class="fs11lh1-5">Minds on trial: great cases in law and psychology</i><span class="fs11lh1-5">, Oxford, Oxford University Press US, p. 32.</span></li><li>Falabella M. (2005), <i class="fs11lh1-5">ABC della psicopatologia. Esplorazione, individuazione e cura dei disturbi mentali</i><span class="fs11lh1-5">, Edizioni Magi.</span></li><li>Favaro A., Degortes D., Colombo G., Santonastaso P. (2003), <i class="fs11lh1-5">Il sequestro di persona come evento traumatico: interviste cliniche ad un gruppo di vittime e revisione della letteratura</i><span class="fs11lh1-5">, Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Padova.</span></li><li>Foglia C. (2003), <i class="fs11lh1-5">La “sindrome di Stoccolma”</i><span class="fs11lh1-5">, Associazione Italiana di Psicologia Giuridica.</span></li><li>Franzini L. R., Grossberg J. M. (1996), Comportamenti bizzarri, Astrolabio, Roma.</li><li>Freud A. (1967), <i class="fs11lh1-5">L’Io e i meccanismi di difesa</i><span class="fs11lh1-5">, Martinelli, Firenze.</span></li><li>Giusti G. (1999), <i class="fs11lh1-5">Trattato di Medicina Legale e Scienze Affini, Vol. 4, Parte 10, Psicopatologia forense e criminologia</i><span class="fs11lh1-5">, CEDAM, Padova.</span></li><li>Graham D. L., Rawlings E. I., Ihms K., Latimer D., Foliano J., Thompson A., Suttman K., Farrington M., Hacker R. (1995<i class="fs11lh1-5">), A scale for identifying Stockholm syndrome reactions in young dating women: factor structure, reliability and validity</i><span class="fs11lh1-5">, Violence &amp; Victims, 10.</span></li><li>Gulotta G., Vagaggini M. (1976), <i class="fs11lh1-5">La vittima</i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè, Milano.</span></li><li>Gulotta G., Vagaggini M. (1980), <i class="fs11lh1-5">Dalla parte della vittima</i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè, Milano.</span></li><li>Monzani M. (2016), <i class="fs11lh1-5">Manuale di criminologia</i><span class="fs11lh1-5">, libreriauniversitaria.it.</span></li><li>Namnyak M., Tufton N., Szekely R., Toal M., Worboys S., Sampson E. L. (2008), <i class="fs11lh1-5">Stockholm syndrome: psychiatric diagnosis or urban myth?</i><span class="fs11lh1-5">, Acta Psychiatrica Scandinavica, 117.</span></li><li>Schuetz J. E. (1994), <i class="fs11lh1-5">The logic of women on trial: case studies of popular American trials</i><span class="fs11lh1-5">, Carbondale, SIU Press, p. 161.</span></li><li>Skodol A. E. (2000), <i class="fs11lh1-5"><span class="cf5">Psicopatologia e crimini violenti</span></i><span class="fs11lh1-5 cf5">, Centro Scientifico Editore.</span></li><li>Strenzt T., Ochberg F.M. (1988), <i class="fs11lh1-5">La sindrome di Stoccolma</i><span class="fs11lh1-5"> in Ferracuti F., Bruno F., Giannini M. C., Ferracuti Garutti M., </span><i class="fs11lh1-5">Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense</i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè Editore, Milano.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5"><br></span><b class="fs11lh1-5">Sitografia</b></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Archiviolastampa.it, </span><i class="fs11lh1-5">I Tupac Amaru «regalano» 225 ostaggi. Trattenuti solo quelli che hanno legami con il governo</i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Nina Negron del 24 dicembre 1996</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,9/articleid,0673_01_1996_0353_0009_9174682/</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Corriere.it, </span><i class="fs11lh1-5">Sequestrò Giovanna Amati nel '78, arrestato dopo 22 anni di latitanza</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 24 luglio 2010</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.corriere.it/cronache/10_aprile_24/sequestro-giovanna-amati-daniel-nieto-arresto-marsigliesi_ee90a4a6-4fcd-11df-9c4e-00144f02aabe.shtml</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ilpost.it, </span><i class="fs11lh1-5">La sindrome di Stoccolma</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 23 agosto 2013</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.ilpost.it/2013/08/23/sindrome-di-stoccolma/</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Lamentemeravigliosa.it, </span><i class="fs11lh1-5">Sindrome di Lima: cause e caratteristiche</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 28 gennaio 2021</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://lamenteemeravigliosa.it/sindrome-di-lima-cause-caratteristiche/</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Medicinaonline.co, </span><i class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 2 dicembre 2017</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://medicinaonline.co/2017/12/02/sindrome-di-stoccolma-perche-si-chiama-cosi-ecco-lorigine-del-nome/</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Mypersonaltrainer.it</span><i class="fs11lh1-5">, Sindrome di Stoccolma: cos'è? Cause, sintomi, diagnosi e terapia</i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Antonio Griguolo del 11 maggio 2020</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-stoccolma.html</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Nelfuturo.com, </span><i class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma come stile di attacamento</i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Anna Maria Pacilli del 4 luglio 2016</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.nelfuturo.com/sindrome-di-stoccolma-come-stile-di-attaccamento#</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Nurse24.it, </span><i class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma</i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Francesca Gianfrancesco del 5 maggio 2021</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.nurse24.it/specializzazioni/salute-mentale/sindrome-stoccolma.html</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ricerca.repubblica.it, </span><i class="fs11lh1-5">Lima, assalto all’ambasciata</i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Daniele Mastrogiacomo del 23 aprile 1997</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/04/23/lima-assalto-all-ambasciata.html</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Secoloditalia.it, </span><i class="fs11lh1-5">La “sindrome di Stoccolma” ha 40 anni. Tutto partì da una rapina in banca</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 21 agosto 2013</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://www.secoloditalia.it/2013/08/la-sindrome-di-stoccolma-ha-40-anni-tutto-parti-da-una-rapina-in-banca/</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Tg24.sky.it, </span><i class="fs11lh1-5">Rapina a Stoccolma: la storia vera da cui ha origine l'espressione Sindrome di Stoccolma</i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 20 giugno 2019</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2019/06/20/rapina-a-stoccolma-storia-vera</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Video</b></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Sky TG24, </span><i class="fs11lh1-5">Jaycee Dugard per 18 anni nelle mani di un invasatoù</i></li></ul><i><span class="fs11lh1-5"><br></span></i></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5">[1]</span><span class="fs10lh1-5"> Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici redatto dall'American Psychiatric Association. Nel corso degli anni il manuale è arrivato ora alla 5ª edizione.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[2]</span><span class="fs10lh1-5"> Esercito di Liberazione Simbionese: gruppo di guerriglia urbana, che contava circa una dozzina di membri, noto per l'omicidio del sopraintendente alla scuola di Oakland, Marcus Foster.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[3] Predisposizione a soddisfare immediatamente i propri istinti e le proprie pulsioni primordiali, una gratificazione immediata e impulsiva.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[4]</span><span class="fs10lh1-5"> Gratificazione più matura, ragionata, sensata. Si è in grado di differire la gratificazione dei propri bisogni nel tempo, resistendo e appagandoli quando il momento ed il contesto lo consente.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[5]</span><span class="fs10lh1-5"> Caratteristica principale della vittima negatrice, che non è consapevole di riferire il falso, in quanto crede di affermare il vero perché nega il significato o l’avvenimento del fatto.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[6]</span><span class="fs10lh1-5"> “Colui che si prende cura”</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[7]</span><span class="fs10lh1-5"> Insieme di schemi di rappresentazione interna che costituiscono immagini, emozioni, comportamenti connessi all’interazione tra bambino e caregiver, che diventano ben presto inconsapevoli e tendenzialmente stabili nel tempo.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[8]</span><span class="fs10lh1-5"> Si tratta di un’intervista semi-strutturata per valutare lo stile di attaccamento negli adulti.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[9]</span><span class="fs10lh1-5"> L’equipe di Parma, in quel periodo, era composta da Rizzolatti, Gallese, Fogassi, Fadiga e di Pellegrino.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[10]</span><span class="fs10lh1-5"> Area della corteccia cerebrale che attiva i muscoli.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[11]</span><span class="fs10lh1-5"> L’area 6 di Brodmann è suddivisa in due aree situate nella porzione inferiore della corteccia premotoria: F4 e F5. La lettera “F” sta per “frontale”.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[12]</span><span class="fs10lh1-5"> Disturbo di personalità dominato da “un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta nella fanciullezza o nella prima adolescenza, e continua nell’età adulta” (DSM IV, 2001).</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 09 Jan 2022 23:11:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?carnefici-o-principi-azzurri--i-tanti-volti-della-sindrome-di-stoccolm</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[La revisione europea del processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[Giuseppe Gervasi]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4818d2d3"><div><div class="imTALeft"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/cortue324457.jpg"  width="779" height="584" /><br></div><div class="imTALeft"><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Autore: Avv. Giuseppe Gervasi</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Dopo l’istituto della revisione in generale del processo penale, dei tempi, delle modalità e dei presupposti per richiederla per come disciplinati dagli artt. 630 ss cpp, trattiamo ora la versione “europea” dell'impugnazione straordinaria.</span></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs11lh1-5">Le sentenze della Corte Costituzionale</b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">In argomento, rilevano due importanti pronunciamenti della Corte Costituzionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Con la sentenza n. 113 del 2011, la Corte delle leggi ha dichiarato illegittimo l’art. 630 cpp nella parte in cui non prevede una ulteriore ipotesi di revisione penale, quando ciò risulta necessario per conformarsi ad una decisione definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo. Più precisamente, quando la Corte europea ha condannato con sentenza definitiva lo Stato italiano per violazione di una norma convenzionale in tema di giusto processo penale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">La sentenza additiva della Corte Costituzionale ha in tal modo introdotto una ulteriore ipotesi di ricorso al mezzo straordinario di impugnazione delle sentenze penali passate in giudicato, coniando la nuova figura di revisione più comunemente conosciuta come </span><i class="imTALeft">europea</i><span class="imTALeft">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Con la sentenza n. 210/2013 la Corte delle leggi ritorna in argomento revisione europea del giudicato penale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Chiamate a pronunciarsi sulla legittimità del rigetto, del Tribunale di Spoleto, della richiesta di sostituzione della pena dell’ergastolo con la pena massima di 30 anni del condannato che invocava l’applicazione estensiva degli effetti della sentenza CEDU 17/09/2009 sul caso Scoppola, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che non condivideva quel rigetto, ha invocato l’intervento della Consulta sulla legittimità costituzionale degli artt. 7 e 8 del decreto-legge n. 341 del 2000, ritenendo che queste norme fossero di ostacolo al doveroso accoglimento della richiesta di sostituzione della pena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">L’ordinanza di rimessione della Corte di Cassazione muoveva dal presupposto che la sentenza Scoppola, ritenuta “pilota”, dovesse trovare applicazione anche nei casi, come quello portato alla sua attenzione, che presentassero le medesime caratteristiche, indipendentemente da una pronuncia sul caso concreto da parte della Corte EDU.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Per la Corte Costituzionale, di fronte a pacifiche violazioni convenzionali di carattere oggettivo e generale, già in precedenza stigmatizzate in sede europea, il mancato esperimento del rimedio di cui all’art. 34 CEDU (ricorso individuale) e la conseguente mancanza, sul caso concreto, di una sentenza della Corte EDU, non possono essere di ostacolo ad un intervento dell’ordinamento giuridico italiano, attraverso la giurisdizione e segnatamente con </span><b class="imTALeft">l’incidente di esecuzione</b><span class="imTALeft">, per eliminare una situazione di illegalità convenzionale.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Trattasi di una ulteriore importante apertura alla revisione europea e all'incidente di esecuzione, anche se la sentenza Scoppola non possiede, per la Consulta, diversamente dalle SS.UU., i requisiti della sentenza pilota.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Non tardarono i commenti tesi ad evidenziare la necessità di definire gli esatti confini dell’obbligo di conformazione dell’Italia al dictum della CEDU e l’estensibilità del pronunciato europeo ai casi analoghi non sottoposti alla Corte di Strasburgo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Il tema può essere posto in questi termini: se esiste un diritto generalizzato del condannato in via definitiva di chiedere la revisione della sua condanna a seguito di un pronunciamento favorevole della Corte EDU rispetto ad un caso analogo, oppure se è prodromico, alla revisione, il preventivo ricorso individuale del condannato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">In altri termini, se il ricorso alla Corte EDU, dopo l’esaurimento di tutti i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento italiano, è condizione indispensabile di ammissibilità della successiva istanza di revisione in italia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Il tema dell’estensibilità del rimedio ai casi analoghi involge anche le c.d. </span><i class="imTALeft">sentenze pilota</i><span class="imTALeft">, quelle decisioni extranazionali nelle quali espressamente viene ordinato allo Stato di porre rimedio ai profili di criticità strutturale, da cui discendono ripetute violazioni delle norme convenzionali.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">E’ risaputo come le sentenze pilota assumano espressamente valore anche oltre il singolo caso valutato, fino a determinare il congelamento delle cause simili, in attesa che lo Stato dia esecuzione all’ordine di rimozione dei problemi strutturali segnalati dalla Corte Edu.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">In argomento, nel 2012 si registra un primo intervento nomofilattico della Corte di Cassazione nella sua massima composizione (Sez. Un. 34472 del 19/04/2012, ric. Ercolano), che ha chiarito, all’indomani dell’intervento della Corte Costituzionale, che le decisioni della Corte EDU che evidenziano una situazione di oggettivo contrasto, non correlata in via esclusiva al caso esaminato, della normativa interna sostanziale con la Convenzione EDU, assumono rilevanza anche nei processi diversi da quello nell’ambito del quale è intervenuta la pronunzia della predetta CEDU.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Nel 2014 si registra un ulteriore importante intervento nomofilattico della VI sezione penale, n. 46067 del 23/09/2014, ric. Scandurra, con il quale è stato chiarito che «</span><i class="imTALeft">La nuova ipotesi di revisione introdotta dalla Corte Costituzionale con la sentenza additiva n. 113 del 2011 presuppone che la decisione della Corte Edu, cui sia necessario conformarsi, sia stata resa sulla medesima vicenda oggetto del processo definito con sentenza passata in giudicato, oppure abbia natura di “sentenza pilota” riguardante situazione analoga verificatasi per disfunzioni strutturali o sistematiche all’interno del medesimo ordinamento giuridico</i><span class="imTALeft">» &nbsp;in tal modo riconoscendo l’estensibilità del rimedio della revisione europea in presenza di determinate condizioni.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Nel 2016 e nel 2017 si segnalano due importanti pronunciamenti della prima sezione penale della Cassazione, rispettivamente con la sentenza n. 44193/2016 Dell’Utri e n. 43112/2017 Contrada.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Mentre con la prima sentenza, relativa alla vicenda giudiziale di Marcello Dell’Utri, la Cassazione sembra aver aperto la strada a un possibile utilizzo dello strumento della revisione “europea” anche da parte dei c.d. “fratelli minori” del ricorrente vittorioso a Strasburgo, con la seconda statuizione la Suprema Corte torna sui suoi passi e nega radicalmente che il rimedio delineato dalla Corte costituzionale possa essere applicato al di fuori del singolo caso oggetto di giudizio davanti i giudici europei, individuando nell'incidente di esecuzione, regolato dagli artt. 666 e 670 c.p.p., lo strumento appropriato per l'attuazione di una decisione della Corte Europea dei diritti dell'uomo quando questa non impone la riedizione del processo per violazione dell'art. 6 della Convenzione, realizzabile con lo strumento della "revisione Europea" (Corte cost. n. 113 del 2011), ma la mera rimozione degli effetti pregiudizievoli della condanna, alla quale il giudice dell'esecuzione è senz'altro abilitato fino a quando non si sia esaurito il rapporto esecutivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Sulla scia del pronunciamento del 2017 sul caso Contrada, nel 2019 interviene la &nbsp;V^ sezione penale di Piazza Cavour (sent. 7918 del 22.02.2019) per limitare i casi di ricorso alla revisione europea, anche a fronte di una sentenza c.d. pilota, in assenza di ricorso individuale dell’interessato.</span></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs11lh1-5">Le Sezioni Unite del 2020</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><i class="imTALeft">I principi affermati dalla sentenza della Corte EDU del 14 aprile 2015, Contrada contro Italia, non si estendono nei confronti di coloro che, <b>estranei a quel giudizio</b>, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una sentenza pilota e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata</i><span class="imTALeft"> (Cass. SS.UU. n. 8544/2019 depositata nel 2020).</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">La Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere il ricorso di un soggetto che, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi fino al febbraio del 1994, aveva avanzato istanza di revisione “europea” della propria condanna ai sensi dell’art. 630 c.p.p., come modificato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 113 del 2011, invocando gli effetti estensivi favorevoli della sentenza della Corte Edu sul caso Contrada, che aveva dichiarato illegittima per contrasto con l’art. 7 Cedu la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa riferita a periodi precedenti al 1994.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Per il ricorrente, i principi espressi con la sentenza europea sul caso Bruno Contrada andavano garantiti a tutti colori i quali si trovassero nella stessa situazione dell’ex funzionario di polizia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Investita del ricorso, la sesta sezione della Cassazione – appositamente sollecitata dal ricorrente – riteneva necessario </span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">rimettere la decisione alle Sezioni Unite, perchè le contrastanti pronunce giudiziali, rendevano incerto stabilire se l’obbligo di conformazione di cui all’art. 46 Cedu operasse anche con riferimento a situazioni coperte dal giudicato diverse da quella concretamente valutata dalla Corte europea e, nel caso, a quali condizioni e attraverso quali rimedi processuali ciò potesse avvenire.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le Sezioni Unite hanno rilevato che le estensioni degli effetti di una pronuncia di condanna della Corte europea a casi non specificamente oggetto di giudizio è regolata dall’art. 61 del regolamento della Corte con riguardo alle c.d. sentenze pilota e, ai sensi del comma 9 del medesimo articolo, ai casi in cui la sentenza stessa segnali l’esistenza di un problema strutturale o sistemico all’interno dello Stato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In entrambe queste ipotesi, dunque, l’obbligo di adeguamento trascende sicuramente la posizione del singolo ricorrente e si traduce nell’obbligo di adottare «le misure generali e/o, se del caso, individuali necessarie» in grado di ripristinare le garanzie convenzionali nei confronti di tutti coloro che si trovino nella medesima situazione considerata dalla Corte incompatibile con la Convenzione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La massima espressione della Corte di Cassazione non ha mancato di evidenziare come la stessa giurisprudenza costituzionale italiana ha apertamente riconosciuto una generale portata vincolante tanto alle sentenze pilota della Corte di Strasburgo, quanto a quelle che tendano ad assumere “un valore generale e di principio”.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le Sezioni Unite hanno ritenuto che la sentenza Contrada c. Italia non ha la struttura formale di una sentenza pilota, né contiene l’espresso riconoscimento di una violazione di carattere strutturale o sistemico: essa, infatti, enuncia il giudizio di violazione dell’art. 7 Cedu in termini strettamente individuali rispetto al caso concreto, per di più senza indicare i rimedi adottabili.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Conclusivamente, allo stato i benefici di una pronuncia della Corte Edu avranno efficacia erga omnes e potranno fondare una istanza di revisione europea solo quando la decisione della Corte Edu presenti i caratteri della sentenza pilota oppure individui una violazione strutturale e sistematica delle norme convenzionali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In difetto di tali requisiti decisionali, il condannato in via definitiva che non ha interposto ricorso alla Corte Edu non potrà avvalersi dello strumento della “revisione europea” del giudicato italiano.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Avv. Giuseppe Gervasi</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 13:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La revisione del processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[Giuseppe Gervasi]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4ycq35ak"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/triba14254.jpg"  width="778" height="528" /><br></div><div><br></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Autore: Avv. Giuseppe Gervasi</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">La revisione del processo penale è un mezzo di impugnazione straordinario che può essere esperito in qualsiasi momento contro tutte le sentenze di condanna passate in giudicato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’importanza di un mezzo di impugnazione straordinario contro una sentenza passata in giudicato, si apprezza particolarmente in paesi come l’Italia dove si stimano circa mille errori giudiziari all’anno.</span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5">La disciplina e i casi in cui può essere chiesta la revisione</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Collocato nel </span><span class="imTAJustify">titolo IX relativo alle impugnazioni, l’art. 630 cpp elenca i casi in cui può essere invocata la revisione della sentenza penale di condanna:</span></span></div><div class="imTALeft"><i class="imTAJustify fs11lh1-5">- se i fatti posti a fondamento di una sentenza di condanna o del decreto penale di condanna sono incompatibili con quelli di un'altra sentenza penale o decreto penale di condanna irrevocabile;</i></div><div class="imTALeft"><i class="imTAJustify fs11lh1-5">- se è intervenuta la revoca di una sentenza civile o amministrativa di carattere pregiudiziale che è stata posta a fondamento della sentenza di condanna o del decreto penale di condanna;</i></div><div class="imTALeft"><i class="imTAJustify fs11lh1-5">- se sopravvengono nuove prove che da sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto;</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><i class="imTAJustify">- se viene dimostrato che la condanna è stata pronunciata a seguito di falsità in atti o in giudizio o di un altro fatto che la legge prevede come reato</i><span class="imTAJustify">.</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’art. 631 cpp prevede, a pena di inammissibilità della domanda, che gli elementi fondanti l’invocata revisione siano tali da dimostrare, se provati, che il condannato è meritevole di sentenza di assoluzione (art. 530 c.p.p), di non doversi procedere (art. 529 c.p.p.) o di non doversi procedere per estinzione del reato (art. 531 c.p.p.).</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L'art. 632 cpp individua i soggetti legittimati a proporre il giudizio di revisione:</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">- il condannato o un prossimo congiunto o il tutore; l’erede o un prossimo congiunto nel caso in cui il condannato è deceduto;</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">- il procuratore generale presso la corte di appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza di condanna.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’art. 633 cpp prevede, invece, che la domanda può essere presentata personalmente dall’interessato ovvero dal suo procuratore speciale e deve contenere una dettagliata esposizione delle ragioni che la giustificano e gli eventuali documenti che la corredano.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">In argomento, la giurisprudenza di legittimità ha puntualizzato che l’allegazione non deve necessariamente comprendere vere e proprie prove, essendo sufficienti elementi di prova perchè la nuova prova dovrà essere presentata in fase dibattimentale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’impostazione giurisprudenziale si coordina con l’attuale codice di rito che prevede la facoltà di nominare un difensore di fiducia che, avvalendosi eventualmente anche della collaborazione di investigatori e/o consulenti tecnici, potrà svolgere indagini finalizzate a raccogliere elementi di prova a corredo della domanda di revisione che si intende postulare.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">La domanda e i documenti a sostegno devono essere depositati nella cancelleria della Corte di Appello competente a decidere, individuata ai sensi dell’art. 11 cpp secondo la medesima tabella che disciplina la competenza per i procedimenti che coinvolgono magistrati:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Roma &gt; Perugia &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Perugia &gt; Firenze</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Firenze &gt; Genova &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Genova &gt; Torino</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Torino &gt; Milano </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Milano &gt; Brescia</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Brescia &gt; Venezia </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Venezia &gt; Trento</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Trento &gt; Trieste </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Trieste &gt; Bologna</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Bologna &gt; Ancona </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Ancona &gt; L’Aquila</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">L’Aquila &gt; Campobasso </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Campobasso &gt; Bari</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Bari &gt; Lecce </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Lecce &gt; Potenza</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Potenza &gt; Catanzaro </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Cagliari &gt; Roma</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Palermo &gt; Caltanissetta </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Caltanissetta &gt; Catania</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Catania &gt; Messina </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Messina &gt; Reggio Calabria</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Reggio Calabria &gt; Catanzaro </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Catanzaro &gt; Salerno</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Salerno &gt; Napoli </span><span class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="imTAJustify">Napoli &gt; Roma</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Tale previsione è legata al timore di una eccessiva vicinanza tra il giudice che ha emesso la sentenza e quello che deve valutare la richiesta di revisione. Si è così inteso garantire più efficacemente l'imparzialità del giudizio affidando la revisione ad un giudice di un diverso distretto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Una volta presentata, l’istanza di revisione viene sottoposta ad un primo vaglio di ammissibilità da parte della Corte di Appello, alla quale l’art. 634 cpp attribuisce il potere di verificare preliminarmente se la richiesta è stata proposta fuori delle ipotesi consentite o senza l'osservanza delle disposizioni previste dagli articoli 631, 632, 633, 641 ovvero risulta manifestamente infondata.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">In questi casi, la Corte di Appello anche d’ufficio ne dichiara con ordinanza l'inammissibilità con eventuale condanna dell’istante al pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma da determinarsi tra un minimo di duecentocinquantotto euro ad un massimo di duemilasessantacinque euro.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’ordinanza di inammissibilità della Corte di Appello può essere ricorsa in Cassazione che, in caso di annullamento, rinvia il giudizio ad altra Corte di Appello individuata ai sensi dell’art. 11 cpp.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Se la Corte di Appello stima ammissibile l’istanza, il Presidente emette apposito decreto di citazione a giudizio per lo svolgimento del processo di revisione che, in forza di quanto previsto dall’art. 636 cpp, segue le disposizioni che regolano gli atti preliminari al dibattimento e il dibattimento (Libro VII, Titolo I e II) per quanto compatibili.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Superato il vaglio preliminare di ammissibilità dell’istanza di revisione, la Corte di Appello potrebbe emettere apposita ordinanza di sospensione della pena o della misura di sicurezza in attesa dell’esito del processo di revisione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Il processo di revisione, superato il vaglio di ammissibilità, si concluderà o con sentenza di accoglimento, con pronunciamento della formula assolutoria ritenuta di giustizia e consequenziale revoca della sentenza di condanna; oppure con sentenza di rigetto e contestuale condanna dell’istante al pagamento delle spese processuali (art. 637 c.p.p.).</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">In ogni caso, la dichiarazione di inammissibilità della richiesta o la sentenza di rigetto non precludono all'istante il diritto di presentare una nuova richiesta basata su elementi differenti (art. 641 c.p.p.).</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">La sentenza di accoglimento dell’istanza di revisione facoltizza il soggetto interessato a chiedere che la sentenza sia affissa, per estratto, nel Comune in cui era stata pronunciata la sentenza di condanna e in quello dell'ultima residenza del condannato, ed anche che l'estratto della sentenza sia pubblicato su un giornale da lui stesso indicato (art.642 c.p.p.).</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Le spese per le pubblicazioni vanno a carico della cassa delle ammende.</span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5">La riparazione</b></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L'art. 643 c.p.p. prevede inoltre, per colui che è stato prosciolto a seguito della domanda di revisione, il diritto ad una riparazione commisurata alla durata della pena espiata nonché alle conseguenze personali e familiari che ne sono derivate, salvo che l’interessato non abbia determinato l'errore giudiziario per dolo o colpa grave.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Il diritto alla riparazione si trasmette al coniuge, ai discendenti, agli ascendenti, ai fratelli, alle sorelle e agli affini nell’ipotesi di morte dell’interessato (art. 644 c.p.p.).</span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs11lh1-5">La giurisprudenza di riferimento</b></div><div><ul><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">La richiesta di revisione è ammissibile anche quando la sentenza di condanna sia stata emessa all'esito di </span><b class="imTAJustify">giudizio abbreviato</b><span class="imTAJustify">, senza che sussista alcuna preclusione in capo al condannato di allegare come "prove nuove", idonee ai sensi dell'art. 631, lett. c), cod. proc. pen., mezzi di prova che avrebbe già potuto indicare come integrazione probatoria nella richiesta di giudizio abbreviato </span><span class="imTAJustify">(<b>Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10593 del 8 marzo 2018</b>).</span><br></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Ai fini dell'ammissibilità della richiesta di revisione, possono costituire "prove nuove" ai sensi dell'art. 630, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., quelle che, pur incidendo su un tema già divenuto oggetto di indagine nel corso della cognizione ordinaria, siano fondate su nuove acquisizioni scientifiche e tecniche diverse e innovative, tali da fornire risultati non raggiungibili con le metodiche in precedenza disponibili (</span><span class="imTAJustify"><b>Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10523 del 8 marzo 2018</b>).</span></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">La prova nuova, rilevante ai fini della revoca ex tunc della misura di prevenzione della confisca, ai sensi dell'art. 28, comma primo, lett. a) D.Lgs. 159 del 2011, è solo quella scoperta (anche se preesistente) dopo che la misura è divenuta definitiva, o quella sopravvenuta rispetto alla conclusione del procedimento di prevenzione, essendosi formata dopo di essa, ma non anche quella deducibile, ma non dedotta, nell'ambito del suddetto procedimento (<b>C</b></span><span class="imTAJustify"><b>assazione penale, Sez. V, sentenza n. 28628 del 8 giugno 2017</b>).</span></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">In tema di revisione, nel caso previsto dall'art. 630 comma 1, lett. c), c.p.p., per </span><i class="imTAJustify">prove nuove</i><span class="imTAJustify"> possono intendersi anche quelle che, pur se entrate a far parte del materiale acquisito nel precedente giudizio di cognizione, non siano comunque state oggetto di valutazione, poiché anche in tal caso l'eventuale eliminazione della sentenza di condanna divenuta irrevocabile trae origine non da un riesame critico delle identiche risultanze probatorie, interno al giudicato, ma da una ricostruzione che muove da ciò che anteriormente il giudice non aveva valutato. Inoltre, le prove dedotte in sede di richiesta di revisione non cessano di essere «nuove» per essere stata già esaminate, e disattese, in occasione di precedenti pronunce di inammissibilità: si porrebbe infatti un problema di bis in idem solo se la successiva richiesta si fondi sulle stesse prove già esaminate in tali precedenti pronunce, e non quando ulteriore materiale probatorio sia allegato, insieme al precedente, a sostegno di una nuova domanda di revisione (</span><span class="imTAJustify"><b>Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1155 del 5 agosto 1999</b>).</span></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">In tema di revisione, la sentenza di assoluzione dei coimputati, pronunciata in un separato procedimento, non può essere considerata di per sé “nuova prova”, come tale rilevante a norma dell'art. 630 lett. c) c.p.p. (Nella specie, la Corte non ha riconosciuto la natura di “nuova prova” alla sentenza di assoluzione dei coimputati in quanto fondata sulle stesse fonti di accusa utilizzate per la condanna del ricorrente ed ha escluso che possa essere rivalutata nel giudizio di revisione una prova già presa in considerazione dai giudici della cognizione principale) (</span><span class="imTAJustify"><b>Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 8135 del 28 febbraio 2002</b>).</span></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">La c.d. </span><b class="imTAJustify">revisione europea</b><span class="imTAJustify"> introdotta dalla Corte Costituzionale con la sentenza additiva n. 113 del 2011, presuppone la necessità di conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte Edu, vincolante ai sensi dell'art. 46 della Convenzione: necessità che ricorre quando la sentenza sia stata resa sulla medesima vicenda oggetto del processo definito con sentenza passata in giudicato, oppure quando abbia natura di sentenza pilota, riguardante situazione analoga verificatasi per disfunzioni strutturali o sistematiche all'interno del medesimo ordinamento giuridico, ovvero, ancora, quando abbia accertato una violazione di carattere generale, desumibile dal "dictum" della Corte Edu e ricorra una situazione corrispondente che implichi la riapertura del dibattimento &nbsp;(</span><b class="imTAJustify">Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 21635 del 4 maggio 2017</b><span class="imTAJustify">).</span></span></li></ul></div><div class="imTALeft"><b class="imTARight fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><span class="imTARight fs11lh1-5">Avv. Giuseppe Gervasi</span></div><div><br></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Jan 2021 13:10:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?la-revisione-del-processo-penale</link>
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			<title><![CDATA[Il mistero dell’avvelenamento di Aleksej Navalny ]]></title>
			<author><![CDATA[Harmony Dolciami]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Medicina_legale_e_tossicologia_forense"><![CDATA[Medicina legale e tossicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_k1v3pq78"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/41922450_303.jpg"  width="774" height="436" /><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo i media locali, l'oppositore di Putin, ora attaccato ad un ventilatore e in coma, potrebbe essere stato avvelenato con l’ossibutirrato di sodio, un potente psicodislettico mescolato al tè bevuto da Navalny in aeroporto o in aereo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Che cosa è e che tipo di effetti produce questa sostanza?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni dell’ICS “Maugeri” di Pavia, ha spiegato che si tratta di una sostanza che fa parte dei neurodepressori del sistema nervoso centrale. Essa può causare problemi respiratori, perdita di conoscenza e persino la morte per insufficienza cerebrale-respiratoria. L’ossibutirrato di sodio è usato come depressore del sistema nervoso centrale e viene utilizzato anche come droga, conosciuta con il nome di “droga dello stupro”. Dal punto di vista farmacologico, la molecola provoca significativa sonnolenza e, ad alte dosi, può portare al coma. Nel nostro Paese è comunque utilizzata anche a scopo terapeutico per il trattamento dell’etilismo cronico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ossibutirrato di sodio, può essere facilmente mescolato ad una bevanda perché è insapore e incolore e non ci si accorge della sua aggiunta. Da effetti in tempi molto rapidi e agisce nel giro di un quarto d’ora, massimo venti minuti. Ma se il paziente è assistito con ventilazione, cioè respirazione meccanica, siccome la sostanza viene metabolizzata (e quindi eliminata dal corpo) in 6-8 ore circa, il soggetto può ristabilirsi del tutto. Effetti molto diversi da quelli del polonio, che è invece un veleno molto costoso, difficile da reperire e produrre e i cui effetti sono sempre letali, anche a microdosi, perché, una volta somministrato, uccide per emissione di radiazioni. L’utilizzo del polonio, in casi di avvelenamento doloso, è molto raro, mentre l’ossibutirrato di sodio non è costoso ed è facile da reperire e utilizzare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Harmony Dolciami</span></div><div><b><br></b></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 15:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Captatore informatico: aspetti tecnici e criticità. I nostri dati sono in buone mani?]]></title>
			<author><![CDATA[Antonio Andrea Miriello]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_99w2p2gx"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/troziao58745.png"  width="774" height="242" /><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Con la sentenza n. 26889/2016, detta anche “sentenza Scurato”, le Sezioni Unite della Cassazione si pronunciarono sull’utilizzo dei cosiddetti captatori informatici o trojan di Stato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Due furono i punti di diritto affermati nell’occasione:</span></div><div><ol><li><i class="fs11lh1-5">«Limitatamente ai procedimenti per delitti di criminalità organizzata, è consentita l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni tra presenti - mediante l’installazione di un “captatore informatico” in dispositivi elettronici portatili (ad esempio personal computer, tablet, smartphone, ecc.) &nbsp;- &nbsp;anche nei luoghi di privata dimora ex articolo 614 Codice penale, pure non singolarmente individuati e anche se ivi non si stia svolgendo l’attività criminosa».</i></li><li><i class="fs11lh1-5">«Per reati di criminalità organizzata devono intendersi non solo quelli elencati nell’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, Codice di procedura penale, ma anche quelli comunque facenti capo a un’associazione per delinquere, ex articolo 416 Codice penale, correlata alle attività criminose più diverse, con esclusione del mero concorso di persone nel reato»</i></li></ol><span class="fs11lh1-5">Le Sezioni Unite diedero in tal modo via libera all’uso di spyware del tipo Trojan Horse per scopi intercettivi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si tratta di veri e propri virus informatici che, solitamente, vengono installati da remoto inviando una e-mail o un SMS al bersaglio prescelto (un personal computer, uno smartphone o un tablet), all’insaputa di chi ne fa uso. Una volta completata l’operazione, il suo regista dispone di molteplici opzioni. In particolare:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">il controllo a distanza del dispositivo infettato (l’operatore può servirsene senza limiti, compiendovi ogni tipo di attività);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la visualizzazione di tutte le operazioni compiute dal detentore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la visualizzazione e l’estrazione di tutti i dati contenuti nel dispositivo;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la sua messa fuori uso; l’attivazione del microfono e della webcam del dispositivo e quindi la possibilità di ottenere riprese audio e video. &nbsp;</span></li></ol><span class="fs11lh1-5">In sostanza, l’operatore ha il completo controllo non solo delle attività informatiche compiute dall’utilizzatore del dispositivo ma anche dei suoi movimenti e delle sue comunicazioni. Quasi della sua vita, si potrebbe dire.<br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Il captatore: sviluppo, tecniche di inoculazione e strumenti disponibili a bersaglio infetto</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo sviluppo di tali strumenti è abbastanza libero e aperto, in quanto non esiste una legge che impedisca a un soggetto privato di sviluppare tool del genere. Solamente l’utilizzo non consentito di tali strumenti è sanzionato dalla legge: è un po’ come dire che i soggetti sono autorizzati a costruire fucili ma non sono autorizzati a utilizzarli e di questo, le pregresse vicende avvenute in Italia, insegnano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A fianco allo sviluppo in proprio, possiamo trovarci anche nella situazione in cui determinati soggetti utilizzino codice di terze parti per produrre il proprio strumento, ad esempio quando, per funzionare, necessitano di sfruttare le vulnerabilità dei dispositivi mobili.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Esiste un vero e proprio “black market” in cui possono essere acquistati diversi tipi di vulnerabilità e, in base all’efficacia, il prezzo aumenta: abbiamo visto aziende italiane acquistare vulnerabilità per somme di circa 40 mila euro ed esistono vulnerabilità che vanno oltre il milione di euro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il cosiddetto trojan di Stato è uno strumento investigativo cui nominativo si applica, più che al suo funzionamento, al metodo con cui viene inoculato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’inoculazione del captatore può avvenire principalmente in due modalità:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>da locale</b>: occorre avere la disponibilità del dispositivo e, quindi, viene installato il software direttamente dall’Autorità giudiziaria che dispone le intercettazioni. Oppure, occorre far avere un dispositivo preconfigurato all’origine, da fornire alla persona intercettata. Questa metodologia era più diffusa nel passato, mentre oggi si preferisce tentare l’inoculazione;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>da remoto:</b> tramite l’utilizzo di alcuni escamotage, la persona intercettata viene guidata ad installare sul proprio dispositivo il software che poi prenderà il controllo del dispositivo intercettato.</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">La bontà di un prodotto di installazione da remoto si valuta in base al numero di click che l’utente deve fare sul proprio dispositivo per infettarsi:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "3 Click"</b>: sono i prodotti meno raffinati che richiedono molta interazione con l’utente e, quindi, spesso risultano essere poco efficaci. Il costo medio di questi prodotti rientra nell’ordine di alcune centinaia di euro.</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "2 Click"</b>: sono prodotti di buona fattura che richiedono una media interazione con l’utente e risultano essere efficaci tra il 30 e il 50% dei casi. Il costo medio di questa linea di prodotti rientra nell’ordine di qualche migliaio di euro;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "1 Click"</b>: sono prodotti di ottima fattura che richiedono un’interazione minima con l’utente e risultano essere più efficaci, almeno nel 50% dei casi in cui viene impiegato. Il costo di questi prodotti supera abbondantemente 100 mila euro;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "0 Click</b>: sono prodotti di fattura eccezionale in quanto non richiedono alcuna interazione da parte dell’utente. L’efficacia è pressoché garantita in quanto questi prodotti sfruttano vulnerabilità non note che consentono di prendere il controllo del dispositivo in modalità silente. Prodotti di questa categoria possono costare ben oltre il milione di euro.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Invero, per quello che è il funzionamento dei captatori informatici, <b>spyware</b><b> </b>è il nome che più si adatta e rappresenta le sue potenzialità. Una volta inoculato, lo spyware ha pieno accesso al dispositivo bersaglio sfruttando quelle vulnerabilità di sistema operativo chiamate “zeroday” che sono, in alcuni casi, sconosciute perfino allo sviluppatore dello smartphone stesso. Per pieno accesso al bersaglio, si intende che lo spyware, bypassando anche il problema della crittografia dei dati (o delle chat), visiona tutto il contenuto in chiaro del bersaglio infetto, riesce ad interagire con quelle che sono le componenti hardware del bersaglio stesso, cioè con il circuito del microfono, con quello della fotocamera, quello dei sensori e del GPS. Tuttavia, ancor prima che il captatore abbia pieno accesso alle componenti hardware, esso ha necessità di bypassare protocolli di sicurezza nonché di ottenere privilegi software.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A bersaglio infetto, successivamente alla verifica dell’IMEI, il software finisce di scaricarsi e installarsi, pronto per iniziare a fare data collection.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Generalmente, prima di iniziare a fare attività di data collection, lo spyware crea un’area di memoria crittografata di dimensioni variabili, nella quale confluiscono i dati che, in seguito, verranno "esfiltrati". È difficile infatti che i dati possano essere acquisiti in “tempo reale”, salvo particolari eccezioni. Lo scopo del prodotto è quello di restare invisibile agli occhi dell’utente in quanto un'eccessiva attività del dispositivo, sicuramente farebbe insospettire l’utilizzatore del dispositivo infetto rendendo vano l’uso dello spyware.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I prodotti più evoluti, a differenza di quelli commerciali, tendono a limitare le attività allo stretto necessario anche per preservare, ad esempio, l’utilizzo della batteria. Infatti, se lo spyware consumasse molta energia per esfiltrare i dati, il sistema di protezione Android potrebbe segnalare come attività insolita e potenzialmente sospetta il consumo di energia di una determinata applicazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il consumo di batteria quindi dovrebbe rimanere e non superare il 5% delle risorse totali.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Gestione dei privilegi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">In base al tipo di attività ed al tipo di dati che il software deve esfiltrare, occorre che lo stesso acquisisca determinati tipi di privilegi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La condizione ideale in cui trovarsi, ovviamente è quella di utente con privilegi di root (privilegi di amministrazione completi) del dispositivo. Questo tipo di privilegi non sono consentiti agli utenti del dispositivo al fine di evitare che lo stesso possa bloccarsi a causa di attività non corrette svolte dall’utilizzatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Attraverso i privilegi di root, tutte le attività sopra descritte sono possibili e realizzabili. Tuttavia, esistono moltissimi casi in cui non è possibile acquisire i privilegi di root e, quindi, le attività di estrazione saranno limitate dai privilegi. Ad esempio, è possibile acquisire i file multimediali senza avere i privilegi di root, mentre non sarà possibile acquisire in tempo reale il database delle chat utilizzate dall’utente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un trojan che ottiene pieni privilegi di sistema del dispositivo infetto, ha la potenzialità di eseguire:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione IMEI</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione rubrica</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione lista chiamate</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione SMS</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione dei file multimediali</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione delle posizioni GPS del dispositivo</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione dei dati provenienti dalle Applicazioni</span></li><li><span class="fs11lh1-5">attivazione del microfono e della fotocamera da remoto</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione delle chat in tempo reale</span></li></ul></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Dati investigativi ottenuti a mezzo captatore e instradamento degli stessi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Una volta che i dati vengono raccolti dal dispositivo, vengono spostati nell’area crittografata che il programma spia aveva creato in fase di installazione. Da questo momento in poi, i dati sono pronti per essere esfiltrati. Occorrerà, quindi, programmare il processo di estrapolazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In genere, i dati vengono inviati dal bersaglio al centro di comando e controllo quando il dispositivo risulta, ad esempio, collegato da una rete Wi-Fi. È possibile estrarre i dati anche utilizzando la connessione dell’operatore di telefonia mobile ovvero della scheda SIM contenuta nel dispositivo. Ma, in questo caso, potrebbe rendersi necessario aumentare la soglia dati del target infetto. I dati esfiltrati dovrebbero arrivare crittografati alla stazione di comando e controllo e la chiave di decrittazione degli stessi dovrebbe essere legata all’IMEI del dispositivo intercettato, al fine di garantire la massima riservatezza delle informazioni che vengono collezionate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La mole enorme di dati ottenuti o ottenibili con il captatore, necessitano di essere instradati e trattati al fine di poterli utilizzare. &nbsp;Le case produttrici di molti spyware commerciali (che vengono venduti e acquistati su internet con finalità di parental control), forniscono direttamente delle piattaforme su cui l’investigatore può interagire. Da queste piattaforme client, l’utente si interfaccia con i dati ottenuti e immagazzinati presso un server.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’esempio sottostante è la piattaforma di uno dei più diffusi “spyware” parental control in commercio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/aaaaa.png"  width="773" height="372" /><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Come si può notare, già un prodotto così apparentemente banale ed economico, permette l’accesso a informazioni riservate come la cronologia di navigazione, gli SMS, le chiamate, la posizione, le foto, gli audio in live ovvero l'attivazione e l'ascolto del microfono. Proprio con quest’ultima funzionalità si interfaccia maggiormente l’investigatore, il quale può interagire con il microfono attivandolo e disattivandolo a propria scelta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel caso delle investigazioni operate dalle procure, però, essendo esse organi di Stato, esse non si avvalgono ovviamente di software in commercio reperibili sul web, bensì di software creati da case produttrici di strumenti di captazione-registrazione che, nella gran parte dei casi, sono le medesime che trattano le intercettazioni “classiche” ovvero quelle telefoniche. Aziende come Lutech (RadioTrevisan) nonché Innova, R.C.S. ecc., sono le principali fornitrici degli strumenti di investigazione a mezzo captatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questo potente mezzo investigativo, tuttavia, sta suscitando, proprio in questo periodo storico, una serie di perplessità tecniche e giuridiche, tanto è vero che le più recenti pronunce giurisprudenziali intervengono fissando alcuni criteri di applicabilità e trattamento dei dati captati a mezzo trojan. Il decreto legislativo 216/2017, attuativo della legge delega 103/2017, ha legittimato normativamente il ricorso ai captatori informatici, interpolando il secondo comma dell’articolo 266 Codice di procedura penale, aggiungendovi il nuovo comma 2-bis. Ha modificato, inoltre, il comma 1 dell’articolo 267, così rendendo obbligatoria l’indicazione specifica nel decreto autorizzativo delle ragioni che rendono necessario l’uso del captatore. Il decreto deve inoltre includere, quando autorizza intercettazioni collegate a delitti non compresi tra quelli descritti nei commi 3-bis e 3-quater dell’articolo 51 CVodice di procedura penale, i luoghi e il tempo in cui è consentita la captazione dei segnali vocali mediante l’attivazione del microfono. È stato inoltre aggiunto il nuovo comma 2-bis, applicabile ai casi d’urgenza in cui è il pubblico ministero ad autorizzare interinalmente le intercettazioni tra presenti. La norma gli consente di disporre l’intercettazione mediante l’inserimento di un captatore su un dispositivo elettronico portatile, ma solo nei procedimenti per i delitti indicati nei citati commi dell’articolo 51. È tuttavia imposta al PM una motivazione grave che dia conto dell’impossibilità di procedere per le vie ordinarie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel nuovo testo, l’articolo 89 prevede, infatti, che, in caso di uso del captatore informatico, il verbale delle operazioni indichi il tipo di programma impiegato, il quale deve essere conforme ai requisiti tecnici stabiliti con decreto del Ministro della giustizia, e i luoghi in cui si svolgono le comunicazioni e conversazioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma vi è di più: è stato stabilito che il flusso di dati proveniente dal captatore informatico attivo sul dispositivo bersaglio, deve essere instradato unicamente e direttamente verso le strutture informatiche server della procura che ne ha autorizzato l’utilizzo. Tuttavia, ciò si scontra con il funzionamento intrinseco del captatore il quale necessita di essere eseguito e controllato per il tramite del centro di controllo a cui solo gli sviluppatori del trojan possono avere pienamente accesso, ciò anche per esigenze di segreto aziendale. Solo in seconda battuta, cioè nella fase di scelta della destinazione di memorizzazione, la piattaforma operante può veicolare la registrazione sul server della procura, lasciando però spazio ad alcune lacune tecnico-giuridiche.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Criticità</b></div><div><span class="fs11lh1-5">L'Autorità giudiziaria non vuole far sapere al target che sta operando data collection delle informazioni contenute sul suo dispositivo. Quindi, per evitare di essere identificata come punto di arrivo dei dati esfiltrati, può spostare su uno o più server i pacchetti dei dati in modo da non poter essere identificata come punto di arrivo delle informazioni raccolte. Non è obbligatorio che questa sia la prassi ma, ovviamente, l'AG non potrebbe accettare di poter essere facilmente individuata nel caso in cui l’utente si accorga di essere intercettato. Quindi, i prodotti utilizzati prevedono questi “hoops” su diversi server; le informazioni dell’ultimo server, vengono distrutte e, quindi, rendono irrintracciabile il dato. Domanda: in tutto questo, l'AG o la polizia giudiziaria operante, hanno effettivamente il controllo delle fonti di prova originali o non hanno altro che una replica di quella che è l’interfaccia proprietaria e delle funzionalità della stessa? Su questa enorme problematica si fondano casi giudiziari ben noti alle cronache e alla stampa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Stando a quanto trapelato dai media, negli atti di indagine si afferma che, in maniera del tutto fortuita e casuale, degli operatori di PG si accorsero che, con le credenziali date loro dalla società fornitrice del servizio di intercettazione a mezzo captatore, essi potessero avere accesso ai contenuti di altri procedimenti appartenenti ad altre sezioni di PG in Italia, nonché al contenuto di alcuni dispositivi non soggetti a procedimenti in cui vi era stata autorizzata tale tipologia di intercettazione. E vi è di più: il contenuto non era assolutamente protetto da crittografia e non era immagazzinato nei server della procura bensì in server di AWS, situati negli Stati Uniti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sulla scia di questo caso giudiziario sono diversi i procedimenti in cui le difese hanno sollevato perplessità su violazioni della corretta applicazione di quanto previsto dalle norme vigenti, nonché mancati accessi e verifiche di integrità delle fonti di prova generate dal captatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tutto quanto fin qui affermato, mette in evidenza che, per come concepito, allo stato attuale il captatore è tecnicamente in contrasto con la più importante delle normative che tratta l’acquisizione e la conservazione della prova digitale: la legge 48 del 18 marzo 2008 in ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa, denominata Convenzione di Budapest. Rispetto a questa, il funzionamento e le pratiche messe in atto dal captatore informatico, per come sviluppato non offrono alcuna garanzia tecnico-operativa idonea a rendere verificabile e/o confutabile la prova che si è formata in un procedimento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il percorso di formazione della prova a mezzo captatore inizia già in prima fase con una alterazione volontaria dello status originario del bersaglio: l’inoculazione e l’accesso ai privilegi di root a cui si aggiungono la mancanza di un protocollo di accesso alla prova, la mancanza di file di LOG delle attività, la mancata possibilità, per gli operatori del procedimento, di verificare il flusso dati proveniente dal captatore e gli HASH dei dati generati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">E se alcune criticità fossero, almeno in parte, risolvibili prevedendo dei semplici file di LOG generati durante tutto il periodo di utilizzo del software di captazione informatica?</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Antonio Miriello &amp; Luca Governatori</span></div><div><span class="fs11lh1-5">*Riproduzione riservata*</span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 30 May 2020 14:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bullismo e cyberbullismo: un’analisi psico-criminologica. Dal profilo di personalità agli interventi rieducativi]]></title>
			<author><![CDATA[Monica Chiovini]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_2iq70o71"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/ISF-Chiovini-bullismo.jpg"  width="779" height="446" /><br></div><div><br></div><div>Autore: dr.ssa Monica Chiovini</div><div><span class="fs10lh1-5">Psicologa forense e criminologa</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine <i>bullismo</i> deriva dall’inglese “bullying”, utilizzato per descrivere il fenomeno degli atti aggressivi e delle prepotenze tra pari, ovvero tra soggetti appartenenti alla stessa fascia d’età, all’interno di un gruppo. Per l’appunto, bullismo potrebbe essere equiparato a <i>mobbing</i> in contesto lavorativo. La radice del termine è “mob”, dunque “gruppo”, “folla”, che denota un’azione iniziata e portata avanti da un gruppo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In tempi più recenti, tale definizione è stata ampliata, includendo quale attore di questo brutale comportamento anche il singolo individuo e non solo la banda dei pari. Un tempo, venivano prese in considerazione esclusivamente azioni fisiche e verbali, mentre oggi si profila anche un’importante modalità di violenza psicologica. Quest’ultima, silente e difficilmente identificabile, rappresenta una subdola aggressione agita dal soggetto sulla psiche e sull’autostima della vittima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per meglio comprendere, siamo in presenza di una situazione di bullismo quando si assiste o si subisce un insieme di vessazioni, ovvero di atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o, per lo più, da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, ad esempio sberle, spintoni, pugni e botte, oppure di tipo verbale, come minacce, offese, svalutazioni e insulti pesanti. Oppure, ancora, possono concretizzarsi in forme di abuso psicologico quali umiliazioni, derisioni, discriminazioni, pettegolezzi ed emarginazione. Nella maggior parte dei casi, si denota una concomitanza di tutte le categorie fin qui descritte. L’offesa verbale trascende nell’aggressione fisica e le azioni sono sempre accompagnate da un forte trauma psicologico in seguito al quale la vittima difficilmente riesce a sopravvivere da sola. Le vessazioni del primo tipo, verbali e fisiche, sono chiamate modalità <i>dirette</i>, che sono le più evidenti; al contrario, l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie sui compagni, sono cosiddette modalità <i>indirette</i>, perché sono violenze psicologiche sottili, nascoste e più difficilmente rilevabili. Altro, ma non ultimo, criterio da evidenziare per parlare di bullismo è l’intenzionalità nel danneggiare, nel far del male ovvero nel procurare sofferenza alla vittima, privandola della sua sfera sociale e relazionale. Intenzionalità, oltre che persistenza, frequenza e costanza delle azioni nel tempo, risultano ulteriori aspetti caratteristici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le conseguenze sulla persona designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, disturbi psicologici, abbandono delle relazioni, paura e terrore dell’“altro”, che viene visto come potenziale carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, nei casi estremi, purtroppo non rari, suicidio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In passato, il bullo era tendenzialmente un maschio in età scolare. Ciò non significa che le ragazze sono esenti dall’agire prepotenze e vessazioni contro una loro coetanea benché emerga una significativa differenza nella modalità di azione in base al genere. Nello specifico, i maschi prediligono forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine, oltre che in offese verbali, si producono in azioni di umiliazione dell’immagine della vittima mediante pettegolezzo, dicerie e diffusione di immagini false sulla sua identità. Di recente, però, si sta riscontrando un aumento dei casi di bullismo “al femminile” connotate da aggressioni fisiche e verbali sul modello maschile. Nell’era moderna dei media, di internet, dei social network e degli strumenti informatici, ecco che il fenomeno del bullismo viene sempre più affiancato da nuovi canali attraverso cui si possono realizzare azioni vessatorie. Da tale contesto è nato il cosiddetto <i>cyberbullismo</i>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine “cyberbullismo” (bullismo online), introdotto dal docente canadese Bill Belsey, è un attacco offensivo continuo, reiterato e sistematico operato mediante la rete.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fenomeno, tipico del Terzo millennio, è oggi oggetto di studio e di intervento da parte di psicologi, criminologi, sociologi, giuristi, educatori nonché delle Forze dell’Ordine.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il cyberbullismo prevede azioni indirette di umiliazione nei confronti della vittima attraverso chat, siti web, messaggi sul telefonino, e-mail o per mezzo di videogiochi collegati in simultanea. Se il bullismo si manifesta in un contesto scolastico e di ritrovo del gruppo dei pari, il cyberbullismo viene messo in atto e facilitato dalla maschera, apparentemente protettiva, della rete. Il cyberbullo, non avendo un contatto diretto con il soggetto, acquista maggiore forza e prepotenza e si considera invincibile, illudendosi di non venire mai scoperto dietro ad uno schermo o ad un falso “nickname”. In molti casi, inoltre, subentra una concomitanza di bullismo praticato nel mondo “reale”, ad esempio a scuola, e di cyberbullismo esercitato in rete.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In concreto, le azioni ricorrenti da parte del cyberbullo consistono nel far circolare foto spiacevoli della vittima su internet, inviare e-mail contenenti materiale offensivo, scrivere messaggi minacciosi, anche a sfondo di morte, denigrare la preda sui social network mediante contenuti violenti e volgari. Questi comportamenti denotano una condotta deviante e perseguibile alla cui base troviamo l’inganno e la molestia. Il cyberbullo è privo di senso di colpa; anzi, talvolta emerge in lui una sorta di sadismo nel procurare dolore fisico, emotivo e psicologico ad un coetaneo. Una personalità caratterizzata da un forte disturbo della condotta che può sfociare, successivamente, in un vero e proprio disturbo antisociale e in un’escalation criminale. Scarso sviluppo dell’empatia, menzogna e manipolazione completano il quadro. Il bullo ed anche il cyberbullo sono la rappresentazione di un “duro apparente” che cela gravi lacune psicologiche: narcisismo, arroganza e prepotenza mascherano, infatti, conflitti e problemi vissuti internamente al suo contesto familiare e di vita nel corso dell’infanzia. Spesso l’aggressore è stato o è, lui stesso, vittima di abusi e traumi psicofisici ad opera di adulti che lo hanno spinto verso un processo di identificazione con l’aggressore: la vittima diventa il carnefice al fine di acquisire maggiore potere e interiorizza l’unica forma appresa di affermazione, ovvero la forza fisica e verbale, dietro alla quale si riscontra invece una bassa autostima e una sfiducia nelle proprie possibilità di adattamento e di realizzazione sociale. Un circolo vizioso, da interrompere quanto prima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al contrario, la vittima, apparentemente debole perché il più delle volte possiede una personalità poco incline alla ribellione o alla ricerca del rischio o avente un’identità di genere che si sviluppa in direzione omosessuale, viene attaccata facilmente ed isolata fino ad essere privata, mediante minacce che spesso si estendono anche ai membri della sua famiglia, di un aiuto esterno. La vittima, coetanea o poco più giovane d’età rispetto al bullo, può sopravvivere solo se possiede una forte <i>resilienza</i>, cioè resistenza mentale,<i> </i>o se si trova nelle condizioni di ricevere ascolto e sostegno. Sicuramente, un’esperienza di tal genere lascerà un trauma psicologico con sintomi di ansia, panico o depressione. In assenza, infatti, di figure genitoriali che prestino adeguata attenzione allo stato emotivo del proprio figlio o di insegnanti che non trascurano i segnali di allarme, si possono verificare conseguenze irreversibili come la morte della vittima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oltre al bullo e alla vittima, in tale fenomeno subentrano i <i>gregari</i> o, per usare un termine “social”, i <i>followers</i>, quindi i seguaci di un leader disadattato. Questi ultimi si suddividono in tre categorie: troviamo coloro che incitano le azioni bullizzanti, prendendone parte attivamente; quelli che invece assistono silenziosi al fatto, senza denunciare, divenendo così complici di reato; e, infine, coloro che traggono gratificazione in maniera indiretta deridendo la vittima mentre subisce.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Data l’emergenza e la gravità di questo fenomeno, da sempre diffuso ma prima meno esposto all’attenzione pubblica ed oggi ancor più pericoloso per la componente online, si evidenzia l’importanza di realizzare interventi di prevenzione e rieducazione mirati e contestualizzati. L’obiettivo dovrebbe essere quello di informare e far conoscere in due direzioni: la prima rivolta agli adolescenti e orientata soprattutto a trasmettere una maggiore consapevolezza delle conseguenze e dei danni alla salute provocati alla vittima; la seconda, invece, indirizzata in particolar modo ai genitori dei ragazzi che, spesso, concentrati su loro stessi, dimenticano i bisogni dei figli e il compito educativo primario di provvedere alla loro crescita, anche con una certa dose di controllo sull’uso che essi fanno degli strumenti informatici. Occorre, poi, dare rilievo alle ripercussioni giuridiche del cyberbullismo, rivolgendosi inoltre al corpo docente nel contesto scolastico e richiedendo loro un’adeguata supervisione delle situazioni problematiche insite nel gruppo dei pari.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oggi, sono state approvate nuove norme in tema di bullismo le quali invocano punizioni anche severe per gli autori di reato. Un’altra modalità di intervento preventivo dovrebbe muoversi proprio in questo senso: sviluppare una maggiore consapevolezza nei minori e negli adulti riguardo alle conseguenze penali del bullismo e del cyberbullismo. Ricerche in campo psicologico dimostrano l’efficacia della <i>peer-education</i> (educazione tra pari) per trattare comportamenti problematici e difficoltà affettivo-sociali nei giovani. Affiancare una persona alla pari, più adattata e socialmente integrata, con un adeguato equilibrio psichico, può fungere da efficace canale di apprendimento per osservazione ed imitazione, come sosteneva Bandura, di atteggiamenti ed emozioni positivi nei confronti dei coetanei, anche quando ci sono di mezzo razze, caratteristiche e tendenze diverse dalle proprie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fondamentale è, poi, il lavoro coordinato di vigilanza e supporto svolto dalle equipe socio-psico-educative con le Forze dell’Ordine al cui centro dell’attenzione deve essere posta la vittima del cyberbullo ma anche quest’ultimo, in quanto soggetto da non trascurare e da rieducare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dal punto di vista psicologico, la rieducazione del bullo dà spazio alla mediazione con la persona offesa, fase che richiede particolare cautela e deve essere svolta sotto la guida di un professionista psicologo. L’intervento mira a stimolare nell’aggressore una presa di contatto con il bullizzato, una capacità di chiedere scusa e di cercare un modo pratico per rimediare alle umiliazioni arrecate. La vittima, da parte sua, deve essere aiutata a perdonare, ad accogliere il bullo o il cyberbullo, concedendogli quindi la possibilità di dimostrare una forma migliore di rapportarsi ad essa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Efficaci percorsi riabilitativi includono anche un lavoro di apprendimento di un uso sensato dei nuovi media e un monitoraggio delle attività poste in essere. Di contro, sportelli di ascolto gratuito, numeri telefonici di emergenza utili e, tra l’altro, un futuro sito web di aiuto, sono riservati alle persone vittime di azioni oppressive e violente che non si sentono di parlare con le figure educative di riferimento ma avvertono, comunque, la necessità di segnalare la propria situazione e ricevere dei consigli.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Regolamenti e obblighi di denuncia vengono infine trasmessi dal Ministero dell’Istruzione alle scuole e ai dirigenti degli istituti, i quali hanno l’obbligo di tenersi aggiornati sull’evoluzione del fenomeno e sui nuovi mezzi di manifestazione, di coinvolgere tutto il corpo docente in un’intensa attività di osservazione, controllo e ascolto dei primi segnali di bullismo-cyberbullismo nonché organizzare conferenze tematiche e incontri in classe tra studenti ed esperti del settore. La prevenzione così delineata non è solo prevenzione secondaria e terziaria, fatta di interventi messi in atto quando il problema è già presente e, magari, insediato nel contesto, ma soprattutto una prevenzione primaria a livello territoriale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Monica Chiovini</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">E. Menesini, <i>Bullismo.</i> <i>Che fare? Prevenzione e strategie di intervento nella scuola, Giunti, </i>Firenze, 2000</span></div><div><span class="fs11lh1-5">F. Marini, M. Mondo, <i>Il benessere nei contesti lavorativi e formativi</i>, Carocci, Roma, 2008</span></div><div><span class="fs11lh1-5">G. Zara, <i>Le carriere criminali</i>, Giuffé, Torino 2005</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><i>DSM-IV-TR</i>, <i>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali</i>, Elsevier, 2000</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Sitografia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca,<i> Bullismo e Cyberbullismo</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca, <i>Linee di orientamento per azioni di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyber bullismo</i>, Aprile 2015</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 22:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovani internauti e viaggi senza ritorno: il fenomeno “Blue Whale challenge”]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco e Micol Trombetta]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_gcgnx70y"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Blue-Whale-sfida.png"  width="779" height="438" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Autori: dr. Massimo Blanco e dr.ssa Micol Trombetta della Sezione Criminologia Investigativa e Forense dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Introduzione</b><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">«La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita.»</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Questa frase pronunciata da Harvey B. Mackay</span><span class="cf1">[1]</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">riassume emblematicamente quanto è emerso dalle ricerche effettuate e dalle riflessioni che ne sono scaturite in relazione alla produzione di questo elaborato.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><i>Giovani internauti e viaggi senza ritorno</i> è un’espressione con cui si può sintetizzare la storia di anime fragili, isolate, emarginate e “annoiate” che si confondono tra gli adolescenti di oggi che chiamiamo “web generation”. Una generazione che, a volte, può trovare nella “sfida” la risposta al desiderio di riscattarsi socialmente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In questo elaborato sarà analizzata nel dettaglio una sfida in particolare, il “Blue Whale challenge”, la più estrema, quella che vinci solo se, alla fine, muori. Il primo capitolo narrerà come nasce il Blue Whale e saranno spiegati i suoi tratti fondamentali nonché le storie di chi ha vinto, sfracellandosi al suolo, e di chi, invece, ha ricevuto in dono una seconda vita terrena. Successivamente, l’analisi si sposterà sulle problematiche connesse all’uso del web, alla “noia”, alla bramosia di “apparire”, ai rischi di adescamento, dipendenza e suicidio, focalizzando l’attenzione anche sugli aspetti legati all’empatia. In seguito, dopo aver descritto i risultati della ricerca sul campo, saranno riportati e commentati i dati emersi da alcune interviste condotte da uno degli autori del presente lavoro, Micol Trombetta, con adulti che vivono o lavorano con adolescenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quello che emerge dalla trattazione ci mostra soprattutto come, in questa nostra ricca e ipertecnologica quanto complessa società, talvolta il raggiungimento del successo sembra passare principalmente per una sorta di lotta per la “notorietà”. Una lotta che si consuma giorno dopo giorno, ora dopo ora, sul web, un “luogo” senza confini dove il tempo è relativo e dove l’immagine di sé assume un ruolo fondamentale. Purtroppo, non tutti si accontentano di mostrare ai propri “followers” immagini ordinarie, come quelle legate alla moda o al divertimento. Alcuni vogliono soprattutto “dimostrare”, e in questo, talvolta, il confine tra vita e morte diventa troppo sottile.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1. Il fenomeno del “Blue Whale challenge”</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.1. Primo contatto</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Siamo nel maggio del 2016 quando Galina Murselieva pubblica sul sito del periodico russo “Novaya Gazeta” la prima inchiesta sul fenomeno <i>Blue Whale challenge</i>, o più semplicemente <i>Blue Whale</i>, sostenendo che 130 suicidi giovanili avvenuti in Russia nel periodo compreso tra novembre 2015 e aprile 2016, erano collegati a dei gruppi di VKontakte[2]e, tra questi, almeno ottanta riconducibili proprio al Blue Whale. In un arco di tempo così breve, ottanta fragili anime russe si sono suicidate buttandosi dai palazzi più alti delle città e il fatto più inquietante è che esse si sono filmate e hanno documentato il loro tragico gesto. Questo per seguire un folle rituale psicologico studiato per indurre la mente dei ragazzini ad una sorta di depressione così profonda da vedere nella morta l’unica salvezza col fine ultimo di diffondere i video dei loro suicidi in rete. Così, le testate più importanti a livello internazionale iniziano ad occuparsi di questo fenomeno, cercando di provarne la veridicità e ricostruendone storia e origini ma senza raggiungere risultati apprezzabili nella fase dell’approfondimento. Quel che è certo, però, è che il Blue Whale esiste e che, diffusosi nel 2013, continua tutt’ora a reclutare adepti e a provocare vittime in ogni Paese. Adolescenti spinti dalla smania di fama e dal desiderio di essere ricordati, giovanissimi la cui massima aspirazione è quella dell’immortalità (digitale si intende), i quali, pur di vedere aumentare i <i>like</i>[3]<i> </i>su Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e sul maggior numero dei social network di tutto il mondo, sarebbero disposti a qualsiasi cosa, addirittura a dare la propria vita. Una fotografia tanto preoccupante quanto triste di una società in cui non conta più il rispetto per gli altri e soprattutto per sé stessi, una società materiale, insensibile, una società <i>liquida</i>: <span class="cf2">“con</span><span class="cf2"> </span>la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e ilconsumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo” (Eco, 2016).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.2. Il gioco della morte</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il<i> Blue Whale Challenge </i>nasce su VKontakte, in sigla VK, un social network russo paragonabile al nostro Facebook dove veri e propri manipolatori della mente, i cosiddetti <i>curatori</i>, “reclutano” le loro vittime di età compresa tra i nove e i diciassette anni. Adolescenti dalla personalità fragile e immatura che vivono in uno stato di isolamento e depressione, quindi facili prede da utilizzare per il raggiungimento dell’obiettivo finale del gioco: il suicidio. I curatori, chiamati anche <i>master</i> o <i>tutor</i>, hanno il compito di suggestionare le giovani vittime manipolandone la volontà, enfatizzando le loro idee di protagonismo e facendogli credere che solo attraverso questo percorso potranno sentirsi liberi e, finalmente, felici, divenendo degli esempi, dei miti immortali. È proprio il fascino del mito che, sempre più, si sta diffondendo tra gli adolescenti d’oggi, portandoli a compiere atti tremendi solo per la gioia di essere ricordati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per raggiungere l’obiettivo, l’ideatore del gioco ha elaborato un percorso di cinquanta prove, chiamate <i>regole,</i> da svolgere in cinquanta giorni. Le regole hanno lo scopo di alterare il ritmo veglia-sonno così da rendere l’adolescente docile e sottomesso, pronto ad affrontare un percorso sempre più crudele fatto di notti insonni, gesti autolesivi e attività pericolose fino al ventiseiesimo giorno in cui il curatore dirà al ragazzo quando dovrà morire.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di seguito le cinquanta regole della Blue Whale Challenge:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57"[4] e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell'orrore che il curatore vi invia direttamente.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Se siete pronti a "diventare una balena" incidetevi "yes" su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sfida misteriosa.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Scrivete "#i_am_whale" nel vostro status di VKontakte.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Dovete superare la vostra paura.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e andare sul tetto di un palazzo altissimo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Guardate video psichedelici e dell'orrore tutto il giorno.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ascoltate la musica che vi inviano i curatori.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Tagliatevi il labbro.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Passate un ago sulla vostra mano più volte.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Procuratevi del dolore, fatevi del male.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po' di tempo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate su un ponte e state sul bordo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salite su una gru o almeno cercate di farlo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il curatore controlla se siete affidabili.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Abbiate una conversazione con una “balena" (con un altro giocatore come voi o con un curatore) su Skype.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate su un tetto e sedetevi sul bordo con le gambe a penzoloni.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Un'altra sfida misteriosa.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Compito segreto.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Abbiate un incontro con una "balena".</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Non parlate con nessuno per tutto il giorno.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Fate un vocale dove dite che siete una balena.</span></li></ol><span class="fs11lh1-5">Dalla regola 30 alla 49: ogni giorno svegliatevi alle 4.20 del mattino, guardate video horror, ascoltate la musica che il curatore vi manda, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a una “balena".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">50. Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla base di queste prove da rispettare vi è la regola principale: “Effettua diligentemente ogni compito e nessuno deve saperlo. Quando hai finito il compito devi inviarmi una foto. E alla fine del gioco tu muori. Sei pronto?”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È con queste parole che il curatore inizia la manipolazione della vittima, convincendola che, nel caso decidesse di ritirarsi dal gioco, la pena ricadrebbe sulla famiglia in quanto il gestore del social network è in possesso di documenti e informazioni personali.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.3. I gruppi della morte</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Come già rappresentato, questa sfida si è diffusa tra i giovani a partire dal 2013 ma il fenomeno è emerso solo nel 2016 grazie all’articolo della giornalista Galina Murselieva che, nel suo reportage sul Blue Whale, prese come primo esempio la storia di Rina Palenkova, una sedicenne russa che frequentava le cosiddette <i>chat della morte</i>. Nel novembre del 2015, Rina annunciò con un video sui social network la sua imminente morte per suicidio e, pochi secondi dopo, si gettò sotto un treno. Insieme al video che annunciava il tragico gesto sul suo profilo online, venne ritrovato anche altro materiale video e fotografico nelle cui didascalie compariva la sigla “f57”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">«Non stiamo parlando di un gioco ma di un comportamento pericolosissimo e contagioso. I gruppi che si autocostruiscono sul web insistono sull’emulazione, spacciando le prove a cui gli adepti devono sottoporsi come un percorso di coraggio per uscire dall’adolescenza. A rimanere coinvolti sono i ragazzi più soli, quelli che hanno una frequentazione massiva con la rete, molti amici virtuali ma quasi nessuno reale»[5]. Queste le parole di Carlo Solimene, direttore della sezione investigativa della Polizia Postale che si occupa di contrastare crimini informatici e garantire la sicurezza nel mondo digitale. Solimene descrive questo fenomeno come <i>comportamento contagioso</i>, ponendo l’attenzione sull’<i>emulazione</i>. Infatti, il problema principale è proprio questo: i giovani si contagiano tra loro, decidendo di aderire segretamente a questo gioco spinti dalla curiosità e dal gusto del proibito, totalmente ignari dell’impatto che le regole possono avere sulla loro mente e sul loro corpo. Alcuni psicologi sostengono che le regole sono sviluppate in modo tale da creare nell’adolescente un senso di malessere e sofferenza la cui unica salvezza è il suicidio. Si parla di ragazzi di età compresa tra i nove ed i diciassette anni che hanno una «mente in via di sviluppo, in definizione, ed è quindi una mente fragile; in questa fase della vita l’essere plagiati è un qualcosa di agevolato e facilitato, fermo restando che chi si coinvolge in questi giochi ha delle caratteristiche che noi dovremmo conoscere meglio. Dobbiamo studiare i gruppi di persone che diventano preda di simili giochi. In questo caso il suicidio diventa quasi un gesto eroico finale, per aver concluso una sfida ed essersi sottomessi a un qualcosa di grandioso. Il fatto che queste persone si filmino, o si facciano filmare, rappresenta l’aberrazione più grande della cultura della morte»[6] ha spiegato Maurizio Pompili,responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio nell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma e professore associato di Psichiatria della “Sapienza” di Roma.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tornando all’intervista fatta a Solimene, è utile soffermarsi anche sulla questione inerente i cosiddetti <i>gruppi della morte</i>. Questi gruppi, che sono nati molto presto su internet, sono luoghi virtuali di incontro per persone in difficoltà e in cerca di consigli, forum atti ad accogliere coloro che riscontrano problematiche nel comunicare all’interno della società reale o soggetti con tendenze suicide che trovano la loro “casa” in queste comunità virtuali. Infatti, questi gruppi sono stati inventati con l’intento di supportare persone problematiche. Gli amministratori e i moderatori favoriscono la creazione e il mantenimento di un ambiente non giudicante, instillano nei frequentatori sicurezza, li fanno sentire compresi, liberi di esprimersi, offrono aiuto a chi non è in grado di cercarlo o a coloro che non sanno a chi rivolgersi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come spesso accade nella società reale, anche sul web possiamo rinvenire forme di devianza. Infatti, tra gli attuali diversi gruppi della morte che, come abbiamo visto prima, sono comunità nate con intenti positivi e indirizzati al benessere collettivo, troviamo anche quelli indirizzati al male. È il caso dei <i>Suicide Apartment</i>, gruppi della morte presenti nel dark web[7] il cui intento è quello di favorire l’incontro di due soggetti con idee suicidarie disposti a togliersi la vita su Skype o anche solo in nome della fiducia reciproca[8]. Visitando questi gruppi, si trovano spesso riferimenti al Blue Whale. Per questo motivo - come si approfondirà in seguito nel paragrafo 1.5. - la Duma[9], in Russia, ha emanato una legge che punisce penalmente coloro che partecipano a queste <i>chat della morte</i>.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.4. Chi è Philipp Budeikin e perché “Blue Whale”</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma la domanda che tanti si pongono è: <i>perché?</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dietro a questo gioco dell’orrore vi è Philipp Budeikin, un giovane russo di ventitré anni studente di psicologia, ideatore del Blue Whale. Budeikin, arrestato a San Pietroburgo nel maggio 2017 e ora detenuto con l’accusa di istigazione al suicidio, si faceva chiamare sui social con il nickname “Lis”, che significa <i>volpone</i>. In tribunale ha confessato di non essere assolutamente pentito per ciò che ha fatto, anzi: «Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società. Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza.<b> </b>Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi. Un giorno capirete tutti e mi ringrazierete»[10].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Scopo di Budeikin era quello di ripulire la società facendosi accettare come leader da molti adolescenti deboli, confusi, magari con problemi psicologici o familiari, che trovavano nelle prove un senso di gratificazione, facendo sentire apprezzate bambine e giovani ragazze che, ancora oggi, non riconoscono il pericolo in cui si erano addentrate e fanno recapitare, ogni giorno, lettere d’amore al detenuto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altro nome conosciuto, associato a Philipp Budeikin, è quello di Yulia, o meglio, Eva Reich come preferiva farsi chiamare in chat. Questa ragazzina di soli tredici anni, ha sostenuto di aver anche lei contribuito alla «pulizia dell’umanità dai più deboli», ma è stata rilasciata in quanto sotto i limiti d’età per procedere per vie legali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Blue Whale, letteralmente balena azzurra, rimanda al comportamento di questi cetacei che, senza un valido motivo, si spiaggiano sulle rive e la maggior parte delle volte, non essendo più in grado di rientrare in acqua, muoiono. I biologi marini attribuiscono le cause di questa tragica fine alla perdita dell’orientamento e, quindi, all’incapacità di muoversi nell’immensità dei fondali marini. Vi sono quindi due importanti similarità con la sfida del Blue Whale: si tratta di fenomeni di massa riguardanti fragili vite che si sentono diverse, lontane, isolate e non trovano una via di fuga. Persone disorientate, smarrite in una società poco solidale, giovani che si sentono estranei nel loro mondo. Si potrebbe fare riferimento, proprio sulla base di questi concetti, al pensiero di Èmile Durkheim, uno dei padri della sociologia, il quale, nel suo scritto più importante - <i>Il Suicidio</i> - spiega come il suicidio sia un fatto sociale. L’uomo è perennemente condizionato dalla società anche nei suoi lati più intimi come, ad esempio, la scelta tra la vita e la morte. Ecco perché il suicidio per Durkheim rappresenta l’indice migliore per misurare il grado di integrazione individuale nella comunità (Durkheim, 1897).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.5. Come è stato affrontato in Italia e nel mondo</b></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia la notizia del Blue Whale Challenge si diffonde nel maggio 2017 con il servizio televisivo della trasmissione “Le Iene” in onda su Mediaset. Subito dopo questa puntata, una moltitudine di siti internet, telegiornali e giornali hanno ripreso la notizia sostenendo si trattasse di una bufala o di una leggenda metropolitana, scagliandosi contro il programma e accusandolo di invogliare i ragazzi a cimentarsi nella sfida del Blue Whale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In realtà, i giornalisti de “Le Iene” non sono i primi ad aver parlato del fenomeno in Italia. Già nel marzo 2017, quindi due mesi prima del loro primo servizio sul tema, alcune delle principali testate giornalistiche della carta stampata e del web, quali “La Repubblica”, “Il Giornale”, “Il Messaggero”, “GQ”, “Libero”, “Quotidiano.net” e molti altri, trattavano del fenomeno, allarmando i propri lettori. Questo perché il 4 febbraio 2017, a Livorno, è stato accertato il primo caso di Blue Whale nel nostro Paese riguardante un ragazzino di 15 anni che si è lasciato cadere dal palazzo più alto dalla città. Il 20 maggio 2017, poi, lo stesso stava per accadere a Pescara. Fortunatamente, in questo caso, le forze di polizia intervenute hanno salvato la tredicenne che aveva assolto tutti i compiti dati da 49 delle 50 regole e che avrebbe dovuto ultimare il suo percorso, suicidandosi, il giorno seguente. È stata la ragazza stessa a dichiarare «si è vero, ho partecipato al Blue Whale».</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel periodo successivo al mese di marzo 2017, mese in cui le testate giornalistiche prima citate pubblicano del Blue Whale, mentre in Italia ci si interroga ancora sull’effettiva esistenza del fenomeno, nel resto del mondo le forze di polizia e le istituzioni sanitarie combattono quotidianamente questo orribile e macabro gioco, mettendo in atto campagne di sensibilizzazione per prevenirlo e contrastarlo. Ne è un esempio un famoso spot pubblicato in rete, che riprende una bambina con una balena incisa sul braccio che piange in cima ad un tetto prima di lasciarsi cadere nel vuoto. A questa tragedia assiste la sua anima avvilita dal pensiero del dolore che questo gesto provocherà nelle persone a lei care.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Russia, il co-fondatore dell’Associazione “Salviamo i bambini dai crimini informatici” ha sempre sostenuto che parlarne non può che essere un bene per il contrasto al fenomeno. Parlare significa prevenire, conoscere e rendere la gente consapevole di ciò che sta accadendo. Sempre in Russia, nel giugno 2017, è stato arrestato Ilya Sidorov, curatore di ventisei anni reo confesso, che ha ammesso di aver adescato, tramite chat della morte, trentadue ragazzine minorenni, dando loro i compiti di causarsi danni alla salute con l’obiettivo di portarle al suicidio. Ecco le sue parole: «Ero curatore e davo istruzioni alle bambine, tramite i social e internet. Le istruzioni consistevano nel tagliarsi le mani, svegliarsi alle 4.20 del mattino…». Questa notizia è stata trasmessa dai principali telegiornali, sui più importanti siti internet e dalle maggiori agenzie di stampa della Federazione Russa. Il Ministero degli Interni russo, per voce del colonnello Irina Volk, trasmise anche un comunicato ufficiale. Riguardo alla situazione, il deputato del Parlamento Irina Yarovaya ha sostenuto con forza che il Blue Whale è una vera e propria «guerra contro i bambini» e «un’attività criminale organizzata e intenzionale». La tenacia della Yarovaya ha portato il Governo russo ad approvare un decreto in cui vengono inasprite le pene per chiunque istighi al suicidio giovani ragazzi o promuova azioni pericolose che possono portare i minori alla morte. Vladimir Putin, per scoraggiare i malintenzionati del web, ha firmato, il 28 aprile 2017, una legge sulle responsabilità penali per la creazione di questi gruppi della morte, inasprendo le pene fino a sei anni di reclusione. Nello stesso periodo, in Inghilterra, la testata del “The Times” londinese pubblicava la notizia “Un postino russo ha trascinato gli adolescenti nel Blue Whale”. E ancora, in Albania, vengono sviluppate diverse campagne di sensibilizzazione per informare la popolazione e, in particolare, i giovani, i genitori e gli insegnanti. Uruguay, Equador e Hong Kong iniziano ad adottare dei sistemi di prevenzione. In India emergono i primi casi di suicidio riconducibili al gioco della morte. Negli Stati Uniti, la CNN e la BBC ne parlano continuamente, illustrando almeno 5 casi di Blue Whale accaduti a Buenos Aires. In Ucraina, dopo accurate indagini, vengono accertati almeno 35 casi. In Europa, si muove anche la Francia che istituisce campagne a scopo preventivo tramite i social, la televisione e i giornali. Il Ministero dell’Istruzione diffonde una circolare in tutto il Paese per allertare la popolazione in relazione al macabro gioco, secondo la filosofia che “parlarne significa che lo si sta già combattendo”. In Spagna e in Portogallo, i ministeri dell’interno emanano un comunicato ufficiale in cui manifestano piena disponibilità a cooperare con varie istituzioni per prevenire e reprimere il fenomeno criminale.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.6. La situazione in Italia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche in Italia le misure operative contro il Blue Whale non hanno tardato ad arrivare. Il Ministero dell’Interno e varie organizzazioni governative e non governative, infatti, hanno messo in atto strategie di prevenzione e controllo volte ad aiutare i giovani, evitando loro di cadere nella trappola mortale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel quadro delle attività preventive sopra descritte, la Polizia postale ha elaborato cinque regole positive contro il Blue Whale indirizzate ai ragazzi, ai genitori e agli attori sociali impegnati sul fronte dell’educazione:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">è necessario dialogare in famiglia e nelle principali sedi educative sul mondo di internet, dei rischi che può portare un uso scorretto del web e del fenomeno del Blue Whale ascoltando anche il parere dell’adolescente;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">bisogna prestare attenzione ai cambiamenti nella vita dell’adolescente, quali rendimento scolastico, amicizie, ciclo veglia-sonno ecc.;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">mai sottovalutare ciò che viene raccontato dall’adolescente. Ciò che agli adulti può sembrare poco importante, magari può essere fondamentale per il ragazzo o la ragazza;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">fondamentale è denunciare chiunque attenti alla vostra vita e al vostro benessere, anche se tramite una chat; fondamentale è parlarne con qualcuno e chiedere aiuto;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">è utile controllare ed informarsi sui gruppi ai quali si viene aggiunti nei social network.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Anche i social si stanno attrezzando per reprimere il fenomeno e per dare aiuto ai giovani in difficoltà. Su Facebook, Instagram, Twitter e Tumblr sono stati creati veri e proprio centri di assistenza dedicati a coloro che vivono situazioni di sofferenza interiore o che hanno tendenze autolesionistiche o idee suicidarie. Su Instagram si è persino diffuso lo slogan #fermiamolabalena, ideato dalla Casa Pediatrica ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, dall’Osservatorio Nazionale sull’Adolescenza e da Pepita Onlus.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2. Adolescenza, web e rischi connessi</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.1. Adolescenza annoiata: un ossimoro?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel nostro tempo, per spiegare alcuni dei più preoccupanti comportamenti devianti e/o criminali messi in atto dagli adolescenti, il termine più utilizzato da psicologi, psichiatri, sociologi e pedagogisti è “noia”. Di questo stato puramente psicologico di demotivazione, fastidio e tristezza, se ne parlava già nella Roma antica. Nel secondo secolo, l’imperatore Marco Aurelio, noto per essere stato anche un grande filosofo, affermava che una delle più comuni malattie che può affliggere l’essere umano è l’insoddisfazione, quella sensazione che manchi qualcosa. Una volta preda della noia, l’individuo cerca di spronarsi ma questo non fa altro che portarlo all’inquietudine e, alla fine, alla consapevolezza dei propri insuccessi. Così, egli prova in tutti i modi a fuggire da se stesso dedicandosi ad attività che lo distraggano per superare la noia di vivere[11]. Ciò nonostante, se da un lato possiamo affermare, senza l’apporto di ulteriori disquisizioni psicologiche, che il pensiero di Marco Aurelio costituisca la rappresentazione plastica della condizione di certi adulti provati da particolari vissuti emotivi, di anziani che vivono in solitudine, di tossicodipendenti o di soggetti affetti da depressione[12], dall’altro risulta difficile credere che un adolescente possa essere vittima di noia cronica. Infatti, l’adolescenza, pur essendo una fase assai critica dello sviluppo umano caratterizzata da imponenti modificazioni psicologiche e somatiche, dal superamento dell’egocentrismo infantile e dal forte desiderio di distaccarsi dalle figure genitoriali per scoprire il mondo “là fuori”, è il periodo in cui un individuo dovrebbe manifestare sentimenti diametralmente opposti alla noia. Vero è che l’adolescente può facilmente alternare periodi di grande fervore, eccitazione e spregiudicatezza ad altri di scoramento, delusione e noia, ma in questo contesto di fragilità e alternanza di stati d’animo, l’elemento cardine della sua esistenza resta sempre la voglia di vivere esperienze costruttive e gratificanti. La noia, infatti, costituisce un brevissimo periodo utile alla riflessione, l’anticamera di una nuova fase dello sviluppo personale, perché se si è annoiati significa che le solite attività hanno perso il loro fascino. Così, dopo un brevissimo periodo di noia, si attiva la spinta a ricercare nuovi interessi e nuove passioni che favoriscono la crescita. Questa fotografia, però, appare assai sbiadita nel momento in cui ci si trova ad interrogarsi sulla dilagante noia negli adolescenti di oggi che li porta, in alcuni casi, ad adottare stili di vita e comportamenti antisociali e/o autodistruttivi.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.2. “Web generation”</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra i moderni “luoghi” di socializzazione sotto la lente di ingrandimento delle istituzioni, dei diversi enti e degli esperti che si occupano di devianza giovanile, quello che attualmente possiede lo status di “sorvegliato speciale” è sicuramente il controverso mondo virtuale, il web e le sue immense potenzialità. Ma prima di parlare dei pericoli correlati al web, è necessario partire da alcune considerazioni relative alla fase dell’adolescenza in virtù dei significativi mutamenti verificatisi non solo nella modalità, ma anche nei tempi in cui si esprime questa fase dello sviluppo nell’odierna ipertecnologica società.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’arco temporale dell’adolescenza, fino a pochi anni fa era definito tra gli 11-12 anni e i 18-19 anni di età nelle ragazze e tra 12-14 anni e i 20-21 anni nei ragazzi. In media, la pubertà[13] iniziava a manifestarsi intorno ai 14 anni. Oggi, invece, nel mondo occidentale, la pubertà esordisce all’incirca a 10 anni. Un recente studio condotto presso il Centro per la salute degli adolescenti del "Royal Children’s Hospital" di Melbourne da Susan Sawyer e colleghi, ha evidenziato che le ragazze hanno già la prima mestruazione tra gli 8 e i 10 anni e che, nel Regno Unito, una ragazza su due è già pienamente sviluppata a 12 anni. L’anticipazione della pubertà deriva da migliori condizioni di vita, ma da contraltare a questo dato incoraggiante vi sono delle problematiche di carattere sanitario. Infatti, una pubertà precoce può dare luogo ad anomalie del comportamento, all’insorgenza di depressione e ad un aumento del rischio di sviluppare patologie cardiache o alcuni tipi di tumore (Sawyer et al., 2018). Da un duplice punto di vista, sanitario e sociale, sono inoltre da tenere in grande considerazione il pericolo di rapporti sessuali a rischio nonché quello di gravidanze indesiderate, considerato il fatto che lo sviluppo del corpo risulta notevolmente più avanti di quello della mente. Sempre nello stesso studio di Sawyer, viene confermato quanto già riscontrato da diverso tempo, cioè il procrastinarsi del periodo adolescenziale che, oggi, si spinge mediamente fino ai 24 anni di età. L’adolescenza comincia presto e termina tardi e le cause principali di quest’ultimo dato sono soprattutto il prolungamento degli studi, la crisi occupazionale, il precariato e gli elevati costi per affittare o comprare una casa. I giovani neomaggiorenni restano in famiglia, rischiano di essere “infantilizzati” dai genitori e di rimanere “incastrati” in un ruolo sociale che li lega ancora al mondo dei ragazzi anziché spingerli verso quello degli adulti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quando si pensa all’adolescenza come una “semplice fase della crescita”, si commette l’errore di ridurre ai minimi termini il vero significato umano e sociale di un delicatissimo periodo dello sviluppo del futuro adulto. Anzi, a pensarci bene, l’attenzione verso gli adolescenti nasce soprattutto quando essi iniziano a dare problemi. L’adolescenza è già di per sé una fase assai critica dell’esistenza umana, sia da un punto di vista psicologico che biologico, un periodo di importanti e imponenti cambiamenti interiori ed esteriori che, oggi, risultano non adeguatamente supportati dalle agenzie di socializzazione, famiglia in primis. Nella nostra epoca, caratterizzata da complessità e continue quanto repentine trasformazioni, i punti di riferimento sono labili o risultano assenti invece che essere chiari e stabili. Anziché fornire agli adolescenti le regole, anche forti, e i punti di riferimento di cui hanno bisogno e ai quali hanno parimenti diritto, spesso la società sceglie il metodo più sbrigativo per chiudere la “pratica” con diverse etichette: sono scansafatiche, non hanno obiettivi, non vogliono responsabilità, non hanno intenzione di crescere ecc. In verità, ciò che sono i ragazzi oggi è il prodotto della deresponsabilizzazione attuata dalla società stessa. Infatti, agli adolescenti non si chiede mai nulla e non gli si affidano ruoli o compiti di responsabilità. L’invito è sempre quello di studiare al fine di ottenere una buona posizione lavorativa, comportarsi in modo educato per farsi voler bene e raggiungere il successo personale, con buona pace di chi pensa che la natura umana sia “sociale” e che i successi raggiunti dall’umanità nel corso di migliaia di anni siano frutto della cooperazione e non dell’individualismo. Così facendo, la società non tiene conto minimamente del fatto che la fisiologia umana e, quindi, la salute, dipendono dalle relazioni sociali, quelle stabili e nel mondo reale. Infatti, la qualità dei rapporti interpersonali gioca un ruolo fondamentale sulle cellule e sulle intere strutture cerebrali. Se le relazioni sociali funzionano adeguatamente, garantiscono il massimo sostegno psicofisico non solo al gruppo ma anche al singolo individuo (Blanco, 2016). Invece, la carenza di relazioni sociali vere e nel mondo reale, che comporta l’assenza di adeguati stimoli o sollecitazioni, porta inevitabilmente ad escludere l’adolescente dalla società, facendogli provare un senso di vuoto che, oggi, il ragazzo o la ragazza possono colmare con smartphone, tablet, pc, videogiochi e tutto ciò con cui è possibile collegarsi a internet (Costanzo, 2017). Così, le relazioni con la società reale si indeboliscono e si rafforzano quelle con la società virtuale, dove per gli adolescenti è possibile sperimentarsi, costruire degli ideali e condividere le proprie passioni. Il web diventa il posto privilegiato per socializzare in modo sicuro, tanto è che oggi si parla di <i>web generation</i> per denominare gli attuali adolescenti. Da qui ne deriva la circostanza che le regole sociali diventano quelle apprese direttamente o indirettamente sul web e che l’identità viene costruita attraverso i personaggi della Rete anziché con i naturali modelli di riferimento come possono essere i genitori, i fratelli maggiori, gli insegnanti ecc. La vita viene vissuta alla giornata e non vi è né progettualità né visione del proprio futuro. In questo modo, i ragazzi sono liberi di non impegnarsi e di vivere pensando di poter essere, dire e fare ciò che vogliono e di poter ottenere subito ciò che desiderano, avendo la sensazione, perlomeno iniziale, di avere tutto sotto controllo. In realtà, però, essi rischiano di spingersi verso l’isolamento, l’insoddisfazione e/o la noia. Il paradosso è che il benessere ha generato situazioni di malessere tra i giovani (Ulivieri, 1997). Gli adolescenti non han più la necessità di soddisfare i propri bisogni materiali ma, al contempo, non sono in grado di chiarire quali, invece, siano i loro desideri a parte quello dell’“apparire”.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.3. Sfuggire alla noia di vivere strizzando l’occhio alla morte</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tradizionalmente, si ritiene che gli adolescenti più a rischio siano quelli che hanno problemi di abuso di sostanze stupefacenti o alcol ovvero che sono vittime di abusi familiari o persecuzioni. Oppure, ancora, che vivono in situazioni di degrado sul piano economico e sociale. Purtroppo, questo modello, negli ultimi anni, si allinea sempre meno con la realtà. Infatti, sono sempre più i ragazzi a rischio che poco o nulla hanno a che fare con le situazioni sopra descritte ma che si producono ugualmente in comportamenti che denunciano dei veri e propri disturbi della condotta[14]. Tra questi comportamenti, quelli che negli ultimi anni destano particolare preoccupazione e che si stanno lentamente ma costantemente diffondendo tra gli adolescenti, sono i cosiddetti “giochi estremi”, pratiche dettate da mode folli che terminano non di rado in ospedale, lasciando segni talvolta indelebili sia sul piano fisico che psichico. A volte, poi, questi giochi si concludono nel modo più tragico, cioè con la morte del giocatore o di poveri innocenti finiti per caso in queste raccapriccianti attività “ludiche” messe in campo da ragazzi che non sanno più come distrarsi ed entusiasmarsi. Ragazzi che gustano la vita al meglio solo quando di mezzo c’è il proibito, l’eccesso, il pericolo, la violenza, il dolore e, non da ultima, la popolarità, visto che molto spesso i video di giochi o sfide estremi vengono poi diffusi sul web.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Qui di seguito, un elenco di alcuni giochi e/o sfide estremi praticati anche in Italia[15].</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Choking game (Space monkey). Consiste nel provocare la perdita di coscienza per soffocamento al fine di raggiungere uno stato di euforia. Un giocatore esercita una pressione sulla carotide dell’altro giocatore e l’ipossia che ne deriva provoca una perdita dei sensi temporanea. Quando il giocatore strangolato rinviene, prova uno stato di stordimento e, al contempo, una piacevole euforia. In pratica è un modo per “sballarsi” senza assumere sostanze.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Batmanning, la moda ispirata al famoso supereroe della “DC Comics”. Il giocatore si appende con i piedi e resta a testa in giù. Questa posizione provoca delle modificazioni fisiologiche che sfociano nell’annebbiamento delle facoltà sensoriali e nella modificazione del battito cardiaco. Purtroppo, non sono infrequenti le rovinose e pericolosissime cadute a terra del giocatore che si prodiga in questo gioco.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Horsemanning. Anche se poco diffuso, considerato che prevede la cooperazione di più giocatori, consiste nel farsi fotografare in posizioni in cui sembra di essere stati decapitati.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Owling (da “owl”, gufo), uno dei giochi più recenti. Consiste nel farsi immortalare accovacciati nei posti più strani, come su un tavolo, una lavatrice o su sostegni molto più pericolosi, anche a diversi metri di altezza.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Planking. Anche qui si tratta di essere fotografati o ripresi sdraiati in posti o situazioni strani. Data l’apparente innocuità del gioco, sembra che tale pratica sia stata motivo di danneggiamenti a persone e cose, tanto è che in alcuni Paesi del mondo la polizia ha dovuto arrestare i giocatori.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Eyeballing. Consiste nel versarsi della vodka negli occhi. È una pratica che spopola sul web, nata negli ambienti universitari inglesi e diffusasi rapidamente anche negli Stati Uniti. In seguito all’insano e pericolosissimo gesto, il giocatore inizia a urlare dal dolore e, in taluni casi, perde i sensi. Il motivo del gioco è dovuto alla credenza che l’alcol, attraverso i bulbi oculari, arrivando più rapidamente nel sangue, consenta di ubriacarsi molto più velocemente. I medici, invece, sostengono che sia come gettarsi candeggina negli occhi e che vengano provocate serie lesioni alla cornea con compromissione del senso della visione. Per quanto concerne lo “sballo”, i medici dicono che si tratti di un effetto a livello locale, in quanto la pesante irritazione degli occhi provoca la distorsione della visione.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il binge drinking. È assai diffuso tra i giovani ed è molto pericoloso. Consiste nel bere almeno cinque alcolici in meno di due ore a digiuno. Questa pratica proviene dal Nord Europa e, negli ultimi dieci anni, si è diffusa in Italia coinvolgendo massicciamente i nostri adolescenti.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Balconing. È un fenomeno nato a Ibiza e Maiorca (Spagna) nei primi anni del Duemila ma diffusosi significativamente nell’estate del 2010. Consiste nel concludere una notte a base di alcol e/o stupefacenti lanciandosi da terrazze e balconi degli alberghi nelle piscine di questi, oppure saltare da un balcone all’altro. Talvolta il “gesto atletico” non va a buon fine e il giocatore si schianta al suolo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Plumbking. Consiste nel mettersi a testa in giù nella tazza da bagno, celando il capo all’interno della tazza.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Oltreoceano, negli Stati Uniti, non stanno meglio, anzi. Infatti, si registrano giochi e/o sfide assai pericolosi che, a quanto risulta, ancora non sono stati “sdoganati” in Italia. Qui di seguito alcuni di essi[16].</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Cinnamon challenge. La sfida è quella di ingoiare un cucchiaio di cannella in meno di un minuto senza bere acqua. Se una dose della spezia finisce accidentalmente nei polmoni, si rischiano serie irritazioni o, addirittura, lesioni permanenti. Se poi lo sfidante è un soggetto asmatico, la sfida può anche risultare fatale.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Backpack challenge. Consiste nel passare tra due file di compagni di scuola che, con i loro zaini pesanti, colpiscono il giocatore per farlo finire a terra. È inutile dire che, se lo zaino contiene oggetti pesanti e/o con spigolosità, si rischiano traumi anche gravi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salt and ice challenge. La sfida consiste nel cospargersi una parte del corpo con il sale e poi applicare sopra di essa un cubetto di ghiaccio. Si rischiano ustioni anche di secondo grado.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">The condom snorting challenge. Lo sfidante deve infilare un preservativo nel naso e farlo uscire dalla bocca. Il rischio è che il condom resti incastrato nella trachea provocando il soffocamento.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">A tutte queste sfide, si aggiungono le sfide più “tradizionali”, come ad esempio quelle in cui vince chi beve la maggiore quantità di alcolici. Ovviamente, tutte le sfide sono rigorosamente riprese con lo smartphone e poi pubblicate sul web.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.4. Narcisismo 2.0</b></div><div><span class="fs11lh1-5">«In futuro tutti avranno il loro quarto d’ora di notorietà». Questa la frase profetica più azzeccata da Andy Wharol[17], padre della pop art americana, per descrivere il nostro tempo, quello dei <i>social</i>[18].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia e nel mondo l’utilizzo e la diffusione dei social non conoscono crisi. In Italia, dal 2017 ad oggi (rilevazione marzo 2018), gli utenti sono cresciuti del 10% raggiugendo il numero di 34 milioni. In sostanza, il 57% della popolazione è presente in modo attivo sui social. Il social media più utilizzato è YouTube con il 62% di utenti; a seguire troviamo Facebook (60%), WhatsApp (59%), Facebook Messenger (39%), Instagram (33%), Google+ (25%) e Twitter (23%). Per quanto riguarda la fascia che ci interessa, quella tra i 13 e i 24 anni, gli utilizzatori di Facebook sono appena l’11% del totale (solo il 2% nella fascia compresa tra 13 e 17 anni). In relazione al sesso degli utilizzatori dei social, non si riscontrano significative differenze tra maschi e femmine. In media, un italiano trascorre sei ore al giorno online, due delle quali utilizzando un social. Contrariamente al resto del mondo, dove Facebook conta il maggior numero di utilizzatori, in Italia questo primato viene conteso con YouTube. Instagram, tra i social network, è il meno utilizzato, mentre i servizi di messaggistica più usati sono WhatsApp e Facebook Messenger[19].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’analisi di queste statistiche è però necessario tenere in considerazione il fatto che nessuna delle piattaforme social ha un sistema di controllo dell’età dichiarata. Ad esempio, pare che molti degli utilizzatori di Instagram siano ragazzi minori di 13 anni. Infatti, tra i ragazzi delle scuole medie inferiori, quindi tra gli 11 e i 13 anni, quelli che utilizzano Facebook, rispetto a soli 5 anni fa, sono diminuiti drasticamente. Al contrario, è cresciuto a dismisura il numero degli adolescenti che utilizzano Instagram. Questo dato deve farci riflettere, in quanto Instagram è un social basato principalmente sull’interazione attraverso immagini piuttosto che sullo scritto. Ciò suggerisce quanto, oggi, soprattutto fra i più giovani, sia importante l’immagine e, quindi, comunicare principalmente attraverso di essa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda gli altri Paesi d’Europa, nel 2016, nel Regno Unito, la BBC ha condotto un’indagine su 1200 adolescenti di età compresa fra i 13 e i 18 anni, rilevando che ben il 96% di essi erano iscritti ad almeno un social. Tra i minori di 13 anni, la percentuale era ancora molto alta: il 73%, nonostante il divieto di utilizzo dei social per i ragazzi al di sotto di questa età[21].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A livello mondiale ogni anno il numero di iscritti ai social cresce vertiginosamente. Miliardi di persone nel mondo (e decine di milioni in Italia), ogni giorno pubblicano, anche in modo dettagliato, fatti e foto della propria vita aspettando i “like”. C’è chi pubblica ogni tanto ma c’è anche chi passa giorno e notte a controllare “pollici all’insù” o se ci sono nuovi followers[22]. C’è chi dorme pochissime ore e c’è anche chi lascia l’avviso acustico delle notifiche attivato, svegliandosi nel cuore della notte per controllare il proprio profilo social sullo smartphone posto sul comodino (se non addirittura sotto le coperte). Negli ultimi anni gli psicologi si stanno interrogando sui motivi dell’esplosione di questo desiderio di mettersi in mostra per ottenere consenso e ammirazione, in quanto i dati suggeriscono che siamo in presenza di una sorta di epidemia di disturbo narcisistico di personalità, un disturbo della personalità caratterizzato da idee di grandiosità, bisogno costante di ammirazione e mancanza di empatia. Questa tipologia di disturbo non è stata ancora ben inquadrata sotto il profilo delle cause scatenanti, ma alcuni psicologi sostengono che un ambiente di crescita in cui le figure genitoriali tendono ad elevare le doti dei propri figli, evitando al contempo qualsiasi critica nei loro confronti, possa portare i ragazzi a sperimentare comportamenti narcisistici già nell’infanzia (Groopman e Cooper, 2006). La personalità narcisista funziona per mezzo del potenziamento e del mantenimento del senso di autostima (Thomas et al., 2009), pertanto il bisogno costante di convalida sociale si trasforma in pensieri e comportamenti patologici (Wright, 2014) che, il web, può amplificare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine “narcisismo” deriva dal mito greco di Narciso, quello che meglio rappresenta il primato dell’immagine. Narciso era bellissimo e di lui si innamorò perdutamente la ninfa Eco la quale, però, venne veementemente respinta. Per il dolore, Eco si ridusse ad un’ombra e di lei rimase soltanto una voce che produceva lamenti strazianti. Così Nemesi, la dea che puniva le debolezze degli uomini, udendo i lamenti di Eco, si adoperò per vendicarla facendo in modo che Narciso si specchiasse in una pozza profonda d’acqua su cui si era chinato per bere. Quando Narciso vide la sua immagine riflessa, si innamorò del ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che si stava semplicemente specchiando. Dopo qualche tempo, Narciso realizzò che il ragazzo di cui si era innamorato era egli stesso, così, consapevole che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire[23].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da un punto di vista sociale, la marcata diffusione dei social mette in luce l’emergere di un nuovo narcisismo in cui la magnificenza e la perfezione dei rapporti interpersonali in rete esaltano l’immagine a discapito delle interazioni umane che vengono del tutto spersonalizzate. In questa nuova cultura, la memoria collettiva viene affidata allo smartphone, al tablet o al pc attraverso foto e video, mentre i discorsi vengono sempre più messi da parte e le uniche espressioni che si leggono restano quelle precedute dagli <i>hashtag</i>[24]. Come Narciso che si innamora del bellissimo ragazzo che vede nella pozza d’acqua e che non è reale, anche chi utilizza i social per nutrire il proprio ego, la propria autostima, ama quell’immagine che ha nel mondo virtuale. Un’immagine che non potrà mai essere reale ma che continua ad essere coltivata portando inesorabilmente verso la dissociazione dalla realtà e all’isolamento. Il narcisismo, inoltre, va di pari passo con l’individualismo. Possiamo ritrovare l’espressione di questa nuova cultura anche nelle nuove modalità in cui parliamo e scriviamo. Ad esempio, una ricerca condotta su “Google Books” ha evidenziato che anche sui libri vengono sempre più utilizzati pronomi singolari (Twenge et al., 2014). Tutte queste evidenze ci riportano agli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Negli anni Settanta, Christopher Lasch coniava l’espressione <i>narcisismo culturale</i> per spiegare come la società dell’epoca promuovesse l’individualismo invitando le persone a focalizzarsi su sé stesse, sostenendo i culti della fama e della celebrità unitamente al timore della vecchiaia e delle relazioni a lungo termine. Poi, negli anni Ottanta, venne alla luce l’espressione <i>individualismo espressivo</i> (Ballah et al., 1985), una sorta di epidemia culturale che incoraggia le persone a focalizzarsi su di sé, enfatizzando le proprie emozioni ed espressioni e contrapponendosi alla collettività (Paris, 2014).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Allo stato attuale, i pareri all’interno della comunità scientifica al riguardo della correlazione tra narcisismo e social non sono univoci. Ciò nonostante, negli ultimi vent’anni gli studi sulle correlazioni tra narcisismo e web suggeriscono di tenere alta la guardia, soprattutto perché i social, in modo particolare quelli legati all’immagine, sono sempre più utilizzati da bambini e ragazzi nella delicatissima fase della prima adolescenza.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.5. Dipendenza 2.0</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Fin qui si è visto come i moderni strumenti di interazione virtuale, soprattutto gli smartphone che sono sempre in tasca, possano causare una disconnessione dal mondo reale, portando le persone a isolarsi, a vivere in funzione della propria immagine, a nutrirsi voracemente di consensi virtuali e, quindi, a rischiare di sconfinare in comportamenti di matrice narcisistica. Ora vediamo come si realizza la dipendenza dal web[25], inquadrata dal punto di vista medico come <i>dipendenza da internet</i>, in inglese <i>internet addiction disorder</i> (IAD).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’espressione “internet addiction disorder” si deve allo psichiatra newyorkese Ivan Goldberg che la inventò di sana pianta nel 1995 per criticare, sulla propria bacheca della rivista scientifica online “PsyCom.net”, i rigidi criteri diagnostici della nuova edizione dell’epoca, la quarta, del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM)[26]. Goldberg tutto si sarebbe aspettato tranne che di scoperchiare il cosiddetto “vaso di Pandora”. Infatti, nella sua nota, lo psichiatra paragonò la dipendenza dal gioco d’azzardo alla dipendenza da sostanze, circostanza oramai acclarata, e, in modo ironico, citò anche la dipendenza da internet. Immediatamente, la bacheca di Goldberg fu letteralmente inondata di commenti di persone che erano rimaste intrappolate nella rete e avevano disperatamente bisogno di aiuto. Lo stesso Goldberg non credeva potesse esistere una vera e propria dipendenza da internet ma, piuttosto, un suo uso eccessivo (Dalal e Basu, 2016). Invece, il problema era assai serio e diffuso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La dipendenza da internet è un disturbo del controllo degli impulsi[27]. Le persone che ne sono affette, fanno un uso sregolato e patologico di qualsiasi strumento tecnologico collegato alla Rete che le può portare, quando non sono connesse, a sintomi di astinenza e isolamento sociale nonché a compromettere le relazioni sociali, da quelle più intime a quelle lavorative. Il soggetto dipendente da internet, quando è in astinenza manifesta irritabilità, attacchi di ansia e stati depressivi (Young, 1996a). Alcuni soggetti possono arrivare a trascorrere intere giornate e nottate su internet senza mai disconnettersi e ad ignorare le normali attività, anche quelle essenziali. L’uso eccessivo di internet è spesso collegato al bisogno di colmare vuoti affettivi e/o la solitudine oppure alla necessità di sfogare le frustrazioni. Infatti, per molti il web è una vera “valvola di sfogo” delle emozioni negative provate nella vita reale. Così, il web diviene il “luogo” ideale per dissociarsi da una realtà avversa o percepita come tale, un posto senza confini dove anche il tempo perde il suo significato e valore e dove perdersi risulta quanto mai piacevole. Il web sembra avere un effetto anestetico che dona alla mente e al corpo sollievo rispetto al male di vivere. Naturalmente esiste anche la possibilità che la dipendenza da internet sia una conseguenza di disturbi psichici già in atto o verso i quali il soggetto interessato sia innatamente predisposto, come la depressione (Fortson et al., 2007), i disturbi d’ansia (Black e Shaw 2008), il disturbo bipolare, il gioco d’azzardo patologico, la sindrome da deficit di attenzione (Ha et al., 2006) e la fobia sociale (Yen et al., 2007). Infine, è da evidenziare che, dopo l’avvento degli smartphone, le cose si sono ulteriormente complicate. Infatti, la disponibilità di uno strumento portatile che si collega a internet, ha portato moltissimi soggetti dipendenti a sviluppare una particolare nevrosi[28] che è stata chiamata <i>nomofobia</i>[29]. In mancanza del proprio smartphone o tablet, chi ne soffre può manifestare crisi ansiose quando non c’è campo o quando la batteria dell’apparecchio si è scaricata (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma qual è la situazione degli adolescenti italiani in merito alla dipendenza da internet? Nel 2017, l’“Associazione Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo” ha condotto un sondaggio online su un campione di 500 soggetti di età compresa tra 15 e 50 anni. Il 51% del campione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 20 anni ha dichiarato di avere difficoltà a prendersi una pausa dagli strumenti collegati alla Rete, tanto da arrivare a controllare lo smatphone in media 75 volte al giorno. Il 7% ha dichiarato di arrivare fino a 110 volte al giorno. Ma ciò che preoccupa di più la comunità degli psichiatri, è il fatto che il 13% degli adolescenti costantemente connessi è a rischio dipendenza[30].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.6. Il grooming</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Per grooming, dall’inglese “to groom”, in questo contesto ci si riferisce all’adescamento online[31]. In particolare, il grooming è la tecnica di manipolazione psicologica utilizzata da adulti nei confronti di adolescenti e bambini al fine superare le loro resistenze emotive e conquistare la loro fiducia. Di norma, il fine ultimo dell’adescatore è quello di instaurare una relazione intima e di carattere sessuale con il minore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I dati attuali ci dicono che il fenomeno del grooming è in aumento, anche a causa di comportamenti quanto meno incauti da parte dei minori in relazione alla privacy. Una ricerca commissionata nel 2017 all’IPSOS da parte di “Save the Children”, ha fatto emergere una situazione assai preoccupante che non riguarda solo gli adolescenti (campione di età compreso tra 12 e 17 anni), ma anche gli adulti (campione di età compreso tra i 26 e i 65 anni). Per cominciare, gli adolescenti ricevono il loro primo smartphone a 11 anni e mezzo, un anno di età in meno rispetto al dato del 2015. 9 intervistati su 10, tra adulti e ragazzi, non fanno nulla per proteggere la propria immagine online e sono ben disposti a far accedere le <i>app</i>[32] ai propri contatti, ritenendo che sia un giusto “prezzo” da pagare per avere in cambio un servizio (lo pensa il 90% di tutti coloro che utilizzano le app permettendo l’accesso ai propri contatti). Quasi il 10% degli adolescenti utilizza carte prepagate o sistemi di pagamento online per scommesse e giochi legali sul web vietati ai minori; oltre il 20% degli adolescenti invia foto o video intimi di se stesso a coetanei o adulti conosciuti in Rete, oppure attiva la webcam del proprio pc in cambio di regali. Sia adulti che ragazzi frequentano sempre più i social, avendo in media 5 profili a testa; il 95% degli adulti e il 97% degli adolescenti possiede uno smartphone e tutti hanno la consapevolezza del fatto che i loro dati vengono registrati ma non sanno esattamente quali. Solo il 18% degli adolescenti e il 14% degli adulti almeno una volta ha eseguito azioni efficaci per proteggere la propria immagine online, ma solo il 19% dei ragazzi e il 16% degli adulti usa bloccare su Facebook e WhatsApp i contatti indesiderati. Il 29% degli adolescenti e il 23% degli adulti reputa che sia sicuro condividere online foto e video intimi riservati perché “lo fanno tutti”; ben l’81% degli adolescenti e il 73% degli adulti pensa che, quando qualcuno condivide online qualcosa, abbia implicitamente fornito il consenso affinché il materiale sia diffuso. I risultati della ricerca sono a dir poco inquietanti, soprattutto per il fatto che sia gli adulti che i ragazzi hanno le medesime conoscenze e gli stessi livelli di consapevolezza al riguardo delle possibili conseguenze di comportamenti incauti. Infatti, «gli adulti dovrebbero esercitare un ruolo di guida in un contesto complesso e in continua evoluzione, come quello del mondo e delle tecnologie digitali», ha spiegato Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di “Save the Children”. Invece, risulta che gli adulti ne sappiano quanto gli adolescenti se non meno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2015, sempre una ricerca condotta dall’IPSOA per “Save the Children” nel merito delle interazioni online, aveva evidenziato quanto segue: il 41% degli adolescenti interagisce anche con persone che non conosce direttamente; il 24% invia messaggi contenenti foto e video di stampo sessuale in gruppi in cui non conosce tutti i membri; il 33% si da appuntamento con soggetti conosciuti tramite questi gruppi. Questo ultimo dato evidenzia il rischio a cui si sottopongono gli adolescenti con il loro comportamento quanto meno spregiudicato, fatto di fiducia “sulla parola” data all’interlocutore virtuale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ora veniamo al grooming nel suo aspetto più “tecnico”, ovvero nelle sue modalità di esecuzione da parte dell’adescatore online.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il grooming si realizza attraverso cinque passaggi. I primi quattro riguardano l’adescamento; il quinto, invece, serve all’adescatore per tenere “incatenato” il minore.</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Contatto: avviene di norma tramite le chat di gruppi o giochi online o, semplicemente, con una richiesta di amicizia su un social. Iniziano le prime brevi conversazioni con la vittima.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Fiducia: l’adescatore inizia un paziente processo di interazione online con il minore per conquistarne la fiducia. Condivide ad esempio contenuti musicali, immagini o video che hanno a che fare con le passioni dell’adolescente, si mostra aggiornato sulle mode del momento e, per finire, cerca di capire se il ragazzo o la ragazza ha dei problemi. In tal caso, lo/la spinge amorevolmente a confidarsi mostrando tutta la sua comprensione.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Acquisizione di informazioni: dopo aver conquistato la fiducia della vittima, con accuratezza di linguaggio e senza destare sospetti l’adescatore cerca di informarsi su aspetti della vita del minore che non si possono desumere dal suo profilo. Ad esempio, le abitudini dell’adolescente, chi sono e cosa fanno i suoi familiari, tipologia del dispositivo fisso e mobile con cui comunica il ragazzo o la ragazza, grado di sicurezza del dispositivo e se lo stesso viene utilizzato e/o controllato dai familiari.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Esclusività: quando l’adescatore ha instaurato una relazione che, per il minore, appare del tutto genuina, comincia la fase dell’esclusività, una forma di relazione solida e impenetrabile ad altri soggetti esterni che apre la strada alla condivisione di contenuti sessualmente espliciti da parte dell’adescatore il quale chiede al minore di fare altrettanto. Se il minore è disponibile, potrebbe anche realizzarsi una relazione via webcam. L’adescatore rarissimamente si mostra in volto mentre convince l’adolescente a farlo mostrando altresì i suoi lati intimi. Inoltre, l’adescatore potrebbe chiedere un incontro di persona per conoscersi meglio e non è raro che ciò si verifichi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ricatto: se l’adolescente dovesse rendersi conto dell’errore che sta commettendo e volesse ritirarsi dalla relazione, potrebbe scattare, da parte dell’adescatore, la strategia del ricatto. Infatti, di norma, l’adescatore, dal momento del primo contatto, ha iniziato a collezionare “prove” a sfavore del minore e potrebbe minacciarlo di rivelarle ai suoi genitori o a persone che fanno parte del giro delle sue conoscenze nel mondo reale.</span></li></ol></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.7. Il suicidio 2.0</b></div><div><span class="fs11lh1-5">In base ai dati registrati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015, nel mondo ogni anno muoiono circa 800 mila persone per suicidio, in media una persona ogni 40 secondi. Inoltre, il suicidio è la seconda causa di morte nei soggetti di età compresa tra i 15 e i 29 anni e i dati suggeriscono altresì che, per ogni suicida deceduto, potrebbero esserci stati almeno 20 casi di tentato suicidio[34].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo la maggior parte degli studiosi in ambito medico-psichiatrico e psicologico, i soggetti che si suicidano sono persone che presentano delle psicopatologie, come disturbi dell’umore (depressione e manie) che possono sfociare in deliri, disturbi borderline di personalità[35], abuso di sostanze e disturbi della condotta. In tema di adolescenti, si stima che il rischio di suicidio sia tre volte maggiore in quei ragazzi che hanno una storia di abuso di sostanze in concomitanza con un disturbo depressivo (Brent et al., 1997). Esistono inoltre diversi studi i quali indicano che anche soggetti con disturbo narcisistico di personalità, affetti o non affetti da depressione (Stone, 1989; Sher, 2016), possano ricorrere al suicidio (Ronningstam e Maltsberger, 1998; Sher 2016). Ad ogni modo, dal punto di vista medico-psichiatrico le motivazioni del suicidio sono in parte un mistero, soprattutto perché i dati statistici forniscono ancora oggi delle informazioni assai contraddittorie e discutibili. Tuttavia, l’orientamento prevalente riguarda la sofferenza interiore, un dolore talmente grande a cui può porre rimedio unicamente l’estremo gesto di togliersi la vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da un punto di vista storico, invece, il suicidio risulta una pratica seguita dagli esseri umani di tutti i tempi. In alcune culture occidentali, in talune circostanze il suicidio era considerato un gesto eroico. Ad esempio, nell’antica Roma il suicidio era ritenuto un gesto nobile di coraggio finalizzato ad evitare di arrendersi al nemico. Inoltre, più recentemente, nell’Europa dei primi del Novecento, era diffuso e socialmente accettato il cosiddetto “suicidio d’onore”, un atto che consentiva di “lavare” colpe infamanti come tradimenti e debiti. Praticamente, la morte autoinflitta diveniva una sorta di “pagamento” dei propri conti in sospeso con la società. Per quanto riguarda le religioni, invece, il suicidio è stato sempre censurato e condannato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito alla nostra analisi sui suicidi correlati più o meno direttamente al web, è degno di nota un fenomeno chiamato <i>netto shinju</i>[36], una forma contemporanea di suicidio giapponese la cui espressione è nota da oltre un decennio. &nbsp;Il netto shinju si concretizza a partire dalla conoscenza di altri aspiranti suicidi attraverso il web, tramite gruppi social creati appositamente in cui ci si scambia consigli sui diversi metodi con cui togliersi la vita. In seguito, due o più soggetti scelgono luogo e orario per incontrarsi offline, recarsi sul posto insieme e, contemporaneamente e autonomamente, con lo stesso metodo (es. impiccagione) autoinfliggersi la morte (Ikunaga, 2013). Restando in Giappone, altri noti esperti, negli ultimi dieci anni, si sono particolarmente interessati allo studio delle cause del suicidio tra i giovani nipponici, in quanto, nella terra del Sol levante, i primi anni del Duemila hanno fatto registrare la nascita di diversi gruppi e forum, creati per far incontrare e interagire aspiranti suicidi, i quali sembrano aver provocato un numero impressionante di vittime. L’interesse degli studiosi per questa modalità suicidaria, come si è prima rappresentato, è stato ed è tuttora significativo. Infatti, i paradigmi classici non riescono a spiegare i caratteri distintivi di questo fenomeno del tutto nuovo in relazione al quale, ancora oggi, si hanno molte domande e poche risposte. Nei primi anni del Duemila è stato ipotizzato, innanzitutto, che alla base di questo fenomeno vi sia la paura del rifiuto e dell’isolamento che verrebbe compensata dalla connessione sociale che si realizza grazie alle infinite possibilità offerte dal web di conoscere altri soggetti che condividono le stesse idee, emozioni e aspirazioni (compresa quella del suicidio). In secondo luogo, si è supposto che l’estrema paura del rifiuto e dell’isolamento sia da addebitarsi soprattutto alla cultura nipponica, dove l’ego e il sé sociale sono strettamente legati. Ne emerge che il suicidio di “gruppo internet” (chiamato così negli studi effettuati) permetterebbe ad una persona di svanire e, al contempo, di avere una morte “comoda”, condivisa con altri e facilitata dal gruppo stesso (Ozawa-De Silva, 2010). In sostanza, si resta “connessi” anche nell’atto estremo senza tradire la propria cultura.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia, nel 2011, Corrado De Rosa e colleghi del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Napoli “SUN” hanno condotto uno studio relativo alla diffusione dei siti internet dedicati al suicidio, evidenziando una certa facilità di reperimento e accessibilità di siti internet dedicati al tema. Sono state inserite in cinque dei più popolari motori di ricerca della Nazione le parole che potrebbero essere digitate con più facilità da un aspirante suicida ed è emerso che, la maggior parte dei siti che fornisce informazioni su come suicidarsi e che incoraggia al suicidio, sono sempre ai primi posti dei risultati delle ricerche (De Rosa et al., 2011)[37].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli effetti “benefici” del web in relazione alla paura dell’isolamento e del rifiuto sociale, accomunano buona parte delle persone dipendenti da internet, soprattutto nella sua dimensione social, anche in Occidente. È da precisare, però, che l’uso del web, anche eccessivo, di per sé non provoca depressione o altre patologie. Se mai, se un soggetto è già predisposto a sviluppare un disturbo psichiatrico, divengono maggiori le possibilità che questo insorga a causa di fattori connessi alle interazioni e relazioni online. Infatti, il continuo rimuginare[38] sul fatto di non ricevere i consensi che ci si aspetta di ricevere, oppure di subire attacchi o denigrazioni, può portare chi è predisposto, anche da fattori sociali e ambientali, a sviluppare disturbi più o meno gravi come nevrosi, paranoia, ossessione o depressione. Quest’ultima, lo ricordiamo, è un importante fattore di rischio del suicidio.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.8. Possibili ipotesi sul suicidio nel Blue Whale challenge</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Allo stato attuale non si hanno ancora dati relativi alle condizioni di salute mentale o ai fattori di rischio sociali e ambientali dei ragazzi che si sono prodigati nel Blue Whale, né di quelli che lo hanno portato a termine, né degli altri che si sono salvati. Tanto meno si ha notizia di eventuali loro dipendenze da internet o sostanze stupefacenti ovvero disturbi della condotta. I genitori dei ragazzi morti suicidi in seguito alla “sfida della balena blu”, nelle loro interviste dipingono i loro figli come ragazzi normali che non avevano mai dato segni di disagio. Pertanto, l’analisi del fenomeno, in questa sede, si potrà operare da un punto di vista squisitamente ipotetico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Innanzitutto, il Blue Whale challenge sembra avere solo a tratti delle caratteristiche in comune con i suicidi di coloro che annunciano la propria dipartita sul web e si auto-riprendono con una telecamera nell’atto estremo di togliersi la vita davanti ai loro “followers”. Infatti, in questo caso, di mezzo non vi è una “sfida”, una gara, bensì il grido di dolore di un essere umano che, finalmente, può essere ascoltato e visto da decine se non centinaia di migliaia di persone. Ciò che potrebbe accomunare con ogni probabilità le due modalità di suicidio, è la precedente esposizione a contenuti video diffusi sul web in cui si vedono soggetti che si tolgono la vita divenendo una sorta di celebrità. In sostanza, in entrambi i casi, l’emulazione potrebbe essere il “volano” dell’ideazione suicidaria, dalle fasi preliminari sino al momento decisivo. Il suicidio annunciato e ripreso fin dalle sue fasi preliminari sul web, in modo che arrivino al protagonista continue “attenzioni” da parte del pubblico di followers, tra chi lo prega di non compiere l’insano gesto, chi lo stima per il coraggio e chi lo incita, appare come il cosiddetto “quarto d’ora di celebrità” profetizzato da Wharol (chiaramente della sua versione estrema). Invece, il suicidio nel Blue Whale challenge appare come l’atto finale di un durissimo percorso di riscatto sociale del protagonista. Infatti, si parla di “sfida”, una sfida che permette all’adolescente di uscire dalla noia, dall’isolamento o dall’emarginazione stimolando il suo bisogno di mettere alla prova sé stesso, raggiungendo oltremodo la popolarità (benché postuma alla sua morte). La “sfida” è la chiave di lettura del fenomeno del Blue Whale. Infatti, la sfida, da un punto di vista biologico è una caratteristica insita nei giovani esseri umani ancora non maturi sotto il profilo delle competenze sociali e, quindi, maggiormente inclini ad esporsi ai pericoli. A questo si aggiunge l’odierna visione del successo offerta dalla società, la quale fornisce, come già argomentato, l’idea di un mondo sempre più individualista dove è vincente chi “appare” meglio degli altri e che, per questo motivo, merita attenzione e ammirazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il “sistema” studiato dall’inventore del Blue Whale challenge permette ai ragazzi più fragili, insicuri, con poca autostima e che si sentono isolati e/o emarginati, di avere, probabilmente per la prima volta, una figura di riferimento, il “curatore” (o “tutor”). Questa sorta di maestro, di “guida spirituale”, potrebbe essere colui che colma il vuoto creatosi con il mondo degli adulti, soprattutto con i genitori. Infatti, dobbiamo sempre tener presente che, anche se l’adolescenza costituisce una fase della vita in cui i ragazzi fanno di tutto per creare un distacco dai genitori, essi hanno comunque il bisogno di averli accanto, di sapere che ci sono. Talvolta, il vuoto creatosi nel rapporto tra figli e genitori viene colmato da altre figure importanti, come gli zii o i fratelli maggiori ma anche gli istruttori sportivi. Nel caso del Blue Whale, evidentemente tutti i possibili legami con le predette figure di riferimento sono falliti e il curatore ha campo libero per creare un rapporto esclusivo con i suoi “adepti”. Quindi è probabile che il curatore li faccia sentire amati, compresi, motivati, unici e pronti per iniziare l’“addestramento”. Come sappiamo, le prove iniziali del Blue Whale sono pressoché innocue ma si fanno via via sempre più rischiose e dolorose, mettendo certamente a dura prova i nervi del ragazzo il quale potrebbe anche rinunciare. Se l’adolescente continua, invece, è chiaro che avrà trovato dentro di sé delle risorse che credeva di non possedere. Questa scoperta gli donerà maggiore consapevolezza delle sue doti caratteriali e delle sue capacità, facendolo sentire sempre più forte e coraggioso. Si dice che, alla manifestazione di rinuncia da parte del ragazzo finito nella trappola del Blue Whale, segua la minaccia, da parte del curatore, di ritorsioni contro la sua famiglia. Tuttavia, è ragionevole credere che questa non sia la vera leva che spinge un adolescente ad arrivare fino in fondo. Infatti, non bisogna sottovalutare la circostanza che, un “lavaggio del cervello” fatto a dovere su un soggetto psicologicamente vulnerabile, sia più che sufficiente per creare una vera e propria dipendenza da una guida forte e dai suoi precetti. Il curatore potrebbe incarnare, in questo caso, l’<i>essere dall’immensa</i> <i>potenza</i>, un’espressione usata dal famoso neuroscienziato Paul MacLean (1913-2007) per denominare il capobranco e spiegare la misura in cui i gruppi, compresi quelli umani, possano divenire completamente assoggettati ad esso. Secondo Michele Ernandes, ricercatore dell’Università di Palermo che ha ripreso la teoria di MacLean sull’essere dall’immensa potenza in uno studio sull’evoluzione, il nostro antenato <i>Australopithecus afarensis</i>, vissuto fino a circa 3 milioni di anni fa, aveva un tipo di socialità costruita sulla figura del capobranco assoluto, cioè l’essere dalla immensa potenza, al quale gli appartenenti al gruppo dovevano sottostare. Quindi, l’<i>Homo sapiens</i>, a livello neurobiologico, conserverebbe ancora oggi quello schema di comportamento che continua ad esistere nonostante sia venuta a mancare, nel corso dell’evoluzione, la figura del capobranco assoluto (Ernandes e Giammanco, 1998; Blanco, 2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In virtù di quanto fino ad ora argomentato, si potrebbe supporre, pertanto, che il suicidio nel Blue Whale challenge sia determinato dalla concomitanza dei seguenti fattori:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">la presenza di disturbi psichiatrici o psicologici;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">una situazione sociale e/o ambientale sfavorevole (isolamento, emarginazione, mancanza di punti di riferimento ecc.);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la cieca devozione nei confronti del curatore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">il sentimento di invincibilità derivante dall’aver superato prove estreme;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la prospettiva di essere ricordati per sempre per la forza e il coraggio dimostrati, guadagnando una sorta di immortalità.</span></li></ul></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3. La ricerca sul campo: gap generazionale</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.1. Il metodo</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La ricerca qualitativa è utilizzata, soprattutto in sociologia, per descrivere uno o più fenomeni in un determinato contesto. Nello specifico, «è un processo di indagine che si basa sulla comprensione di distinte tradizioni metodologiche di indagine per esplorare un problema sociale o umano. Il ricercatore costruisce una fotografia complessa e olistica, analizza le parole, riporta dettagliatamente il punto di vista degli informatori e conduce lo studio in un setting naturale» (Creswell, 1998). Il ricercatore, al fine di raccogliere informazioni, stabilire fatti e presentare testimonianze il più possibile autentiche e oggettive utilizza un’intervista <i>semi strutturata</i>, in cui le risposte sono assenti e l’insieme di atti di interrogazione è fisso. Questi, inoltre, presentano tra loro gradi differenti di standardizzazione[39] e direttività[40], nonché l’uso di sollecitazioni di natura diversa. La conduzione dell’intervista semi strutturata può essere di tipo <i>classico</i>(detto anche <i>tradizionale)</i>: si propongono delle domande in un ordine preciso che rispetta la logica dello svolgimento del tema, partendo da quesiti generali fino ad arrivare nello specifico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’intervista individuale si ha un’interazione sociale tra due soggetti, intervistatore e intervistato. Quest’ultimo deve essere ritenuto idoneo a fornire informazioni adeguate e utili, con uno scopo conoscitivo volto all’approfondimento di un fenomeno sociale e guidato da uno schema di intervista. Per l’argomento in questione si è deciso di sottoporre ad una intervista persone che lavorano o vivono a contatto con adolescenti, quali:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">due genitori di adolescenti: una mamma e un papa;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">educatore di scuola primaria;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">psicologa di scuola primaria e presso studio privato;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">professoressa di scuola secondaria di primo grado.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Lo schema proposto, in questo caso, è il seguente:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Secondo Lei, oggi, i bambini e gli adolescenti sono sufficientemente tutelati dagli attori del nostro sistema sociale intesi nella loro accezione più ampia, a partire dalla famiglia, passando dalle diverse figure educative come insegnanti, istruttori sportivi e volontari degli oratori fino ad arrivare ai rappresentanti delle Istituzioni? &nbsp;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei crede di essere sufficientemente informato/a sul mondo di internet e, in particolar modo, su come funzionano le cosiddette “comunità virtuali” come i social network?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sa come funzionano e quali sono le differenze tra i principali social network come Facebook, Instagram, Twitter e YouTube?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei è al corrente di quale sia l’età minima per iscriversi ad un social network?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Pensa che la scuola sia particolarmente attenta nell’affrontare, in termini educativi, il problema della prevenzione delle dipendenze da internet e delle eventuali manipolazioni psicologiche operate da malintenzionati sul web?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Se venisse a scoprire che suo/a figlio/a - alunno/a - utente è vittima di manipolazioni psicologiche da parte di malintenzionati sul web, cosa farebbe per aiutarlo/a?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il 18 giugno 2017 è entrata in vigore la legge 29 maggio 2017, n. 71, recante <i>"Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo"</i>. Ne era al corrente e sa di cosa tratta?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sa cosa sono il deep web e il dark web?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lo scorso anno, alcuni giornalisti e, soprattutto, la trasmissione “Le Iene” di Mediaset, hanno condotto delle inchieste riguardanti il “Blue Whale”, un gioco online in cui i ragazzi devono superare 50 prove di vario genere a difficoltà crescente. Si parte con una prova semplice, come svegliarsi alle 4,30 del mattino e guardare un film horror, si passa per l’autolesionismo e si arriva all’ultima prova che è quella di lanciarsi nel vuoto da un palazzo molto alto. Chi termina tutte le sfide vince. Ne ha sentito parlare?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei crede sia possibile che un/a ragazzo/a possa essere manipolato psicologicamente attraverso il mondo virtuale da sconosciuti fino ad arrivare addirittura al suicidio?</span></li></ol><span class="fs11lh1-5"><b><br></b><b>3.2. La ricerca sul campo</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Con</span><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">gap</span></i><span class="cf1"> </span><span class="cf1">(o</span><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">conflitto</span></i><span class="cf1">)</span><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">generazionale</span><span class="cf1"> </span></i><span class="cf1">si intende la contrapposizione</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">di idee e la divergenza di norme culturali che dividono la vecchia generazione dalla nuova. Proprio questa è la realtà emersa dalla ricerca fatta. Figli, alunni, ragazzi sempre più tecnologici seguiti da genitori ed educatori che sia per tempo, sia per difficoltà non conoscono molto di questo mondo ma anzi, talvolta, lo reputano più sicuro dell’ambiente esterno.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Gli studiosi chiamano il suddetto concetto con il nome di</span><span class="cf1"> </span><i><span class="cf1">digital divide generazionale</span></i><span class="cf1">, evidenziando questo abisso tra generazioni. In uno studio degli ultimi anni riguardante questo fenomeno, si è notato come, in Italia, internet si diffonda maggiormente in adolescenti di età compresa fra i 14 e i 17 anni, ma già dai 40 anni il dato è pari alla metà. Inoltre, i giovanissimi utilizzano la tecnologia per crearsi nuove conoscenze ed incrementare la propria autostima, mentre gli adulti utilizzano questi mezzi per informarsi e restare aggiornati su ciò che avviene nel mondo reale. Secondo la ricerca “Bambini e nuovi media” del 2010, eseguita dalla onlus “Terre des Hommes” si rileva che unicamente il 18% dei genitori intervistati sia a conoscenza dei rischi del web.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche secondo la ricerca svolta per questo elaborato, gli intervistati sostengono tutti di avere e utilizzare quotidianamente dei social network, ma di essere quasi per nulla informati sui rischi: «li so utilizzare in modo consapevole, ma essendo un mondo in continua evoluzione penso manchino ancora diversi pezzi. Cerco sempre di porre attenzione ai rischi e metto i ragazzi di fronte alla realtà perché loro spesso vedono questi rischi come qualcosa che non li tocca» risponde la psicologa scolastica, aggiungendo che purtroppo sono sempre più giovani i ragazzi con uno smartphone in mano con libero accesso a internet. A questo proposito è stato chiesto loro se sapessero quale fosse l’età minima[41] per iscriversi ad un social network, ma anche in questo caso la risposta è stata negativa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I genitori, in linea generale, riconoscono questo loro limite e si affidano alle istituzioni e a diverse figure educative, come gli insegnanti, per tutelare i propri ragazzi. La convinzione, però, è che nella scuola primaria e secondaria di primo grado vi sia molta attenzione alla problematica, cosa che poi viene meno nella scuola secondaria di secondo grado dove queste anime «se chiedono aiuto, difficilmente trovano qualcuno disposto solo ad ascoltarli, dato che a casa non parlano in quanto vogliono dimostrarsi grandi» sostiene un genitore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fortunatamente, il pensiero generale è quello che le istituzioni si stanno evolvendo ed informando in questo ambito cercando di formulare progetti per creare consapevolezza sull’utilizzo del web. «Ultimamente ci si sta muovendo molto in questa direzione, vi è molta più attenzione e sempre più richieste per progetti educativi» dice l’insegnante, e continua «sicuramente non è ancora abbastanza, forse è più utile insegnare loro come usare questi social piuttosto che fare corsi generici su bullismo e cyberbullismo». Tutto questo sarebbe ancora più utile se si iniziassero questi progetti già dalla scuola primaria, in quanto, come detto nei precedenti capitoli, l’età dell’adolescenza è stata ridotta a 9/10 anni, ma si tratta ancora di bambini immaturi e non pienamente consapevoli delle conseguenze delle loro azioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda, invece, il fenomeno del Blue Whale, a livello generale vi è conoscenza del gioco. Ognuno degli intervistati ha parlato ai propri figli o studenti di questo e li ha allertati, convincendoli ad avvisare subito in caso di necessità. «In Italia è passato poco, nel resto dell’Europa è stato molto più devastante, però ho reputato molto utile parlarne ai ragazzi perché resto sempre dell’idea che prevenire sia meglio che curare» sostiene l’educatore della scuola primaria. &nbsp;È un fenomeno tremendo. Entrambi i genitori sostengono che sia orribile questa manipolazione della mente umana, soprattutto della mente di giovani ragazzi. Si tratta di un fatto davvero pericoloso soprattutto perché «se non si ha abbastanza forza o coraggio per parlarne in casa con chi è più esperto o con chi ti ama realmente, uscirne è quasi impossibile».</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alle espressioni “social media”, “social network” e “social networking” di norma si continua ad associare concetti ed espressioni come “sociale”, “socialità” o “socializzazione” senza aver presente che il mondo del web è notevolmente cambiato dal suo avvento. Alla fine degli anni Novanta del XX secolo, il social era fatto per socializzare. Si comunicava, si facevano nuove conoscenze. Con Facebook molti hanno avuto anche l’opportunità di ritrovare vecchi amici e compagni di scuola o di scoprire di avere lontani parenti sparsi per il mondo. Oggi, invece, la tendenza che si va delineando sempre in misura maggiore nel mondo dei social non è la socializzazione ma la “condivisione”. Una condivisione fatta per essere “approvati” e ammirati dell’altro. Poco importa se l’altro è un amico o un conoscente anche nella vita reale oppure un perfetto sconosciuto capitato per caso tra i propri contatti, l’importante è che, attraverso un suo “like” o un commento positivo, egli dimostri la sua attenzione e stima. Questa appena descritta non è prerogativa dei ragazzi ma riguarda anche molti adulti. Però, mentre gli adulti tendono ancora a “cavalcare” i social “classici” come Facebook, gli adolescenti si sono via via “trasferiti” sui quelli di condivisione delle immagini e dei video come Instagram. La web generation, nel mondo virtuale, appare disinteressata alla dialettica e al confronto con l’“altro” che è realmente qualcuno diverso da Sé. Con uno smartphone nelle proprie mani ventiquattr’ore al giorno, molti adolescenti sono intenti a “guardare” immagini. Guardano di continuo foto e video dei loro contatti social e guardano di continuo la propria immagine immortalata da continui <i>selfie</i>[42] realizzati nelle più svariate posizioni, nei più diversi luoghi e contesti. L’“altro” esiste e serve solo per rinforzare l’immagine di se stessi anche se, in realtà, la relazione sul web è vera quanto una relazione in “carne e ossa”. Solo che la relazione virtuale non permette di avere feedback diretti e concreti e molto viene lasciato all’immaginazione. Il web è, quindi, un mondo in cui la relazione è basata più sull’immaginazione che sull’esperienza diretta (Trabucchi, 2014). In questo modo, l’empatia viene ad essere pericolosamente minata, soprattutto se si tratta di un adolescente che ha un cervello in pieno corso di maturazione sotto il profilo delle strutture cerebrali coinvolte nei processi empatici. Questi ultimi sostengono la capacità di immedesimarsi negli stati d’animo dell’altro e di comprenderne i bisogni. In altre parole, grazie all’empatia è possibile capire le emozioni e i sentimenti dell’altro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da circa un trentennio, sappiamo che nel cervello esistono degli speciali neuroni chiamati <i>neuroni specchio</i>[43] i quali si attivano sia quando eseguiamo un atto motorio sia quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto motorio. Ciò avviene anche nell’ambito delle emozioni. Ad esempio, se osserviamo il volto di una persona che ci sorride, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni specchio che si attiverebbero se quel sorriso lo stessimo eseguendo noi stessi. Quindi, il nostro cervello, in modo automatico, riesce a capire anche se il sorriso osservato è un sorriso vero o un sorriso finto senza necessità di alcuna attività di elaborazione di tipo inferenziale. Questo meccanismo, chiamato di “simulazione incarnata” (io sono dentro l’altro, l’altro è dentro di me), è fondamentale che si sviluppi adeguatamente in tutte le fasi della crescita di ogni individuo, a partire dalla nascita sino ad arrivare alla prima gioventù (Blanco, 2016). Pertanto, da quanto è emerso sino ad ora, se un adolescente risulta impegnato più ad osservare uno smartphone, un tablet o un pc piuttosto che i volti delle persone con le quali ha la possibilità di interagire dal vivo, anche se non dovesse isolarsi, annoiarsi, sviluppare dipendenze, suicidarsi o diventare un narcisista, con ogni probabilità sarà un adulto con scarse doti empatiche e con competenze sociali non pienamente sviluppate.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr. Massimo Blanco</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Micol Trombetta</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Alfieri S., Bignardi P., Marta E. (a cura di), <i>Generazione Z</i>, Vita e Pensiero, Milano, 2018.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Bauman Z. 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(2006), <i>Narcissistic personality disorder</i>, in Armenian Health Network, 2. (http://www.health.am/psy/narcissistic-personality-disorder/).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Jamieson S., <i>Children ignore age limits by opening social media accounts</i>, “The Telegraph”, February 9, 2016, (https://www.telegraph.co.uk/news/health/children/12147629/Children-ignore-age-limits-by-opening-social-media-accounts.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it, <i>Il gap generazionale sul web</i>, articolo del 27 giugno 2011 (http://d.repubblica.it/argomenti/2011/06/27/news/internet_societa-395922/).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Organizzazione Mondiale della Sanità, <i>Suicide Data</i>, Report 2015 (http://www.who.int/mental_health/prevention/suicide/suicideprevent/en/).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Save the Children, <i>Minori e internet: adulti e ragazzi sempre più connessi via smartphone e sempre più social ma entrambi si muovono sulla rete quasi del tutto inconsapevoli</i>, ricerca IPSOS per “Save the Children” pubblicata il 6 febbraio 2017 (https://www.savethechildren.it/press/minori-e-internet-adulti-e-ragazzi-sempre-pi%C3%B9-connessi-smartphone-e-sempre-pi%C3%B9-social-ma). <i>Dati e metodi della ricerca</i><b> </b>Ragazzi: indagine su campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra 12 e 17 anni. Campione stratificato e casuale, selezionato in base a quote di genere, età, area geografica di residenza ed ampiezza centro. Al campione in rientro è stata applicata una ponderazione (con metodo RIM weighting) per tutte le variabili di campionamento. 804 interviste complete. Adulti: indagine su campione rappresentativo della popolazione italiana adulta, 25-65 anni. Campione stratificato e casuale, selezionato in base a quote di genere, età, area geografica di residenza ed ampiezza centro. Al campione in rientro è stata applicata una ponderazione (con metodo RIM weighting) per tutte le variabili di campionamento. 801 interviste complete.</span></li></ul></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] Autore e giornalista statunitense. Scrive per il “New York Times” ed è <span class="cf1">membro della “National Association Council of Peers Award per l'Excellence Hall of Fame”.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] VKontakte è la piattaforma “social” russa che sarà descritta nel secondo paragrafo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Il click <i>Mi piace</i> sui social network. Inventati nel 2007 da <strong><span class="cf3">Justin Rosenstein,</span></strong><span class="cf3"> </span><span class="cf3">con lo scopo di creare ottimismo si sono trasformati, nel giro di qualche anno, nel motore dei social. È la quantità di like al commento o alla foto del singolo a decretare che persona si è, se si presenta come un fallito o un modello da seguire per la società. Lo stesso ideatore ha dichiarato di essersi pentito di ciò che ha creato.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] È ancora incerto il significato di questa sigla. Secondo alcune fonti si tratta del nome di un gruppo di persone tendenti al suicidio su VK; secondo altre fonti è semplicemente una sigla senza alcun senso nascosto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] Intervista di Michele Ardengo a Carlo Solimene, <i>Il Giornale </i>del 30/05/2017.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Intervista di Rachele Bombace a Maurizio Pompili, <i>Agenzia DIRE</i> del 16/05/2017, www.dire.it.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] Il dark web è il “luogo” del web i cui contenuti sono raggiungibili via internet solo attraverso specifici software tramite codici autorizzativi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] Indagine di <i>The Submarine</i> su internet e sul darknet, marzo 2017.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] Il Parlamento russo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] Tanveer Mann, Metro.co.uk, 10/05/2017.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] Tratto da <i>Colloqui con se stesso</i>, una delle opere letterarie più famose dell’imperatore e filosofo romano Marco Aurelio, frutto di proprie riflessioni che riguardano gli ultimi dodici anni della sua vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] Depressione: disturbo dell’umore caratterizzato da significativi stati di insoddisfazione e tristezza che porta a non provare più alcun interesse per le comuni attività quotidiane e/o per quelle che, prima dell’insorgenza del disturbo, davano piacere.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13] Arco temporale in cui il corpo di un fanciullo diviene un corpo sessualmente adulto, quindi capace di procreare. Le ghiandole sessuali iniziano la loro attività fisiologica. La femmina ha la prima mestruazione e nel maschio comincia la produzione di liquido spermatico. L’adolescenza, invece, è legata a fattori più che altro psicologici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[14] Disturbo del comportamento che insorge nell’infanzia e nell’adolescenza e che consiste nella violazione ripetuta di norme sociali e diritti degli altri nonché nella messa in campo di attività rischiose per sé e per gli altri.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[15] Tratto dall’articolo <i>Dal knockout game al balconing: giochi estremi della web generation</i> di Giovanni Corato dell’1/11/2014 su “Il Giornale.it”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[16] Tratto dall’articolo <i>The viral Internet stunts parents should know </i>di Christine Elgersma del 24/5/2017 su “Common Sense Media” CNN International Edition.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[17] Andy Warhol (1930-1987) è stato uno dei maggiori esponenti della “pop art”, una corrente artistica del XX secolo che si occupa della forma e della rappresentazione della realtà. Warhol è famoso per le sue opere che prendono spunto dal cinema, dalla pubblicità e dai fumetti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[18] Qui si utilizza il termine “social” per indicare sia i social media che i social network. Questi ultimi rappresentano un sottoinsieme del più vasto mondo dei social media (Kaplan e Haenlein, 2012).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[19] Report Global Digital 2018 prodotto da We Are Social in collaborazione con Hootsuite.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[21] Jamieson S, <i>Children ignore age limits by opening social media accounts</i>, articolo del 9 febbraio 2016 sul quotidiano inglese “The Telegraph”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[22] Follower: dall’inglese “seguace”. Termine usato nel mondo dei social per indicare un utente che si è registrato sulla pagina o su un canale di un altro utente al fine di visualizzarne i messaggi e i contenuti (foto e video). Il follower può in genere commentare o esprimere un parere (ad esempio tramite i “like”) i messaggi o i contenuti inseriti dall’utente seguito.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[23] Quella citata è la versione romana del mito di Narciso, narrata da Ovidio. Ne esiste anche una ellenica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[24] Il simbolo del cancelletto (#) associato a una o più parole chiave per facilitare le ricerche tematiche in un blog o in un social media.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[25] I termini “internet” e “web” sono comunemente utilizzati, anche nell’ambito dello studio dei fenomeni sociali e psichici, in modo intercambiabile. In realtà, dal punto di vista informatico, internet può essere paragonato all’hardware del sistema mentre il web al software. Internet, in sostanza, è l’infrastruttura che fa funzionare la rete di applicazioni che servono per comunicare e condividere, cioè il web. In questo paragrafo, i termini “internet” e “web” verranno usati come sinonimi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[26] Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) è il manuale statunitense pubblicato dalla American Psychiatric Association, in cui vengono riportati e classificati tutti i disturbi mentali e psicopatologici. Il manuale viene utilizzato pressoché dai medici e dagli psicologi di tutto il mondo e, ad oggi, è giunto alla sua quinta edizione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[27] Tra questi disturbi rientrano il gioco d’azzardo patologico, la cleptomania, la piromania e la tricotillomania.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[28] Disordine psicologico causato principalmente da un conflitto inconscio tra chi ne soffre e l’ambiente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[29] In inglese <i>nomophobia</i>, dove “nomo” è l’acronimo di “no-mobile”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[30] 22° Congresso Nazionale della SOPSI Società italiana di Psicopatologia, Roma, 19 marzo 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[31] Il termine letteralmente è riferito alla buona cura degli animali (pulizia, spazzolatura del pelo ecc.) ma può significare anche l’atto di addestrare qualcuno. In etologia, è il comportamento con cui un animale si prende cura delle superfici del proprio corpo o del corpo di un individuo della stessa specie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[32] Abbreviazione di “applicazione”. Si tratta di software per dispositivi di tipo mobile, come gli smartphone. In genere sono giochi o utilità della più varia natura (es. bussola, mappe geografiche, programmi dietetici, contapassi ecc.).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[34] Dati OMS del 2015.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[35] È un disturbo di personalità in cui il soggetto che ne è affetto tende a sperimentare emozioni e stati d’animo molto intensi che possono cambiare repentinamente. Il malato fa fatica a calmarsi se è emotivamente provato, pertanto potrebbe avere dei veementi scatti d’ira. Inoltre, il disturbo porta chi ne soffre ad abusare di sostanze, avere rapporti sessuali a rischio, autoinfliggersi lesioni e ad azioni di suicidio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[36] Il termine è traducibile in inglese con “net-suicide” (suicidio connesso alla Rete internet).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[37] La ricerca è del 2011 ma la situazione, verificata nel 2018, si presenta ancora la medesima (cfr. articolo di Grazia Sambruna del 17 marzo 2018<i>Suicidio e eutanasia online, bastano venti minuti</i> su “Linkiesta” http://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/17/suicidio-e-eutanasia-online-bastano-venti-minuti/37474/).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[38] In psicologia, il rimuginio consiste in uno stato d’ansia che riguarda pensieri negativi riguardanti pericoli o minacce</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[39] Proprietà dell’intervista. Si riferisce all’uniformità degli atti di interrogazione in un’intervista individuale sia per quanto riguarda la forma, sia per quanto riguarda l’ordine della loro presentazione agli intervistati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[40] Proprietà dell’intervista. Si riferisce alla possibilità, da parte del ricercatore, di stabilire i contenuti dell’intervista (Bichi, 2002).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[41] la normativa UE prevede età minima 16 anni a meno che non ci sia il consenso dei genitori, ma ha rimandato ai singoli garanti dei Paesi UE di fare come credono. In Italia, il Garante della Privacy non si è ancora espresso – ad ogni modo, FB, Instagram, WA ecc. fissano età minima a 13 anni</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[42] Autoritratto realizzato con una fotocamera compatta, con uno smartphone, con una webcam o con un tablet.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[43] I neuroni specchio sono chiamati in gergo anche “mirror” (dall’inglese mirror neurons).</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 Mar 2019 17:00:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?giovani-internauti-e-viaggi-senza-ritorno--il-fenomeno--blue-whale-challenge-</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[L’importanza delle tecniche di “triage” applicate alle prove digitali]]></title>
			<author><![CDATA[Antonio Andrea Miriello]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Digital_Forensics_%26_Cyber_Security"><![CDATA[Digital Forensics & Cyber Security]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_i6z879w9"><div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/digitalforensics-e1478822585706.jpg"  width="776" height="406" /><br></div><div><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Autore: Antonio Andrea Miriello, criminalista</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sezione Investigazioni Scientifiche dell'Istituto di Scienze Forensi (Unità Digital Forensics)</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b class="fs11lh1-5">Introduzione</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Se è pur vero che indizi e prove digitali provenienti dai dispositivi a noi in uso (pc, smartphone, tablet, memorie usb/esterne ecc.) stanno praticamente rivoluzionando i metodi con cui si applica la giustizia civile e penale nei nostri tribunali, non si può dire lo stesso delle metodologie con cui queste vengono acquisite.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Nuova tecnologia, vecchie maniere</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Non è raro, purtroppo, imbattersi in procedimenti ove si evidenziano degli errori che, nella grande maggioranza dei casi, vengono commessi nelle fasi di individuazione, preservazione e prima acquisizione della prova digitale. Errori che rischiano di compromettere seriamente l’andamento dei futuri procedimenti civili e penali. Computer accesi che vengono spenti, smartphone che vengono sottratti all’utilizzatore senza che vengano isolati dalle frequenze radio, mancata individuazione dei supporti informatici “mimetizzati” in oggettistica, smartphone e tablet che vengono ispezionati senza la presenza dei legali o dei consulenti tecnici di fiducia sono solo alcuni degli errori in cui ci si imbatte più spesso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Invero, le “best practice” della digital forensics, quando applicate, prevedono, proprio per le fasi di individuazione, preservazione e prima analisi, delle procedure che permettono, nella quasi totalità dei casi, di non lasciare il minimo dubbio sull’alterazione volontaria o involontaria della prova informatica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A partire dalla convenzione di Budapest sulla criminalità informatica, con la legge 18 marzo 2008, n. 48, venivano sancite le linee guida sull’acquisizione della prova informatica secondo le quali la prova informatica <span class="cf1">deve essere acquisita con metodologia adatta:</span></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a garantire che non vi siano alterazioni o danneggiamenti del dispositivo originale; all’autenticazione del reperto e dell’immagine acquisita;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a garantire la ripetibilità dell’accertamento;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a un’analisi senza modificazione dei dati originari;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">alla massima imparzialità nell’agire tecnico.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Secondo le pratiche ormai consolidate della digital forensics, infatti, basterebbero delle accortezze specifiche che anche gli operatori di PG dovrebbero essere in grado di attuare, visto che proprio loro, molto spesso, sono direttamente coinvolti nelle fasi di individuazione (perquisizione) e sequestro (preservazione) dei dispositivi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Indipendentemente dal fatto che il dispositivo informatico sia esso stesso “vittima” di un crimine (crimine informatico, hacking, spoofing ecc.) oppure che sia stato di ausilio all’utilizzatore per compiere un crimine, le best practice cui si fa riferimento variano, grossolanamente, in base al tipo di dispositivo e allo stato in cui viene rinvenuto.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Esempio</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel momento in cui un pc, uno smartphone o un tablet viene rinvenuto nello status di “spento” nei luoghi di interesse operativo, basterebbe una folta attività di identificazione e custodia puntualmente verbalizzata &nbsp;per far sì che i futuri giudicanti possano aver conto di quanto successo in questa fase (attività composta da: indicazione dei seriali o degli IMEI, descrizione fisica dei dispositivi, utilizzo di borse di Faraday isolanti, farsi riferire eventuali password o codici di sblocco dagli utilizzatori se essi sono presenti e collaborativi).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel momento in cui un PC, uno smartphone o un tablet vengono rinvenuti nello status di “acceso”, la situazione cambia radicalmente. Infatti, una delle caratteristiche più delicate della traccia digitale è la sua volatilità, in quanto tutti i dispositivi informatici possiedono una memoria di lavoro RAM (random access memory), la quale, interrotta l’alimentazione, perde i dati in essa contenuti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È assolutamente consigliabile, quindi, procedere perlomeno all’acquisizione in “live” della memoria RAM (per i pc) o all’acquisizione fisica o logica degli smartphone/tablet dopo aver attivato la modalità aereo/offline (procedura più che sufficiente a mettere in sicurezza il dispositivo mobile).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Queste pratiche richiedono il possesso e l’utilizzo di determinati tools/software che sono progettati e sviluppati per fornire metodi di acquisizione forense riconosciuti dalla comunità scientifica (es. CAINE/DEFT/HELIX per i pc, UFED, XRY, MOBILEDIT FORENSICS per smartphone e tablet), nonché di<b> </b>hardware/strumenti di “write blocking” che, bloccando il flusso di dati in scrittura (flusso che si interfaccerebbe con il dispositivo da acquisire), proteggono le fasi di duplicazioni forense da eventuali scritture involontarie di dati. Infine, sono necessarie memorie di archiviazione di massa idonee ad immagazzinare quanto acquisito dalle precedenti operazioni e di cui dovrà essere noto il seriale, poiché questi saranno i dispositivi che conterranno le prime immagini forensi su cui poter successivamente confrontare i dati provenienti da future ed eventuali altre copie forensi.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Confrontare come?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tutto ruota, invero, attorno all’ “algoritmo di hash”, che è quella funzione unilaterale che permette agli operatori di un eventuale procedimento di verificare se il dato informatico in analisi (operazione effettuata ad esempio da un perito o da un consulente di parte), sia lo stesso dato che era presente al momento del sequestro e della preservazione della prova digitale. Infatti, al variare del contenuto di un file immagine, di un brano audio, di un file di testo o pdf, varierà sempre il codice di hash successivamente verificato.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Triage-digital.png"  width="767" height="261" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">I principali algoritmi di HASH applicati alla digital forensics sono:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo MD5 (message digest 5), sequenza di 32 caratteri esadecimali ed output a 128 bit;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo SHA-1 (secure hash algorithm), sequenza di 40 caratteri esadecimali ed output a 160 bit;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo SHA-256, sequenza di 64 caratteri esadecimali ed output di 256 bit.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">La funzione di HASH si può applicare a qualsiasi dato informatico ottenuto in seguito alla copia forense. Si può applicare altresì all’immagine generale della copia forense ottenuta (che contiene al suo interno tutti i dati), così come si può applicare ad una cartella, ad una sottocartella, a dei singoli file, a dei database ecc.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito all’utilizzo degli algoritmi di hash, vi sono delle distinzioni da fare tra la computer forensics e la mobile forensics. Per quanto riguarda la computer forensics, nella grande maggioranza dei casi è possibile acquisire la copia integrale della memoria di archiviazione (hard disk) mediante copia fisica bit-a-bit su cui, applicando la funzione di hash, sarà sempre possibile verificarne l’integrità ottenendo ogni volta il medesimo hash, poiché non ci si aspetta che, con nuove acquisizioni, la memoria subisca alcuna variazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda la mobile forensics, invece, raramente è possibile attuare soluzioni che non prevedano l’accensione del dispositivo. Dopo la prima copia forense, quindi, se sarà necessario effettuarne di nuove bisognerà nuovamente avviare il dispositivo. Avviando il dispositivo, però, il sistema operativo si interfaccerà con le memorie (di lavoro e di archiviazione) facendo sì che si concretizzi una modifica del filesystem. Variazione che, anche se minima, farà variare gli algoritmi di hash della copia che cambieranno nonostante ci si aspetta non cambino quelli dei file in essa contenuti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo aver adottato tutte le dovute cautele, quindi, si potrà passare alle prime analisi dei dispositivi senza dover lavorare direttamente sui reperti, che potranno essere ricustoditi mantenendo la catena di custodia per future esigenze.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella realtà dei fatti, i sequestri, le analisi, le acquisizioni di dispositivi informatici sono innumerevoli e all’ordine del giorno. Un volume di lavoro così ampio che è impossibile, oggettivamente, affidare unicamente alle forze dell’ordine specializzate nel settore (di nicchia) e poter garantire l’attuazione delle best practice prima descritte su tutto il territorio nazionale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di vitale importanza, quindi, diventano gli esperti della materia che svolgono autonomamente questa attività i quali, spesso, si affiancano alle forze di polizia nella fase investigativa come ausiliari di PG o consulenti tecnici del pm.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Antonio Andrea Miriello<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 11:41:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?l-importanza-delle-tecniche-di--triage--applicate-alle-prove-digitali</link>
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			<title><![CDATA[Burnout, l’invisibile malattia dell’anima]]></title>
			<author><![CDATA[Domenico Romeo]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Sociologia_forense"><![CDATA[Sociologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_1i255w66"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/file-20171027-13340-16ejemk.jpg"  width="776" height="519" /><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr. Domenico Romeo, criminologo<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">È passata inosservata per tanti anni, quasi declassata, spesso, come un normale “stato di tristezza o depressione passeggera”. Con il tempo, poi, è cresciuta in forma esponenziale catturando l’attenzione del mondo della psicanalisi e della ricerca. È la sindrome di “burnout”, una nuova malattia del secolo, una patologia che colpisce l’anima e la mente di molte persone. “Burnout” si traduce letteralmente in italiano in “esaurito”, “bruciato” e indica l’impossibilità psichica di un soggetto di potere proseguire un normale percorso di vita professionale e personale. Le origini del burnout affondano negli anni Trenta, quando l’impossibilità di consolidare dei successi già acquisiti da parte di un’atleta veniva ricondotta ad un decadimento psicologico dello stesso atleta. &nbsp;Dagli anni Trenta fino agli anni Settanta non si registrano ulteriori studi ed approfondimenti su tale tematica, fino a quando la psichiatra americana Christina<span class="cf1"> </span>Maslach apre una porta importante in tema di analisi, stabilendo che il burnout è una malattia soggetta ad aggredire categorie professionali dedite ad attività “intrarelazionali” (gli infermieri, i medici e categorie affini). I rapporti professionali posti in essere dalle categorie sopra indicate, con soggetti deboli, sofferenti, vengono attenzionati dalla psichiatria del tempo, con relative disamine sulle reali ed eventuali implicazioni. L’esito di tali analisi prodotte dalla psichiatria americana, coniano il termine di “esaurimento emozionale”, qualificando il burnout come autentica malattia della mente, dello spirito, del cuore. &nbsp;Gli stessi maggiori studiosi del burnout, nel 1997, al termine di un ciclo di studi, ampliano ulteriormente il raggio di rischio di “contagio” di questa malattia non solo alle categorie mediche sopra indicate. Il raggio viene esteso a qualsiasi categoria professionale che vive a “contatto” con soggetti di varia “estrazione sociale e comportamentale”: forze dell’ordine, avvocati, imprenditori, liberi professionisti, insegnanti e chiunque impiega il proprio tempo con un pubblico, risultano essere soggetti interessati. Il “role taking” (particolare capacità empatica a compenetrarsi nell’altrui persona), pertanto, diventa arma a doppio taglio per taluni soggetti particolarmente sensibili e la ricerca di una fonte d’equilibrio nell’approccio individuale appare il muro divisorio che andrebbe a impedire invasivi sovraccarichi emozionali. Da qui, si sviluppano ulteriori approfondimenti sulle cause generative del burnout, partendo dalla fase “alborea” riconducibile allo stadio dell’“erosione dell’ambiente di lavoro”, che va ad incrociare elementi apparentemente estranei: carico e ambiente professionale, stimolazioni derivanti da miglioramenti, equità e valori connessi. I dati ad incrocio sopra specificati rappresentano degli elementi di congiuntura di particolare rilevanza nella considerazione che gli stessi, singolarmente, rappresentano fronti di studio dalla valenza significativa. Nel caso di specie, l’eccessivo carico di lavoro (definibile tecnicamente in “bossing”), potrebbe essere una concausa da non sottovalutare. Sarebbe utile porre l’analisi su un ipotetico aspetto di una problematica sociale e professionale collegabile al burnout: l’anomia. Essa, non è altro che la presa coscienza di un soggetto di muoversi endogenamente in una società non meritocratica e che induce, in via diretta ed indiretta, all’utilizzo di mezzi illeciti per il raggiungimento di un fine. Durkheim e Merton vengono ricordati, fino al momento, come i maggiori studiosi di tale fenomeno e nel caso de quo l’interrogativo da porsi dovrebbe essere il seguente: non sarebbe il caso di analizzare i “case-linkage-system” che legano l’insorgenza della sindrome di burnout all’anomia? Meglio specificando: vi è un legame fra il burnout ed il tipo di società anomica? &nbsp;A dire il vero, questo sarebbe un terreno su cui cimentarsi, dando la possibilità ad equipes di analisti (psicologi, psichiatri, criminologi, giuristi) di costituirsi in uno specifico pool atto alla disamina degli elementi acquisiti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo avere prodotto, in via prodromica, tali analisi preliminari, si indica la sintomatologia frequente del burnout, comprensiva del profilo psicologico del soggetto vittima:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">sintomi aspecifici: stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, irrequietezza, insonnia;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">sintomi somatici: insorgenza di patologie varie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">sintomi psicologici: rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, negativismo, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, con i familiari ed amici, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti &nbsp;e del prossimo circostante, &nbsp;critiche nei confronti dei colleghi, amici, familiari, etc.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">È bene precisare, altresì, che difformemente da quanto era stato illustrato nelle proposizioni esegetiche iniziali atte ad inquadrare il burnout, la psicologia clinica ha sovvertito un criterio fondante: la malattia dell’anima non colpisce il soggetto in quanto “utente” già predisposto naturalmente, ma è il contesto umano e sociale che genera il malessere al soggetto malcapitato. Un capovolgimento di fronte che, per ovvie ragioni, ribalta ogni tipo di analisi ad incrocio sul fenomeno. Riallacciandomi a quanto già richiamato in incipit, la dottrina sul burnout stabilisce che è difficile, in via iniziale, individuare il disagio psicologico in un soggetto che nei casi peggiori arriva a diventare vittima di sé<span class="cf1"> </span>stesso cedendo all’alcolismo, al gioco d’azzardo o compulsivo ed a qualsiasi altra forma di alienazione aberrante fino al momento da lui mai posta in essere. &nbsp;Quali sono le cause per opporre rimedio e per prevenire la nascita di questa subdola malattia dell’anima? La prima pietra si poggia garantendo un clima professionale non incline a conflittualità o facilmente incline a crisi relazionali. È opportuno, altresì, favorire una netta separazione fra ambiente professionale e ambiente familiare, garantire un clima di meritocrazia, crescita umana e professionale, prevenire infortuni, la condivisione della gestione del carico di lavoro, delle aperture e il gioco di squadra. La psicologia clinica, intervenendo nel merito, nella fase di repressione del problema individua la psicoterapia quale deterrente utile, coniugato al “recupero dell’orgoglio di gruppo, d’appartenenza, dei valori etici” che indurrebbero ad una maggiore autostima. &nbsp;Identità ed autostima rimangono panacee senz’altro indispensabili durante lo stadio della repressione, ma in via preventiva è favorire sempre il dialogo negli ambienti professionali l’arma in più per la mente. Il dialogo, pertanto, come fonte di crescita individuale e ambientale, quale elemento indispensabile atto alla crescita umana di qualsiasi tipo di società e pronto ad allontanare qualsiasi malattia dell’anima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott. Domenico Romeo</span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><br></div><div><div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 17:31:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?burnout,-l-invisibile-malattia-dell-anima</link>
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			<title><![CDATA[L’incendio del Moby Prince e l’interpretazione della Formula di Levin]]></title>
			<author><![CDATA[Mirko Vicenzotto]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazione_incendi_ed_esplosioni"><![CDATA[Investigazione incendi ed esplosioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_28o5151j"><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-10" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Incendio-Moby-Prince.jpg"  width="777" height="419" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><span class="fs11lh1-5">Autore: Mirko Vicenzotto, criminalista presso la Sezione Investigazioni Scientifiche dell'Istituto di Scienze Forensi</span><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>1. </b><b>Presentazione del caso</b><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">1.1 La storia del Moby Prince</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il “Moby Prince” fu costruito nel 1967 in Inghilterra per una compagnia navale olandese ed in seguito, nel 1986, acquistato dalla compagnia navale privata Nav.Ar.Ma, oggi conosciuta con il nome di “Moby S.p.A.”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il traghetto venne adibito a trasporto di mezzi e persone dal porto di Livorno verso vari porti della Corsica e della Sardegna.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il traghetto era lungo 131,5 metri e largo 20 metri, con una capacità di carico di 1500 passeggeri e 360 veicoli ed una velocità di navigazione massima di 19 nodi (equivalenti a poco più di 35 km/h).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">1.2 10 Aprile 1991</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La notte del 10 aprile 1991 il traghetto “Moby Prince” era regolarmente in servizio quando alle 22.25, subito dopo esser partito dal porto di Livorno con direzione Olbia, entrò in collisione con la petroliera “Agip Abruzzo” che era ancorata nella rada del suddetto porto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La prua del traghetto squarciò la cisterna numero 7 della petroliera provocando la fuoriuscita del contenuto che investì buona parte del “Moby Prince” e, a causa del calore prodotto dallo sfregamento delle lamiere delle due navi, scatenò istantaneamente un incendio di notevoli proporzioni che interessò principalmente il traghetto coinvolgendo inizialmente la prua e la sala comandi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Non si conobbe mai con certezza il contenuto della cisterna in oggetto in quanto i periti ebbero il permesso di analizzarla solamente dopo che tutto il contenuto fu rimosso, ma si suppone si trattasse di 2700 tonnellate di petrolio grezzo di tipo Iranian Light.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Subito dopo l’impatto la torre di comando ricevette il MayDay da parte della petroliera che riferì, erroneamente, di essersi scontrata con una “bettolina” ma per un difetto di funzionamento degli organi di comunicazione non riscontrò il MayDay lanciato per due volte da parte del Moby Prince.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il Comandante del traghetto riuscì, prima che gli organi di comando venissero messi fuori uso a causa dell’incendio, ad imporre al traghetto un movimento rotatorio con il duplice scopo di mantenersi in zona e visibile per i soccorsi e tenere lontano dal corpo della nave l’incendio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nonostante quest’operazione il traghetto venne trovato quasi casualmente solo alle 23:45, ossia un’ora e 20 minuti dopo la collisione, da una barchetta di ormeggiatori.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Contestualmente venne tratto in salvo l’unico superstite del Moby Prince, uno dei mozzi della nave che autonomamente riuscì ad uscire dal traghetto in fiamme ed ancorarsi ad una delle balaustre finché vide la barchetta dei soccorritori e si tuffò in mare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli ormeggiatori avvisarono la torre di comando che il superstite denunciò la presenza di passeggeri ancora vivi e da salvare; ci furono una serie di comunicazioni di questo tipo che non ricevettero però alcuna risposta da chi gestiva i soccorsi in quei momenti e successivamente, alle 23:59 ad un’ora e 34 minuti dalla collisione, gli stessi ormeggiatori ritrattarono le precedenti dichiarazioni affermando che il naufrago dichiarò che fossero già tutti morti bruciati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Vennero impiegate per il traghetto solamente due bettoline che per conformazione non hanno a bordo attrezzature atte a compiere azione estinguente dell’incendio e si limitarono, per ordine della torre di comando a girare intorno al relitto in fiamme.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Mentre le trenta persone dell’equipaggio a bordo della petroliera Agip Abruzzo non riportarono danni fisici, 140 passeggeri del Moby Prince trovarono la morte con un solo superstite che si mise in salvo da solo.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>2. </b><b>Il Processo</b><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">2.1 Sentenza di I° grado (Livorno)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il processo di I° grado iniziò il 29 novembre 1995 in cui ci furono quattro imputati, accusati di omicidio colposo per varie motivazioni in base ai ruoli da loro ricoperti nel sinistro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il processo si concluse due anni dopo e la sentenza venne pronunciata nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre 1997 con l’assoluzione da parte di tutti gli imputati in quanto <i>«il fatto non sussiste».</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">2.2 Sentenza di II° grado (Firenze)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 5 febbraio 1999 la III° Sezione della Corte d’Appello di Firenze dichiarò di non dover procedere nei confronti degli indagati per <i>«intervenuta prescrizione».</i></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>3. </b><b>L’incendio</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">3.1 La reazione di combustione</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La combustione è una reazione chimica di ossidazione che avviene tra combustibile e comburente, solitamente l’ossigeno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È una reazione di tipo esotermico in quanto rilascia energia, sotto forma di calore, che è il quantitativo in eccesso rispetto a quanta ne serviva alla reazione per rompere i legami molecolari del combustibile con l’ossigeno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La combustione è alla base di ogni incendio e necessita della contemporanea presenza dei tre componenti fondamentali (combustibile, comburente e calore) che vengono posti in una struttura triangolare, definita “triangolo del fuoco”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per completezza viene tipicamente considerato il “Tetraedro di fuoco”, nel quale oltre ad i tre elementi sopracitati viene presa in considerazione anche la catena di reazione, la quale ha lo scopo di mantenere vivo il processo di combustione offrendo alla reazione di ossidazione i componenti chimici di cui necessita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La catena di reazione produce radicali liberi (es. OH) in quantità superiore a quanto necessita il processo di combustione in modo da non far cessare la reazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">3.2 Le fasi dell’incendio</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’incendio in un ambiente chiuso, se completamente sviluppato, viene tipicamente suddiviso in sei fasi, ognuna delle quali presenta delle particolari caratteristiche e raggiunge temperature diverse.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La prima è la fase di <i>innesco</i>, nella quale avviene la reazione di ossidazione tra combustibile e comburente e le temperature sono ancora molto basse; la seconda è la fase di <i>crescita</i>, nella quale l’incendio inizia a svilupparsi e a diffondersi, nel contempo la temperatura sale rapidamente. La fase seguente è il <i>“Flash Over”</i>: in questa fase i gas di combustione presenti, della temperatura di circa 600 °C, hanno già saturato l’ambiente e le superfici dei materiali combustibili presenti iniziano a vaporizzare, per poi incendiarsi quasi contemporaneamente. Segue il <i>completo sviluppo</i> dell’incendio, fase in cui la combustione è estesa sostanzialmente a tutti i materiali combustibili e la temperatura raggiunge il suo picco massimo di circa 800-900 °C. In questa fase combustibile e comburente sono quasi in equilibrio tra di loro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo il momento di picco massimo dell’incendio, la combustione inizia a <i>decadere</i>, il combustibile inizia ad esaurire e la temperatura si abbassa gradualmente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ultima fase è la fase di <i>estinzione</i>, nella quale il combustibile o il comburente non sono più presenti in quantità tale da permettere la reazione di ossidazione e pertanto l’incendio si estingue.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">3.3 Effetto degli incendi sulle persone</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Durante lo sviluppo di un incendio ci sono diversi fattori oltre al calore che possono produrre danni elevati alle persone coinvolte, come ad esempio i vapori ed i gas tossici e/o asfissianti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La pericolosità di una sostanza è determinata dal tempo di esposizione del soggetto, dalla sua concentrazione e dal danno che questa stessa sostanza è in grado di arrecare all’uomo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La causa principale di morte, negli incendi, non sono le ustioni bensì le inalazioni di fumi tossici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2011 da uno studio condotto dall’ NFPA (National Fire Protection Association) è emerso che, negli incendi domestici, il rapporto tra decessi per inalazione di fumo e quelli per ustioni è di 8 a 1.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Durante un incendio i livelli di ossigeno scendono ed è quindi probabile che l’ambiente contenga livelli elevati di monossido di carbonio e molte altre tossine.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I soggetti presenti nel luogo di un incendio sono esposti a sostanze tossiche che vengono assimilate dall’organismo attraverso i polmoni e la pelle, ma i polmoni sono fino a 300 volte più efficienti nell’introdurre tossine nell’organismo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra le sostanze nocive sviluppate da un incendio si possono riscontrare: </span></div><div><div class="imTAJustify"><ul><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Anidride Carbonica;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Anidride Solforosa;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Idrogeno Solforato;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Perossido d’Azoto;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Acido Cloridrico;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Fosgene;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Ammoniaca;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Monossido di Carbonio;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Acido Cianidrico;</span></li></ul><span class="imTALeft fs11lh1-5">Nei prossimi paragrafi vedremo in dettaglio il monossido di carbonio e l’acido cianidrico, di particolare interesse per l’elaborato.</span></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><b class="imTALeft">4. </b><b class="imTALeft">I prodotti della combustione</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">4.1 Carbossiemoglobina (HbCO)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs11lh1-5">Per definire la Carbossiemoglobina è necessario partire dal monossido di carbonio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Il monossido di carbonio (CO) è un gas inodore, incolore e non irritante che bruciando forma anidride carbonica (CO</span><sub class="imTALeft">2</sub><span class="imTALeft">). </span><span class="imTALeft">È tra le sostanze che mietono più vittime per intossicazione acuta, in quanto la sua presenza è inavvertibile se</span></span></div><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">mescolato con l’aria in dosi tossiche.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si forma da qualsiasi processo di combustione incompleta di sostanze contenenti carbonio (carbone, legno, olio combustibile, ecc.) in condizioni di carenza d’ossigeno tali da impedirne la completa ossidazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La pericolosità per l’uomo è data dal fatto che l’emoglobina presenta un’affinità di 210 volte maggiore con il monossido di carbonio rispetto a quella per l’ossigeno, di conseguenza tende a legare più stabilmente il CO che risulta così in grado di spiazzare l’ossigeno, non permettendo il corretto processo di ossigenazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La progressiva formazione di HbCO dipende dalla durata dell’esposizione al CO, dalla concentrazione del gas inalato e dalla ventilazione alveolare.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si ritiene che la concentrazione fatale sia quando i 2/3 dell’emoglobina sono combinati con il monossido di carbonio (coefficiente letale convenzionalmente indicato nel 66,6 % di HbCO).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Questi valori sono indicati in linea teorica in quanto ogni soggetto risponde in modo diverso all’agente tossico, con la possibilità di produrre anche un abbassamento della soglia mortale; è altresì vero che l’età del soggetto coinvolto può incidere in modo evidente, come nel caso di anziani, in ragione della diminuita capacità respiratoria il limite letale è convenzionalmente indicato con valori anche inferiori al 50 % di HbCO.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Bambini, anemici e soggetti che soffrono di disturbi cardiovascolari sono più sensibili agli effetti tossici del monossido di carbonio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il monossido di carbonio è costantemente presente anche nell’atmosfera, per questo quasi sempre vengono riscontrate piccole quantità nel sangue di ogni individuo non superiori all’1% di HbCO.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Nei soggetti fumatori invece la percentuale può attestarsi anche intorno all’ 8-10 % in quanto nelle sigarette è presente il 6-8 % di CO.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il rapporto tra CO presente nell’atmosfera e HbCO nel sangue non è direttamente proporzionale, ma i valori raggiungono un equilibrio tra di loro dopo un certo intervallo di tempo in funzione dell’attività fisica del soggetto esposto, per effetto del diverso volume di aria inspirato. Tale quantità dipende dalla massa dell’individuo, di conseguenza i soggetti più piccoli inspireranno CO in modo più rapido rispetto ai soggetti più grandi, avvertendo per primi gli effetti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">4.2 Acido cianidrico (CN)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’esposizione ad alti livelli di monossido di carbonio può essere letale, ma un aspetto spesso ignorato è la presenza di cianuro; le ricerche hanno evidenziato come questa sostanza contribuisca in modo significativo a migliaia di decessi legati agli incendi ogni anno.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Suddetti studi hanno provato che nel fumo prodotto da un incendio, l’acido cianidrico può avere una tossicità di 35 volte superiore a quella del monossido di carbonio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Nei normali incendi strutturali sono frequenti livelli di HCN pari a 200 ppm, con conseguenze letali in 30-60 minuti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’esposizione all’acido cianidrico si presenta con sintomi di vertigini, debolezza e battito cardiaco accelerato, oltre ad un effetto narcotico e comportamenti strani ed irrazionali che possono spingere il soggetto coinvolto a prendere decisioni pericolose.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’HCN può penetrare nell’organismo per assorbimento cutaneo, inalazione o ingestione e attacca principalmente cuore e polmoni, può causare infarto ed arresto cardiaco e quindi ostacolare gli interventi di rianimazione e può rendere incapace una vittima in breve tempo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’acido cianidrico agisce impedendo sia il trasporto dell’ossigeno ai tessuti, sia l’utilizzazione dell’ossigeno stesso da parte delle cellule nella respirazione cellulare; in questo modo viene bloccata la produzione di energia della cellula con conseguente morte della cellula prima e dell’organismo poi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">È un composto molto reattivo ed estremamente tossico, 300ppm di vapori di acido cianidrico nell’aria possono uccidere una persona nell’arco di pochi minuti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">4.3 Levin, la correlazione dei due gas</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Insieme, CO e HCN, generano un asfissiante chimico dagli effetti letali che può provocare l’arresto cardiaco al momento dell’incendio o causare tumori anche a distanza di decenni.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La combinazione di questi “gemelli tossici” è di gran lunga più nociva dell’esposizione ad ognuno di questi agenti chimici singolarmente e di conseguenza misurare la soglia di allarme di questi gas separatamente non porta a risultati realistici.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Se inalati insieme, i due gas hanno un effetto tossico sinergico in quanto il CO impedisce all’ossigeno di raggiungere gli organi vitali e allo stesso tempo l’ HCN attacca il sistema nervoso centrale ed il sistema cardiovascolare, provocando disorientamento e confusione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Nel caso del sinistro tra il “Moby Prince” e la petroliera “Agip Abruzzo”, buona parte del processo venne incentrato sul tempo di sopravvivenza all’interno del traghetto utilizzando come parametro la Formula di Levin.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Questa formula venne presa in considerazione per cercare di ottenere un dato il più possibile realistico atto a definire l’effetto combinato tra concentrazione di carbossiemoglobina e concentrazione di cianuri nel sangue, confrontati successivamente con i campioni ematici dei passeggeri, prelevati ed analizzati durante le autopsie svolte nei giorni seguenti all’incendio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si poterono analizzare campioni ematici di soli 96 cadaveri in quanto le condizioni di morte di alcuni passeggeri non consentirono analisi postume.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Alcuni campioni furono costituiti da sangue liquido mentre la maggior parte furono estrapolati da campioni di sangue condensato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La suddetta formula venne ideata, applicata ad un caso di incendio all’interno di un cinema di San Diego, da Levin e Coll per tentare di stabilire la sinergia che si crea tra HbCO e CN, e quanto questa combinazione di gas possa incidere sulla sopravvivenza dei soggetti coinvolti, esplicitandola come segue:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">( %HbCO / 50 ) + ( CN / 500 ) = X</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Stando alla formula, vengono considerate letali concentrazioni del 50% per la carbossiemoglobina e di 500 <span class="cf1">μg</span>/100 ml per i cianuri. Di contro il Professor Giusiani, tossicologo e membro del collegio medico-legale incaricato dalla procura per stilare la perizia, ritiene che tale formula sia un’indicazione empirica. Sostiene che la concentrazione letale di carbossiemoglobina indicata al 50% sia condivisibile e verosimilmente realistica, ma ritiene che il denominatore dei cianuri indicato con il 500 sia estremamente elevato in quanto, secondo il suo parere, già con una concentrazione di 100<span class="cf1">μg/100 ml di cianuri possa sopraggiungere la morte dell’individuo</span>.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La formula utilizzata dal Professor Giusiani, quindi, risulta essere la seguente:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">( %HbCO / 50 ) + ( CN / 100 ) = X</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Lo stesso Giusiani è il primo critico di questi dati, sostenendo che sono parametri predittivi che servono solamente ad interpretare quello che potrebbe essere successo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per entrambe le formule, il risultato di “X” è da interpretare verosimilmente come segue:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">&lt; 0,6 Nessun effetto;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">0,6 – 0,8 Incapacitazione;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">&gt; 0,8<b> </b>Morte per effetto dei due gas;</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Come si può immaginare i risultati ottenuti cambiano notevolmente applicando l’una o l’altra formula, come sviluppato nei paragrafi seguenti.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b>5. </b><b>Perizia Medico Legale</b><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">5.1 I valori ematici</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il collegio di medici legali e tossicologi che effettuarono le perizie medico legali sui cadaveri dei passeggeri del “Moby Prince”, in particolare il Professor Giusiani, ebbero il compito di verificare quali sostanze tossiche avessero inalato i soggetti dai campioni di sangue prelevati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Fecero una premessa portando all’attenzione la composizione degli arredamenti del “Moby Prince” (moquette, poltrone, ecc.) che se incendiati rilasciano molte sostanze tra cui principalmente ossido di carbonio e acido cianidrico, anche se non ci sono solo questi gas come si è potuto apprezzare in precedenza.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Ne consegue che la verifica della presenza di soli ossido di carbonio e acido cianidrico è limitativo, ma questo fu l’unico parametro disponibile che consentì di fare previsioni sulla dinamica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Buona parte dei campioni di sangue che furono forniti dai medici legali erano praticamente “sangue cotto” e si trattava per lo più di frammenti combusti, si rese quindi necessario effettuare delle prove per ricostruire il campione originario aggiungendo acqua e valutando la perdita in peso, insieme alla perdita di acqua, che verificarono in via sperimentale in modo da poter costituire dei campioni utili per le analisi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Con questa premessa è evidente che tali analisi ebbero degli errori di base perché non furono fatte su campioni di sangue prelevati da soggetti in vita.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Di seguito viene riportata la tabella dei reperti che fu possibile analizzare, corredati di età, valori in percentuale di HbCO nel sangue, livello ematico di cianuri espresso in microgrammi di cianuro su 100 millilitri di sangue, zona della nave di rinvenimento ed eventuali annotazioni. Per semplificarne la lettura, è stato utilizzato il colore verde per indicare valori non letali, il colore giallo per indicare valori in cui poteva sopraggiungere l’incapacitazione del soggetto o la morte di soggetti con precedenti patologie, il colore rosso per indicare valori letali. Si ricorda inoltre che la tabella che segue esprime la letalità dei due gas considerati singolarmente e quindi non viene calcolata la loro correlazione ed il loro effetto letale combinato.</span></div></div><div class="imTAJustify"><div></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-1.png"  width="767" height="4750" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">5.2 Rappresentazione per età</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il collegio tentò di dare una spiegazione ai valori ottenuti seguendo diverse correnti d’analisi, una di queste riguardò la diversa tempistica di sopravvivenza in base all’età delle vittime.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Di seguito viene rappresentata graficamente una suddivisione in fasce d’età delle vittime.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-2.PNG"  width="767" height="198" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-3.PNG"  width="757" height="673" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-3" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-4.PNG"  width="765" height="516" /></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">La tabella ci permette di apprezzare che quasi la metà delle vittime avevano un’età compresa tra i 31 ed i 50 anni, la restante metà dei passeggeri si suddividevano quasi equamente tra le fasce 21/30 e gli over 51; </span><span class="imTAJustify">completano il quadro i giovanissimi con età tra gli 0 e i 20 anni e le due vittime di cui non ci sono dati riguardanti la loro età.</span></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Con la seconda rappresentazione si cerca, attraverso un istogramma, una chiave di lettura dei dati ottenuti dai valori del sangue per stabilire se ci possa essere una connessione tra età delle vittime e la percentuale media di assorbimento dei due gas separatamente.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’istogramma ottenuto però non da indicazione di particolari differenze di assorbimento tali da esser prese in considerazione differenziando le fasce d’età.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Si ricorda che i dati utilizzati nell’ultima esemplificazione sono valori medi per ogni fascia d’età.</span></div><div class="imTALeft"><div></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5">5.3 Rappresentazione per zone di rinvenimento</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’elenco dei valori ematici vennero indicate anche le zone di ritrovamento dei vari cadaveri all’interno del traghetto, come semplificato di seguito.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div> </div></div><div></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-4" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-5.png"  width="737" height="748" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si procede ora con un’analisi atta a stabilire se ci possa essere un nesso tra luogo di rinvenimento e valori dei gas nei reperti ematici che furono prelevati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-5" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-6.PNG"  width="767" height="495" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Utilizzando i criteri usati in precedenza per l’analisi relativa alle fasce d’età, di seguito vengono rappresentati graficamente la percentuale di vittime rinvenuta nelle varie zone della nave e successivamente la concentrazione dei due gas sempre in relazione alle zone di rinvenimento dei cadaveri.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-6" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-7.PNG"  width="764" height="538" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-7" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-8.PNG"  width="765" height="487" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5">Dalla prima rappresentazione grafica si può capire la distribuzione delle vittime all’interno della nave, con la grande maggioranza che venne rinvenuta all’interno o in prossimità del salone “Deluxe” nel ponte di coperta del traghetto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questo dato non va interpretato come una zona di letalità elevata, ma la concentrazione di vittime in questa zona è dovuta solamente al fatto che il “Deluxe” era il salone più grande del traghetto, dotato di porte tagliafuoco, e l’equipaggio decise di radunare i passeggeri in quell’area convinti che i soccorsi sarebbero arrivati in breve tempo, anche se non era la sala adibita alle emergenze.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A seguire, i settori in cui furono rinvenuti più cadaveri furono i ponti di coperta della 2° classe.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’istogramma, invece, mostra dei picchi anomali dei valori dei cianuri circoscritti alle zone del ristorante del ponte inferiore e nella cabina del corridoio di 2° classe del ponte di coperta; questi risultati sono dei “falsi positivi” in quanto riguardano un numero molto ristretto di elementi e quindi non possono essere motivo di analisi approfondita sulle cause della morte in alcune zone del traghetto piuttosto che in altre.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">5.4 Rappresentazione sopravvivenza con 500 ppm</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le analisi dei paragrafi precedenti mediante la suddivisione delle vittime in base all’età o alla zona di rinvenimento non hanno dato valori significativi ed inoltre, come visto in fase d’analisi, non è sufficiente considerare i due gas separatamente ma bensì cercare di definirne una letalità combinata utilizzando la formula di Levin.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si procede ora ad applicare la formula di Levin originale, con a denominatore dei cianuri il valore di 500, per tentare di definire i margini di vivibilità all’interno del traghetto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con la formula di Levin “(%HbCO / 50) + (CN / 500) = X”, si ricordi che il valore di “X” se risulta al di sotto dello 0,6 non ha alcuna letalità, con valori compresi tra 0,6 e 0,8 è verosimilmente in grado di incapacitare il soggetto coinvolto, mentre con valori superiori a 0,8 è altamente probabile che sopraggiunga la morte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Attuando questa formula i risultati che si ottengono sono i seguenti: </span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Valori non letali in 43 soggetti, pari al 45,26 %;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Valori incapacitanti in 12 soggetti, pari al 12,63 %;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Valori letali in 40 soggetti, pari al 42,11 %;</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">I risultati ottenuti indicano che verosimilmente quasi metà delle vittime non hanno valori ematici tali da corrispondere ad una morte per avvelenamento dall’azione combinata di monossido di carbonio e acido cianidrico, ma probabilmente da imputare ad altre cause, un piccolo gruppo ha valori incapacitanti ed il 42 % delle vittime presenta valori tali da poterne causare la morte.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per facilitare la lettura della tabella sottostante è stata utilizzata la tecnica vista in precedenza, con i valori letali colorati di rosso, i valori incapacitanti di giallo ed i valori non letali di verde.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-8" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-10.png"  width="767" height="2508" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">5.5 Rappresentazione sopravvivenza con 100 ppm</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si procede ora ad applicare la formula di Levin con la correzione postuma del Professor Giusiani, con il denominatore dei cianuri impostato ad un valore di 100, per tentare di definire i margini di vivibilità all’interno del traghetto ed attuare un confronto con i valori offerti dalla formula di Levin originale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Attuando questa formula i risultati che si ottengono sono i seguenti: </span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Valori non letali in 7 soggetti, pari al 7,37 %;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Valori incapacitanti in 17 soggetti, pari al 17,89 %;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Valori letali in 71 soggetti, pari al 74,74 %.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">La correzione scelta dal Professor Giusiani capovolge totalmente i risultati, indicando che verosimilmente il 75 % delle vittime sono decedute a causa dei gas letali, con pochissimi casi di incapacitazione o di valori non letali per i soggetti coinvolti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche in questo caso viene utilizzata la stessa colorazione vista in precedenza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-9" src="https://www.scienzeforensi.org/images/TAB-9.png"  width="767" height="2513" /><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>4. </b><b>Conclusioni</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Considerando le premesse del Professor Giusiani e i risultati ottenuti in fase di analisi dei valori, vengono sviluppate alcune tesi di seguito riassunte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto concerne la composizione dell’arredamento del Moby Prince, la presenza di moquette, poltrone ed altra oggettistica similare contribuisce, in seguito ad incendio, a rilasciare molte sostanze tossiche tra cui ossido di carbonio ed acido cianidrico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Non sono le uniche sostanze sviluppate ma questo fu l’unico parametro a disposizione per consentire di fare previsioni sulla dinamica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ne consegue che l’analisi della combinazione tra questi due elementi non offre un quadro completo e soddisfacente ma solamente un’indicazione teorica sulla possibile vivibilità all’interno del traghetto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Analizzando la letalità degli elementi presi singolarmente, i dati che la letteratura medica e tossicologica offrono sono in linea teorica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella loro applicazione andrebbero ponderati in base al caso specifico in quanto questi valori sono soggetti a modifica in base all’età, a pregresse malattie, alla capacità respiratoria ed a disturbi cardiovascolari del soggetto in esame. In base a questi criteri la letalità varia in modo evidente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La formula di Levin, utilizzata per definire l’effetto combinato di carbossiemoglobina e acido cianidrico, è anch’essa una formula predittiva in quanto considera dei valori di letalità dei due elementi che furono sviluppati da Levin e Coll per analizzare i valori ematici dei soggetti coinvolti nell’incendio di un cinema a San Diego.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La letteratura medica e tossicologica accetta tutt’oggi i parametri utilizzati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di contro, il Professor Giusiani non ritenne soddisfacenti i parametri utilizzati nella formula di Levin e modificò il denominatore dell’acido cianidrico portandolo da una concentrazione di 500 μg su 100 millilitri di sangue a 100 μg su 100 millilitri di sangue.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I valori ottenuti subiscono in questo modo una notevole variazione, passando da una percentuale di soggetti con la concentrazione letale dei due elementi di circa il 42% (con la soglia di letalità dell’acido cianidrico impostata a 500) ad una del 74% (con la soglia di letalità portata a 100).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si consideri inoltre che il Professor Giusiani non decise di attuare la correzione alla formula prima di svolgere i calcoli con la formula di Levin, ma fu una decisione postuma.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come si è potuto notare, modificando il denominatore dei cianuri il risultato varia di molto e, soprattutto, variano di molto anche le tempistiche di probabile vivibilità all’interno del traghetto nei momenti successivi alla collisione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Naturalmente i dati ottenuti in questo elaborato sono da intendersi in linea teorica perché attualmente non si conosce la reale portata del connubio tra il monossido di carbonio e l’acido cianidrico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In diversi campi forensi vengono utilizzate formule frutto di stime teoriche ed è possibile che alcuni valori vengano utilizzati in seguito a ricerche statistiche.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’arbitrarietà nella modifica di alcune grandezze in modo lieve e pur sempre entro i limiti del buonsenso è attuabile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un aggiustamento postumo della formula, come nel caso in esame, con il totale ribaltamento dei risultati ottenuti in precedenza, è da presentare con valide ricerche in merito in modo da definire quale sia il valore corretto da considerare nei futuri casi di situazioni similari.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Concludendo, non si hanno elementi sufficienti per poter definire in modo univoco quale possa essere il reale limite di letalità anche in considerazione delle variabili viste in precedenza (età, patologie, ecc.).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per un’analisi completa del caso in esame occorre tenere in considerazione tutti gli elementi letali presenti nei fumi sprigionati dall’incendio, che possono portare all’incapacitazione e/o morte del soggetto coinvolto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito alla modifica e all’interpretazione delle formule utilizzate dal consulente tecnico, vanno correlate da ricerche specifiche che ne attestino la plausibilità.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia e Sitografia</b></div><div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><span class="">Corso di “Investigazione scene di incendio ed esplosione. La combustione e la trasmissione del calore”, Dott. Ing. MELINATO Andreas.</span><br></span></li><li><span class="fs11lh1-5">https://www.draeger.com/Library/Content/toxic-twin-lt-8295-it-it.pdf</span></li><li><span class="fs11lh1-5">https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/commissioni/MobyPrince/calendario/Moby-20161115a-pubblicato.pdf</span></li><li><span class="fs11lh1-5">https://www.facebook.com/approfondimentoMobyPrince/photos/pcb.1074037889411122/1074030002745244/?type=3&amp;theater</span></li><li><span class="fs11lh1-5">https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Moby_Prince</span></li><li><span class="fs11lh1-5">https://www.mobyprince.it/</span></li><li><span class="fs11lh1-5">http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/moby-prince/88/default.aspx &nbsp;</span></li></ul><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Mirko Vicenzotto</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 10 Jan 2019 22:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Studi sull’aggressività: verso una risposta eziologica(?) e prospettive future di modifica normativa dell’irrilevanza penale degli stati emotivi e passionali]]></title>
			<author><![CDATA[Domenico Piccininno]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_5xo24158"><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/aggressive.jpg"  width="777" height="408" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr. Domenico Piccininno, criminologo forense</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Abstract</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La presente ricerca ha per oggetto lo studio del genoma dell’aggressività attraverso l’analisi e la comprensione dei fattori eziologici causativi dello stato emotivo in esame al fine di attuare il progetto di modifica della regola che impone all’organo giudicante di punire il reo sempre e comunque allorquando l’evento criminoso è frutto di uno “<i>stato emotivo o passionale</i>.” &nbsp;Regola scolpita principalmente nell’articolo 90 del c.p., ma che la ritroviamo topograficamente collocata, in termini soprattutto differenti rispetto a quest’ultima, in altre disposizioni del codice Rocco. Il principio de quo è espressione di una “eterna contraddizione” sotto vari profili.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Pertanto, per una questione di coerenza sistematica deve essere modificata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Proprio partendo dalla linfa vitale dalla quale il Codice Rocco, data dalla simbiosi del sapere classico e positivo, si evidenzia quanto oramai questa norma rappresenta una figura difforme allo stato di diritto. Dunque, bisogna recuperare i valori sia infusi dai principi scientifici della Scuola Positiva, che hanno evidenziato l’importanza del determinismo biologico, sia quelli provenienti dalle teorie sociologiche di nuovo conio, come il costruzionismo sociale che hanno evidenziato ad unisono come il reato non è altro che il prodotto di entrambe le condizioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di talché l’evento criminoso è frutto di una serie infinita di fattori biologici e socio-ambientali. Ricordandoci altresì dello studio della colpevolezza fondato su un accertamento “normativo” di rimproverabilità secondo lo schema di cui agli articoli 27 della Costituzione e 43 del codice penale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quanto appena esposto non ritrova riscontro nella norma in esame. Infatti, possiamo affermare sia che gli <i>stressor</i> socio ambientali e i deficit psicologici, biologici possono condizionare la condotta di ogni individuo, così come ci insegnano le ricerche scientifiche in campo neuroscientifico, che, sotto un profilo meramente giuridico, il legislatore del ’30 non ha forgiato il codice attualmente vigente in maniera completamente coerente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dalla lettura combinata di alcune disposizioni del codice penale si rileva invero il mancato coordinamento dell’articolo 90 c.p. con altre disposizioni legate con quest’ultimo solo per l’antinomia esplicita con il principio in esame.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si pensi ad esempio al combinato disposto articolo 90 c.p. e articolo 599, II comma del c.p. che prevede la “ non punibilità” di colui che ha diffamato terzi nello “ stato d’ira”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da questo chiarissimo esempio si evidenzia la contraddizione in cui è incorso il nostro legislatore degli anni 30, benché sotto un profilo prettamente giuridico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Allora ecco che il punto su cui si snoda l’intero tema preso in esame: “gli stati passionali o emotivi possono o non possono essere cause di esclusione della punibilità?”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il presente saggio, pertanto, è finalizzato a ricordare che “<i>Non si può continuare a disconoscere che il delitto, prima di essere un’infrazione ad una norma giuridica, è un’azione umana che non è possibile conoscere, nel suo contenuto psicologico e nel suo aspetto sociale, se non attraverso lo studio della personalità di colui che l’ha ideata, preparata ed attuata. Ed è in base a questi concetti che si giunge ad affermare sempre più concordamente, da parte di studiosi di ogni paese, che il processo penale deve basarsi, sempre più rigorosamente, su una duplice indagine. l’una giuridica, diretta ad accertare l’esistenza di un reato; l’altra antropologica, diretta a conoscere la personalità di colui che l’ha compiuta</i>.”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questo obiettivo, cui devono tendere tutte le forze implicate verso una verità sostanziale e processuale, non potrà mai essere realizzato se si cerca ancora di “sviare” ai risultati strabilianti che hanno prodotto le ricerche neuro-scientifiche sul fronte degli accertamenti della personalità <i>tout court</i> del reo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il bilanciamento dei beni giuridici deve avere come unico monito il progresso delle garanzie sostanziali e processuali poste a tutela della dignità della persona.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1. Il genoma wide</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo studio dell’aggressività è stato oggetto di molte ricerche scientifiche che hanno, da sempre, cercato di comprendere il fattore eziologico determinante l’emozione in esame per sperimentare metodi di prevenzione socio-criminologico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Bisogna sin da subito precisare che allo stato dell’arte la ricerca non è giunta ad una soluzione univoca.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Invero, tre sono le linee di pensiero che si sono formate nel corso del tempo; un indirizzo netto biologico, l’altro neuro-sociologico e l’ultimo indirizzo di carattere misto che associa ad entrambi i fattori l’attivazione dell’aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È necessario fornire una definizione di aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’aggressività è un fenomeno emotivo-conservativo complesso che si estende a diversi lati dell’agire umano, che vanno dalla labilità emotiva e caratteriali (irritabilità) alla violenza fisica (Lesch et al., 2012) che possono provocare condotte antisociali interne, ovvero l’autolesionismo, o esterne, verso oggetti o persone.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli studi scientifici non hanno escluso apriori le componenti genetiche e ambientali alla base delle condotte aggressive, benché, ad avviso dello scrivente, questi si sono orientati principalmente sul fattore genetico, quasi in linea con la scuola Freudiana. È un atteggiamento complesso innato, per dirla alla Cannon (1929).[1] Difatti, varie evidenze scientifiche hanno cercato di individuare il gene candidato dell’aggressività, quale il c.d. genoma-wide (GWAS) ed è risultato che questo è associato a geni che regolano la neurotrasmissione “<i>dopaminergica e serotoninergica(5-ht)”, </i>GABA,<i> </i>ovvero il sistema ormonale[2] che ha prodotti ottimi risultati in termini di comprensione della genetica dell’aggressività, senza tuttavia raggiungere la certezza genomica.[3].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La genetica, quindi, è un fattore importante per lo sviluppo dell’aggressività, come è stato dimostrato da uno studio associato del genoma-ampia (wide) sull’aggressività infantile nel disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD)[4]. Secondo questo studio, infatti, alcuni marcatori biologici sono coinvolti in merito all’attivazione dell’aggressività infantile; il comportamento dei pazienti che ne sono affetti è caratterizzato da una forte aggressività e violenza protratta anche in età adulta con un tasso di persistenza nell'età adulta di circa il 50% (Faraone et al.,2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In particolar modo, nel sistema di dopamina meso-cortico-limbico che, comprendendo i neuroni dopaminergici situati in alcune strutture limbiche, quali anche l’amigdala, è deputato all’attivazione del processo dell’aggressività, dall’iniziazione alla cessazione della condotta aggressiva.[5].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Così, rilevano gli studiosi che, al fine di prestare una prospettiva di cura allo stato emotivo in questione, sarà necessario intervenire adeguatamente sulla regolazione del recettore GABAegico e seroto-ninergico che modulano <i>l’escalation</i> dell’aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche se v’è da evidenziare che non esistono terapie adeguate e assolute per il trattamento della condotta aggressiva, tuttavia, si può sottolineare che la “<i>modulazione dei recettori GABA e GABA (A) di 5-HT nei neuroni corticolimbici”</i> e lo studio di alcuni sottotipi di recettori della serotonina possono aprire nuovi orizzonti terapeutici, anche per forme di aggressività dovute all’alcool[6].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il GABA quindi è importante per il controllo neuro-chimico dell’aggressività[7] come è stato comprovato da ricerche neurochimiche che hanno rapportato “le misurazioni GABA” con segnali comportamentali aggressivi anche degli uomini.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Se, quindi, il sistema ormonale è connesso all’attivazione della rabbia e alti livelli di testosterone determinano un aumento dell’aggressività, allora il genere maschile è più violento della donna, dato che ha più concentrazione di testosterone?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In verità, la risposta al quesito non può essere così riduttiva, perché la chiave di lettura non è: uomo=testosterone + alto = aggressività, ma testosterone alto= aumento dell’aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Studi di settore hanno riscontrato, invero, che un elevato livello di testosterone e , quindi, di aggressività può essere riscontrato anche nelle donne, come quelle detenute in un carcere di massima sicurezza ( Dabbs e Hargrove, 1997) e le giocatrici di una squadra di rugby femminile. In quest’ultimo caso si è scoperto che l’aumento prepartita del testosterone era connesso positivamente all’aggressività durante il gioco (Bateup et al., 2002).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Possiamo affermare, pertanto, che con “buona probabilità” non ci sono differenze di genere nella relazione testosterone e aggressività (Prasad et al., 2017; Probst et al., 2018; Denson et al., 2013, Cashdan, 2003, (Cotrufo et al., 2000).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Uno studio condotto su donne in fase premestruale ha rilevato una connessione tra alto livello di pro-gesterone e una minor aggressività nella fase premestruale delle donne (Ziomkiewicz et al., 2012)e, viceversa, bassi livelli di progesterone aumenta il rischio di aggressività. Per questo si è associata ai livelli bassi del progesterone la possibile causa dei tentativi di suicidio delle donne(Baca-Garcia et al., 2010).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il progesterone può, quindi, migliore capacità di regolazione delle emozioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo l’orientamento neuro-sociologico[8] non sono da escludere, tuttavia, i fattori socio-ambientali che possono provocare stress, traumi psico-sociali cronici, la tristezza, la frustrazione[9], la depressione a causa ad esempio di una delusione, di una violenza o da un maltrattamento subito. Secondo gli esperti queste emozioni spiacevoli possono provocare la rabbia e l’aggressione, poiché gli “affetti negativi” tende ad attivare ricordi e reazioni “espressive motorie” associate alla rabbia.[10]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La delusione, la depressione possono essere la conseguenza della perdita del controllo o della dominanza relativo ad uno <i>status</i> personale che causano a sua volta rabbia. Blanchard e Blanchard avevano rilevato che il “<i>conflitto sul controllo di risorse importanti, come il cibo e la sessualità…</i> “innesca la rabbia con “<i>grandissima probabilità</i>”.[11] Sicché, a dire della scuola psicoanalista, l’aggressività è l’impulso più atavico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una interazione gene-ambiente è stata dimostrata da alcuni studi genetici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è detto che probabilmente la diversità nei geni (polimorfismo) del trasportatore 5-HT può determinare la vulnerabilità a fattori ambientali stressanti-avversi che aumentano l’aggressività.[12]; una diversità che può essere causata anche da una differenza di sesso, ovvero ci sono dati scientifici che hanno rilevato una diversità fondamentale di sesso nella regolazione neurale dell’aggressività[13].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2. Differenze di genere nell’aggressività?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">A tal proposito, esaminando la letteratura al riguardo, si è potuto rilevare che le donne tendono a manifestare forme di aggressività indirette per il timore di essere danneggiate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La percezione di questo timore può subire una riduzione della percezione quando l’ossitocina è elevata e determina un aumento della reattività alla provocazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I meccanismi neurali connessi all’aggressività nelle donne sono dati principalmente da un basso contenuto di cortisolo e un elevato contenuto di testosterone manifestano una aggressività maggiore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quindi come dice uno studioso le: <i>"...le femmine... non sono passive vittime della violenza. Piuttosto, rispondono alla provocazione e partecipano attivamente alle interazioni aggressive"</i> (Richardson, 2005, 245).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo alcuni studi le donne[14], dall’età di 11 anni (Archer, 2004), utilizzano forme di aggressività diverse rispetto a quella degli uomini, come si è detto, quella indiretta (Archer and Coyne, 2005), ovvero quella che si verifica quando qualcuno è mosso dall’intento di nuocere il prossimo mascherando l’intento aggressivo (Björkqvist et al., 1992; Arnocky et al., 2012), come criticare la personalità del prossimo, diffamare, fare insinuazione infondate, escludere gli altri da un gruppo sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">C’è una differenza di aggressività dettata da una diversità sessuale tra gli uomini e le donne, secondo l’orientamento bio-sociale di Wood e Eagly (2002), determinato da una questione biologica: la differenza di attributi fisici e nella riproduzione causa diversità di attività quotidiane. Ad es. gli uomini sono sempre stati maggiormente impegnati nelle attività di caccia e di guerra rispetto alle donne, perché “<i>fisicamente più grandi e forti”</i> o come, di converso, l’assistenza sociosanitaria delle donne per i bambini<i> </i>rendeva improbabile che le donne viaggiassero lontano per impegnarsi in una guerra (Wood e Eagly, 2002).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È la “posizione sociale” dei due sessi, pertanto, a determinare una diversità nell’aggressività?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo Eagly e Steffen (1986) si, proprio perché il “ruolo sociale” favorisce l’aggressività nel genere maschile, ma soprattutto ciò che alimenta questo stato emotivo negli uomini è dato proprio dal tipo di provocazione indotto, tipo quello diretto a mettere indubbio l’intelligenza e produrre frustrazione (Bettencourt e Miller (1996). È stato condotto uno studio di genere sull’aggressività da parte di Miller et colleghi in ordine alla tipologia di provocazione ed è risultato che le donne quando non provocate risultavano essere meno aggressive fisicamente e verbalmente rispetto agli uomini.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una provocazione che se associata ad “indizi” relativi all’aggressione, come parole e immagini violente, alcool[15] provocano una “rete cognitiva di associazione connessa all’aggressione” (Berkowitz e LePage, 1967; Carlson et al., 1990).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le ricerche, insomma, hanno dimostrato che le donne sono meno aggressive solo fisicamente rispetto agli uomini, come è dimostrato dalle statistiche sul crimine, salvo se non sono provocate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fattore provocazione accorcia le distanze tra generi in ordine all’aggressività, anche nel caso di rapporti tra partner che, a causa della gelosia, la possessività, l’insoddisfazione personale e sociale, sono caratterizzati da una percentuale da non sottovalutare di aggressioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sono stati condotte studi forensi in ordine alla percentuale di aggressività nelle relazioni tra partner ed è risultato che i dati non sono univoci.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infatti, se da un lato, è stato dimostrato che le donne sono più inclini rispetto agli uomini a lanciare oggetti contro le loro vittime, a usare le armi ed a mordere le loro vittime (Magdol et al., 1997; Archer, 2002; Melton and Belknap, 2003), mentre gli uomini hanno maggiori probabilità di picchiare, soffocare o strangolare le loro vittime (Archer, 2002) e, quindi, a causare più danni fisici alle donne per via del dimorfismo sessuale negli attributi fisici. Addirittura, le donne sono più soggette sia a lesioni fisiche che a disturbi da stress post-traumatico, depressione e ansia rispetto alle controparti maschili (Caldwell et al., 2012); oltre il 60% delle persone ferite dai loro partner in una aggressione tra partner erano donne (Archer, 2000).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri studi, invece, hanno confutato quanto su esposto, rilevando che ci sono degli elementi in comune in merito alla violenza tra partner (cd. IPV), sulla base di ricerche giudiziarie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Queste ricerche hanno evidenziato che gli imputati, senza distinzioni di sesso, hanno “<i>la stessa probabilità</i>” di adottare un comportamento molesto, violento e coercitivo (Stets e Pirog-Good, 1990, Stets, 1991, Felson e Outlaw, 2007, Hines et al., 2007; Straus and Gozjolko, 2014), come pugni, colpi, schiaffi o pugnalate (Melton e Belknap, 2003, Busch e Rosenberg, 2004; Henning e Feder, 2004, Hamel et al., 2015) e di ferire gravemente il loro partner.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sorge spontanea una domanda: quali sono i motivi che spingono un genere di partner rispetto ad un altro a perpetrare violenze? Anche sul punto gli studiosi sono divisi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">C’è, invero, una parte in letteratura al riguardo che ha evidenziato un comune denominatore tra generi, dato dall’autodifesa, il potere di controllo, la difficoltà di comunicazione e la gelosia (Caldwell et al., 2009, Elmquist et al., 2014).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le donne, pertanto, sono mosse principalmente dai fattori su esposti ( Bair-Merritt et al., 2010), per perpetrare in modo significativo un’aggressione fisica nei confronti dei partner.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Recenti studi sulle statistiche ufficiali del crimine e sondaggi su vasta scala in ordina alla vittimizzazione hanno dimostrato sia una differenziazione di età nel genere femminile, ovvero circa il 2,2% dei detenuti sessuali erano donne; cioè le ragazze avevano maggiori probabilità di perpetrare rispetto alle donne adulte, che una percentuale elevata di vittime di sesso maschile, circa il 40% delle vittime erano uomini (Budd et al., 2017).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è ricavato, da una recente meta-analisi, sia l’individuazione di 60 fattori di rischio divisi in 4 classi, ovvero la popolazione, la famiglia di origine, lo status psichico e la personalità degli individui (Spencer et al., 2016), sia l’individuazione di differenze di genere in soli tre fattori, l’abuso di alcool, titubanza nel porre le domande, abusi domestici in età infantile che rappresentano fattori di rischio molto più forte per la perpetrazione dell’ IPV negli uomini (Spencer et al., 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri ricercatori ritengono che è necessario compiere maggiori studi in merito all’individuazione della possibili differenze di generi nell’IPV, perché questo è un fenomeno molto “<i>complesso che deriva da molteplici fattori di rischio e motivazionali (ad es. Elmquist et al., 2014; Spencer et al., 2016)”.</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’indifferenza di genere in ordine alla perpetrazione delle violenze tra partner è spiegata, secondo alcuni, dall’aggressione bidirezionale che si riscontra durante i litigi; ciascun partner, quindi, è sia autore che vittima della violenza (Mennicke e Wilke, 2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Difatti, secondo alcuni studi di settore, si è accertato che tra il 49,2% e il 69,7% di IPV era bidirezionale (Langhinrichsen-Rohling et al., 2012).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È fatta salva però la recidiva delle donne. Queste infatti, secondo gli studi criminologici, sono meno propense ad essere accusate per reati ripetuti (Hester, 2009) e, sulla base di 16 fattori di rischio empiricamente validati per la recidiva criminale, si è rilevata la maggior predisposizione maschile verso la violenza futura, ovvero i reati commessi dagli uomini sono risultati essere caratterizzati da una maggior “<i>escalation</i> <i>della frequenza e / o gravità dei conflitti, </i>(delle<i>)… minacce di uccidere e l'abuso di sostanze”</i> (Henning e Feder, 2004).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">V’è da rimarcare l’opinione degli studiosi del settore che hanno denunciato l’importanza di compiere ulteriori studi sull’aggressività della donna, perché “<i>ci sono una serie di aspetti sconosciuti sulle cause e la natura dell'aggressività delle donne…</i> <i>è necessario molto più lavoro…</i> <i>Pertanto, ci sono poche opportunità per trarre conclusioni solide su come i processi esaminati qui influenzino l'aggressività nelle donne. Al contrario, i dati comportamentali sono chiari in quanto le donne tendono ad impegnarsi in aggressività prevalentemente indiretta”.</i>[16]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I ricercatori sono fiduciosi in merito all’indirizzo di studio che è stato intrapreso che ha per oggetto gli ormoni nella causazione dell'aggressività delle donne <i>“… meritevole di studi futuri in quanto lo sviluppo teorico in questo settore sta diventando sempre più sofisticato</i> (Mehta e Prasad, 2015; Shamay-Tsoory e Abu-Akel, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una prima mappatura delle zone dell’encefalo coinvolte nell’aggressività si è riscontrata attraverso lo studio sociale indotto della provocazione, reazione, paura= aggressione (Eagly e Steffen, 1986, Bettencourt e Miller, 1996), quali l’amigdala, ipotalamo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ad ogni modo, il dato più allarmante, ad avviso dello scrivente, è sempre il <i>black number</i> in ordina alle denunce di violenza che, come da nel caso degli uomini, anche se perpetrate dalla donna non viene denunciata all’Autorità giudiziaria (Stemple et al., 2017). Invero, ricerche al riguardo hanno evidenziato la prevalenza della vittimizzazione a circa l'11%, (Cortoni et al. (2017) per vari motivi, come la vergogna, il senso di colpa, l’uso di alcool o che le denunce non vengano prese sul serio dai professionisti (Fisher e Pina, 2013; Stemple et al., 2017).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Corre l’obbligo dei professionisti di tutti i settori della criminologia di risolvere al più presto questo problema cercando di individuare delle misure di prevenzione e di gestione delle evidenze sin qui riportate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Curiosi sono, a mio sommesso avviso, alcuni studi neuro-biologici che sono stati compiuti in ordine alle influenze pre-natali e post-natali sul sistema nervoso e neuro-endocrino delle donne.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è rilevato che l’esposizione a particolari fattori di rischio sia sociali che biologici, durante il periodo di sviluppo, può causare una interruzione del “normale” sviluppo del sistema nervoso e, quindi, può spianare il terreno all’aggressività futura nella vita della prole (Archer, 2004).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sulla base dei fattori di rischio che sono stati esaminati dagli studiosi Liu (2011), quali il fumo durante la gravidanza, la pedofilia, la depressione materna e malnutrizione materna, solo in questi due ultimi casi sono state provate differenze di genere.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I figli di madri depresse “<i>avevano 2,5 volte più probabilità di essere classificate con disturbo antisociale di personalità da adulti” </i>e, soprattutto, una differenza di genere si è riscontrata in ordine alla c.d. condotta esternalizzante, ovvero distruttiva, per una fascia di ragazze dell’età di 6 anni (Blatt-Eisengart et al., 2009) che è risultato essere più forte rispetto ai ragazzi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche l’esposizione prenatale al fumo o sostanza psicotrope ha causato una maggiore aggressività in bambine in una fascia di età tra 18 e 42 mesi (El Marroun et al., 2011), nonché l'esposizione alla cocaina ha accresciuto l'aggressività prenatale nei bambini di 5 anni (Bendersky et al., 2005) e nelle bambine di 6-7 anni (Sood et al., 2005).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3. Il cervello: i sistemi cerebrali coinvolti nell’aggressività</b></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Si è visto che molte strutture cerebrali assolvono un ruolo determinante nella regolazione delle emozioni, come quella in esame.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ipotalamo e le connessioni con l’amigdala e l’ippocampo, situati vicino al lobo temporale, rappresentano il centro neuronale dell’aggressività. La stimolazione elettrica di questi siti può produrre risposte di rabbia, violenza e paura[17].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È degna di nota, infatti, la ricerca sperimentale condotta da un gruppo di ricercatori del Karolinska Institut a Stoccolma[18] che non fa altro che suffragare quanto su esposto. Secondo questo studio l’aggressività è controllata dall’attivazione di neuroni presenti in un’area dell’ipotalamo, ovvero il nucleo premammilare ventrale (PMv) che è una zona cerebrale che gestisce molti impulsi “di <i>sopravvivenza fondamentali</i>”.[19] Conseguentemente se viene stimolata questa zona si assisterà ad una reazione aggressiva o, viceversa, se viene inibita ad una interruzione del comportamento aggressivo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I lobi frontali inoltre, come è noto, partecipano alla gestione dei processi cognitivi superiori, uno fra questi è la regolazione delle emozioni[20]. Se la rabbia è una emozione e i lobi frontali gestiscono anche la regolazione delle emozioni allora una lesione in queste aree dell’encefalo causano <i>deficit</i> nei processi cognitivi[21], quali anche la regolazione dell’emozione in esame, come ad esempio un tumore che colpisce il lobo temporale e frontale può causare un aumento dell’aggressività ( Mattson e Levin 1990).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quindi una tipica alterazione comportamentale di origine frontale è l’aggressività connessa al circuito fronto-sottocorticale orbitario mediale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un <i>deficit</i> di regolazione delle emozioni negative determinato da una lesione della corteccia cingolata anteriore, orbitaria, l’insula, l’ippocampo, l’amigdala e l’ipotalamo (Davidson, Katherine e Larson, 2000) innesta l’aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è riscontrato che la rabbia è connessa alla riduzione dell’ampiezza parietale e/o centrale di P3, che è un’onda ERP funzionale a riflettere processi di valutazione dello stimolo e quindi dell’elaborazione delle informazioni (Harmon-Jones et al., 1997; Gerstle et al., 1998; Mathias and Stanford, 1999); gli individui aggressivi, secondo i risultati, possono “<i>avere menomazioni in queste capacità cognitive”.</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una ricerca ha dimostrato, infatti, che l’attivazione frontale sinistra è connessa all’aumento dell’aggressività comportamentale dopo la provocazione quando i partecipanti, di genere indifferente, erano arrabbiati ( Hortensius et al., 2012; Riva et al. 2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Invece, uno studio condotto sulla rilevazione del grado di aggressività sociale a seguito di provocazione “sociale” ha rilevato che l’esclusione da un gioco ha causato un aumento della rabbia e l'attivazione nella corteccia cingolata anteriore dorsale (Chester e DeWall, 2016).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">4. Scopo dell’aggressività e prospettive future</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo una visione biologica l’aggressività è funzionale alla sopravvivenza della specie, ovvero, come è descritto ampliamento dal professor Robert Plutchik, alla difesa del territorio, della specie e della prole.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo altri ha finalità, quasi, terapeutiche, sicché serve a superare una insicurezza personale, ovvero per superare meglio un ostacolo perché produce un aumento delle energie fisiche.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ebbene, si è appreso sin qui che l’aggressività è un comportamento conservativo con origine evolutive che, indipendentemente dall’aspetto funzionale positivo dato dalla sopravvivenza della specie, produce conseguenze distruttive per la persona e per la società con o senza associazioni a gravi disturbi psicologici o malattie mentali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le ricerche di settore sull’aggressività sono ancora lontani nel fornire una risposta certa sui fattori causali determinanti questo stato emotivo, ma non v’è dubbio che i notevoli sviluppi scientifici cui la ricerca è giunta in ordine alla collocazione topografica delle zone cerebrali coinvolte, alle “ipotesi” di nascita e di cura del fenomeno in esame possono rappresentare ora per allora un primo passo verso la rivisitazione di alcune teorie e principi <i>rétro</i> sui quali si fonda il diritto penale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Proprio in virtù di questo è necessario rivedere, a mio sommesso avviso e come preciserò anche in altra sede, l’articolo 90 c.p. che impone al giudice di punire sempre e comunque il reo che ha commesso il reato in stato emotivo o passionale, perché questi “<i>non escludono né diminuiscono l’imputabilità</i>”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><i>Quid iuris</i>: Come si fa a considerare imputabile, ovvero capace di intendere e di volere, un soggetto patologicamente o geneticamente collerico? Come si fa a considerare capace di intendere e di volere un soggetto che, anche per una frazione di secondo o minuto, ha bassi livelli di progesterone, alti livelli di testosterone, una lesione o anomalia al lobo temporale, nonché al nucleo premammillare ventrale dell’ipotalamo, da causare una grave crisi aggressiva, di rabbia tali da portarlo a cagionare una offesa a terzi?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Se l’imputabilità è l’anticamera della colpevolezza, ovvero è punibile solo colui che al momento del fatto era capace di intendere e di volere il valore della condotta illecita realizzata, allora un soggetto in preda ad uno stato di rabbia dettato da svariati fattori eziologici, accertabili processualmente con gli strumenti che offre oggi la neuroscienza, può essere considerato ancora totalmente capace di intendere e volere?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Se gli artt. 88-89 c.p. escludono l’imputabilità per vizio totale o parziale di mente per infermità e se, come è noto, nel concetto di infermità sono ricondotti sia le malattie mentali che i disturbi della personalità tali da inficiare le capacità intellettive e volitive ed impedire un controllo delle proprie azioni secondo le S.U. n.9163/2005, allora qual è il motivo reale dell’esclusione dell’aggressività nel novero dei casi di non imputabilità.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è visto infatti che l’aggressività può essere determinata da fattori biologici-genetici o sociali e, quindi, può essere associata anche a disturbi psicologici che possono comportare una diminuzione della pena e l’applicazione della misura di sicurezza che può essere idonea a contenere la pericolosità sociale del reo, come case di cura e di custodia o misure di sicurezze non detentive finalizzate alla limitazione della libertà di circolazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Del resto, analizzando il codice penale, ho potuto riscontrare una contraddizione, un mancato coordinamento dell’art. 90 c.p. con altre norme del Codice penale, ovvero l’art. 599, II co. c.p. che prevede la “<i>non punibilità</i>” di colui che ha diffamato terzi mosso dallo “<i>stato d’ira” </i>o l’art. 62 c.p. che disciplina la circostanza attenuante del reato per “<i>aver agito in stato di ira</i>”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ecco il punto su cui si snoda l’intero tema preso in esame: “<i>gli stati emotivi e passionali possono o non possono essere cause di esclusione della punibilità?</i>”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dunque, le novità apportate dagli studi della neuroscienza sugli stati emotivi, come quello esaminato in questo contributo, non possono essere più disattese dal legislatore, tano più se si tiene in considerazione l’incoerenza in cui è incorso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Occorre intervenire per allinearsi ai risultati cui sono giunti le scienze forensi e far si che il processo penale si fondi sulla ricerca della verità processuale e sostanziale attraverso lo studio analitico dell’antropologia criminale funzionale all’accertamento della personalità <i>tout court</i> del reo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il bilanciamento dei beni giuridici in rilievo in sede processuale deve avere come monito il progresso delle garanzie sostanziali e processuali poste a tutela della dignità della persona, in ossequio al principio di eguaglianza che è posto per eliminare le disuguaglianze di ogni genere e condizione personale e sociale. Ed invero, non mi sembra che il mancato riconoscimento dello stato emotivo come causa di esclusione o diminuzione dell’imputabilità si allinei ad uno dei principi fondamentali della Costituzione appena citato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si auspica un intervento del legislatore che tenga a mente sempre che “<i>possiamo essere liberi solo se tutti lo sono</i>” (Hegel) e che il vero rispetto dei diritti umani passa attraverso il dovere delle Istituzioni di attivarsi per tutelarli, per riadattare un pensiero di uno dei più grandi teorici del diritto (N. Bobbio)[22].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">1) Aggression in Woman: Behavior, Brain and Hormones, Thomas F. Denson, 1, Siobhan M. O'Dean, 1 Khandis R. Blake, 2 e Joanne R. Beames1, In PUBMED, School of Psychology, University of New South Wales, Sydney, NSW, Australia 2Evolution &amp; Ecology Research Centre, School of Biological, Earth &amp; Environmental Science, University of New South Wales, Sydney, NSW, Australia, Edited by: Nelly Alia-Klein, Icahn School of Medicine at Mount Sinai, United States , Reviewed by: Lesley J. Rogers, University of New England, Australia; Gennady Knyazev, Institute of Physiology and Basic Medicine, Russia Disclaimer, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5942158/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">2) Neuropsicologia dei lobi frontali-Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, D.Grossi e L. Trojano, II ed. Il Mulino</span></div><div><span class="fs11lh1-5">3) La regolazione delle emozioni, a cura di Olimpia Matarazzo, Vanda Lucia Zammuner, ed. Il Mulino</span></div><div><span class="fs11lh1-5">4) Psicologia e biologia delle emozioni, Manuali di Psicologia Psichiatria Psicoterapia, Robert Plutchik, ed. Bollati Boringhieri </span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] Robert Plutchik, in “Psicologia e biologia delle emozioni”, pag. 334 ss . ed. Bollati Boringhieri</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 676-96. doi: 10.1002 / ajmg.b.32419. Epub 2016, 15 gennaio, in Comportamento aggressivo nell'uomo: geni e percorsi identificati attraverso studi di associazione, Fernàndez-Castillo N 1, 2, 3 , Cormand B 1, 2, 3</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 Jul;171(5):641-9. doi: 10.1002/ajmg.b.32363. Epub 2015 Aug 19, in “Genetic architecture for human aggression: A study of gene-phenotype relationship” in OMIM, Zhang-James Y1, Faraone SV1,2,3. Author information 1 -Department of Psychiatry, SUNY Upstate Medical University, Syracuse, New York.2Department of Neuroscience and Physiology, SUNY Upstate Medical University, Syracuse, New York. 3K.G. Jebsen Centre for Research on Neuropsychiatric Disorders, University of Bergen, Bergen, Norway.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 733-47. doi: 10.1002 / ajmg.b.32434. Epub 2016, 29 marzo, in Analisi genome-wide di aggressività nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività, Brevik EJ 1, 2, 3 , van Donkelaar MM 4 , Weber H 5 , Sánchez-Mora C 6, 7, 8 , Jacob C 9 , Rivero O 10 , Kittel-Schneider S 10 , Garcia-Martínez I 6, 7 , Aebi M 11,12 , van Hulzen K 4 , Cormand B 13, 14, 15 , Ramos-Quiroga JA 6, 7, 8, 16 ; IMAGE Consortium ,Lesch KP 9, 17 , Reif A 5 , Ribasés M 6, 7, 8 , Franke B 4, 18 , Posserud MB 1, 2 , Johansson S 19, 20 , Lundervold AJ 2, 3 , aavik J 1, 2 , Zayats T 2.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] Eur J Pharmacol. 2005 5 dicembre; 526 (1-3): 51-64, in “<i>Comportamento aggressivo escalation: dopamina, serotonina e GABA”, </i>de Almeida RM 1, Ferrari PF , Parmigiani S , Miczek KA .</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Ann NY Acad Sci.2004 Dec; 1036: 336-55, in Comportamento aggressivo escalation: nuovi approcci e opportunità farmacoterapeutici. Miczek KA 1, Faccidomo S , De Almeida RM , Bannai M , Pesce EW , Debold JF .</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] cf Miczek KA 1 , Fish EW , De Bold JF , De Almeida RM, “Determinanti sociali e neurali del comportamento aggressivo: bersagli farmacoterapeutici a sistemi di serotonina, dopamina e acido gamma-aminobutirrico”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 650-75, doi: 10.1002 / ajmg.b.32388, E-pub 2015 22 ottobre, Le basi neurobiologiche dell'aggressività umana: una revisione dei meccanismi genetici ed epigenetici, Waltes R<sup class="">1</sup>,Chiocchetti AG<sup class="">1</sup>, Freitag CM.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] Clore GL 1, DB , Analizzando la rabbia: come far impazzire la gente, Dipartimento di Psicologia, Università della Virgina, Charlottesville 22904-4400, USA, gclore@virginia.edu</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] Sulla formazione e regolazione della rabbia e dell'aggressione. Un'analisi cognitivo-neoassociazionistica. Berkowitz L 1.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] Robert Plutchik, in “Psicologia e biologia delle emozioni”, pag. 324 ss . ed. Bollati Borinhieri.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] cfr. Aki Takahashi et al Curr. Top Behav, Comportamento e farmacogenetica del comportamento aggeressivo, , pubmed: 22297576.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13] cfr. , J.I Terranova et colleghi<i> , Serotonina e arginina-vasopressina differenziano le differenze sessuali nella regolazione della dominanza e dell’aggressione da parte del cervello sociale</i>, in Pubmed 27807133.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[14] Björkqvist et al., 1994; Österman et al., 1998.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[15] L'aggressività legata all'alcol è stato oggetto di studio da parte dei neuroscienziati, sicché si rilevato che l'uso acuto e cronico di alcool aumenti il rischio di aggressione attraverso la disfunzione nella corteccia prefrontale (PFC, Giancola, 2000, Heinz et al., 2011; Gan et al., 2015). E’ stato dimostrato che il consumo dell’alcool è implicato nel 54% di casi di crimini violenti (Martin e Bryant, 2001) e, solo recentemente, una meta-analisi ha dimostrato un aumento significativo dell’aggressività nelle donne a causa dell’uso dell'alcol (Crane et al., 2017) e della provocazione (Crane et al., 2018), benché il numero di studi al riguardo è ancora ridotto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[16] Thomas F. Denson, 1, Siobhan M. O'Dean, 1 Khandis R. Blake, 2 e Joanne R. Beames1, in “Aggressione nelle donne: comportamento, cervello e ormoni”, INFO. sul copyright e sulla licenza Disclaimer.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[17] D.Grossi e L. Trojano , Danni ai lobi frontali possono causare alterazioni comportamentali anche produttivo, come l’eccessiva impulsività, in Neuropsicologia dei lobi frontali, Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, ed. Mulino, pag . 276 ss.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[18] Pubblicato su “Nature Neuroscience”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[19] cfr. La centralina cerebrale dell’aggressività, in Lescienze.it</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[20] Nauta (1971) riteneva che i lobi frontali fossero i “rappresentanti neocorticali del sistema limbico” e sono funzionali a gestire i meccanismi emozionali del sistema limbico, perché i lobi frontali recepiscono le informazioni delle emozioni mediante le connessioni con l’ipotalamo e le altre strutture del sistema limbico, tra cui l’amigdala; in Neuropsicologia dei lobi frontali, D.Grossi e L. Trojano, ed. Mulino, pag . 50 ss.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[21] D.Grossi e L. Trojano, danni ai lobi frontali possono causare alterazioni comportamentali anche produttivo, come l’eccessiva impulsività, in Neuropsicologia dei lobi frontali, Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, ed. Mulino, pag 36.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[22] “I nostri diritti non sono altro che i doveri degli altri nei nostri confronti” (N. Bobbio)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr. Domenico Piccininno</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Pubblicazione autorizzata dall'autore e dalla rivista "SalvisJuribus" (27 ottobre 2018)</span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">http://www.salvisjuribus.it/studi-sullaggressivita-prospettive-sullirrilevanza-penale-degli-stati-emotivi-e-passionali/</span></div></div><div><br></div><div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 16:29:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?studi-sull-aggressivita--verso-una-risposta-eziologica----e-prospettive-future-di-modifica-normativa-dell-irrilevanza-penale-degli-stati-emotivi-e-passionali</link>
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			<title><![CDATA[Criminogenesi e patologie di origine endocrina]]></title>
			<author><![CDATA[Beatrice Pecora]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_t23c87fl"><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr.ssa Beatrice Pecora, criminologa<br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Abstract</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Le odierne conoscenze in ambito neuroscientifico concorrono sempre in misura maggiore alla comprensione del comportamento umano, compresi il comportamento deviante e criminale, tanto è che, da alcuni anni, si sta affermando, soprattutto negli Stati Uniti, una nuova branca della criminologia chiamata “neurocriminologia”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel presente elaborato, saranno messi in luce gli studi riguardanti le disfunzioni del sistema neuroendocrino che, potenzialmente, possono concorrere ad indurre un soggetto afflitto da patologie del predetto sistema a commettere azioni illecite o criminali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Grazie a numerose ricerche negli ambiti biologico e fisiologico, soprattutto in relazione alle funzioni cerebrali che regolano l’organismo, oggi sappiamo che le interazioni con l’ambiente risultano determinanti per il corretto funzionamento del sistema neuroendocrino. In particolare, quando la qualità dell’ambiente e delle relazioni sociali risulta significativamente diminuita, si generano nell’organismo alterazioni che impattano sugli assi ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT), ipotalamo-ipofisi-surrene e somatotropo nel quale è coinvolto l’ormone della crescita (GH). Tali alterazioni non si possono inquadrare unicamente in mere disfunzioni organiche, in quanto è dimostrato che si ripercuotono anche sul comportamento che, in taluni casi, può portare il soggetto malato a sviluppare patologie di ordine psichiatrico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Pertanto, la ricerca bibliografica di cui al presente elaborato cercherà di delineare, sulla base di alcuni autorevoli studi, la relazione tra squilibri ghiandolari e ormonali e comportamento criminale.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Articolo</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’ambito della criminogenesi sono stati condotti alcuni interessanti studi sulla relazione che intercorre tra fattori endocrini e criminalità. Molto interessante è il <i>The New Criminology</i> di Schlapp e Smith (1928), una pubblicazione in cui gli autori in parte sostenevano e in parte contestavano le teorie di Lombroso. Secondo i due studiosi, gli individui che soffrono di disturbi endocrini sono i tipici delinquenti nati. Con tale teoria, essi intendevano spiegare il tasso particolarmente alto di criminalità nella prima generazione di americani nati da immigrati stranieri, la cui causa veniva appunto imputata alla trasmissione ai figli dei disturbi ghiandolari delle madri provocati dal grande stress fisico e mentale da esse subito per effetto del viaggio, dell’impatto del paese straniero, delle preoccupazioni economiche.</span><div><div><span class="fs11lh1-5"> A differenza delle teorie lombrosiane, la teoria di Schlapp e Smith non considerava la dotazione ereditaria come immutabile (la madre immigrata può, a seguito a migliorate condizioni di vita, generare un figlio sano), il che serviva a spiegare perché, sovente, uno solo dei figli tendeva a delinquere. Come pure riteneva possibile una terapia per tali fattori ereditari sfavorevoli, senza dimenticare, poi, che molti casi di disturbi endocrini non sono ereditari.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo l’opinione prevalente, la possibile relazione tra squilibrio ghiandolare e comportamento criminale è indiretta e psicologica, nel senso che disordini dell’ipofisi e di altre ghiandole provocano un senso di inadeguatezza che possono scatenare l’aggressività o altre emozioni emotive compensatorie che portano al delitto. Specialmente in casi di delinquenti sessuali il trattamento ormonale è ritenuto in qualche caso vantaggioso. In Inghilterra, ad esempio, esso è stato sostenuto, benché cautamente, soprattutto da Golla e Hodge.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le malattie endocrine sono gli unici disturbi a figurare nel <i>Trattato delle malattie mentali</i> ad opera di Eugenio Tanzi (1905), prendendo il nome di “psicosi tiroidee”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nei trattati medici di qualche secolo fa, il paziente affetto da malattie endocrine soffriva di cretinismo, di disturbi della crescita e dell’apprendimento[1].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il sistema neuroendocrino è molto importante nell’organismo degli esseri umani considerato che viene influenzato dall’ambiente e, a sua volta, lo influenza attraverso l’azione degli ormoni sia a livello periferico che del sistema nervoso centrale. </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si riscontrano alterazioni psichiatriche, in iper e ipoattivazione, degli assi ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT), ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e dell’asse somatotropo nel quale è coinvolto in modo preponderante l’ormone della crescita (GH) come descritto qui di seguito.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">HPT diseases: in iperattivazione si manifesta adenoma tiroideo o morbo di Graves correlati ad ansia, depressione, stanchezza e instabilità emotiva;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">in ipoattivazione con ritardo mentale e cretinismo in condizioni di ipotiroidismo neonatale; Invece, nell’adulto, l’ipotiroidismo è associato a manifestazioni neurologiche meno gravi e/o alterazioni psichiatriche o comportamentali;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">HPA diseases: in iperattivazione si evidenziano aspetti psicopatologici quali mania, disturbo d’ansia, disfunzione cognitiva, ideazione suicidaria, depressione nei pazienti con sindrome di Cushing, melancolia con iperarousal, insonnia e anoressia. In ipoattivazione con la comparsa del morbo di Addison, sonnolenza, irrequietezza, apprensione e disturbi del sonno;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Asse Somatotropo diseases: in iperattivazione con eccessiva secrezione di GH che si manifesta in acromegalia[2] la quale, in taluni casi, è sintomo di tumori ipofisari. La comparsa di schizofrenia o le psicosi maniaco-depressive sono degli eventi rari. In ipoattivazione, i bambini dimostrano un deficit del GH che comporta una riduzione dell’apprendimento e dell’attenzione nonché disturbi dell’integrazione viso-motoria con annessi disturbi del sonno. Possono oltremodo risultare psicologicamente immaturi e con uno sviluppo deviato della personalità. Negli adulti si è riscontrato l’isolamento sociale, disturbi del sonno, disturbi emotivi e anomalie del metabolismo, rdisturbi d’ansia, fobia sociale e depressione.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Invero, dagli studi effettuati risulta esistere un legame tra sistema neuroendocrino e quello psichico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le alterazioni evidenziate possono ricondursi a patologie psichiche o mere alterazioni ormonali ovvero di vari fattori ambientali o biologici. In conclusione, risulta più corretto affermare che nei soggetti con disturbi endocrini si manifestano un carattere incline all’aggressività che si innesca nei circuiti nervosi tramite ormoni e neurotrasmettitori.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli ormoni oggetto di studio sono quelli sessuali come il testosterone e gli estrogeni (prolattina[3]) e così anche gli ormoni corticali come il cortisolo e gli ormoni di sostanza midollare surrenale, cioè l’adrenalina e la noradrenalina secreti dal midollare del surrene. Invece, il neurotrasmettitore maggiormente attenzionato è la serotonina in relazione all’aumento dell’aggressività. Quest’ultimo neurotrasmettitore, la cui denominazione “tecnica” è 5-idrossitriptamina (5-HT), è nello specifico un mediatore largamente distribuito in natura nei tessuti sia animali che vegetali. Nell'essere umano, la 5-HT è stata ritrovata nelle piastrine, nell'intestino, nel sistema nervoso centrale (SNC) ma anche in quello periferico. Nei mammiferi, la mucosa intestinale è il tessuto con la più alta concentrazione di 5-HT e, a questo livello, più del 90% è presente nelle cellule enterocromaffini (De Ponti, 2004)[4].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il trasportatore della serotonina (SERT), analogamente ai trasportatori di acido γ-aminobutirrico (GABA) prolina, creatina, betaina, glicina e alcune monoammine (dopamina, noradrenalina), appartiene alla famiglia dei neurotrasportatori Na⁺Cl⁻ dipendenti, che agiscono come cotrasportatori e, in particolare, come sinporti. Il SERT è prevalentemente correlato ai trasportatori delle catecolamine, alla dopamina e alla noradrenalina (Takeshi et al., 2002) e, insieme a questi, viene classificato come trasportatore di membrana neuronale Na⁺K⁺ dipendente (Blakely et al., 1994).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri studi hanno dimostrato che l’aggressività e il comportamento suicida sono associati a bassi livelli di trasmissione serotoninergica. Infatti, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) si sono dimostrati efficaci nel contrastare questi comportamenti (Coccaro et al., 1997; Verkes et al., 1998).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In conclusione, allo stato attuale non è ancora possibile affermare con un buon margine di sicurezza che esista una correlazione tra i disturbi endocrini e il crimine. Piuttosto, risulta più indicato affermare che un autore di un reato con disturbi endocrini non è da ritenersi pericoloso socialmente o responsabile del reato commesso in virtù della patologia del sistema endocrino, bensì per la comparsa di patologie psichiatriche correlate al sistema neuroendocrino.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;<br></span><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1] Casalini, <i>Dizionario di medicina</i>, Volume I e II, terza ediz., Utet, 1938 </span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] L'Acromegalia è una malattia rara determinata dall'eccessiva produzione, da parte dell'ipofisi, dell'ormone della crescita (GH - Growth Hormone). Nel 99% dei casi è dovuta ad un adenoma benigno dell'ipofisi. Il GH esercita la maggior parte delle sue azioni non direttamente ma regolando la produzione, a livello del fegato e dei tessuti periferici, di una proteina, l'IGF-1 (Insulin-like Growth Factor-1).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Svolge una funzione protettiva durante la gestazione con aumento del latte materno. Di contro, l’ormone luteinico è responsabile dell’abbassamento del progesterone con conseguente incremento dell’aggressività.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] Tavole di Biologia, <i>Atlanti scientifici</i>, Giunti Marzocco, 1967</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Beatrice Pecora</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 15:14:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?criminogenesi-e-patologie-di-origine-endocrina</link>
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			<title><![CDATA[I fattori neuro e psico-biologici eziologici del fenomeno criminale dello stalking]]></title>
			<author><![CDATA[Domenico Piccininno]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ije44599"><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/stalking-scienze-forensi-magazine.jpg"  width="776" height="437" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr. Domenico Piccininno, criminologo forense<br></span></div><div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Sommario: 1. La gelosia; 2. Gli effetti dello <i>stalking</i>; 3. Il sistema dopaminico; 4. Conclusioni.</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Abstract</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Negli ultimi anni si è assistito al crescere del fenomeno dello <i>stalking</i> che ha spinto diversi studiosi, di diversi campi del sapere umano, ad indagare quali sono le cause eziologiche poste alla base del reato in esame al fine di contrastarlo attraverso la creazione di alcune misure preventive.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo scopo di questa ricerca è stata quella di indagare le principali cause della nascita e formazione dello <i>stalking</i> attraverso lo studio di alcune ricerche scientifiche che, benché ancora di minoranza, hanno focalizzato l’attenzione sotto il profilo neurobiologico dello <i>stalker</i> e della vittima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di sicuro c’è ancora molto da analizzare e studiare, ma attraverso l’analisi di questi studi si è cercato di trarre alcuni spunti di riflessione al fine di prospettare dei modelli futuri di modifica della disciplina dello <i>stalking</i>.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1. La gelosia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La gelosia così comune e, al contempo, così spaventosa a tal punto da spezzare qualsiasi relazione sociale con la realtà che ci circonda.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il tema in esame è stato studiato con diverse lenti di ingrandimento, quali strumenti dei vari sapori scientifici e umanistici dello scibile umano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ebbene, ancorché non è possibile ancora definire univocamente e in modo assoluto la gelosia, dallo studio delle ricerche scientifiche sul punto si rileva che questa non è altro che un’emozione complessa, comune ed eterogenea[1] che si manifesta in una non precisa diversa scala d’intensità, dallo stato normale a quello delirante.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Invero, un recente studio ha riconosciuto quattro sottotipi tipologie di gelosie “normali”, ovvero quella depressiva, ansiosa, ossessiva e, in ultimo, quella paranoica attraverso la somministrazione di un questionario creato <i>ad hoc</i> per testare la gelosia, detto QUEGE che, a dire dei ricercatori, esamina la durata e la presenza di sentimenti e comportamenti legati alla gelosia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è constatato che la donna, di età non maggiore di 25 anni, manifesta livelli statisticamente più bassi di autostima e livelli più alti di ossessione e di paranoia in confronto agli uomini[2]. Se, come si sostiene in letteratura, l’epicentro della gelosia è dato dal fervore dell’emozione o dall’emolumento di un amore[3], allora si può comprendere bene la prospettiva tendenziale dello <i>status</i> emotivo <i>de quo </i>verso la protezione dell’oggetto del possesso che viene dominato e isolato dalla realtà sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La gelosia, infatti, è legata al desiderio di tutelare il proprio possesso a causa anche di disturbi neurologici (es. ictus, morbo di <i>Parkinson</i>, disordini neurodegenerativi, sclerosi multipla)[4], dalla schizofrenia paranoide, dai disturbi dell'umore con caratteristiche psicotiche, dalla dipendenza dall’alcol[5], dall’uso di anfetamine e cocaina[6]. Così si spiega la difficoltà di tracciare una linea di demarcazione tra gelosia “normale” e quella patologica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è detto che, forse, un <i>discrimen</i> tra le gradazioni di gelosia in questione è data dalla fonte della nascita dello stato emotivo in esame; i soggetti affetti dalla gelosia morbosa perdono la cognizione della realtà psicosociale, ovvero “interpretano” prove di infedeltà da eventi insignificanti e irragionevoli e non accettano di modificare il loro pensiero.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La gelosia patologica è, quindi, il complesso di emozioni irrazionali caratterizzata da condotte estreme retta dal timore dell’infedeltà del partner, tendenzialmente del genere femminile[7], senza prove tangibili che può condurre verso la commissione di condotte criminali in contesti <i>extra/intra moenia, </i>ovvero in qualsiasi rapporto affettivo e nei confronti anche di terzi rispetto alla persona legata affettivamente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La gelosia patologica evoca pertanto emozioni e condotte idonee a cagionare un danno alle relazioni interpersonali e a quelle sociali; come del resto l’amore patologico che, secondo una ricerca, si traduce in un comportamento irrefrenabile di prendersi cura del <i>partner</i> trascurando i bisogni personali e che non presenta sostanziali differenze rispetto allo stato emotivo in esame.[8] Invece, secondo un’altra diversa e contraria ricerca, l’amore e la gelosia morbosa sono connessi, ma non uguali. Sicché l’amore geloso è il <i>prius</i> cognitivo-affettiva della gelosia morbosa che rappresenterebbe il <i>postorius</i>.[9]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’amore geloso ha come contenuto il desiderio morboso per il possesso esclusivo e assoluto per il <i>partner</i> ed è penetrato dalla necessità di conoscere il pensiero di quest’ultimo al fine di accertare ogni probabile difetto di fedeltà[10].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sotto il profilo dei fattori che possono causare la gelosia delirante si rileva quanto segue.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La probabile connessione eziologica della gelosia delirante a fattori psicotici e neurologici giustifica l’inquadramento della stessa nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR), anche se non v’è certezza sul punto. Sicché, alcuni studi, hanno dimostrato che non sempre la diagnosi del disturbo delirante della gelosia può includere disturbi psichiatrici coesistenti, come depressione o diversi disturbi psicotici[11].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per questo motivo si è sostenuto che vari casi di gelosia potrebbero non soddisfare rigorosamente i criteri del DSM[12].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri studi hanno rilevato, invece, che il 30% dei casi di gelosia delirante ha probabilmente una base neurologica congiunta ad elementi psicodinamici[13].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo sviluppo della gelosia morbosa, si è detto, può essere determinato da una personalità passiva premorbosa[14], da demenza, degenerativa e non degenerativa,[15] che può provocare allucinazioni visive e uditive a sfondo sessuale, un aumento del desiderio sessuale a seguito dell’insorgenza della demenza[16], ma anche dal disturbo mentale di borderline di personalità paranoide che può indurre colui che ne affetto a sviluppare una illusione di infedeltà[17]. Infatti, uno studio clinico ha identificato la prevalenza della schizofrenia e di altri psicosi nel genere maschile ( 43 su 72, circa il 59, 7 %) e il 20, 8% ( 15 su 72 ) dei pazienti con gelosia delirante ha manifestato segni di aggressività al momento del ricovero.[18]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche a livello neuroscientifico sono stati studiati casi in cui si è rilevato che il lobo frontale destro è il correlato neuroanatomico della gelosia morbosa,[19] come anche lesioni talomatiche e al lobo frontale sinistro, una disfunzione dell’emisfero destro, più specificatamente il lobo parietale destro,[20] potrebbe essere connesso alla gelosia delirante nei pazienti con AD ad esordio precoce[21], nonché, a livello biologico, la gelosia delirante potrebbe essere connessa ad un deterioramento del trasportatore di serotonina piastrinica[22] e da un eccesso di dopamina.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Ciò posto, indipendentemente dalla possibile connessione della gelosia patologica a cause psicotiche, è di indubbia evidenzia concreta che lo stato emotivo in esame può condurre il soggetto a violare la propria libera autodeterminazione </span><i><span class="cf1">tout court</span></i><span class="cf1"> considerata, l’integrità psico-fisica, la vita e quella della vittima attraverso condotte di stalking</span><span class="cf1">[23]</span><span class="cf1">, di abusi verbali e fisici che sfociano altresì nel reato di omicidio</span><span class="cf1">[24]</span><span class="cf1">.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">A</span><span class="cf1">lcuni studi recenti hanno rilevato, infatti, che ci potrebbe essere una possibile associazione tra la condotta stigmatizzata dall’art. 612 </span><i><span class="cf1">bis</span></i><span class="cf1"> c.p. e alcuni diversi disturbi mentali, </span>sia psicotici che non psicotici, come le “<i>delusioni erotomane e di gelosia</i>”[25] che “possono essere le più clinicamente e teoricamente rilevanti”, benché c’è discordanza in letteratura in ordine alla connessione tra gelosia delirante e il reato di <i>stalking</i>[26]che è stato ricondotto dagli studiosi in diverse categorie rappresentative delle varie tipologie di stalker, come ad es. l’erotomaniaco, l’ossessionato dall’amore e l’ossessionato[27], nonché quelli che sono in cerca di attaccamento, di identità, i deliranti e quelli iracondi dopo il rifiuto[28]. </span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2. Gli effetti dello stalking</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Una ricerca effettuata su alcun condotte poste in essere da donne stalker ha dimostrato infatti una diversificazione causale in ordine alla realizzazione del reato <i>de quo, </i>ma una comunanza di causa[29]. Quest’ultima è data dalla mancata accettazione della rottura della relazione sentimentale[30] che determina un aumento anche della violenza psicologica, principalmente per l’uomo che, per serbare la propria posizione sociale, potrebbe avere difficoltà a denunciare la violenza( Felson e Paré, 2005); una violenza fisica e psicologica, invece, per la donna[31] (Logan and Walker, 2004; Cleak et al., 2018), ma non è da escludere che la separazione può evitare che le violenze suddette conducano alla commissione dell’omicidio[32] e dell’abuso emotivo (Babcock et al., 2004).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcune manifestazioni della violenza psicologica sulle donne sono ad esempio la limitazione dell’accesso del fondo monetario comune, della libertà personale, lo stalking, la costante critica, la disumanizzazione per indurre la donna ad essere inidonea ad affrontare la realtà sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La principale manifestazione psicologica a danno dell’uomo, invece, è data dalla limitazione delle visite con il figlio da parte dell’<i>ex partner </i>al fine di eliminare la figura paterna dalla vita del figlio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è detto che questa forma di violenza perpetrata dalla donna a danno dell’uomo è sintomatico della volontà della prima di colpire un punto debole di quest’ultimo[33].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’alienazione dalla relazione paterna può causare però una forma di abuso psicologico infantile a tal punto da produrre a traumi a lungo termine nei bambini ( Cavanna, 2013 ; von Boch-Galhau, 2018 ).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Uno studio recentemente, difatti, ha posto in evidenzia le principali manifestazioni della violenza in psicologica, attraverso il monitoraggio continuo del partner-vittima e l’umiliazione, in violenza fisica, attraverso percosse, calci, schiaffi e in violenza sessuale, attraverso forme di coercizione sessuale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche lo stalking è stato inserito, pertanto, come forma di violenza (IPV) dal <i>Centers for Disease Control and Prevention</i>, che è stato descritto come un <i>"</i><i>pattern di attenzione ripetuta e indesiderata e contatto che causa paura o preoccupazione per la propria sicurezza o per la sicurezza di qualcun altro (ad esempio, telefonate, e-mail o messaggi ripetuti, indesiderati, lasciando le carte , lettere, fiori, ecc.)" (Longobardi, 2017, p. 2039</i>).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una linea di demarcazione comune a livello di genere è dato invece dalle emozioni che prova lo stalker, ovvero la gelosia, come si è detto, la rabbia dell’abbandono, i pensieri ossessivi, la solitudine, la dipendenza e il tradimento percepito connessi ad un disturbo mentale, in particolar modo quello di personalità borderline[34], nonché sintomi significativamente più alti di depressione[35], ansia[36] e disturbo da <i>stress post-traumatico</i> (PTSD)[37] che, come è stato indicato in una relazione di studio, raggiunge tassi alti (circa l’84%) nei sopravvissuti ad una violenza domestica[38], principalmente psicologica (Dutton, Goodman, &amp; Bennett, 2001;Street &amp; Arias, 2001), anche per circa 20 anni, provocando gravi danni economici e sociali (Kessler, Sonnega, Bromet, Hughes e Nelson, 1995). Sicché, a ben vedere, la vittima si sentirà estraniata dalla realtà sociale, alternando un senso di colpa intenso a <i>deficit</i> mnestici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La vittima di violenza continua a “rivivere” l’esperienza passata, attraverso pensieri ricorrenti, <i>flashback</i>, incubi che rappresenterebbero i primi sintomi del DPTS (c.d<em> fase di reexperience)</em> e che possono portare questo a sentimenti di distacco, di evasione riaspetto a tutte le circostanze di tempo e di luogo che possono influenzare la rievocazione del trauma (c.d. fase di intorpidamento) e, in ultimo, le precedenti fasi possono sfociare nell’ultimo stadio, ovvero in un aumento dell’eccitazione che può comportare una difficoltà a dormire, a concentrarsi, ad una forte iperattività e ad una elevata irritabilità.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3. Il sistema dopaminico</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fenomeno criminale in esame, in definitiva, è orma una vera è propria emergenza sociale, perchè alimenta condotte auto ed etero dirette violente che cagiona offese a beni primari costituzionalmente garantiti[39].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le evidenze scientifiche sul punto, come si è detto sin qui, sono ancora troppo premature per sostenere, con una grado di probabilità vicino alla certezza, una connessione eziologica tra il delitto in esame e la sua causa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Eppure, sostengono i ricercatori che da alcune peculiarità che caratterizzano lo stalking si possono ricavare diverse informazioni causali sotto il profilo neurobiologico e biopsicologico, sebbene gli studi di settore sono ancora di minoranza[40].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è detto che il reato in esame può derivare da uno squilibrio di alcune reti neurali che controllano il c.d cervello sociale e la nascita del legame di coppia, come i processi di attaccamento, di separazione, di attrazione e di ricompensa[41].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcune ricerche[42] hanno sostenuto, sulla base dell’analisi <i>tout court</i> del reato di stalking, che anche un eccessivo funzionamento del sistema dopaminico subocorticali del “sistema di ricompensa” connesso ad una diminuzione dei livelli di serotonina, che inibisce l’attività dell’amigdala, e la disattivazione dei processi cognitivi possono essere fattori predittivi dell’attività tipica dello <i>stalker</i>, ovvero il pensiero ossessivo, l’assenza della perdita di energie, le contraddizioni cognitive, l’impulsività diretta verso la vittima sia da parte dello stalker che perseguita un <i>ex partner</i> sia quello che commette il reato in oggetto nei confronti di conoscenti o sconosciuti che lo hanno rifiutato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Proprio il rifiuto da parte della vittima, l’attrazione verso la frustrazione prodotta dal rifiuto, la rabbia dell’abbandono, l’<i>escalation</i> progressiva dell’aggressività, la presenza di un lato narcisista[43], il senso di protezione ossessiva della vittima possono costituire i fattori che contribuiscono la commissione del delitto <i>de quo</i>[44].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La rabbia scatta infatti a seguito dell’opposizione della vittima, <i>ex partner</i> o esterna, all’interesse che nutre lo <i>stalker</i> nei suoi confronti, ma, come è stato sostenuto dagli studiosi, può celare l’inattitudine a serbare o gestire relazioni sociali e umiliazioni subite.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcune analisi statistiche hanno rilevato che circa l’80% dei casi di stalking si realizza nei confronti dei conoscenti, ovvero nei confronti di coloro si istaura un patto di fiducia, come gli psicologici, psicoterapeuti che sono esposti ad un elevato rischio di <i>stalking</i> da pazienti che soffrono la solitudine e affetti dal disturbo di borderline che non possono interpretare le attenzioni professionali per amore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche se altre ricerche hanno dimostrato che l’intimità sessuale e l’interruzione della stessa può provocare reazioni morbose e la violenza tra <i>ex partner</i>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una reazione morbosa dettata da sistemi neurobiologici che costituiscono la base della nascita e della formazione del legame, come l’attrazione , l’attaccamento e la separazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È proprio l’attaccamento che, sia nel caso dello <i>stalking</i> verso il <i>partner</i> che in quello verso gli estranei, costituisce la base dell’inizio del disturbo del pensiero delirante ossessivo e del consecutivo disturbo di attaccamento, assimilata dagli studiosi alla sindrome di De Clerembault[45].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’attaccamento infatti, come rilevano gli esperti, è un sistema fondamentale per la crescita dell’individuo che si fonda su vari processi cognitivi, emotivi e comportamentali e che si forma fin dalle prime interazioni con la figura materna[46] e che continua a condizionare le relazioni sociali ed emotive dell’individuo e delle persone con le quali si relazione durante tutto il percorso di vita, determinando il perfezionamento di altri meccanismi comportamentali diversi dall’attaccamento, come l’accoppiamento sessuale e la reciprocità. Quest’ultimo meccanismo è deficitario nello stalker, sicché la richiesta di disponibilità continua di quest’ultimo alla vittima non postula un rapporto di reciprocità, bensì di sola esclusività[47].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ne consegue la diretta proporzionalità tra la qualità dell’attaccamento e la qualità delle risposte comportamentali emotivi rispetto alle relazioni sociali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Se quindi la qualità dell’attaccamento[48] è funzionale a determinare una buona qualità delle condotte emotive allora un <i>deficit</i> nel sistema <i>de quo</i> può causare una qualità della vita emotiva negativa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcune ricerche hanno spiegato infatti che una ragione dell’insorgenza del fenomeno in esame è data proprio da un livello di attaccamento infantile negativo ansioso, derivato da una violenza psicologica domiciliare subita, nella forma dell’abbandono o da una violenza fisica, come maltrattamenti in famiglia[49] che può inevitabilmente provocare la nascita della vittimizzazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La congiunzione del disturbo dell’attaccamento e della vittimizzazione può causare un disordine della personalità che, come si è detto, può alimentare stati di aggressività e stati ansiosi di abbandono.[50]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo stalker, difatti, manifesta il suo pensiero ossessivo attraverso condotte affettive-emotive reiterate di persecuzione fino a giungere ad un <i>deficit</i> del controllo che causa reazioni di aggressività, in virtù dell’ansia dell’abbandono che non può accettare.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">4. Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il reato di stalking di certo rappresenta uno strumento ulteriore posto dal legislatore a tutela della libertà di autodeterminazione della vittima a fronte della crescita esponenziale del fenomeno criminoso in esame e dell’emergenza sociale che tuttora è presente anche in Italia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il delitto in esame scatta quando le condotte persecutorie di minaccia o molestie, anche due episodi sono sufficienti secondo la giurisprudenza[51], sono dirette a causare uno dei tre eventi cristallizzati alternativamente dalla norma, ovvero turbare le normali abitudini di vita o a provocare <span class="cf2">uno stato di ansia o di paura o ingenerare il fondato timore per l’incolumità della vittima o per quella di persona legata affettivamente.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">È<span class="cf2"> sufficiente quindi, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 612 bis c.p., la nascita di una disfunzione nell’equilibrio psico-fisico, ovvero della serenità psicologica della vittima e delle persone legate a quest’ultima, a prescindere dalla nascita di uno stato patologico, attraverso l’osservazione di indizi comportamentali della vittima ricavabili anche dalle dichiarazioni rese da quest’ultima e tali da tracciare un raffronto tra situazione pregressa e quella successiva della condotta del reo.</span><span class="cf2">[52]</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Fatta questa breve, ma necessaria premessa, appare necessario chiedersi se sulla base delle poche, ma importanti evidenze scientifiche e dei dati sociocrimonologici sin qui delineati, il reato in esame non debba essere rivisitato sotto il profilo della tutela effettiva da garantire alla vittima e, in un certo qual modo, anche al reo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Procediamo con ordine.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Ci si chiede, innanzitutto, se la tendenziale linea legislativa di inasprire unicamente il trattamento sanzionatorio per quei particolari reati che destano allarmismo sociale, come quello in esame, può rappresentare una reale ed effettiva risposta al fine di preservare interessi protetti dalle principali Carte Fondamentali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Se da un lato, infatti, la tipizzazione del reato in commento e le successive modifiche sono state necessaria e dirimenti per tutelare la libertà morale dell’individuo da tutte quelle condotte abituali oppressive al bene giuridico in oggetto, dall’altro lato però il legislatore non ha tenuto conto degli studi di settore dai quali si desume, a mio sommesso avviso, l’importanza di un intervento di modifica sotto il profilo della creazione di un sistema di tutela cautelare migliore per la vittima e rieducativo-riabilitativo per il reo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">In uno stato giuridico che si rispetti, difatti, è necessario prevedere un trattamento punitivo adeguato, certo e proporzionato al fatto penalmente rilevante </span><i><span class="cf2">tout court</span></i><span class="cf2"> considerato e, se quest’ultimo non è altro che un’estensione della personalità del </span><i><span class="cf2">reo</span></i><span class="cf2">, allora è doveroso analizzare ora più che mai la trama psicologica, ovvero cosa e perché ha spinto taluno ha porre in essere atti persecutori al fine di giungere concretamente all’irrogazione di una sanzione adeguata, senza perdere mai di vista la parte offesa da reato che, come è noto, è fin troppo sacrificata nel procedimento penale italiano.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Solo così, ad avviso dello scrivente, la norma potrà allinearsi con i dettami costituzionali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Si rammenta sempre infatti che la finalità della pena è anche rieducativa e di emenda, oltre che general preventiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Si è visto infatti, sulla base di quanto è stato detto nei paragrafi precedenti, che colui che è reo di aver commesso il delitto di </span><i><span class="cf2">stalking</span></i><span class="cf2"> potrebbe avere disfunzioni a livello neurobiologico, ovvero potrebbe aver commesso il reato a causa di sindromi o alterazioni in alcuni siti del cervello che sono deputati alla regolazione delle emozioni e del sistema ormonale.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Ebbene, se alle volte la condotta di stalking è condizionata da un siffatto </span><i><span class="cf2">status</span></i><span class="cf2"> psico-fisico sembra necessario considerarlo a livello processuale attraverso una adeguata perizia neuroscientifica al fine di adeguare il trattamento sanzionatorio, anche a livello di irrogazione di una misura di sicurezza isolata o aggiuntiva ad una pena, ai principi di certezza e proporzionalità della sanzione al fatto di reato, inteso ribadiamo come estensione della personalità del </span><i><span class="cf2">reo</span></i><span class="cf2"> e al principio di rieducazione e reinserimento sociale attraverso la creazione di centri di sostegno e di monitoraggio psico-sociale </span><i><span class="cf2">ad hoc</span></i><span class="cf2"> </span><i><span class="cf2">intra moenia</span></i><span class="cf2"> ed </span><i><span class="cf2">extra moenia </span></i><span class="cf2">al carcere.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">In quest’ultimo caso è necessario, nell’ipotesi in cui si chiede l’applicazione di una misura cautelare, prevedere un trattamento terapeutico, anche di carattere psicologico, per il presunto colpevole degli atti persecutori, per comprendere preliminarmente se la condotta riprovevole è frutto di una psicosi o patologie non psicotiche e per cercare di intervenire tempestivamente al fine di prevenire la perpetrazione del reato o il rischio della recidiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Conseguentemente, dal lato della vittima, è necessario predisporre un meccanismo di tutela più rinforzato sia sotto il profilo psicologico che cautelare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Sotto il profilo cautelare attraverso la previsione di nuove misure cautelari che siano più efficienti di un semplice divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa o degli arresti domiciliari (che dovrebbe essere sempre accompagnata da un provvedimento autorizzativo del braccialetto elettronico), sempre nei limiti legali ex art. 273 c.p.p., in linea con la Legge n. 161 del 17/10/2017, recante modifiche al D.Lgs. n.159 del 6/09/2011, che ha esteso l’applicazione delle misure di prevenzioni personali anche “</span><i><span class="cf2">soggetti indiziati</span></i><span class="cf2">” del reato di </span><i><span class="cf2">stalking</span></i><span class="cf2">.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Sotto il profilo psicologico, invece, è necessario intensificare l’attività di </span><i><span class="cf2">counseling</span></i><span class="cf2"> e creare dei percorsi obbligatori </span><i><span class="cf2">ad hoc</span></i><span class="cf2"> di trattamento terapeutico di sostegno da parte di professionisti specializzati in campi quali la criminologia, ovvero la vittimologia, la neurosociologia, la psicologia e quello forense che operino in stretta sinergia con l’autorità giudiziaria in ogni fase del procedimento penale, in particolar modo in quelle inziali e durante gli interrogatori che devono essere svolti da personale qualificato.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Attraverso un processo di accompagnamento della vittima e delle persone legate a questa è possibile ricostruire le dinamiche della relazione sociale tra la prima e lo stalker e, da questa ricostruzione, è possibile iniziare a creare un legame terapeutico finalizzato a far comprendere alla vittima l’assenza di un abbandono, così da poter ristabilire un equilibrio psichico che è turbato dalle condotte persecutorie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">La vittima insomma deve poter riacquistare fiducia in se stessa a tal punto da poter riallacciare i rapporti socio-lavorativi e sentirsi considerata, attraverso il c.d. il percorso cognitivo comportamentale basato sulla conoscenza della relazione di stalking e, solo in seguito, predisporre un piano di sostegno psicologico con consigli sull’autostima, sul cambio di stile di vita e rescissione del legame con lo stalker, se questo appartiene alla classe degli ex partner</span><span class="cf2">[53]</span><span class="cf2">.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Dunque, non è possibile più rimanere inerti all’evolversi del fenomeno, è importante intervenire al più presto per evitare che le stime di suicidi, di vittimizzazione, di isolamento, di somatizzazione psicologica e fisica, di insorgenza di PTSD, di apatia e asocialità, dell’uso di sostanze che creano dipendenza aumentino a dismisura a tal punto da provocare danni ancora maggiori a tutti i settori della società.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5 cf2">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">1) Stalking: a neurobiological perspective Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL’OSSO,</span> <span class="cf2">Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Sezione di Psichiatria, Università di Pisa;http://www.rivistadipsichiatria.it/r.php?v=1794&amp;a=19528&amp;l=29314&amp;f=allegati/01794_2015_01/fulltext/04-Marazziti%20(12-18).pdf</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">2) Domestic Violence in Separated Couples in Italian Context: Communalities and Singularities of Women and Men Experiences, Paola Cardinali, Laura Migliorini , Fiorenza Giribone , Fabiola Bizzi</span><span class="cf2"> &nbsp;</span><span class="cf2">e Donatella Cavanna, Department of Educational Science, University of Genoa, Genoa, Italy </span><span class="cf2">2ASL3, Family Mediation Center, Genoa, Italy, Edited by: Luca Rollè, Università degli Studi di Torino, Italy, Reviewed by: Alessandra Salerno, Università degli Studi di Palermo, Italy; Dagmar Kutsar, University of Tartu, Estonia; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6129742/</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">3) Which situations induce intimate partner violence? a study of reliability and validity of the scale of theAnticorpi Proximal To Violent Episodes (PAVE), J. Babcock JC, Costa DM, Green CE, Eckhardt CI (2004)4) Una tipologia di violenza domestica: terrorismo intimo, resistenza violenta e violenza delle coppie situazionali, Libano, NH: Northeastern University Press, Johnson MP (2008).</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">4) Silva JA, Leong GB. A case of organic Othello syndrome. J. Clin. Psychiatry 1993; 54: 277.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">5) </span><span class="cf1">Violence and women of interpersonal partners in the United States: an overview of prevalence rates, psychiatric correlations and consequences and obstacles to seeking help</span><span class="cf2">, Denise Hien e Lesia Ruglass, Int J Law Psychiatry</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">6) American Psychiatric Association. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 4 ° ed. Testo dell'autore rev; Washington, DC: 2000.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">7) Bennett L, Goodman L, Dutton MA. Ostacoli sistemici alla persecuzione criminale di un partner maltrattante: una prospettiva vittima. Journal of Interpersonal Violence. 1999; 14 : 761-772.</span></div><div> </div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] cfr Dangerous passion: Othello syndrome and dementia, Gabriele Cipriani, MD, Marcella Vedovello, MD, Angelo Nuti, and Andrea di Fiorino, MD2, 1, Neurology Unit and Psychiatry Unit, Hospital of Viareggio, Lido di Camaiore (Lu), Italy</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] cfr Heterogeneity of the phenomenon of jealousy in the general population: an Italian study, Marazziti D. , Sbrana A , Rucci P , Cherici L , Mungai F , Gonnelli C , Massimetti E , Raimondi F , Doria MR , Spagnolli S , Ravani L , Consoli G , Catena Dell Osso M, CNS Spectr. 2010 Jan; 15 (1): 19-24.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] cfr Dangerous passion: Othello syndrome and dementia, Gabriele Cipriani, MD, Marcella Vedovello, MD, Angelo Nuti, and Andrea di Fiorino, MD2, 1, Neurology Unit and Psychiatry Unit, Hospital of Viareggio, Lido di Camaiore (Lu), Italy</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] Richardson ED, Malloy PF, Grace J. Othello syndrome secondary to right cerebrovascular infarction. J. Geriatr. Psychiatry 1991; l4: 160–165; Yusim A, Anbarasan D, Bernstein C et al., Normal pressure hydrocephalus presenting as Othello syndrome: Case presentation and review of the literature. Am. J. Psychiatry 2008; 165: 1119–1125.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] von Krafft‐Ebing R. Psychopatia Sexualis: A Medico Forensic Study. Pioneers Books, New York, 1944</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Shepherd M. Morbid Jealousy. Some clinical and social aspects of a psychiatric symptom. J. Ment. Sci. 1961; 107: 687–704.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] Studi hanno rilevato che la gelosia delirante è una condizione universale più pericolosa negli uomini che possono adottare, in misura maggiore rispetto alle donne, condotte omicide e suicide; Kovco I. Neke karakteristike ubojstva intimnih partnera u Hrvatskoj. Hrvatski ljetopisza kazneno pravo i praksu. Zagreb 1996; 3: 111–126; &nbsp;<span class="cf3">Daly M, Wilson M, Weghorst SJ. </span><span class="cf3">Male sexual jealousy. </span><i><span class="cf3">Ethol. Sociobiol.</span></i><span class="cf3"> 1982; </span><b><span class="cf3">3</span></b><span class="cf3">: 11–27</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] cfr Pathological jealousy and pathological love: apples with apples or apples with oranges? Stravogiannis ALDC , Kim HS , Sophia EC, Sanches C, Zilberman ML, Tavares H, in Resistenza psichiatrica 2018 gennaio; 259: 562-570. doi: 10.1016 / j.psychres.2017.11.029. Epub 2017, 13 novembre</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] cfr Jealous love and morbid jealousy, Maggini C , Lundgren E , Leuci E . Acta Biomed. 2006 Dec; 77 (3): 137-46.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] Si è riscontrato un tasso più elevato dell’amore ossessivo nelle donne, in “Delirious jealousy and obsessive love: cause and form”, Pubmed, Bogerts B</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] La prevalenza di gelosia delirante è stata riportata come 1,1% in degenti psichiatrici e 7% in pazienti con disturbi mentali neurobiologici, Soyka M, Naber G, Völcker A. Prevalence of delusional jealousy in different psychiatric disorders: An analysis of 93 cases. Br. J. Psychiatry 1991; 158: 549–553</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] Ricerche sul punto hanno indicato che i criteri del DSM-IV-TR non sono abbastanza inclusivi per diagnosticare questo sottotipo; Easton J, Shackelford TK, Schipper LD., Delusional disorder‐jealous type: How inclusive are the DSM‐IV diagnostic criteria? J. Clin. Psychol. 2008; 64: 264–275.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13]cfr Dangerous passion: Othello syndrome and dementia, Gabriele Cipriani, MD, Marcella Vedovello, MD, Angelo Nuti, and Andrea di Fiorino, MD2, 1, Neurology Unit and Psychiatry Unit, Hospital of Viareggio, Lido di Camaiore (Lu), Italy</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[14] Shepherd M. Morbid Jealousy. Some clinical and social aspects of a psychiatric symptom. J. Ment. Sci. 1961; 107: 687–704.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[15] Graff‐Radford J, Whitwell JL, Geda YE, Josephs KA. Clinical and imaging features of Othello's syndrome. Eur. J. Neurol. 2012; 19: 38–46.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[16] Tsai SJ, Hwang JP, Yang CH et al. Delusional jealousy in dementia. J. Clin. Psychiatry 1997; 58: 492–494; Sibisi CD. The phenomenology of delusional jealousy in late life. Int. J. Geriatr. Psychiatry 1999; 14: 398–399</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[17] Dutton DG, Saunders K, Starsomski A et al. Intimacy‐anger and insecure attachment as precursors of abuse in intimate relationships. J. Appl. Soc. Psychol. 1994; 24: 1367–1386</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[18] cfr Prevalence of delusional jealousy in psychiatric disorders; Soyka M 1 , Schmidt P , J Forensic Sci, 2011 Mar; 56 (2): 450-2. doi: 10.1111 / j.1556-4029.2010.01664.x. Epub 2011, 25 gennaio 2012</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[19] Luaute JP, Saladini S, Luaute J. Neuroimaging correlates of chronic delusional jealousy after right cerebral infarction. J. Neuropsychiatry Clin. Neurosci. 2008; 20: 245–247¸ Narumoto J, Nakamura K, Kitabayashi Y et al. Othello syndrome secondary to right orbitofrontal lobe excision. J. Neuropsychiatry Clin. Neurosci. 2006; 18: 560–561¸ Westlake RJ, Weeks SM. Pathological jealousy appearing after cerebrovascular infarction in a 25‐year‐old woman. Aust. N. Z. J. Psychiatry 1999; 33: 105–107.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[20] Più in particolare, la gelosia delirante può essere innescata da “un eccesso di dopamina, che può essere primario o secondario a un tono serotoninergico basso, che promuove le connessioni tra la corteccia prefrontale e lo striato dorsale a spese di quelle dello striato ventrale”, cfr. Marazziti D, Poletti M, Dell'Osso L, Baroni S, Bonuccelli U. Corteccia prefrontale, dopamina e endofenotipo di gelosia. CNS Spectr 2013; 18: 6-14 82</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[21] Matsuoka T, Narumoto J, Shibata K, Taga C, Fukui K. Jealous delusions and dysfunction of the right parietal lobe in early‐onset Alzheimer's disease. J. Neuropsychiatry Clin. Neurosci. 2011; 23: E 29–E 30</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[22] Marazziti D, Rucci P, Di Nasso E, et al. Psicopatologia della gelosia e della sottosoglia: un legame serotoninergico. Neuropsychobiology 2003; 47: 12-6</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[23] Marneros A. Intimizid. Die Tçtung des Intimpartners. Schattauer, Stuttgart, 2008</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[24] Tiggelaar J. Pathological jealousy and jealous delusions. Folia Psychiatr. Neurol. Neurochir. Neerl.1956; 59: 522–541; Dressing H, Kuehner C, Gass P. Lifetime prevalence and impact of stalking in a European population: Epidemiological data from a middle sized German city. Br. J. Psychiatry 2005; 187: 168–172.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[25]. cfr Deficit nella cognizione sociale: un marker per i disturbi psichiatrici? Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci 2011; 261 (S2): S145-S149, Derntl B, Habel U</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[26] cfr “Stalking behavior in delusional jealousy”, Silva JA1, Derecho DV, Leong GB, Ferrari MM, Palo Alto Veterans Health Care System, CA, USA</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[27] cfr studio comparativo di soggetti erotomani e ossessivi in un campione forense. J Forensic Sci 1993; 38: 894-903, Zona M, Sharma K, Lane JA</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[28] cfr So che mi ami davvero: un diario di psichiatria di erotomania, stalking e amore ossessivo. New York: Macmillan, 1997, Orion D.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[29] Si è detto invero che l’uomo stalker perseguita le loro vittime per “ripristinare” l’intimità; invece la donna stalker commettono il reato di stalking per “stabilire” l’intimità, attraverso la minaccia di violenze che si accentua del 50% soprattutto nel caso in cui la vittima era un ex partner</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[30] V’è da rilevare tuttavia che alcune ricerche hanno sostenuto la differenza di genere in ordine all’IPV. Si è detto che la separazione da parte della donna viene interpretata dall’uomo come una “sfida” che lo conduce alla violenza come mezzo principale per ripristinare il dominio di genere ( Flake e Forste, 2006 ). Gli uomini, quindi, sono più propensi delle donne a porre in essere condotte violente come spingere, stringere, spingere, trascinare e soffocare ( Melton e Belknap, 2003 ; Ross and Babcock, 2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[31] cfr. Violenza domestica in coppie separate nel contesto italiano: comunità e singolarità di esperienze di donne e uomini; Cardinali P , Migliorini L , Giribone F , Bizzi F , Cavanna D ,Psychol frontale. 2018 set 3, 9: 1602. doi: 10.3389 / fpsyg.2018.01602. e Collection 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[32] Lo stalking può rappresentare un importante fattore predittivo dell’omicidio coniugale, McFarlane J, Campbell J, Watson K. Intimo compagno di stalking e femminicidio: implicazioni urgenti per la sicurezza delle donne. Behav Sci Law 2002; 20: 51-68</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[33]La donna infatti, secondo alcune osservazioni, ha la tendenza a commettere il reato di stalking principalmente verso ex partner piuttosto che estranei, cfr Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[34]cfr <span class="cf1">Stalker and their victims</span>, Meloy JR , Boyd C ., J Am Acad Psychiatry Law. 2003; 31 (2): 211-9, in PUBMED</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[35] E’ stato dimostrato che la depressione è una conseguenza negativa che può sorgere con buona probabilità a causa dell’esposizione a violenza principalmente per le donne e che può determinare l’incremento del rischio di diventare vittima e di rendere più difficile il distacco dalla relazione ( Beitchman et al., 1992;Gidycz &amp; Koss, 1991).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[36] Secondo taluni lo stalking, come l’innamoramento, è una “forma di dipendenza” che, a seguito della prima fase di tolleranza seguita dal rifiuto e dall’interruzione della relazione, può causare la nascita di sintomi specifici, come la “depressione, ansia, insonnia o ipersonnia, perdita di appetito o alimentazione incontrollata, irritabilità e senso di solitudine”. Si crea pertanto tra lo stalker e la vittima una “<i>dipendenza emotiva e fisica</i>” legata, come si è detto, “<i>ad un'alta attività dei percorsi dopaminergici sottocorticali che fanno parte del sistema di ricompensa del cervello</i>”, cfr. Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[37] cfr. The role of cognitive coping in women who are victims of stalking, Kraaij V , Arensman E , Garnefski N , Kremers io . J Interpers Violence. 2007 Dec; 22 (12): 1603-12, in PUBMED</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[38] cfr Astin, Lawrence, &amp; Foy, 1993 ; Golding, 1999 ; Jones Hughes, &amp; Unterstaller, 2001 : Taft, Murphy, King, Dedeyn e Musser, 2005</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[39] Si stima che circa il l'8 e il 15% delle donne, e tra il 2 e il 4% degli uomini sia perseguitato da uno stalker, benché i dati ufficiali non riportano la realtà concreta, dato che le vittime non tendono a denunciare a causa delle lungaggini processuali e dell’irrilevante, quasi inesistente, livello di protezione offerto a queste ultime, secondo quanto riportato dallo studio condotto da DONATELLA MARAZZITI et coll., in “Stalking: una prospettiva neurobiologica”, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Sezione di Psichiatria, Università di Pisa</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[40] In un passo del saggio pubblicato dall’<i>equipe</i> del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Sezione di Psichiatria, Università di Pisa si evidenzia infatti che “<i>Le ipotesi sulla neurobiologia dello stalking sono praticamente inesistenti, a parte la carta di Meloy e Fisher del 2005 che rappresenta una delle poche recensioni complete su questo argomento</i>”(cfr Meloy RI, Fisher H. Alcune riflessioni sulla neurobiologia dello stalking. J Forensic Sci 2005; 50: 1-9)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[41] crf. Stalking: a neurobiological perspective, Marazziti D , Falaschi V , Lombardi A , Mungai F , Dell'Osso L .Riv Psichiatr. 2015 gennaio-febbraio; 50 (1): 12-8. doi: 10.1708 / 1794.19528.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[42] crf. Stalking: a neurobiological perspective, Marazziti D , Falaschi V , Lombardi A , Mungai F , Dell'Osso L .Riv Psichiatr. 2015 gennaio-febbraio; 50 (1): 12-8. doi: 10.1708 / 1794.19528.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[43] Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[44] Some reflections on the neurobiology of stalking, Meloy JR 1 , Fisher H , in Pubmed</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[45] Meloy RI, Fisher H. Alcune riflessioni sulla neurobiologia dello stalking. J Forensic Sci 2005; 50: 1-9</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[46] Bowlby J., Attaccamento e perdita: attaccamento. New York: Basic Books, 1969</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[47] Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[48] A livello neurobiologico i neurotrasmettitori con funzione ormonale coinvolti l’attaccamento sono la vasopressina e ossitocina che è deputata all'attivazione del circuito di ricompensa dopaminergico che porta alla normalizzazione del livello di funzionamento dell'amigdala, ma è risultato l’interessamento anche e di alcuni circuiti del c.d. cervello sociale, come l’amigdala , il setto laterale (Young LJ, Wang Z. La neurobiologia del legame di coppia. Nat Neurosci 2004; 7: 1048-54); come anche nella fase dell’innamoramento che, sulla base delle risultanze della fMRI, si è constato un’attivazione dell’amigdala.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[49] Meloy JR. Amore non corrisposto e desiderio di uccidere: diagnosi e cura dell'erotomania borderline. Bull Menninger Clinic 1989; 53: 477-92</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[50] Stalking: una prospettiva neurobiologica, DONATELLA MARAZZITI, VALENTINA FALASCHI, AMEDEO LOMBARDI, FRANCESCO MUNGAI, LILIANA DELL'OSSO</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[51] C. Cass., Sez. V, sent., n. 22194 del 06.12.2016 (depositata l’08.05.2017)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[52] C. Cass., Sez. V, , sent. n. 28703 del 14.4-6.7.2015</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[53] cfr. Vittime di stalking: effetti psicopatologici e intervento, in State of Mind</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr. Domenico Piccininno</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 14:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La macabra storia di un'interazione sociale patologica: la strage di Erba]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco e Micol Trombetta]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia_forense"><![CDATA[Criminologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_pz5l4v70"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Rosa-e-Olindo.jpg"  width="772" height="502" /><br></div><div><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Autori: dr. Massimo Blanco, dr.ssa Micol Trombetta </span></div><div><span class="fs11lh1-5">della Sezione Analisi Criminologiche e Psicologia Forense dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1. La strage di Erba</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.1. Cronaca di un massacro</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La <i>strage di Erba</i> è probabilmente uno dei “crimini più atroci nella storia del nostro Paese”, così come ha dichiarato Massimo Astori, il pubblico ministero che ha indagato per primo sui fatti di sangue avvenuti nella tranquilla cittadina di 16 mila abitanti della Brianza. Un delitto che ha segnato la coscienza dell’opinione pubblica negli anni successivi al giorno della strage, avvenuta nel 2006, e che ha continuato ad animare il dibattito mediatico, anche in tempi recenti, per quanto riguarda le vicende processuali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È la sera dell’11 dicembre del 2006. In una piccola palazzina in condominio di una corte ristrutturata, denominata “Condominio del Ghiaccio” e situata in via Diaz, una zona residenziale di Erba in provincia di Como, quattro persone vengono uccise barbaramente a colpi di spranga e coltellate. Successivamente, gli assassini appiccano il fuoco nell’appartamento dove hanno consumato la strage. Le vittime sono Raffaella Castagna, trent’anni, volontaria in un centro di assistenza per persone disabili, il piccolo Youssef Marzouk di 2 anni, figlio di Raffaella, la madre di quest’ultima, Paola Galli, 60 anni, e la vicina di casa Valeria Cherubini, 55 anni. La follia omicida degli assassini si riversa anche su Mario Frigerio, 65 anni, marito della Cherubini, corso in soccorso della moglie e scampato miracolosamente alla morte nonostante un profondo taglio alla gola che non è stato letale per via di una malformazione congenita della carotide, che ha permesso all’uomo di non morire dissanguato. Alle 20,20 circa, alla vista del fumo, due vicini di casa, tra cui un vigile del fuoco volontario fuori servizio, salgono le scale della palazzina dirigendosi al primo piano dove era situato l’appartamento in fiamme. Trovano prima Mario Frigerio, riverso a terra, e lo allontanano dall’abitazione trascinandolo via per le caviglie verso una zona sicura del pianerottolo. La porta dell’appartamento avvolto dal fuoco è aperta e i due entrano senza indugio. Trovano immediatamente Raffaella Castagna distesa a terra ed esanime. Anch’essa viene trascinata per le caviglie sul pianerottolo. Frigerio, in fin di vita, con le poche forze rimastegli indica con il dito ai due soccorritori il piano di sopra dal quale provengono urla strazianti di una donna. Purtroppo, però, il fumo, che si sta propagando a dismisura al primo piano e su per le scale, ha già reso l’aria irrespirabile e i due devono desistere dall’intento di salire. Poco dopo arrivano i vigili del fuoco che spengono l’incendio e rinvengono i corpi senza vita del piccolo Youssef e della nonna materna Paola Galli. Al secondo piano viene trovato il cadavere di Valeria Cherubini, moglie del Frigerio. Quest’ultimo, nel frattempo, viene portato d’urgenza all’Ospedale Sant’Anna, in provincia di Como, dove sarà operato. Si risveglierà dall’anestesia dopo due giorni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli accertamenti tecnici operati dagli investigatori della scientifica dei Carabinieri evidenziano che gli aggressori erano in due, di cui uno mancino, armati di due coltelli, uno a lama lunga e uno a lama corta, e di una spranga. Inizialmente le indagini si dirigono verso Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, un tunisino di 26 anni con precedenti penali per spaccio di stupefacenti uscito dal carcere grazie all’indulto. Ma Marzouk, quel giorno, era ancora in Tunisia dai suoi genitori.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Emergono, invece, dei sospetti sui vicini di casa che abitano al piano terra, Angela Rosa Bazzi, che tutti chiamano Rosa, e Olindo Romano, due coniugi senza figli che assumono dei comportamenti anomali, primo tra tutti l’esibizione spontanea di uno scontrino del McDonald’s di Como quale alibi della loro assenza da Erba nel momento della strage. In realtà, i carabinieri avevano suonato al campanello della coppia semplicemente per domandare se avessero sentito rumori, senza chiedere nulla in merito alla loro presenza o meno nella palazzina negli orari in cui si era consumato l’atroce delitto. Ai carabinieri, però, sorgono altri sospetti nel momento del breve colloquio sull’uscio di casa dei Romano. Infatti, Olindo presenta un vasto ematoma al braccio e delle vistose escoriazioni alle mani. Rosa, invece, ha un cerotto su un dito dal quale si intravedono segni di sangue recenti.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.2. La ricostruzione della “mattanza”</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 9 gennaio 2007, in seguito ad un lungo interrogatorio, i coniugi Romano vengono arrestati in quanto fortemente sospettati in relazione ai fatti. Olindo viene indagato per omicidio plurimo aggravato, Rosa per favoreggiamento. I RIS, però, indicano che vi sarebbe un altro soggetto quale altro esecutore della strage, un soggetto mancino come lo è Rosa Bazzi. Due giorni dopo, l’11 gennaio 2007, i due confessano il delitto ai magistrati inquirenti Massimo Astori, Antonio Nalesso e Mariano Fadda. Una confessione, avvenuta separatamente e talmente ricca di particolari che, in alcuni punti, coincide perfettamente con i risultati degli esami autoptici eseguiti sulle vittime.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Rosa Bazzi riferisce agli inquirenti quanto segue: «È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...»[1]. «Quella sera volevamo solo dare una bella lezione a quella del piano di sopra. Eravamo stanchi della maleducazione sua e dei suoi parenti ed amici. Odiavamo anche suo padre, Carlo Castagna»[2].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sono le 19,50 dell’11 dicembre 2006 e i coniugi Romano, pronti ad entrare in azione, indossano dei guanti per non lasciare impronte. Qualche ora prima, Olindo pare avesse già staccato la corrente elettrica che alimenta casa Castagna[3]. Rosa sale su al primo piano della palazzina e bussa alla porta di Raffaella Castagna. La scusa per farsi aprire è quella di parlare di un processo penale in corso[4], nato da una querela per aggressione sporta da Raffaella nei confronti di Rosa. Olindo attende sulle scale con il cric del suo camper[5]. Quando Raffaella apre la porta, Olindo come una furia si avventa sulla donna e la colpisce sulla testa con violenza. Raffaella cade a terra e Olindo si avventa immediatamente contro Paola Galli, la madre, colpendo violentemente anche lei sul capo. Una volta che le vittime sono a terra, esanimi, Olindo e Rosa si accaniscono su di loro con i coltelli. Raffaella riceve dodici coltellate anche se, il referto autoptico, dirà che il colpo alla testa è stato quello fatale. Mentre Olindo si assicura che le vittime siano morte, Rosa corre nell’altra camera dove c’era il piccolo Youssef. «Mentre mio marito era di là con loro due io ho ammazzato il bambino. L’ho ucciso con una coltellata, alla gola» ha confessato agli inquirenti Rosa Bazzi. Il bimbo aveva delle ferite da taglio al braccio, segno evidente che la povera creatura ha cercato in qualche modo di difendersi dal mostro che aveva appena massacrato la sua mamma e la sua nonna e che, in quell’istante, voleva prendersi anche la sua innocente vita. Nel frattempo, i coniugi Frigerio, Valeria Cherubini e Mario, che abitano al piano superiore, hanno appena finito di cenare. La Cherubini vorrebbe scendere per portare fuori il cane, ma il marito le consiglia di attendere che il “solito baccano” proveniente dal piano di sotto termini. Infatti, non erano infrequenti le grida provenienti dall’appartamento di Raffaella Castagna. Grida dovute ai frequenti litigi tra lei e il compagno Azouz Marzouk, connotati anche da violenza fisica tra i due, ai quali tutti i residenti della palazzina erano abituati, tanto è che nessuno, in quell’occasione, si è minimamente allarmato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sono le 20 e il “primo atto” del massacro è terminato. La calma nel Condominio del Ghiaccio è tornata. In realtà, i coniugi Romano stanno silenziosamente procedendo nel loro diabolico piano, raccattando tutto ciò che può facilmente essere incendiato. Volevano cancellare qualsiasi prova in quell’appartamento divenuto un mattatoio di esseri umani. Valeria Cherubini, fidandosi di quella calma apparente, esce di casa per portare fuori il cane. Questione di qualche minuto e la donna rientra nella palazzina. Nel frattempo, Olindo e Rosa appiccano il fuoco, cominciando dagli abiti di Raffaella Castagna. Sono circa le 20.15. In questo istante inizia a delinearsi anche l’atroce destino di Valeria Cherubini. «Mentre stavamo uscendo si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale» racconta, nella sua confessione, Olindo Romano. La Cherubini vede del fumo uscire dall’abitazione dei Castagna. Si affretta a salire le scale per andare nel suo appartamento al secondo piano ad avvisare il marito Mario Frigerio. Quest’ultimo scende al piano sottostante per verificare quanto stava succedendo. La Bazzi e il Romano attendono alcuni istanti all’interno dell’appartamento aspettando la loro prossima vittima “non prevista”. Olindo apre la porta di scatto e si trova davanti Frigerio. Lo colpisce scaraventandolo a terra. Frigerio è riverso al suolo e Olindo, con una coltellata, gli taglia la gola. Valeria Cherubini si mette a urlare, cerca di risalire le scale per trovare rifugio nel suo appartamento ma viene raggiunta da Olindo e Rosa che la uccidono a coltellate. Il fuoco avanza e i coniugi Romano devono fare in fretta anche se, nel frattempo, stanno arrivando i vigili del fuoco e le ambulanze. Percorrono a ritroso circa quindici metri per andare nel loro garage senza essere notati. Si cambiano, si lavano e mettono gli abiti sporchi e le armi in un sacco della spazzatura. Poi, ancora senza esser visti da nessuno, si mettono a bordo della loro Seat Arosa grigia e partono alla volta di Como per gettare il sacco e crearsi un alibi. Olindo, che lavora come netturbino, conosce bene i “giri” che fa l’immondizia, pertanto sa già dove gettare tutte le prove: un cassonetto che viene svuotato ogni giorno di buon mattino da un camion dotato di compattatore, il quale porta il suo contenuto direttamente ad un inceneritore della nettezza urbana. Dopo aver gettato il sacco, i Romano cenano presso un McDonald’s di Como conservando con la massima cura il loro “alibi”, lo scontrino[6]. Otto euro e venticinque centesimi di cena a base di gamberi e bacon acquistata alle 21,37, poco più di un’ora dopo l’assassinio dell’ultima vittima[7] [8].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">1.3. Le prime confessioni di Rosa e Olindo</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 9 e 10 e gennaio 2007, Rosa Bazzi e Olindo Romano, già in stato di arresto dal 9 gennaio, vengono interrogati separatamente dagli inquirenti che hanno già capito chi è, dei due, l’elemento “debole” della coppia. Infatti, come si evince da un’intercettazione ambientale del 10 gennaio 2007, Olindo, dopo il secondo interrogatorio con gli inquirenti, sembra si sia convinto a raccontare la “verità” e a convincere Rosa a fare altrettanto. Ma quale verità? Di seguito lo stralcio dell’intercettazione effettuata dai Carabinieri[9] durante l’incontro che è stato concesso ai due dopo il secondo interrogatorio dell’uomo:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Ascolta...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Si?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Ho parlato con il magistrato.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Eh.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Lui mi ha detto che se vogliamo far finire questa storia qui...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Sì???</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: ...di dire la verità.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma non c’è niente da dire...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Lui mi ha detto così. Io ho pensato... Ho pensato questo...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Non c’è niente, Olli, è tutto stato... Una cosa che hanno... Hanno fatto tutto loro, ancora adesso torno a ripeterglielo, glielo ho detto cento volte.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Loro mi hanno spiegato la situazione in termini pratici...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ho capito...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Mi ha spiegato e mi ha detto che... Loro ci tengono qui perché devono fare ancora delle indagini...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Sì.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Se per disgrazia trovano qualcosa, ti processano e ti danno l’ergastolo. Se invece confessi, hai le attenuanti e il rito abbreviato. Dici la verità, che la moglie non c’entra niente ti ha fatto solo l’alibi ecc., ecc... E non becchi niente...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma non è vero, Olli.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: E io becco le attenuanti e finisce tutta la storia.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Non è vero Olli... Non è vero...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">(...)</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: E non... Non so. O se continuare così... Lasciare fare quello che devono fare... E dopo prendere poi quello che si prende... E se non si dice... Si fa la confessione...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma che cosa c’è da confessare... Non siamo stati noi...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Lo so aspetta... Per tagliare le gambe al toro... Metti che sono stato io...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma quando sei andato su?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Non lo so.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Dimmi quando sei andato su???</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Lo so Rosa, ma è per far finire questa storia qui...</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma perché devi dire che non è??? Non è vero niente Olli. Sai che non è vero niente tutta questa cosa... Ancora adesso io lo dico... E torno sempre a ripetere... Ti pesa così tanto?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Stare dentro sì.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Cosa vuoi fare?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Olindo: Non lo so. Se facciamo così prendiamo anche dei benefici e ce ne andiamo a casa.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rosa: Ma cosa vado a fare Olli? Vuoi che esco di qua e mi butto sotto un treno?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">(...)</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 10 gennaio 2007, probabilmente dietro la spinta delle parole proferite da Olindo nel colloquio avvenuto poche ore prima, Rosa decide di auto accusarsi. L’interrogatorio inizia alle ore 15,25: «Intendo rendere piena confessione, ho fatto tutto da sola, mio marito non c’entra nulla. Da tempo ero esasperata. Ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e la vita disordinata. Poi lui un po' mi faceva paura, mi minacciava e mi molestava in continuazione con ripetute irrisioni sue e dei suoi amici. Più di una volta mi dissero con tono insolente che mi avrebbero scopata. Lui a volte veniva a sbottonarsi i pantaloni in modo osceno davanti alla mia finestra. Nel sottopasso del garage mi aveva minacciato più di una volta con un coltello. Ho riferito questo episodio a mio marito il quale diceva sempre che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male. Soffro di un insopportabile mal di testa». Questa è la prima versione in assoluto[10] della confessione di Rosa Bazzi in cui la donna si assume la responsabilità della strage. Rosa, subito dopo, racconta quanto segue: «A un certo punto ero fuori dalla corte a sistemare cose di casa quando ho visto arrivare Raffaella da sola a piedi, entrare a casa sua. Improvvisamente ho deciso di raggiungerla sul pianerottolo. L’appartamento era buio, credo che fosse uscita perché l’appartamento era buio. Io avevo staccato il suo contatore. Sono entrata portando con me un coltello da cucina e un arnese in ferro prelevato da mio marito da una discarica. L’avevo tenuto e pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho fatto tutto io. Mio marito era a casa, forse assopito. È arrivato dopo, quando stava bruciando la casa. Ammetto che però mio marito mi ha aiutato per l’incendio. Abbiamo ammucchiato un po' di libri e di cose infiammabili e abbiamo dato fuoco. Dopo i fatti ci siamo liberati degli abiti sporchi, delle scarpe e delle armi. La macchia quella sera è sempre stata lì, contrariamente a quanto dichiarato da altri. Abbiamo buttato tutto in un cassonetto poco vicino al nostro condominio. Ci siamo disfatti del sacco»[11]. Olindo, quindi, secondo questa prima ricostruzione di Rosa Bazzi, ha avuto un ruolo marginale nella vicenda. Ne emerge che entrambi stanno facendo di tutto per proteggere l’altro. Olindo, prima, come si evince dall’intercettazione ambientale, riferisce a Rosa di voler confessare e assumersi tutte le responsabilità del delitto. Rosa, in seguito, decide di fare altrettanto rendendo “piena confessione” delle uccisioni compiute come si rileva dal riassunto dell’interrogatorio di cui sopra.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alle 16,00, sempre del 10 gennaio 2007, comincia anche un nuovo interrogatorio di Olindo. L’uomo viene informato dagli inquirenti che la moglie si è dichiarata colpevole e che ha confessato. Nell’occasione, a Olindo vengono altresì fatti ascoltare due minuti salienti della confessione di Rosa. L’uomo continua a ripetere che la moglie non c’entra nulla e che ha fatto tutto da solo. Giura di voler raccontare la verità e di essere disposto a pagare tutto quel che deve per quel che ha fatto, purché gli sia consentito di continuare a vedere la sua adorata compagna (questo ultimo aspetto sarà ripreso nell’analisi della relazione esistente tra Olindo Romano e Rosa Bazzi dal punto di vista criminologico). Il racconto dei fatti da parte di Olindo è confuso così come è stata confusa la ricostruzione di Rosa nell’interrogatorio precedente. Ad ogni modo, il destino dei due coniugi si delinea quando, nel corso del secondo interrogatorio di Rosa del 10 gennaio 2007, la donna fornisce una versione diversa dei fatti, includendo Olindo quale parte attiva “alla pari” nella strage. Da quel che emerge dalle registrazioni degli interrogatori, Rosa viene messa alle strette dopo che gli inquirenti le leggono quanto raccontato da Olindo nell’ultimo suo interrogatorio[12].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le vicende processuali della strage di Erba sono state ricche di confessioni, ritrattazioni, colpi di scena processuali, elementi che non quadrano ecc. Oggi, Olindo Romano e Rosa Bazzi stanno scontando la pena dell’ergastolo rispettivamente nelle carceri di Opera e di Bollate. Hanno il permesso di incontrarsi una volta ogni quindici giorni. Mario Frigerio, il supertestimone, unico sopravvissuto alla strage che ha riconosciuto in Olindo la persona che ha tentato di ucciderlo[13], è morto dopo una lunga malattia nella notte tra il 15 e il 16 settembre 2014[14]. Sempre nel 2014, i difensori dei Romano affermano di avere nuovi elementi che permetterebbero la riapertura del caso e presentano un’istanza alle procure di Como e Brescia affinché siano eseguiti nuovi accertamenti. Le procure in questione si dichiarano incompetenti. Ad aprile del 2017 la Corte di Cassazione ammette al riesame alcuni dei nuovi elementi di prova. Nel mese di novembre 2017, la Corte d’Appello di Brescia concede di procedere a nuove analisi dei reperti ma, il 30 gennaio 2018, dichiara inammissibile l’incidente probatorio con le seguenti motivazioni: "La richiesta di incidente probatorio deve ritenersi funzionale a una, seppure futura ed eventuale, richiesta di revisione. Tale richiesta deve essere, seppur in astratto, rigorosamente orientata e in grado di scardinare le prove già acquisite e che hanno costituito il giudicato. In altri termini, la richiesta di incidente probatorio deve avere un'astratta potenzialità distruttiva del giudicato con il quale si deve in qualche modo confrontare". Altrimenti, è il ragionamento dei giudici, sarebbe consentita "una ricerca indiscriminata della nuova prova funzionale alla revisione senza alcun vaglio"[15].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2. Criminali o malati?</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.1. Chi sono Rosa Bazzi e Olindo Romano?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Rosa Bazzi nasce il 12 settembre 1963 e cresce in un quartiere periferico di Erba. È la terza di tre sorelle. Il padre è operaio e la madre casalinga. La piccola Rosa studia poco ma parla moltissimo con tutti, anche con le bambole e coi personaggi che disegna e che inventa. Racconta un sacco di storie e bugie. È mancina e soffre di asma. Speso i bambini la prendono in giro. Lei non è forte ma ha nervi saldi e coraggio, così li mette tutti al loro posto. Finita la quinta elementare non vuole più andare a scuola. Divenuta abbastanza grande, comincia a fare le pulizie a ore. Poi si sposa con Olindo. La madre di Rosa: «Ha sposato un poco di buono, perché anche lei era così, una persona piena di veleno» (Corrias, 2007).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Siamo nel 2006: Rosa Bazzi è una donna puntuale e operosa, che vive per la sua casa. Anzi, Rosa “è la sua casa”. Settantacinque metri quadrati in cui il ritmo deve essere sempre uguale, senza intoppi, senza rumore e dove l’ordine e la pulizia regnano sovrani. Dopo l’arresto, un vicino di casa racconta che, all’alba di ogni giorno, Rosa usciva nella corte con il marito. Lui andava al lavoro, lei faceva i lavori di casa prima di andare a farli in casa di altri. Per via del fisico compatto e per la sua instancabilità, i vicini la chiamavano “il carrarmato”. Rosa faceva sacrifici enormi e dedicava anima e corpo alla propria casa che era tenuta come un santuario. Nessun amico, nessuna frequentazione. I due coniugi si bastavano e non serviva nient’altro. Avevano ancora il mutuo da pagare. Il televisore al plasma lo vedevano solo nel pomeriggio e il loro camper lo usavano solo per brevi gite a pochi chilometri da casa “così non si consumava”. «Era così pulito da sembrare fresco di concessionaria. Lo pulivano ogni giorno, come se fosse il loro bambino» ha raccontato un vicino. Un figlio, in realtà, lo hanno cercato, ma è andata male per due volte: una gravidanza extrauterina e un’altra non portata a termine. Non si poteva parlare con Rosa dell’argomento “bambini” e, tanto meno, delle sue gravidanze andate male. I bambini, poi, non erano ben visti dalla donna, soprattutto quelli piccoli e “rumorosi”. Ogni vicino si ricorda di lei che spinge via il piccolo Youssef che si avvicina troppo al camper con la sua bicicletta. Lei che sale a bussare perché “quel bambino non fa altro che strillare”. Un testimone di nozze di Raffaella Castagna, racconta che, per eliminare i rumori, il padre della donna aveva fatto installare un pavimento in cotto fiorentino alto una spanna, ma anche questo non bastava. Raffaella chiedeva agli ospiti di togliere le scarpe e si raccomandava di non muovere le sedie, ma Rosa saliva lo stesso a lamentarsi e ad insultare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Rosa, fuori da casa, era una donna simpatica. Ma quando rientrava nel suo “fortino” di via Diaz, diventava un despota che si rivolgeva ai vicini con parole velenose. Ne aveva sempre per tutti, tanto è che le avevano affibbiato il nomignolo di “Isterichina”. Dovunque si sia trovata, Rosa ha avuto sempre un atteggiamento rigido e inflessibile. Quando viveva a Canzo con sua madre, erano grane continue con i vicini.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nei giorni successivi alla strage, Rosa era cambiata. Tutti, all’esterno della corte di via Diaz, nelle sue brevi uscite tra supermarket e pizzeria da asporto, avevano notato un certo buonumore nonostante la carneficina che si era consumata a pochi metri dalla sua casa. «Meno male che eravamo in pizzeria, altrimenti se venivano a sapere della causa che avevamo con loro, tiravano in mezzo noi» aveva detto sorridendo ad una amica. Era diventata più gentile. «Quando non ci saremo più, vi ricorderete di una vicina di casa come me» aveva detto a Mohamad, un vicino di casa siriano. Con i giornalisti ciondolava con la testa e ricordava il bambino. «Vivace, ma bello, mi piaceva averlo intorno» aveva detto. «Come faccio a sapere chi è l’assassino? Non so neanche chi è l’amante di mio marito». Suonava fuori luogo quell’euforia. Ma era sincera. Quella era una donna felice. La casa era diventata di nuovo pulita, tutto in ordine. Rosa aveva fatto le “pulizie”[16].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Olindo Romano nasce ad Albaredo per San Marco (Sondrio) il 10 febbraio 1962. Dopo aver lavorato per anni come autista di mezzi pesanti, nel 1996 entra in servizio come netturbino alla Econord S.p.A., azienda di raccolta e smaltimento dei rifiuti. I colleghi di lavoro raccontano che Olindo si faceva sempre gli affari suoi ma non disdegnava di scherzare con loro. Lo descrivono come un “bonaccione”. A ridosso di quell’11 dicembre, si era preso qualche giorno di ferie “per riposare”. Uno si ricorda che una volta aveva commentato così la strage di Erba: «Proprio non riesco a immaginare chi ha potuto fare una cosa del genere»[17].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosa, appena sposati, vanno a vivere a Proserpio, un paesino di novecento anime in cui era cresciuto l’uomo. Un amore, il loro, che era diventato immediatamente un “patto contro gli altri”. Prima dell’arrivo di Rosa, Olindo, che in paese di faceva chiamare sin da piccolo Carmine, era un ragazzo come tanti altri. Gli piaceva giocare a pallone in piazza, davanti alla chiesa di San Rocco. Primogenito di quattro fratelli, si sentiva diverso da loro perché i genitori, quando lui nacque, non erano ancora sposati. Il padre, deceduto qualche anno prima, aveva avuto una vita difficile: operaio frontaliere, partiva il lunedì mattina e tornava il sabato. I quattro bambini, Olindo, Piero, Lino e Agata li ha tirati su mamma Piera. Olindo, da poco sposato, ad un certo punto rivendica parte della casa dove vivono, in appartamenti diversi, i fratelli. Dice che l’aveva fatta anche lui. Il litigio arriva fino alla piazza. Da allora, per i suoi familiari, Olindo sparisce. Piera, l’anziana madre di Olindo, racconta ai giornali: «Mio figlio è innocente. È in carcere per colpa di Bazzi Rosa. Era lei che comandava. Tutte le vigliaccherie che poteva fare, le ha fatte. Se mi viene sotto Bazzi Rosa io l’ammazzo. (…) La madre (di Rosa) era una vipera, velenosa come l’aspis. Il padre era un grande ubriacone…»[18].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.2. Coppie criminali e “folie à deux”</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dal giorno in cui si sono delineate le responsabilità dei fatti di Erba, quanto meno da un punto di vista processuale, criminologi, psichiatri e psicologi hanno iniziato ad interrogarsi sulle possibili cause che hanno portato due persone dalla vita ordinaria e senza particolari problemi di natura economica, a premeditare un delitto di siffatta crudeltà. Di fatto, Olindo e Rosa sono entrati a pieno titolo in quella categoria di assassini che vengono definiti, in gergo, <i>coppia criminale</i>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fenomeno della coppia criminale è abbastanza raro in quanto la maggioranza dei crimini vengono ideati e commessi da singoli soggetti che possono coinvolgerne altri in modo casuale. Naturalmente, in questo contesto sono da escludersi criminali organizzati, cioè soggetti dediti ad attività illecite come rapine, estorsioni, spaccio di stupefacenti ecc. Qui parliamo di assassini che agiscono spinti da moventi assai particolari, i quali non necessariamente instaurano tra loro il legame tipico della coppia criminale di cui si parlerà tra poco.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come sopra rappresentato, il fenomeno della coppia criminale è poco comune ma in letteratura possiamo ritrovare diversi esempi di coppia criminale che portano a pensare, per via del tipo di relazione intercorrente tra i due componenti, dei moventi e della ferocia con cui è stato commesso il crimine, che si tratti di qualcosa che sfugge all’umana comprensione e che debba essere messo unicamente nelle mani della criminologia e della psichiatria. Alcuni fulgidi esempi di coppie criminali dei nostri giorni e del nostro Paese, oltre a Olindo Romano e Rosa Bazzi, sono stati Erika De Nardo e Mauro “Omar” Favaro (delitto di Novi Ligure), Alexander Boettcher e Martina Levato (coppia dell’acido), il medico di pronto soccorso Leonardo Cazzaniga (l’angelo della morte) e l’infermiera Laura Taroni. Vendetta, odio, perversione, denaro: possono essere diversi i moventi che spingono la coppia criminale ad agire. Oltre l’esaltazione del loro esclusivissimo rapporto e la forte dipendenza psicologica, troviamo in queste coppie qualcosa di terribile che sfugge a qualsiasi tipo di interpretazione razionale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fenomeno delle coppie criminali è stato studiato molto poco. Il primo ad occuparsene fattivamente è stato Scipio Sighele (1868-1913)[19], sociologo e criminologo italiano che, nella terza edizione della sua opera “La coppia criminale” pubblicata nel 1909[20], suddivise le coppie criminali come segue:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">gli amanti assassini: in questi casi, come facilmente si intende, è la suggestione d'amore che ha una grandissima parte. Spesso un amante può spingere l'altro al delitto. Dei due amanti, l'uno è un perverso e l'altro un debole, per cui questi diventa strumento dell'altro. Il legame che unisce l'incube al succube è l'amore sessuale nelle sue forme colpevoli o patologiche, e il delitto commesso ha sempre la sua origine, o per lo meno una delle sue cause, in questo amore, sia che sia vicendevole e corrisposto, sia che parta da uno degli amanti e sia dall'altro semplicemente subito. Spesso due amanti si associano per passione d'amore, ma molto spesso due amanti si associano per motivi più turpi e più antisociali, ad esempio per cupidigia;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la coppia infanticida: il cui delitto che nasce come conseguenza spontanea, se non necessaria, dall'amore illecito. Tutto ruota intorno alla prova della colpa che occorre fare scomparire; è il bambino - il quale, uscendo alla vita, accusa la madre - che bisogna sopprimere. L'infanticidio è il delitto specifico delle campagne e delle classi meno colte, che non hanno la furberia di sostituirlo con l'aborto; sono casi in cui si potrebbe quasi dire che la responsabilità del delitto ricade intera su uno solo dei due individui che compongono la coppia criminale, giacché l'altro non fa che prestare - costretto - il suo aiuto incosciente e meccanico;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la coppia familiare: è assai facile che ove in una famiglia vi sia, vicino a un malvagio, un individuo di scarso senso morale, il primo sappia corrompere il secondo. La dimestichezza e la vita in comune sono condizioni favorevolissime al sorgere e allo svilupparsi di una suggestione criminosa. In questi delitti familiari, in cui lo scopo è quasi sempre quello del lucro, in cui non c'è quasi mai una scintilla di una passione meno turpe che possa gettare sui colpevoli almeno una pallida scusa, più che l'incontro di un perverso e di un debole e la corruzione lenta di questo per opera di quello, avviene l'incontro di due perversi che non hanno bisogno di molto tempo per intendersi e per associarsi. Certamente esiste anche fra di essi un rapporto di dipendenza e l'uno agisce per impulso dell'altro, ma le singole parti non sono così diverse e così distinte come in altri casi. Non mancano tuttavia dei casi in cui l'influenza suggestiva dell'uno sull'altro è - anche nella coppia familiare - assai più intensa e in cui si ritrovano veramente coi loro caratteri spiccati i due tipi dell'incube e del succube;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la coppia di amici: sorge, per lo più, nell'ambiente del carcere o in quelle taverne ove si riuniscono, insieme ai delinquenti, i vagabondi, gli spostati e gli oziosi, tutti i candidati, insomma, che attendono di prendere il loro posto nell'esercito del delitto. L'amicizia è anch'essa una condizione favorevole allo svolgersi di una suggestione criminosa, nel caso in cui uno degli amici sia un perverso e l'altro, psicologicamente, un debole[21].</span></li></ol><span class="fs11lh1-5">Una patologia di coppia, non necessariamente criminale, chiamata <i>folie à deux</i> (letteralmente “follia a due”), è un fenomeno descritto per la prima volta da Lasegue e Falret nel 1877[22]. In termini medici, la folie à deux è chiamata <i>disturbo psicotico condiviso</i>[23] o <i>sindrome delirante indotta</i>[24]. Tale patologia “a due” nasce quando un soggetto inizia a manifestare una psicosi causata dalla relazione con un altro soggetto che è già affetto dalla stessa patologia psichiatrica. In sostanza, è una sorta di “contagio” di tipo psichiatrico causato dal semplice fatto che i due soggetti sono in una relazione caratterizzata da un lungo vissuto insieme. Spesso tale vissuto è connotato da una buona dose di isolamento sociale. Nella follia a due, la psicosi consta generalmente in un disturbo delirante di tipo persecutorio in cui le convinzioni del primo, il soggetto che ne era già affetto, chiamato <i>induttore</i> o <i>caso primario</i>, vengono condivise con l’altro, integralmente o solo in parte. Chi viene contagiato non è detto debba necessariamente essere predisposto a sviluppare patologie psichiatriche né che debba esserne già affetto, quindi può essere un soggetto del tutto sano. Tuttavia, la fragilità psicologica di chi subisce l’influenza dell’induttore è un fattore determinante per l’insorgere del disturbo. Se la relazione con il caso primario viene interrotta, le convinzioni deliranti di chi ha subito l’influenza del caso primario cessano (Caponnetto et al., 2013).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.3. Le perizie psichiatriche</b></div><div><span class="fs11lh1-5">I giudici che si sono occupati della strage di Erba, con diverse argomentazioni hanno sempre rigettato l’istanza di una perizia psichiatrica. La prima volta perché il perito aveva operato la sua analisi unicamente su fonti documentali senza mai aver incontrato gli imputati. Mentre, nel ricorso in Cassazione, quest’ultima ha sentenziato che non “può essere la sola efferatezza del delitto a suggerire la necessità di una perizia per valutare l’imputabilità, poiché non esiste alcun binomio automatico tra ferocità dell’aggressione e malattia mentale. &nbsp;Al contrario, si deve dar rilievo ai comportamenti tenuti prima e dopo il fatto dagli imputati che, dimostrando un forte controllo di sé e agendo per costruirsi un alibi, possono essere ritenuti espressivi di un ‘non interrotto contatto con la realtà’”[25].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel quadro delle valutazioni di tipo psicologico e psichiatrico, è innanzitutto da evidenziare quanto affermato dalla psicologa del carcere di Como che ha seguito Olindo e Rosa durante la custodia cautelare. Olindo Romano raccontò alla dottoressa Graziella Mercanti di aver fatto un patto comune di suicidio con la moglie perché non riuscivano a contemplare una vita separata. Nella sua deposizione, la Mercanti disse quanto segue: «L'impossibilità di stare insieme era per loro annichilente tanto che Olindo ripeteva che, se non avesse potuto scontare la pena con la moglie, l'avrebbe fatta finita, smettendo di alimentarsi… se anche dovessi uscire dal carcere - ripeteva l'imputato - non ce la farei senza di lei». «E anche Rosa - ha aggiunto la dottoressa - parlava di suicidio e ripeteva di continuo che la sua esistenza era finita». La seconda più interessante deposizione è stata quella della psichiatra Nunzia Chieppa, assunta dalla difesa dei Romano, la quale ha spiegato che «è evidente che siamo di fronte a una patologia di coppia che rientra nei casi di schizofrenia paranoide. I due vivevano e vivono in una sorta di bolla e si sentono perseguitati dal mondo esterno, con cui non vogliono entrare in contatto. In più la vita di coppia di Rosa e Olindo non è strutturata su un rapporto di parità come lo intendiamo tra adulti, ma, al contrario, Rosa è una bimba che, col suo atteggiamento, condiziona le azioni di Olindo, una sorta di marito-padre. Per dirla alla francese, siamo in presenza di una folie à deux, una follia a due»[26].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Poi è stata la volta del professor Filippo Borgetto e del suo team (con Borgetto in tutto tre psichiatri) i quali, nella loro relazione, hanno affermato che Rosa Bazzi e Olindo Romano erano affetti da un disturbo delirante, una psicosi cronica che si sviluppa gradualmente e decorre per lungo tempo. Una patologia caratterizzata da idee deliranti ben organizzate, di persecuzione e rivendicazione. Infatti, “all’origine della strage vi potrebbe essere un’ideazione delirante che si costruisce, si stabilizza e si consolida in condizioni di isolamento sociale e che può portare a comportamenti violenti causati da fattori scatenanti. La pianificazione degli omicidi sarebbe dovuta ad una fortissima dipendenza reciproca tra i coniugi connotata in modo evidente dalla forte dipendenza di Olindo dalla moglie. Sussisterebbe, quindi, uno squilibrio psichico in relazione al quale effettuare approfondimenti. La confessione prodotta da Olindo e Rosa durante gli interrogatori, denuncerebbe inoltre una straordinaria freddezza, un distacco, una mancanza di risonanza emotiva e di coinvolgimento affettivo”[27].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">2.4. Focus su psicosi, disturbo delirante e schizofrenia paranoide</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nei due paragrafi precedenti si è argomentato in relazione al possibile quadro patologico di Rosa Bazzi e Olindo Romano. I due, a quanto risulta dalle perizie effettuate dalla difesa, sembrerebbero affetti da disturbo psicotico condiviso (“folie à deux”) in cui Rosa Bazzi risulterebbe l’induttore (caso primario) e Olindo Romano il “contagiato”. Ora, però, risulta necessario, ai fini di una migliore e più comprensibile esposizione del presente lavoro, chiarire il significato e la portata dei disturbi citati nel caso della trattazione della folie à deux e dai periti di parte dei Romano, precisando che, nel campo della psichiatria, spesso non si trovano linee nette di pensiero circa le caratteristiche di disturbi e malattie mentali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Psicosi” è un termine generico con cui ci si riferisce ad una serie di disturbi psichiatrici caratterizzati da una grave alterazione dell’equilibrio psichico. Chi ne è affetto non ha una corretta visione della realtà, non riesce spesso ad avere cognizione della propria patologia e ha di frequente disturbi del pensiero quali deliri e/o allucinazioni. Esistono differenti tipi di disturbi psicotici tra i quali troviamo i disturbi di contenuto del pensiero. Tra questi, vi è il “disturbo delirante”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il disturbo delirante è, appunto, caratterizzato da deliri cioè falsi convincimenti. Per avere una diagnosi di disturbo delirante, i sintomi devono essere presenti per almeno un mese senza altri sintomi tipici della schizofrenia. Infatti, qualora fossero riscontrati sintomi di schizofrenia, il paziente sarebbe affetto da quest’ultima patologia. I deliri possono essere:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">“non bizzarri”, cioè riguardanti situazioni come la sensazione o il timore di essere seguiti, avvelenati, infettati, amati a distanza o essere ingannati o traditi dal proprio partner;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">“bizzarri”, cioè concernenti situazioni assai improbabili come credere di essere stati vittima di una asportazione di organi interni senza avere cicatrici da sutura.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Il disturbo delirante non è molto diffuso e insorge generalmente in media o tarda età. Il funzionamento dal punto di vista psicosociale non viene compromesso e i problemi, normalmente, sono connessi unicamente alle convinzioni deliranti[28]. È da evidenziare che non vi sono pareri unanimi in tal senso. Infatti, diversi autori sostengono che i soggetti davvero affetti da un disturbo delirante, non hanno una vita normale sotto il profilo psicosociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel suo intervento quale consulente di parte della difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, la psichiatra Nunzia Chieppa afferma la presenza di una “schizofrenia paranoide”. La schizofrenia è una psicosi caratterizzata da perdita del contatto con la realtà e una serie di manifestazioni come allucinazioni, deliri, linguaggio e comportamento disorganizzati, appiattimento dell'affettività, deficit cognitivi e malfunzionamento occupazionale e sociale. La causa è sconosciuta, ma vi è una forte evidenza di una componente genetica. I sintomi di solito esordiscono nell'adolescenza o nella prima età adulta. Uno o più episodi sintomatici devono persistere almeno sei mesi prima che venga formulata la diagnosi. Il trattamento consiste nella terapia farmacologica, nella psicoterapia e nella riabilitazione[29]. La schizofrenia paranoide è la tipologia più comune di schizofrenia[30]. Il quadro clinico è caratterizzato da deliri relativamente stabili di tipo persecutorio solitamente accompagnati da allucinazioni soprattutto di natura uditiva (sentire le voci) e disturbi della percezione[31]. I sintomi della schizofrenia paranoide hanno un effetto assai negativo sulla qualità della vita e la malattia non è reversibile benché si possano ottenere buoni risultati con un idoneo trattamento farmacologico[32].</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>3. Analisi neurosociologica degli autori e della criminodinamica della strage</b><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.1 Follia a due: l’incastro perfetto</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La folie à deux appare la spiegazione più plausibile del comportamento dei coniugi Romano, non solo nel merito di quanto è accaduto la sera dell’11 dicembre 2006 ma in relazione a tutto il loro vissuto insieme. Prendendo come riferimento le storie di vita di Rosa e Olindo, prima e dopo l’inizio della loro relazione sentimentale, unitamente al profilo psicologico-psichiatrico tracciato dagli esperti, i due sembrano incarnare alla perfezione i due elementi “tipici” di una relazione patologica destinata a sfociare in un disturbo psicotico condiviso. Rosa è una donna dal carattere forte, una maniaca dell’ordine e della pulizia, un “carrarmato” come l’hanno definita i vicini. È altresì una persona fortemente intollerante, soprattutto se si tratta del suo “fortino”, la sua casa, e delle sue cose come il camper. Infatti, le modalità di relazionarsi socialmente con gli altri mutano grandemente a seconda che il suo ambiente di vita sia potenzialmente in pericolo o meno: nella corte dove abita la conoscono tutti come una persona assai sgradevole, molto poco incline ai rapporti interpersonali e sempre pronta a rimproverare tutti. L’“Isterichina” l’avevano soprannominata. Sul posto di lavoro, invece, è una persona gentile, gradevole e disponibile. La parlantina da “macchinetta” è, poi, un’altra sua caratteristica, sia nel bene che nel male. Anche dal suo vissuto nella famiglia d’origine emergono delle particolarità. Innanzitutto, arriva a conseguire solo la licenza elementare. Questo è un dato importante perché parliamo di una donna nata nel 1963, quindi in data successiva alla riforma scolastica che ha portato l’obbligo di istruzione a 14 anni[33]. Risulta chiaro che Rosa abbia avuto dei genitori tutt’altro che responsabili nel crescere i propri figli ma anche noncuranti della legge. Rosa se la ricordano tutti come una che parlava moltissimo con tutti ma che racconta un sacco di bugie. Di norma, i bambini raccontano tutti delle bugie, fa parte della crescita, ma se Rosa viene ricordata da chi la conosceva per questa caratteristica, potrebbe essere che la menzogna, per lei, non fosse una semplice modalità infantile di sperimentarsi. I bulli, poi, non sono mai stati un problema: ha sempre saputo come metterli al “loro posto”, chissà come. Quando Rosa si sposa con Olindo, di lei la madre dice: «Ha sposato un poco di buono, perché anche lei era così, una persona piena di veleno» (Corrias, 2007). Gli elementi che scaturiscono da queste narrazioni sull’infanzia e l’adolescenza di Rosa Bazzi, lasciano intravedere un ambiente sociale primario assai critico nonché una personalità molto particolare fin dall’infanzia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Olindo, invece, è un omone di un metro e sessantasei per cento chili di peso cresciuto con il complesso di essere figlio di persone non sposate. Infatti, come si è detto in precedenza, quando lui nacque i suoi non erano ancora uniti in matrimonio. È descritto dai suoi colleghi (ormai “ex”) di lavoro come un uomo riservato ma anche capace di scherzare, un “bonaccione”. Nel suo ambiente sociale d’origine, con la sua famiglia e con i suoi conoscenti, cambia quando conosce Rosa: da “ragazzo della piazza” a cui piace giocare a pallone davanti alla chiesa del paese, si chiude nella morbosa relazione con la moglie e inizia a rivendicare ciò che reputa suo di diritto, una parte della casa familiare, fino ad arrivare alle mani con i suoi fratelli. Dopo quell’episodio, “taglia i ponti” con la sua famiglia. Appare come uno che ha vissuto da represso nelle emozioni e nelle aspirazioni. La parola d’ordine che ha sentito sempre riecheggiare nelle sue orecchie è “sgobbare”. Primogenito cresciuto senza la presenza paterna, in quanto il padre faceva ritorno a casa solo la domenica a causa del lavoro, Olindo ha probabilmente trovato in Rosa la sua occasione di riscatto sociale. Rosa Bazzi, l’induttore, una persona dal carattere forte e con apparenti qualità di donna e madre perfetta capace, allo stesso tempo, di far sentire Olindo, il “debole”, il “contagiato”, importante come uomo, marito e potenziale padre dei propri figli. In realtà, come ha stabilito una delle perizie psichiatriche, l’ipotesi che Olindo abbia assunto il ruolo di “padre-marito” pronto a soddisfare i bisogni e le pretese della “moglie-bambina” Rosa, sembra avere parecchia sostanza.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">3.2. Cervelli connessi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo aver trattato della predisposizione psicosociale di una coppia in relazione all’insorgere di un disturbo psicotico condiviso, risulta necessario argomentare su come si innesca la relazione e su quali basi si fonda la dipendenza nella relazione patologica. Su questo fronte, le scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni e la visione neurosociologica dei processi di socializzazione possono fornire interessanti e plausibili ipotesi. La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Essa utilizza strumenti di analisi ed intervento sociologici supportati dalle conoscenze neuroscientifiche (Blanco, 2015). Grazie ai loro imponenti progressi, derivanti da nuove tecniche e tecnologie di indagine del cervello umano, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo la neuroscienza ha iniziato a rispondere ai primi quesiti riguardanti le relazioni sociali, facendo emergere nuove branche delle scienze umane e sociali chiamate “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”. Alla base di queste discipline vi è il concetto che il cervello è “progettato” per essere sociale. Non è più utile studiare unicamente il singolo individuo con le proprie caratteristiche, ma è assolutamente necessario osservare l’essere umano all’interno del suo ambiente sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con l’espressione “cervello sociale” si intende la nostra capacità di connetterci in modo automatico ed inconscio con il cervello di altre persone ogni volta che interagiamo con esse, anche solo per un istante. Questo avviene perché possediamo delle strutture nervose il cui compito è quello di garantire le interazioni con l’“altro diverso da noi” e l’instaurarsi di relazioni sociali che sono l’”arma” di sopravvivenza più importante per la nostra specie (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nello specifico, nel nostro cervello è presente una speciale classe di neuroni chiamati <i>neuroni specchio</i> che sono stati scoperti per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori[34] all’Università di Parma. I neuroni specchio sono speciali neuroni che sono al contempo neuroni motori e neuroni sensoriali. Quando si attivano trasmettono i loro impulsi alla corteccia motoria[35] e, principalmente, codificano insieme percezione e azione. Si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato, cioè avente uno scopo, e allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. I primi esperimenti fatti sulle scimmie, prevedevano esercizi di afferramento, prensione, manipolazione e spostamento di oggetti. I risultati furono che il 20% dei neuroni di F5[36] si attivava sia quando la scimmia eseguiva determinati atti motori, sia quando osservava gli sperimentatori eseguire i medesimi atti motori. Pertanto, i neuroni specchio rispondevano anche ad azioni osservate, purché avessero un significato per la scimmia. La differenza con l’uomo risiede nel fatto che questi particolari neuroni, nell’uomo, si attivano anche quando l’atto motorio non è finalizzato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo numerose critiche, Marco Iacoboni e la sua equipe ripresero gli studi sui mirror in modo più approfondito. Analizzando ventuno malati volontari affetti da grave epilessia, assodarono definitivamente le proprietà dei neuroni specchio già osservate da Rizzolatti e colleghi nelle scimmie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In sostanza, i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui ma anche di anticiparle. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. Inoltre, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sentiamo aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla nostra dove non vediamo l’esecutore di quell’atto motorio, i nostri neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessimo compiendo noi stessi. Con i medesimi meccanismi, in noi viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vediamo ma che sentiamo ridere, piangere o urlare dal dolore (Blanco, 2015). I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria. Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti. Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni. Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. Questo il motivo per cui se un soggetto osserva un altro soggetto triste, i neuroni specchio relativi ai muscoli del volto dell’osservatore si attivano come quando egli stesso prova un sentimento di tristezza. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni provate da un nostro simile e condividere con lui la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’empatia è la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria, come ad esempio il personaggio di un film. <span class="cf1">Il significato etimologico del termine empatia è "</span><span class="cf1">sentire dentro</span><span class="cf1">". Grazie ad essa, infatti, possiamo relazionarci e condividere le stesse emozioni del nostro interlocutore semplicemente osservandolo o ascoltandolo. Sicuramente il senso che ha maggior rilievo è la vista ma, per esempio, possiamo entrare in empatia con un altro soggetto anche attraverso l’udito, tramite l’intensità, l’intonazione ed il ritmo del parlato. Ricordiamoci che, come detto in precedenza, il cervello è stato “progettato” per essere sociale. Ogni volta che due o più persone interagiscono, anche solo per qualche istante, connettono i loro cervelli. È impossibile non entrare in empatia con gli altri. Addirittura, se le interazioni sono frequenti e si realizza una vera e propria relazione sociale, si innescano dei</span>meccanismi automatici di simulazione incarnata. Con simulazione incarnata si intende la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui ci immedesimiamo e di cui ci appropriamo tanto da farlo nostro. Alla base non vi è alcun ragionamento, ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2018).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">La criminodinamica della Strage di Erba richiama più le gesta di un “commando militare” piuttosto che l’azione di due normali coniugi dalla vita altrettanto normale. Tanto è vero che questo è proprio uno tra gli elementi su cui si sono basati diversi esperti che hanno ricostruito l’accaduto e che hanno tentato di scagionare i coniugi Romano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, alle 19.50 Olindo e Rosa sono pronti ad entrare in azione e già alle 20.20 l’incendio divampa. Ragionevolmente, quindi, la strage si è consumata nell’arco di una manciata di minuti. Troppo pochi per le capacità psicofisiche di un netturbino e una donna delle pulizie che, chiaramente, non hanno alcun addestramento alle spalle? Rosa sale al primo piano, Raffaella le apre la porta. Olindo si avventa con una spranga contro Raffaella fracassandole il cranio. Subito dopo Rosa le sferra numerose coltellate, mentre Olindo ha già colpito con la stessa modalità la madre di Raffaella, Paola Galli. Nel contempo Rosa è già in camera dove si trova il piccolo Youssef. Lo afferra mentre il bambino cerca di difendersi e lo sgozza. Tutto nella penombra, tutto senza destare particolare allarme nella palazzina di via Diaz. Mentre il fumo si sparge nel condominio, Rosa e Olindo attendono di sapere di chi siano quei passi che sentono fuori dall’appartamento Castagna. Olindo apre di scatto la porta e getta a terra Mario Frigerio, buttandoglisi subito dopo sopra e sgozzandolo. Le ultime urla di Valeria Cherubini in vita richiamano l’attenzione dei due mostri che, in modo fulmineo, salgono al secondo piano uccidendo a coltellate anche la povera donna e il suo cane. Immediatamente dopo i due assassini riescono a recarsi nel proprio garage senza essere visti, si lavano, si cambiano, occultano le armi e partono in direzione Como. Quindi, troppo poco tempo? Forse sì, ma in base a ciò che si è argomentato sino ad ora risulta probabile il contrario. Infatti, i cervelli di Rosa e Olindo erano connessi, fusi, un solo pensare e agire. Olindo e Rosa “abitavano” l’uno nella mente dell’altro. Nelle coppie criminali, in particolare questa coppia, i meccanismi di simulazione incarnata vengono esasperati fino a trasformarsi in un rapporto simbiotico caratterizzato da un’ossessività che esclude tutto il resto del mondo. Tutti gli altri sono invasivi e prepotenti, un nemico da combattere. Olindo è il tipico carattere vicariale, il secondo della relazione, un perdente, tanto è che lui si è reso conto fin da subito del massacro che stavano compiendo. Rosa, invece, no. Ciò conferma che era Rosa la “burattinaia” nella coppia. Durante il processo, entrambi seduti dietro le sbarre, chiacchierano, ridono, si abbracciano teneramente. Sembrano totalmente inconsapevoli di ciò che li aspetta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La totale dipendenza dall’altro è sempre patologica, ma l’amore non è dipendere. Rosa e Olindo sono una coppia a cui non interessa il resto del mondo, né le persone, né il lavoro, né i beni materiali, perché l’importante è solo ed unicamente stare insieme. Anche in carcere.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Dott. Massimo Blanco</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott.ssa Micol Trombetta</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Bibliografia</b><br></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2015), <i>I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente. La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa</i>, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2018), <i>Perché ce la prendiamo con le persone amate? Un’ipotesi neurosociologica su un paradosso del comportamento sociale</i>, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Caponnetto P., Auditore R., D’Alessandro M., Nasca G., Palumbo V., Mariconda L., Maglia M. (2013), <i>L’aggressività della coppia criminale: la strage di Erba analizzata nell’ottica della coscienza intersoggettiva di D. Stern</i>, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, Vol. VII, N. 3, Set-Dic 2013, pp. 61-74.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cass., sez. I, 3.5.2011 (dep. 5.9.2011), n. 33070, Pres. Chieffi, Est.Caprioglio, ric. Romano.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corrias P., <i>Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord Italia divorato dalla paura</i>, Mondadori, Milano, 2007.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">DSM IV-TR, <i>Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</i>, Fourth Edition, American Psychiatric Association, Washington, 2001, pp. 363- 364.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">ICD-10, <i>Classification of Mental and Behavioral Disorders: clinical descriptions and diagnostic guidelines</i>, Ed. italiana a cura di D. Kemali, M. May, F. Catapano, S. Lobrace, L. Magliano, Masson, Milano, 1992, pp. 100-102.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Joshi K.G., Frierson R.L., Gunter M.D. (2006), <i>Shared Psychotic Disorder and Criminal Responsibility</i>, in Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, vol. 34, pp. 511-517.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lasegue C., Falret J. (1877), <i>La folie a` deux (ou folie communiquée)</i>, <i>Annales Medico-Psychologiques</i>, vol. 18, 1877, pp. 321-355.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Pagliari P. (2015), <i>«Non siamo stati noi». La strage di Erba dalla parte di Rosa e Olindo</i>, Youcanprint, pp. 248-270.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Panza S. (2011), <i>Una strage imperfetta</i>, Lampi di Stampa, p. 38</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sighele S., <i>La coppia criminale: psicologia degli amori morbosi</i>, Bocca, Torino, 1892, p. 15.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Varcarolis E. (2006), <i>Manual of Psychiatric Nursing Care Plans 3° Ed.</i>, Saunders, Philadelphia, 2006.</span></li></ul></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Sitografia</b><br></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Affaritaliani.it, <i>Strage di Erba/ Rosa Bazzi: "Ho ucciso Raffaella perché mi faceva paura"</i>, articolo del 16 gennaio 2007.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cinquantamila.it, Biografia di Angela Rosa Bazzi, di Giorgio Dell’Arti, scheda aggiornata al 22 ottobre 2013. (http://www.cinquantamila.it/storyTellerThread.php?threadId=BAZZI%20Angela%20Rosa</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corriere della Sera, <i>La confessione: «Senza quelli si vive meglio»</i>, articolo di Giusi Fasano del 12 gennaio 2007 (https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/12/fasano2.shtml).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corriere.it, <i>Casa, manie e rancori. Il mondo buio di Rosa</i>, articolo di Marco Imarisio del 12 gennaio 2007 (https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/12/imarisio.shtml).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il Giornale.it, <i>Una perizia psichica per Olindo e Rosa «Meglio il suicidio che vivere separati»</i>, articolo di Gabriele Villa del 27 marzo 2008 (http://www.ilgiornale.it/news/perizia-psichica-olindo-e-rosa-meglio-suicidio-che-vivere.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il Giorno, <i>Morto Mario Frigerio: fu l'unico sopravvissuto alla Strage di Erba</i>, articolo di Roberto Canali del 16 settembre 2014 (https://www.ilgiorno.it/como/cronaca/morto-mario-frigerio-1.215907).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it, <i>Olindo e Rosi, sposi semplici con la passione del camper</i>, articolo di Enrico Bonerandi del 9 gennaio 2007 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/01/09/olindo-rosi-sposi-semplici-con-la-passione.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it,<i> "Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"</i>, articolo di Bonerandi E., Randacio E. su “La Repubblica.it” del 12 gennaio 2007 (http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/cronaca/erba-2/racconto-bazzi/racconto-bazzi.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it, <i>Olindo e Rosa soffrono di psicosi cronica</i>, articolo del 16 marzo 2010 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/16/olindo-rosa-soffrono-di-psicosi-cronica.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubbica.it, <i>Olindo e Rosa: otto anni dopo, il grande mistero dei mostri perfetti</i>, articolo di Carlo Verdelli del 16 settembre 2014 (http://www.repubblica.it/cronaca/2014/09/16/news/olindo_e_rosa_otto_anni_dopo_il_grande_mistero_dei_mostri_perfetti-95902690/?refresh_ce).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it, <i>Strage di Erba, respinto incidente probatorio: "Le nuove analisi non sono in grado di ribaltare sentenza"</i>, articolo del 30 gennaio 2018 (http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/01/30/news/strage_di_erba_respinto_incidente_probatorio_le_nuove_analisi_non_sono_in_grado_di_ribaltare_sentenza_-187642592/).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Linea Gialla - Tra i casi: Roberta Ragusa, la strage di Erba e storie di femminicidio (15/10/2013), (https://www.youtube.com/watch?v=pN7Zc8tWOhc)</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, disturbo delirante, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018 (https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/schizofrenia-e-disturbi-correlati/disturbo-delirante).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, schizofrenia, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018 (https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/schizofrenia-e-disturbi-correlati/schizofrenia).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Mayo Foundation for Medical Education and Research (2013), <i>Paranoid Schizophrenia</i>, Mayo Clinic. Retrieved from "Archived copy". Archived from the original on June 18, 2013. Retrieved December 23, 2013 (https://web.archive.org/web/20130618045057/http://www.mayoclinic.com/health/paranoid-schizophrenia/DS00862/DSECTION%3Dsymptoms).</span></li></ul></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] La Repubbica.it, <i>"Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"</i>, articolo di Enrico Bonerandi e Emilio Randacio del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Affaritaliani.it, <i>Strage di Erba/ Rosa Bazzi: "Ho ucciso Raffaella perché mi faceva paura"</i>, articolo del 16 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Ad oggi, non è ancora chiaro chi abbia staccato la corrente, se Olindo o Rosa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] L’udienza si sarebbe dovuta tenere il 13 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] In realtà, non è mai emersa la verità sull’oggetto contundente metallico usato dal Romano. I coniugi han sempre parlato, infatti, di una stanga di ferro che sarebbe dovuta servire per attività di giardinaggio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Corriere della Sera, <i>La confessione: «Senza quelli si vive meglio»</i>, articolo di Giusi Fasano del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] La Repubbica.it, <i>Olindo e Rosa: otto anni dopo, il grande mistero dei mostri perfetti<u>,</u></i>articolo di Carlo Verdelli del 16 settembre 2014.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] La ricostruzione segue quella delineata a livello processuale. Le contraddizioni che hanno caratterizzato tutte le fasi giudiziarie che hanno tentato di arrivare ad una sola verità, sono tutt’ora molte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] Intercettazione ambientale effettuata dai Carabinieri in data 10 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] La Bazzi cambierà la sua versione dopo poco tempo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] Corriere della Sera.it, <i>Strage di Erba, l'ordinanza del gip</i>, articolo del 7 febbraio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] Pagliari P. (2015), <i>«Non siamo stati noi». La strage di Erba dalla parte di Rosa e Olindo</i>, Youcanprint, pp. 248-256.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13] Contrariamente alle notizie divulgate dai media, Mario Frigerio, prima di fare il nome di Olindo Romano, fece per ben tre volte la descrizione di un altro aggressore completamente diverso dal netturbino di Erba (Panza S., 2011).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[14] Il Giorno, <i>Morto Mario Frigerio: fu l'unico sopravvissuto alla Strage di Erba</i>, articolo di Roberto Canali del 16 settembre 2014.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[15] La Repubblica.it, <i>Strage di Erba, respinto incidente probatorio: "Le nuove analisi non sono in grado di ribaltare sentenza"</i>, articolo del 30 gennaio 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[16] Corriere.it, <i>Casa, manie e rancori. Il mondo buio di Rosa</i>, articolo di Marco Imarisio del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[17] La Repubblica.it, <i>Olindo e Rosi, sposi semplici con la passione del camper</i>, articolo di Enrico Bonerandi del 9 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[18] Linea Gialla - Tra i casi: Roberta Ragusa, la strage di Erba e storie di femminicidio (15/10/2013).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[19] Scipio Sighele fu allievo di Enrico Ferri (1856-1929), fondatore della scuola positivista, considerato uno dei maggiori esponenti della criminologia del secolo scorso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[20] La prima edizione risale al 1892.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[21] Sighele S., <i>La coppia criminale: psicologia degli amori morbosi</i>, Bocca, Torino, 1892, p. 15.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[22] Lasegue C., Falret J. 1877, <i>La folie a` deux (ou folie communiquée)</i>, Annales Medico-Psychologiques, vol. 18, 1877, pp. 321-355.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[23] DSM IV-TR, <i>Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</i>, Fourth Edition.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[24] ICD-10, <i>Classification of Mental and Behavioral Disorders: clinical descriptions and diagnostic guidelines</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[25] Cass., sez. I, 3.5.2011 (dep. 5.9.2011), n. 33070, Pres. Chieffi, Est.Caprioglio, ric. Romano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[26] Il Giornale.it, <i>Una perizia psichica per Olindo e Rosa «Meglio il suicidio che vivere separati»</i>, articolo di Gabriele Villa del 27 marzo 2008.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[27] La Repubblica.it, <i>Olindo e Rosa soffrono di psicosi cronica</i>, articolo del 16 marzo 2010.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[28] Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, disturbo delirante, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[29] Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, schizofrenia, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[30] Varcarolis E. (2006), Manual of Psychiatric Nursing Care Plans 3° Ed., Saunders, Philadelphia, 2006.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[31] Funzione psicologica che interpreta i dati sensoriali al fine di conferire a questi una configurazione dotata di significato. Da non confondere con la “sensazione” che, invece, è la consapevolezza mentale di una risposta di organi di senso a stimoli come il calore, il suono, le radiazioni luminose.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[32] Mayo Foundation for Medical Education and Research (2013), <i>Paranoid Schizophrenia</i>, Mayo Clinic.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[33] Legge 31 dicembre 1962, n. 1859.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[34] L’equipe di Parma, in quel periodo, era composta da Rizzolatti, Gallese, Fogassi, Fadiga e di Pellegrino.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[35] Area della corteccia cerebrale che attiva i muscoli.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[36] L’area 6 di Brodmann è suddivisa in due aree situate nella porzione inferiore della corteccia premotoria: F4 e F5. La lettera “F” sta per “frontale”.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 16:34:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?la-macabra-storia-di-un-interazione-sociale-patologica--la-strage-di-erba</link>
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			<title><![CDATA[Ricerca su test presuntivo per l’identificazione di residui di sparo]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Accertamenti_tecnici"><![CDATA[Accertamenti tecnici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4lk866g2"><div><span class="fs11lh1-5">Autori: Jessica Cavallo e Valeria Maerna<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Studentesse al secondo anno del Corso triennale di Criminalistica all’ISF College - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Data: 25 agosto 2018</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Background</b></div><div><span class="fs11lh1-5">L’utilizzo di test presuntivi è di grande aiuto per i professionisti del sopralluogo giudiziario. Infatti, poter identificare residui rinvenuti sulla scena del crimine, seppur con una valenza non paragonabile a quella offerta dall’analisi di laboratorio e una presenza di falsi positivi o falsi negativi che può variare a seconda delle situazioni, permette di poter effettuare un lavoro completo ed esaustivo. In particolare, i test presuntivi per i residui di sparo si dimostrano tra i più proficui da utilizzare in caso di reati connessi all’utilizzo di armi da fuoco. Generalmente, essi si basano sulla reazione prodotta dalle sostanze contenute nel kit con i residui provocati dalla combustione dell’innesco. Tuttavia, spesso l’efficacia del test è diminuita o annullata dalla poca praticità di utilizzo.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Obiettivi</b></div><div class="imTAJustify"><ol><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Identificare un test presuntivo per residui di polvere da sparo comunemente utilizzato dalle una unità di sopralluoghisti;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">testarne l’efficacia e la praticità;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">in caso di problematiche emerse, studiarne la possibilità di miglioramento.</span></li></ol></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b><b class="fs11lh1-5">Metodi</b></b></div><div class="imTAJustify"><ol><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Intervista a professionisti che normalmente utilizzano un test presuntivo per identificarlo e ottenere indicazioni sulle eventuali problematiche;</span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">verifica sperimentale di laboratorio sul test presuntivo individuato.</span></li></ol></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b><b class="fs11lh1-5">Intervista con l’esperto di polizia scientifica</b></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Di seguito, viene presentata l’intervista effettuata al sovrintendente Edoardo Riva del Nucleo Investigazioni Scientifiche della Polizia Locale di Milano, professionista scelto per l’individuazione del test presuntivo per i residui di sparo da sottoporre a verifica.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Dottor Riva, ci parli di Lei e del Suo lavoro.</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Sono entrato in polizia locale nel 1997. Inizialmente ho lavorato nel comando di Zona “Ticinese” con compiti di viabilità. Dal 2000 al 2003 ho prestato servizio nel Nucleo a Cavallo i cui compiti principali erano di presidio e controllo dei parchi cittadini e di rappresentanza. Dal 2003 al 2008 ho prestato servizio al Reparto Radiomobile Nucleo Autoradio, il cui compito è il rilievo e l’investigazione di incidenti gravi e/o mortali. Nel novembre 2008, su mia proposta, veniva costituito il Nucleo Investigazioni Scientifiche, il cui nome, allora, era “Unità Sperimentale Polizia Scientifica”. Tale Nucleo è quello in cui presto ancora servizio.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Che cosa fa il N.I.S. di Milano?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Il Nucleo Investigazioni Scientifiche - Squadra Sopralluoghi Giudiziari e Analisi Reperti, che al momento si compone di 4 unità, si occupa di effettuare attività di sopralluogo giudiziario ovvero di intervenire sulle scene del crimine, documentando lo stato dei luoghi, procedendo all’individuazione delle fonti di prova e alla loro conseguente repertazione, analisi e conservazione.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Di quali tipi di reato vi occupate?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">Principalmente l’Ufficio si occupa di reati connessi alla circolazione e all’uso di veicoli e, in particolar modo, degli incidenti con omissione di soccorso, dove una delle due parti fugge. Tuttavia, negli ultimi anni sono aumentati gli interventi su altre tipologie di reato come furti, rapine, aggressioni, truffe, reati sessuali e, anche se non è un crimine, suicidi. Un altro campo di intervento sono i rilievi post-mortem, cioè tutti quei rilievi effettuati su cadaveri al fine di documentarne le lesioni o acquisire elementi utili per l’identificazione in caso di cadavere sconosciuto (impronte digitali, tatuaggi, calco dentale ecc.).</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Vi occupate anche di reati commessi con armi da fuoco? Se sì, ce ne può parlare?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Si, è capitato di effettuare ricostruzioni balistiche di traiettorie, di trattare armi rinvenute per la ricerca di impronte digitali e matricole abrase, nonché di effettuare ricerche di elementi utili all’incriminazione di soggetti sospettati di detenzione e uso di armi.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Che tipo di test presuntivi utilizzate nella vostra Unità?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Principalmente utilizziamo i pre-test per il sangue tipo il Combur Test generico per il sangue e l’Abacard Hematrace, specifico per il sangue umano. Abbiamo anche svariati pre-test per la maggior parte delle droghe in circolazione come cocaina, chetamina, cannabis, oppiacei, LSD ecc.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Che tipo di test usate, nello specifico, per le armi da fuoco?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Possediamo sia il kit per effettuare lo stub (tampone per l’analisi con il microscopio a scansione elettronica) sia un test presuntivo per identificare le particelle di residui di sparo, nello specifico il BlueClue della Tritech Forensics.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Come funziona il Blue Clue?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Si compone di kit monouso: un adesivo e una fialetta di reagente. L’adesivo viene passato sugli oggetti o sulle parti del corpo che si vogliono indagare per la rilevazione dei residui da sparo. Si inserisce nel sacchetto insieme alla fialetta, la fialetta va rotta per far sì che, adesivo e reagente, entrino in contatto.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. È soddisfatto del prodotto e dei suoi risultati?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. Parzialmente. Nel senso che la sensibilità è buona, permettendo di rilevare anche modestissime quantità di residui di sparo. Ci soddisfa un pò meno la procedura di effettuazione del test.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Quali problematiche avete riscontrato?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. La fase critica è quella della rottura della fialetta posta all’interno del sacchetto insieme all’adesivo, poiché con grande frequenza i frammenti di vetro della fialetta bucano il sacchetto facendo fuoriuscire il reagente e provocando una potenziale contaminazione del campione. Si corre il rischio che l’operatore possa ferirsi con le schegge.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs11lh1-5">D. Poiché l’Istituto di Scienze Forensi si occupa anche di ricerca sul campo, è ipotizzabile una collaborazione in futuro in questo senso? Collaborate già con enti di formazione o università?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">R. L’orientamento del NIS è aperto, nel senso che noi ricerchiamo collaborazioni con enti di ricerca, università, istituti di formazione, quindi in tal senso la risposta è positiva. La sinergia tra l’attività accademica e quella sul campo è importante per entrambi gli aspetti. Tale scelta effettuata dalla Polizia Locale di Milano ha fatto sì che ormai, da diversi anni, vengano accolti presso le sue strutture studenti provenienti da università di tutta Italia per stage.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Analisi e ricerca</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Ottenuto il nome del test presuntivo da verificare e le indicazioni sulle problematiche, si è proceduto ad analizzare il kit BlueClue nel dettaglio presso la sede dell’ISF College.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il BlueClue, commercializzato dalla società americana Tritech Forensics, si compone di una fiala di vetro contenente il reagente e una pellicola adesiva trasparente, entrambi posti in un sacchetto di plastica trasparente. Tra i componenti principali del reagente, figurano l’acido solforico e la di fenilammina; tale composto possiede la caratteristica di assumere colorazione blu a contatto con nitrati, particelle che si producono in seguito ad azione di sparo depositandosi su vestiti, oggetti e parti del corpo scoperte.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/1.png"  width="281" height="231" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per poter procedere all’esecuzione del test in laboratorio si è proceduto ad esplodere alcuni colpi con proiettili a salve.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/2.png"  width="441" height="299" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Successivamente si è eseguito il test seguendo le istruzioni stampate sulla confezione:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">1. estrarre dal sacchetto il materiale contenuto all’interno del kit;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">2. rimuovere la pellicola dall’adesivo;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">3. tamponare l’area interessata dall’analisi;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">4. introdurre l’adesivo nuovamente nel sacchetto;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">5. reintrodurre la fiala;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">6. sigillare il sacchetto;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">7. schiacciare il sacchetto sotto la scarpa per rompere la fiala;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">8. agitare il sacchetto per distribuire il reagente in ogni parte dell’adesivo;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">9. attendere che avvenga la reazione (pochi secondi).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Come prima fase, si è tamponata l’area di interesse con l’adesivo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.org/images/3.png"  width="579" height="206" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il test ha dato esito positivo, dimostrandosi affidabile dal punto di vista della sensibilità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-3" src="https://www.scienzeforensi.org/images/4.png"  width="344" height="311" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, sono state effettivamente riscontrate le criticità evidenziate dal sovrintendente Riva, ovvero la foratura della bustina di plastica da parte dei frammenti di vetro della fialetta contenente il reagente. In aggiunta, si è visto che l’adesivo utilizzato per tamponare le superfici potenzialmente contaminate da residui di sparo si incolla alla parete interna della bustina di plastica, non permettendo una ottimale diffusione del reagente su di esso.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per risolvere quest’ultimo problema, si è ritenuto di sostituire la bustina di plastica con un diverso contenitore, nella fattispecie una piastra di Petri in plastica con coperchio, ponendovi l’adesivo all’interno con il lato adesivo verso l’alto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-4" src="https://www.scienzeforensi.org/images/5.png"  width="275" height="213" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per ovviare al problema della rottura inopportuna della fiala contenente il reagente, si è proceduto a aprirla infrangendone una estremità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-5" src="https://www.scienzeforensi.org/images/6.png"  width="430" height="369" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si è poi prelevato il reagente utilizzando una siringa monouso.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-6" src="https://www.scienzeforensi.org/images/7.png"  width="547" height="274" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’utilizzo di questa permette anche una migliore e più controllata diffusione del liquido sull’adesivo ma rimane la criticità di un potenziale ferimento dell’operatore da parte dell’ago, rischio incrementato dal fatto che il reagente contiene componenti nocivi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si è quindi sostituita la siringa con una pipetta di plastica monouso.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><img class="image-7" src="https://www.scienzeforensi.org/images/8.png"  width="524" height="360" /><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dopo aver esploso altri colpi a salve, si è ripetuto il test facendo ricorso alla nuova metodica elaborata, ottenendo un risultato decisamente migliore dal punto di vista della praticità e della sicurezza di utilizzo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Una valutazione dei costi inerenti il nuovo metodo, ha permesso di evidenziarne la sua assoluta sostenibilità, dato il favorevole rapporto costi/benefici (vedi schema seguente).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Acquisto sul sito di Amazon:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">n. 20 piastre di Petri da 90 mm € 10,35</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">n. 100 pipette in plastica da 1 ml € 4,62</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">n. 100 pipette in plastica 3 ml € 2,45</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Al singolo: € 0,60 (€ 0,564)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">1 piastra + 1 pipetta da 1ml</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">1 piastra + 1 pipetta da 3ml € 0,60 (€ 0,542)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Spedizione</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Standard in 3 giorni lavorativi € 3,99</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rapida in 3 giorni lavorativi € 5,00</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In 2 giorni lavorativi € 5,99</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In 1 giorno lavorativo € 8,00</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Mattina entro le ore 12.00 del giorno seguente € 12,00</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Sera entro le ore 12.00 del giorno seguente € 14,00</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Conclusioni</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si sono sottoposti i risultati della sperimentazione al sovrintendente Riva e a tutta la Squadra Sopralluoghi Giudiziari e Analisi Reperti del N.I.S. chiedendo loro di verificare i risultati. Dopo diverse prove in differenti condizioni (campionamento su vestiti e pelle nuda effettuati in diversi lassi di tempo dall’utilizzo delle armi da fuoco reali utilizzate in poligono di tiro), il sovrintendente Riva ha comunicato l’effettivo miglioramento delle manovre di esecuzione del test ottenuto seguendo le indicazioni e la sostenibilità dal punto di vista dei costi molto bassi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La sua soddisfazione è stata tale da includere la nostra procedura migliorata nei protocolli standard del Nucleo Investigazioni Scientifiche. Inoltre, il sovrintendente Riva, ha fatto presente che, essendo egli anche formatore, non mancherà di menzionare i risultati della ricerca all’interno di seminari da lui tenuti. &nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div class="imTAJustify"><ul><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">American Chemical Society, April 2006, <i>Crime Scene Investigations: Gunshot residue analysis on a single gunpowder particle</i></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Journal of Forensic Sciences 27(2):318-329 · April 1982 with 39, <i>Color Tests for Diphenylamine Stabilizer and Related Compounds in Smokeless Gunpowder</i></span></li><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Tri-Tech Forensics Inc., <i>BlueClue Gunpowder Particle Tests</i>, https://www.tritechforensics.com/che-5121-blueclue-gunpowder-particle-tests</span></li></ul></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 18:03:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?ricerca-su-test-presuntivo-per-l-identificazione-di-residui-di-sparo</link>
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			<title><![CDATA[Forensics Meeting 2018: il resoconto del più importante meeting internazionale di Criminologia e Criminalistica d’Italia]]></title>
			<author><![CDATA[ArticoScienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_l2538639"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/DSC_0811.jpg"  width="774" height="516" /><br></div><div><div class="fs12lh1-5"><br></div><span class="fs11lh1-5">Articolo di <strong itemprop="name">Alessia Busillo, Claudia Miano e Alessia Santoro</strong></span></div><div><strong itemprop="name" class="fs11lh1-5"><br></strong></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Corsico (Milano). Si è svolto al Polo Scientifico di Corsico il più importante evento internazionale della criminologia e della criminalistica d’Italia. Organizzato dall’Istituto di Scienze Forensi e dall’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti, il meeting si è tenuto nei giorni 9 e 10 novembre 2018 ed ha ospitato esperti di grande calibro,sia nazionali che internazionali. Presenti all’evento, rivolto non solo ai professionisti e agli studenti ma anche agli appassionati del settore, alcuni partner tra cui AMPED, CYPE, MOOVED, MSAB e SecurCube.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">La prima giornata è stata caratterizzata da sei interventi, ai quali sono seguiti due Workshop di Criminalistica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Massimo Blanco, presidente dell’Istituto di Scienze Forensi, e Andreas Melinato, direttore della Sezione Investigazioni Scientifiche ISF e preside allo European Forensic Institute di Malta, hanno dato inizio al Meeting sottolineando l’importanza di un evento di tale spessore in una realtà italiana ancora in crescita. Ha concluso la presentazione Deborah Capasso de Angelis, presidente dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti e presidente e rettore dell’Università Popolare UNISED.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il primo intervento, dal titolo “Il crimine come produzione sociale. La mappa dei problemi”, è stato esposto da Giovanni Sabatino, sociologo esperto di reati associativi. Grazie alla sua grande esperienza sul campo, ha affrontato anche il tema della globalizzazione e del legame inscindibile che esiste tra la criminalità organizzata, ricordando lecitamente l’articolo 416 del Codice Penale, e quella comune. L’esperto ha ribadito come la personalità di un individuo non sia altro che il risultato dell’ambiente sociale circostante, che spesso costringe alla criminalità in risposta alla necessità di beni primari altrimenti irraggiungibili.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Mirko Avesani (PhD), medico specialista in neurologia e criminologo esperto in neurodiritto, ripercorrendo gli articoli del Codice Penale, ha successivamente affrontato il tema della capacità d’intendere e di volere e della contrapposizione tra determinismo e indeterminismo. Nell’intervento dal titolo “Neuroscienza e diritto penale: una collaborazione possibile?”, l’esperto ha illustrato come sia importante tener conto dei dati neuroscientifici, in quanto spesso alcuni comportamenti violenti possono derivare da particolari condizioni patologiche a livello cerebrale. Questi dati potrebbero fornire ai giudici uno strumento ulteriore per meglio valutare le responsabilità in ambito penale. Si è inoltre soffermato sull’importanza della PET, una metodica di diagnostica che fornisce immagini molto precise e dettagliate sulla funzione di organi o tessuti del corpo umano e può quindi offrire al medico legale informazioni accurate e precoci su molte malattie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Cristian Fioriglio, biologo e tossicologo forense, nella sua presentazione intitolata “Aspetti e criticità dell’analisi tossicologica forense in ambito giudiziario e medico legale”, ha ripercorso le fasi storiche che hanno portato alla nascita della tossicologia forense, sottolineando l’importanza della materia in tale settore attraverso l’illustrazione di diversi casi. Ha inoltre presentato il “Protocollo Rosa”, una guida, rivolta al personale medico sanitario, da adottare in caso di violenza sessuale. Lo stesso Fioriglio ha deciso di schematizzare i passaggi principali della guida che, se seguiti correttamente, possono facilitare le indagini e meglio tutelare le vittime.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel quarto intervento, dal titolo “La verifica della copertura reale delle celle telefoniche come elemento portante nelle indagini investigative”, l’ingegnere ed esperto tecnico forense Nicola Chemello ha disquisito sull’azienda di cui è socio fondatore: SecurCube. L’azienda, che vanta collaborazioni con le forze dell’ordine e con esperti forensi sia a livello nazionale che internazionale, si occupa di sviluppare soluzioni nell’ambito dell’informatica forense, in particolare per quanto riguarda l’analisi dei tabulati telefonici e della misurazione della reale copertura delle celle telefoniche. Con esempi pratici, l’Ing. Chemello, ha mostrato come spesso un’analisi superficiale possa compromettere le indagini e ha evidenziato l’importanza di recarsi personalmente sul posto per analizzare l’effettiva copertura delle celle telefoniche, che spesso non coincide con quella riportata sulle schede tecniche. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">In videoconferenza dagli Stati Uniti Scott Kuntz, esperto di Video Forensics e istruttore per la Law Enforcement &amp; Emergency Services Video Association (LEVA), con il suo intervento, intitolato “Video Evidence: It IS a Forensic Discipline!”, ha messo in evidenza l’importanza dell’analisi video in ambito forense e di come spesso questa venga sottovalutata in termini di difficoltà. Kuntz ha spiegato la necessità di un corretto addestramento degli agenti di polizia e del personale forense elencando in maniera approfondita i passaggi da seguire, dalla raccolta delle prove fino alla loro analisi, utilizzando le giuste tecniche e strumentazioni. Solo ed esclusivamente con adeguata preparazione ed addestramento è possibile svolgere i passaggi nel modo corretto, senza rischiare di compromettere irreparabilmente le indagini.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tale discorso è stato portato avanti dall’ing. Martino Jerian, esperto di video analisi e CEO nonché fondatore di AMPED Software. AMPED è un’azienda specializzata nello sviluppo di software per l’elaborazione di immagini e filmati per applicazioni forensi. Le parole chiave sono: precisione, ripetibilità e riproducibilità, in perfetto accordo con il metodo scientifico. L’ing. Jerian, con esempi pratici di utilizzo dei software, ha mostrato come sia possibile migliorare la qualità di un’immagine e quali sono i limiti entro i quali operare per non rischiare di alterare i dati originali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">La prima giornata del Forensics Meeting si è conclusa con due workshop:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Tecniques of Electrostatic Lifting, tenuto da Robert Milne;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Drone Forensics: la prossima sfida della Digital Forensics, tenuto dal team di MSAB.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5"><br>La seconda giornata del Forensics Meeting, nella quale hanno avuto luogo interventi per lo più di esperti internazionali, si è aperta con Robert Milne, esperto forense ed ex capo della sezione di Intelligence forense a New Scotland Yard. Nel suo intervento, dal titolo “Pathfinder: Electrostatic Dust mark search and recovery”, l’esperto ha discusso sull’utilizzo del Pathfinder, da lui ideato, e delle tecniche elettrostatiche, così come mostrato durante il workshop. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ian Oldfield, specialista di geo-intelligence ed ex ufficiale del Metropolitan Police Intelligence Bureau di Londra, ha presentato il suo lavoro, nell’ambito dell’intelligence geospaziale, attraverso una presentazione dal titolo “Geospatial Intelligence in Police Investigation”. L’esperto ha spiegato come sia possibile individuare, con un minimo margine di errore, la zona in cui ricercare il responsabile di un crimine mappando l’area e mettendo in relazione i punti in cui sono stati commessi i crimini, presumibilmente dalla stessa persona. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ing. Andreas Melinato e la dott.ssa Michelle Yew hanno poi presentato il corso di laurea in Scienze forensi e investigazione criminale dello European Forensic Institute di Malta. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il “capo politico” delle Scienze Forensi d’Europa Anya Hunt, CEO presso The Chartered Society of Forensics Sciences ed esperta forense, ha presentato la Chartered Society of Forensic Sciences, la più importante organizzazione europea della criminologia e della criminalistica. L’esperta ha ripercorso le fasi storiche che hanno portato alla nascita e allo sviluppo della Chartered Society. Ha spiegato nel dettaglio le modalità di ammissione alla stessa e i servizi messi a disposizione dei propri membri. Secondo la Hunt, la parola chiave per un esperto forense è “competenza” e per conservarla bisogna necessariamente continuare a studiare e formarsi per restare al passo con un mondo tecnologico in continua evoluzione.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’intervento successivo, dal titolo “Forensics in modern intelligence Ied policing”, è stato presentato nuovamente da Robert Milne, il quale ha affrontato il tema della Forensic Intelligence e di tutti i campi di applicazione utili specialmente in un’indagine condotta dalle forze dell’ordine.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">È seguito l’intervento dal titolo “La criminologia e il canto delle sirene” a cura della sociologa e criminologa Deborah Capasso de Angelis, presidente dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti e presidente e rettore all’Università Popolare UNISED. L’esperta ha illustrato la figura del criminologo, scienziato che deve avere una mente aperta, non autoreferenziale, in grado di acquisire informazioni utili da varie discipline e unirle al fine di individuare il comportamento umano, la sua connessione al crimine e prevenire il reato. Ha inoltre spiegato la definizione di canto delle sirene, riferito a quanti operano senza avere un titolo riconosciuto e che divulgano false informazioni attraverso i mass media e la tv, dove si seduce attraverso il male.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Terry Kent, ex ufficiale capo del Servizio Investigativo Britannico e uno dei massimi esperti di impronte digitali, nel suo discorso, dal titolo “Improving Latent Fingerprint Recovery from Crime Scenes”, ha analizzato le varie tecniche e strategie per migliorare il recupero delle impronte digitali sulla scena del crimine, anche in base alla superficie su cui si trovano. Kent ha messo a confronto vantaggi e svantaggi di quelli che, secondo lui, sono i migliori elementi di prova: DNA e impronte digitali. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Peter Mansi, ex capo dei vigili del fuoco di Londra ed esperto nell’investigazione di incendi, tramite l’analisi di diversi video ha sfatato alcuni miti legati al mondo degli incendi e delle esplosioni. Nel suo intervento, dal titolo “Fire Investigations ‘Myths and Legends’, ha inoltre spiegato in cosa consistono le Fire invertigations, indicate come l'analisi degli incidenti legati al fuoco, volte ad individuare l’area in cui ha avuto origine il fuoco, le cause e il suo sviluppo.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ultimo intervento è stato quello dal titolo “Ingegneria forense: l’uso delle tecniche di simulazione computerizzata nell’indagine tecnica di un evento. Dimostrazione pratica” presentato da Andreas Melinato, ingegnere forense e investigatore di incendi, e Antonio Marotta, ingegnere della CYPE. L’ing. Melinato ha dato una definizione al termine ingegneria forense: “«Forensic engineering is the application of engineering principles and methodologies to answer question of fact. These questions of fact are usually associated with accidents, crimes, catastrophic events, degradation of property, and various types of failures.» e ha confrontato il metodo scientifico con il processo investigativo ingegneristico. Antonio Marotta ha presentato i CYPE Software per l’analisi termotecnica, illuminotecnica, acustica e antincendio degli edifici. Gli ingegneri hanno infine mostrato come questo software può essere utilizzato per fini criminalistici mostrando i vantaggi dell’utilizzo di tecniche di simulazione computerizzata, nell’ambito della costruzione di edifici, al fine di analizzare e anche prevenire eventuali danni.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il Forensics Meeting non ha deluso le aspettative. Da questo stimolante incontro si è potuta osservare l’importanza di ogni disciplina nei campi della criminalistica e della criminologia. È stata un’esclusiva poter assistere ed ascoltare interventi di esperti di un calibro così importante.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al termine, per poter certificare la presenza di ognuno, è stato consegnato un attestato di partecipazione.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Autori: Alessia Busillo, Claudia Miano e Alessia Santoro</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><span class="fs11lh1-5">■ <a href="https://www.facebook.com/forensicsmeeting/photos/?tab=album&album_id=2280691425547545" target="_blank" class="imCssLink">Le foto del Meeting</a></span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 12 Nov 2018 17:57:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?forensics-meeting-2018--il-resoconto-del-piu-importante-meeting-internazionale-di-criminologia-e-criminalistica-d-italia</link>
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			<title><![CDATA[Testimonianza e disturbo da stress post-traumatico: la prospettiva neurosociologica]]></title>
			<author><![CDATA[Domenico Piccininno]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neurosociologia"><![CDATA[Neurosociologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_q8nddtdj"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/testimonianza-e-PTSD.jpg"  width="343" height="223" /><span class="fs11lh1-5">Nel corso del tempo alcuni studiosi hanno orientato le ricerche in ordine alla comprensione neurobiologica della memoria emotiva e dei meccanismi neurali che ne regolano il funzionamento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli studi hanno rilevato inizialmente che la memoria emotiva è regolata da un sistema modulante endogeno, dato da ormoni dello <i>stress</i> e dal sistema complesso dell’amigdaloide[1].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è detto, invero, che lo <i>stress</i> emotivo è funzionale a generare ricordi “intrusivi” che caratterizzano il disturbo da <i>stress post-traumatico</i>[2].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È indubbia la rilevanza neurosociologica e forense dello studio <i>tout court</i> considerato in esame. Perciò, un <i>focus</i> di attenzione che ha per oggetto il funzionamento dei processi mnestici[3] è diretto ad una miglior comprensione dei sistemi regolatori del ricordo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il tema in oggetto, quindi, è determinante per finalità terapeutiche e per creare o integrare un modello di prevenzione utile al fine di gestire i ricordi traumatici che possono inficiare il racconto di un narratore in contesti in cui la ricerca della verità è necessaria per tutelare interessi di rilievo costituzionale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le ricerche suesposte sono state confermate da studi recenti di settore[4] che hanno dimostrato l’importanza dalla noradrenalina, ovvero un particolare neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale e ormone dello <i>stress</i> rilasciato dal nucleo del cervello <i>locus coeruleus</i>, in ordine al processo di consolidamento e miglioramento della memoria emotiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In breve, la noradrenalina, come è noto, è coinvolta nei processi di attenzione, di reazione e decisione; per questo motivo l’ormone in esame è stimolato da sostanze psicostimolanti per i pazienti affetti dal disturbo da <i>deficit</i> di attenzione e iperattività. È coinvolto, quindi, in molti processi neurologici, anche diversi dalla concentrazione e dall’attenzione, come ad esempio la creazione della memoria, e nella percezione sensoriale. Perciò la noradrenalina è liberata a seguito di modificazioni fisiologiche determinate dal verificarsi di un evento emotivo che viene registrato dalla memoria emotiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La sede anatomica della memoria emotiva è l’amigdala, che è stimolata da impulsi interni ed esterni al nostro organismo e “colora” le tracce mnestiche interpretandole secondo il linguaggio soggettivo proprio delle emozioni. L’amigdala è una struttura importante in merito alla funzione mnestica della codifica del materiale emotivo[5], come hanno rilevato studi precedenti. Pertanto, ogni dato che proviene dalla realtà fenomenica funzionale a produrre una risposta emotiva inconsciamente viene trasmesso nella memoria emotiva, ovvero nell’amigdala che registra i dati sensoriali attraverso le connessioni con il talamo, l’ipotalamo e l’ippocampo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ciò posto, lo studio in esame ha avuto il pregio di fornire nuovi spunti di riflessione sul ruolo del neurotrasmettitore noradrenalina sulla formazione della memoria implicita e, soprattutto, come rilevano i ricercatori, sullo “sviamento” dei processi mnestici nei pazienti affetti dal PTSD, ovvero dal disturbo post traumatico. Invero, al crescere dei livelli di noradrenalina cresce la prestazione della registrazione delle informazioni emotive da parte dell’amigdala che, attraverso studi di <i>imaging</i>, si è constatato avere una maggiore attivazione dipendente proprio da noradrenergici in soggetti sani con stimoli emotivi. Si è confermata, inoltre, l’interazione del cortisolo, quale ormone dello stress, nei processi della memoria emotiva di codifica, consolidamento e recupero delle informazioni. Altri studi, infatti, hanno rilevato non solo che la proiezione di immagini emotive produce un aumento dell’attivazione dell’amigdala rispetto alle immagini “neutre”, ma soprattutto che l’effetto in esame è stato migliorato in soggetti con un livello di cortisolo molto alto[6].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’eccitazione emotiva che, come si è detto, può essere provocata da un evento esterno o interno al nostro organismo, può determinare, secondo altri studi, un accrescimento della memoria a lungo termine in ordine al nucleo centrale dell’informazione appresa attraverso l’attivazione dell’amigdala dell’emisfero destro per gli uomini. Nelle donne, invece, migliora la memoria a lungo termine per i “dettagli” periferici dell’informazione mediante l’attivazione dell’amigdala dell’emisfero sinistro. Esiste, quindi, una lateralizzazione connessa al genere della funzione dell’amigdala in ordine ai processi mnestici per eventi emotivi. Una vera e propria specializzazione emisferica nella preparazione degli aspetti globali o di dettagli di un’informazione in base al genere.[7]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ci sono pertanto influenze connesse al sesso in ordine alla neurobiologia della memoria ancestrale, come ricorda un recente rapporto della <i>National Academy of Sciences. </i>Il sesso, quindi, è un’importane “<i>variabile umana da considerare in tutte le aree biomediche…</i>” sostiene la <i>National Academy of Sciences </i>e ulteriori studi al riguardo[8].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ebbene, le conclusioni appena rassegnate sull’importanza scientifica sia della noradrenalina in ordine al miglioramento dei dati mnestici immagazzinati nella memoria emotiva, sia del ruolo decisivo di influenza della caratterizzazione sessuale sui meccanismi neurali di memoria emotiva, non possono che rappresentare strumenti utili di riflessione per orientare gli studi della psicologia della testimonianza.</span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] Prove scientifiche rilevanti hanno evidenziato la connessione che sussiste tra gli effetti amplificatori dell’eccitazione emotiva e la formazione della memoria a lungo termine determinato dalla modulazione della “<i>memoria endogena costituito, come minimo, dal sistema adrenergico e dall'amigdala”</i> in “Una prospettiva neurobiologica sulla memoria a lungo termine emotivamente influenzata”, Semin Clin Neuropsychiatry. 1999 Oct; 4 (4): 266-73, Cahill L 1. Dipartimento di Psicobiologia, Università della California, Irvine, CA 92697-3800, USA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Ann NY Acad Sci. 21 giugno 1997; 821: 238-46, “<i>La neurobiologia della memoria emotivamente influenzata”. Implicazioni per la comprensione della memoria traumatica</i>”, Cahill L 1.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] In particolar modo in una <i>species</i> di memoria, come quella legata alle emozioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] cfr Acta Psychol (Amst). 2008 Mar; 127 (3): 532-41. Epub 2007 19 dicembre, “<i>Il ruolo del sistema noradrenergico nella memoria emotiva</i>”, van Stegeren AH 1.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] cfr Neuroimage. 2005 febbraio; 24 (3): 898-909, “<i>La noradrenalina media l'attivazione dell'amigdala negli uomini e nelle donne durante la codifica del materiale emotivo</i>”, van Stegeren AH 1, Goekoop R, Everaerd W, Scheltens P, Barkhof F, Kuijer JP, Rombouts SA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] cfr. Neurobiol Learn Mem. 2007 Jan;87(1):57-66. Epub 2006 Aug 1. “<i>Endogenous cortisol level interacts with noradrenergic activation in the human amygdala</i>”. van Stegeren AH1, Wolf OT, Everaerd W, Scheltens P, Barkhof F, Rombouts SA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] Neurobiol Learn Mem. 2003 Jan; 79 (1): 81-8. “<i>Compromissione della memoria legata al sesso per eventi emotivi con blocco beta-adrenergico</i>”. Cahill L 1, van Stegeren A, Dipartimento di Neurobiologia e Comportamento, Centro per la Neurobiologia dell'apprendimento e della memoria, Università della California, Irvine, CA 92697-3800, USA.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] Ann NY Acad Sci. 2003 aprile; 985: 163-73: “<i>Influenze correlate al sesso sulla neurobiologia della memoria emotivamente influenzata”</i>, Cahill L 1, Centro per la Neurobiologia dell'apprendimento e della memoria, Università della California, Irvine, Irvine, California 92697-3800, USA. lfcahill@uci.edu</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott. Domenico Piccininno</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Sep 2018 15:30:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?testimonianza-e-disturbo-da-stress-post-traumatico--la-prospettiva-neurosociologica</link>
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			<title><![CDATA[Pubblicato il bando per la nomina o conferma degli esperti dei tribunali di sorveglianza triennio 2020-2022]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_22e3fc3u"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/tribunale-1.jpg"  width="344" height="168" /><span class="fs11lh1-5">L’11 luglio 2018 il Consiglio Superiore della Magistratura ha pubblicato il bando per la nomina e la conferma degli esperti dei tribunali di sorveglianza per il triennio 2020/2022.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il bando disciplina quanto segue:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">i requisiti per la nomina e la conferma;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la modalità di presentazione delle domande (per la prima volta on line);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la composizione della commissione per la valutazione degli aspiranti;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">le modalità di formazione delle graduatorie (che verranno pubblicate on line sul portale del CSM);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">le incompatibilità;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">le cause di cessazione, decadenza e revoca (e il relativo procedimento).</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Quanto alle conferme, la prospettiva è quella di bilanciare le contrapposte esigenze legate da un lato alla necessità di non disperdere il patrimonio di competenze acquisite da coloro i quali sono già in servizio e, dall’altro, all’opportunità di garantire il ricambio e l’apporto di nuovi contributi culturali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito al limite massimo di età, lo stesso è stato allineato a 70 anni, con equiparazione ai magistrati professionali.</span></div><div><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 16:56:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?pubblicato-il-bando-per-la-nomina-o-conferma-degli-esperti-dei-tribunali-di-sorveglianza-triennio-2020-2022</link>
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			<title><![CDATA[Resoconto del Seminario: "Death Scene Investigation. Suicidio e morti sospette"]]></title>
			<author><![CDATA[Ortensia Delia]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_y4twpt1z"><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/DSC_0044.JPG"  width="773" height="515" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella giornata del 18 maggio 2018 si è tenuto, presso l’Istituto di Scienze Forensi, il primo Seminario sul tema “Death Scene Investigation. Suicidio e morti sospette”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il Seminario è stato organizzato dall’Istituto di Scienze Forensi in collaborazione con l’Università Popolare UNISED, lo European Forensic Institute e l’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti. Sono intervenuti quali relatori personaggi prestigiosi tra cui il Prof. Massimo Blanco, criminologo forense e presidente dell’Istituto di Scienze Forensi, il Dott. Luca Massaro, medico legale e analista forense, il Dott. Luciano Finotti, psichiatra forense e neurologo, e l’Avv. Patrizia Trapella, avvocato e analista forense.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’evento ha registrato la partecipazione numerosa di medici, avvocati, operatori di polizia, studenti e semplici cittadini interessati alla tematica, i quali hanno avuto modo di conoscere e approfondire il delicato tema del suicidio da una prospettiva multidisciplinare: medico-legale, psichiatrica e criminologica. Tra i punti trattati vi sono stati il “malessere” sociale di questo fenomeno e l’analisi, basata su dati Istat, relativa alle cause dei decessi e al numero di morti registrate prevalentemente nel triennio 2012-2015. In particolare, è emerso che, attualmente, a livello statistico, il maggior numero di morti per suicidio è di genere maschile. I metodi più utilizzati sono l’impiccagione, la precipitazione e le armi da fuoco. Per quanto riguarda il genere femminile, le tecniche più diffuse risultano l’impiccagione e la precipitazione, seguite dall’annegamento e dall’avvelenamento da farmaci. Inoltre, un’analisi più accurata dei dati ha dimostrato che l’aumento dei suicidi, avvenuto in concomitanza con l’inizio dell’attuale crisi economica, ha riguardato in modo rilevante gli uomini nella fascia di età lavorativa e che in Italia il picco è stato raggiunto nell’anno 2014 con un totale di 201 suicidi per motivi economici. Successivamente è stata trattata la “Death Scene Investigation”, cioè il metodo scientifico-forense sulla base del quale gli operatori specializzati identificano e classificano la tipologia dei decessi. Il protocollo da seguire prevede un preciso ordine delle indagini che pone il suicidio come una possibile opzione insieme alle morti per cause naturali e a quelle accidentali; l’unica conclusione a cui si può giungere per esclusione delle tre precedenti è quella di omicidio. Sono state poi anche analizzate la psicopatologia del suicida e l’autopsia psicologica. Quest’ultima cerca di stabilire la capacità della vittima di concepire, progettare e attuare il suicidio. Si è inoltre visto come nei suicidi intervengano delle caratteristiche costanti come la necessità di fuga da una situazione difficile, la liberazione dalla propria infelicità oppure la ricerca del mezzo per colpire indirettamente una persona così da indurre in essa un profondo senso di colpa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La psichiatria ha evidenziato che la causa più comune di suicidio sono la perdita di una persona cara per causa di morte o per abbandono sentimentale, oppure la perdita del lavoro. In tutti e tre i casi, l’idea del suicidio persiste finché non viene elaborata e accettata la perdita oppure finché il soggetto del malessere non viene recuperato o sostituito.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si è infine trattato il fenomeno sotto l’aspetto penale, analizzando in particolare il reato di istigazione al suicidio (ex art. 580 del codice penale) che prevede per il reo la reclusione da 5 a 12 anni se il suicidio si concretizza e da 1 a 5 anni se, dal tentativo, deriva una lesione personale grave o gravissima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ortensia Delia</span></div><div><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 May 2018 16:53:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?resoconto-del-seminario---death-scene-investigation--suicidio-e-morti-sospette-</link>
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			<title><![CDATA[Concorso al Ministero della Giustizia per Criminologi]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_hm829h2u"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/concorso-criminologi.jpg"  width="342" height="208" />Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Provveditorato Regionale del Lazio, Umbria e Molise - ha decretato un avviso pubblico di selezione, per titoli preferenziali e colloquio d'idoneità, per l'assunzione di Professionisti Esperti Psicologi e Criminologi Clinici.<br></div><div>Gli Enti di Detenzione coinvolti sono attinenti ai Distretti delle Corti d’Appello di Roma, Aquila e Campobasso.</div><div>Requisiti richiesti per i criminologi:</div><div><ul><li><span class="fs16">Laurea in Psicologia</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">Magistrale o Vecchio Ordinamento;</span></li><li><span class="fs16">Attestato</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">di</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">Specializzazione</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">o</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">Master</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">in</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">Criminologia Clinica</span><span class="fs16">, acquisiti mediante Università o Scuole di Specializzazione individuate dal M.I.U.R..</span></li></ul></div><div><br></div><div>Vai alla pagina del MInistero, <a href="https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_6_1.page?contentId=SCE1320803&previsiousPage=mg_1_6_1" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 20 Mar 2018 17:32:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?concorso-al-ministero-della-giustizia-per-criminologi</link>
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			<title><![CDATA[Attaccamento infantile e criminalità: come il legame con il caregiver può innescare uno sviluppo deviante]]></title>
			<author><![CDATA[Monica Chiovini]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_75ima6f8"><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Attaccamento-e-criminalita.png"  width="342" height="192" /><span class="fs11lh1-5">Il bambino è il padre dell’adulto. Così, in queste parole, si può esprimere il succo della <i>Teoria dell’Attaccamento</i>, introdotta da John Bowlby nei lontani anni cinquanta e riconosciuta, con grande apprezzamento, fino a tempi odierni. Osservandoci a ritroso, come in uno specchio, ci accorgeremo che noi siamo oggi il risultato di esperienze, sentimenti ed affetti vissuti in passato con i nostri caregivers. In tal modo, infatti, hanno operato i ricercatori interessati a valutare l’attendibilità scientifica dei presupposti teorici presentati dall’autore psicoanalista, ovvero procedendo all’inverso quindi indagando in soggetti maturi i loro ricordi infantili, oppure, elaborando ipotesi predittive circa lo sviluppo del fanciullo partendo dalle modalità di accudimento genitoriale ricevute.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Prendersi cura di un bambino implica un duro lavoro, che richiede notevole attenzione e suscita anche molte preoccupazioni; secondo Bowlby (2008) infatti, adulti e adolescenti sani, dotati di fiducia e sicurezza in sé stessi nonché capaci di amare, sono il prodotto di famiglie stabili in cui entrambi i genitori dedicano una grande quantità di tempo ai figli. Egli, inoltre, sottolinea come crescere un neonato, è un compito impegnativo che deve essere diviso e condiviso: chi fornisce le cure ha bisogno, a sua volta, di molta assistenza. Si riconosce per cui l’importanza, nella maturazione fisica e psicologica del minore, del ruolo giocato non soltanto dalla figura materna (solitamente il caregiver principale) ma anche dal padre e dai nonni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella norma, quando una madre culla in braccio il suo bambino di poche settimane e quest’ultimo la guarda, si innesca una sorta di interazione sociale reciproca, costituita da espressioni facciali, gesti e vocalizzi che segnano la nascita di un legame affettivo, appunto dell’attaccamento. In tale processo, il fanciullo assume un ruolo attivo e competente: egli possiede una tendenza innata ad instaurare una relazione con l’altro, l’adulto che si occupa di lui.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Assumendo di riferimento il pensiero di Bowlby, quindi, l’attaccamento rappresenta un impulso primario di affetto e socialità che spinge il neonato, sin dalla nascita, ad interagire con il caregiver. Per l’autore, tale pulsione è paragonabile ad un bisogno di sopravvivenza, che non risponde soltanto ad un’esigenza biologica di fame, come sosteneva invece Freud, ma si manifesta contemporaneamente ad essa: il bambino si attacca al seno materno per gratificare questo desiderio di amore e, nello stesso tempo, riceve anche il cibo necessario alla sua crescita fisiologica. Se nella visione psicoanalitica classica, il legame del piccolo con la figura di accudimento veniva considerato esclusivamente una conseguenza della funzione nutritiva, nell’era post-freudiana diviene centrale la relazione sociale tra madre e bambino, presupposto del suo sviluppo psicofisico verso una direzione normale. Come definisce Mary Ainsworth (cit. in Bowlby, 2008), infatti, il caregiver deve rappresentare una “base sicura” per il fanciullo, dalla quale gli è concesso di allontanarsi per esplorare il mondo circostante ed alla quale può far ritorno nel momento in cui avverte un pericolo, ritrovando sempre un luogo protetto dove ricevere sostegno. Tale ruolo che la figura materna è chiamata a rivestire, già veniva descritto da Winnicott con il concetto di “madre sufficientemente buona” (cit. in Blandino, 2009): non perfetta, ma in grado di rispondere empaticamente ai desideri di amore e riconoscimento da parte del figlio, supportandolo e dialogando con lui nei momenti di maggiore insicurezza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Una componente fondamentale del sistema cognitivo e affettivo di un soggetto è costituita, inoltre, dai cosiddetti<i>Modelli Operativi Interni</i>(Bowlby, 2008), ovvero rappresentazioni mentali di sé e della relazione con gli altri, la cui qualità positiva o negativa va strutturandosi nel corso delle esperienze vissute in prima età all’interno dell’ambiente familiare, le quali influenzeranno appunto le abilità sociali adulte. Da ciò si evince come i M.O.I. risultano anche predittori di eventuali disturbi o disagi psichici. Si deve infatti a due note autrici, la già citata Mary Ainsworth (1978) e la seguace Mary Main (1985), psicologhe infantili, il merito di aver individuato, introducendo rispettivamente le metodologie <i>Strange Situation</i> e <i>Adult Attachment Interview</i>, gli stili di attaccamento che possono svilupparsi nella diade madre-bambino (cit. in Blandino, 2009).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La prima ha distinto tre categorie di minori, sulla base delle risposte affettive che essi mettono in atto di fronte ai comportamenti dell’adulto: <i>sicuri</i>, <i>insicuri-evitanti</i>, <i>insicuri-ambivalenti</i>. Il tipo <i>sicuro</i> è quello che gode di una figura di accudimento solidale ed empatica; manifesta inoltre curiosità e interesse nell’esplorare il mondo autonomamente e ricerca l’abbraccio nei momenti di contatto con la madre. L’attaccamento <i>insicuro-evitante</i> descrive, invece, un legame con quest’ultima fondato sul suo rifiuto nei confronti del figlio; per cui il piccolo, consapevole che non può fidarsi, mostra apatia e distanziamento. Bambini <i>insicuri-ambivalenti</i>, infine, sono coloro nei quali predomina un rapporto imprevedibile con il caregiver, che alterna momenti di affetto con altri di totale assenza emotiva; nella loro crescita, ricorrono maggiormente sentimenti di rabbia e sfiducia nelle proprie capacità. Dagli studi sulla <i>Strange Situation</i>, dunque, è emerso che la modalità delle cure genitoriali determina la qualità dell’attaccamento nel figlio. A partire da tale considerazione si è mossa successivamente la Main, arricchendo i tre stili di attaccamento individuati dalla collega con un quarto, definito <i>disorganizzato</i>, nel quale il fanciullo presenta reazioni incoerenti frutto di possibili traumi vissuti o proiettati su di lui dal genitore nella cui mente sono rimasti ancora irrisolti. Non solo, la studiosa ha fornito un notevole contributo nella teoria dell’attaccamento, anche individuando cinque tipologie di accudimento adulto, derivate dalle esperienze infantili con i propri genitori e reiterate nell’approccio con la nuova prole: modello <i>sicuro</i>,<i>distanziante</i>, <i>preoccupato</i>, <i>irrisolto</i> ed <i>inclassificabile</i>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Queste teorizzazioni portano all’opinione condivisa, secondo cui cure e relazioni disfunzionali all’interno della famiglia d’origine, caratterizzate da abbandono, trascuratezza o, nei casi peggiori, maltrattamento, inducono con molta probabilità alla genesi di altrettanti comportamenti antisociali ed atteggiamenti disadattivi in età matura. Bowlby (2008), a tal proposito, afferma “la violenza genera violenza, la violenza nella famiglia tende a perpetuarsi da una generazione a quella successiva”, e prosegue spiegando come bambini vittime di gesti e parole poco dignitose saranno adolescenti difficili nonché mariti e padri aggressivi che, nel prendersi cura dei propri figli, sceglieranno di adottare i medesimi schemi educativi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Premettendo che non si debba generalizzare (molto spesso, è possibile interrompere questo circolo vizioso e garantire un futuro più adeguato alle successive discendenze), a fronte di rifiuto affettivo o abuso fisico da parte dei caregivers, il bambino tende ad identificarsi con l’aggressore e ad esercitare a sua volta atti coercitivi verso gli altri. Condotte di questo tipo, accompagnate da sentimenti di tristezza, collera, impulsività e freddezza emotiva, si riscontrano tipicamente nelle personalità di autori di crimini violenti. I casi clinici (Skodol, 2000; Dazzi, Madeddu, 2009), infatti, riportano nello specifico modelli di attaccamento insicuri, distanzianti o disorganizzati in soggetti affetti da tratti narcisistici e psicopatici, nei quali traspare un mancato sviluppo dell’empatia quindi una tendenza sadica ad infliggere dolore alla propria vittima. Vissuti infantili trascorsi con padri alcolisti che ricorrevano a punizioni di tipo corporeo, correlano frequentemente con storie di escalation antisociale fino alla colpevolezza di omicidio. Un gran numero di donne poi, che picchiano i figli, sono state a loro volta maltrattate durante l’infanzia o possiedono un ricordo della madre quale figura assente: quest’ultime svelano un costante bisogno di dipendenza, in evidente contrasto con la rigidità e difficoltà ad instaurare relazioni positive.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo Melanie Klein (cit. in Dazzi, Madeddu, 2009), a tal proposito, i soggetti mostrano tendenze asociali e criminali mettendole continuamente in atto, quanto più hanno interiorizzato rappresentazioni aggressive e vessatorie dei loro genitori. Il deviante, dunque, preda di tale violenza innata, sarebbe mosso da un desiderio di possesso e di distruzione dell’altro nonché da un sentimento di invidia, la cui manifestazione avviene attraverso comportamenti svalutativi e manipolatori, finalizzati a confermare ulteriormente il proprio senso di grandiosità. Da ciò si evince come, non poco frequentemente, vite adulte impostate sulla delinquenza rappresenterebbero la conseguenza di percorsi evolutivi caratterizzati da deprivazione affettiva, mancata sicurezza e fiducia, abbandono o maltrattamento fisico da parte dei caregivers.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr.ssa Monica Chiovini </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div></div><div><span class="fs11lh1-5"><i></i></span></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><span class="fs11lh1-5">BLANDINO Giorgio, Psicologia come funzione della mente. Paradigmi psicodinamici per le professioni di aiuto, UTET Università, 2009.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">BOWLBY John, Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">BONINO Silvia, Dizionario di psicologia dello sviluppo, Einaudi Editore, Torino 2006.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">DAZZI Sergio, MADEDDU Fabio, Devianza e antisocialità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">RIVA CRUGNOLA Cristina, Il bambino e le sue relazioni. Attaccamento e individualità tra teoria e osservazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">SKODOL Andrew E., Psicopatologia e crimini violenti, Centro Scientifico Editore, Torino 2000.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 17:34:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?attaccamento-infantile-e-criminalita--come-il-legame-con-il-caregiver-puo-innescare-uno-sviluppo-deviante</link>
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			<title><![CDATA[Al Polo Scientifico di Corsico una serata dedicata al "bullismo del terzo millennio"]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_x38fc6sp"><div><b class="fs11lh1-5">Il Generale Luciano Garofano, la Prof.ssa Deborah Capasso de Angelis e il Prof. Massimo Blanco hanno incontrato i cittadini per parlare del bullismo e dei gravi rischi connessi all'utilizzo delle nuove tecnologie di interazione digitale da parte dei minori.</b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/1-fsb.JPG"  width="773" height="515" /><b><br></b></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Nella serata del 30 novembre 2017, presso il Polo Scientifico di Corsico, si è svolto un incontro aperto al pubblico dal titolo <i>“Bullismo e cyberbullismo. Parliamone con gli esperti alla luce della recente legge 71/2017”</i>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’evento è stato organizzato dall’Università Popolare UNISED e dall’Istituto di Scienze Forensi in collaborazione con la sezione di Corsico dell’Associazione Nazionale Carabinieri e con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti e dell’ISF College di Malta. Quali relatori tre autorevoli esperti: il Gen. Luciano Garofano, ex comandante del R.I.S., presidente del Comitato UNICEF di Parma e autore del libro <i>“La prepotenza invisibile. Bulli e cyberbulli: chi sono e come difendersi”</i>, la Prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, sociologa e criminologa, rettore di UNISED e presidente dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti, e il Prof. Massimo Blanco, criminologo e presidente dell’Istituto di Scienze Forensi, il quale, da oltre un decennio, si occupa di atti persecutori e violenze di genere. All’incontro è intervenuto anche il consigliere regionale della Lombardia Dott. Fabio Altitonante, uomo politico da molti anni impegnato su temi sociali come quello trattato nell’occasione. Altitonante, tra l’altro, è stato co-promotore della legge regionale che ha previsto lo stanziamento di 300 mila euro in favore degli enti no-profit che si occupano di prevenzione del cyberbullismo.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.org/images/2-fsb.JPG"  width="773" height="643" /><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il pubblico, composto da oltre 130 persone tra insegnanti, membri dei comitati dei genitori, mamme, papà e cittadini interessati agli argomenti della serata, hanno manifestato vivo interesse per le tematiche trattate dai singoli relatori i quali hanno usato un linguaggio scevro da tecnicismi e ricco di spunti di riflessione per i non addetti ai lavori. Infatti, per arginare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, servono consapevolezza e coesione soprattutto da parte di genitori, nonni, zii ecc. che spesso non si rendono conto che una foto, un video o, semplicemente, uno scritto sul web potrebbe essere l’inizio di una storia che porta anche a tragici epiloghi.<br></span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.org/images/3-fsb.JPG"  width="774" height="517" /><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il bullismo è un fenomeno verso il quale i professionisti impegnati in prima linea come gli insegnanti, i criminologi, gli psicologi, gli assistenti sociali e gli educatori non smettono mai di prestare la massima attenzione. E lo fanno a ragion veduta, visto che gli episodi di bullismo stanno facendo registrare numeri sempre più preoccupanti, soprattutto da quando la comunicazione e le relazioni interpersonali si sono fortemente digitalizzate e hanno ampliato notevolmente il raggio d’azione di molestatori, persecutori e loro complici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il cyberbullismo, che possiamo considerare il bullismo del terzo millennio, sta divenendo una “patologia” sociale sempre più aggressiva che non conosce limiti di spazio e di tempo. Se prima, nella maggior parte dei casi, la vittima correva rischi in determinati ambienti e orari, ad esempio quelli scolastici, oggi, con le nuove tecnologie, chi viene perseguitato resta potenzialmente a tiro dei bulli 24 ore su 24. Inoltre, a causa del fatto che gli smartphone e diversi altri dispositivi collegati a internet sono sempre più utilizzati in piena autonomia anche da bambini di soli 9-10 anni, il target di possibili vittime si è notevolmente ampliato. Per questo, hanno sottolineato i relatori, i genitori devono essere consci di assumersi una grande responsabilità quando permettono ai propri figli di utilizzare dei dispositivi collegabili alla rete, comprese le consolle per i videogiochi.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 17:46:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?al-polo-scientifico-di-corsico-una-serata-dedicata-al--bullismo-del-terzo-millennio-</link>
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			<title><![CDATA[Le scienze forensi nello spazio: protocollo di sicurezza per gli astronauti]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7n065975"><div><b class="fs11lh1-5">Articolo in inglese dal "Forensic Magazine" che tratta degli studi condotti dal Prof. Avv. Vincenzo Lusa, vice presidente ANCRIM, e dalla criminologa ANCRIM Prof.ssa Annarita Franza</b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.forensicmag.com/article/2017/06/forensic-science-stars-protocol-keeping-space-criminal-free" target="_blank" class="imCssLink">https://www.forensicmag.com/article/2017/06/forensic-science-stars-protocol-keeping-space-criminal-free</a></span></div><div><br></div><div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Astr.jpg"  width="343" height="227" /><b class="fs11lh1-5">Forensic Science in the Stars: A Protocol for Keeping Space Criminal-free</b></div><div><span class="fs11lh1-5">The neurosciences and especially neurocriminology, whose methodologies are used in the courtroom to understand a defendant’s personality, play an important role in forensic sciences. Could this branch of science be essential in human exploration of space?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">This is the challenge the authors of this article introduced last year at the American Academy of Forensic Sciences, conceiving a brand new study protocol for creating security procedures designed to safeguard astronauts engaged in long-duration space travel.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">When NASA began its operations in 1958, no one could have ever foreseen what would occur over the next 50 years as humans discovered that the sky was no longer a limit. From the Mercury Program (1959) to the International Space Station (1988 to date), NASA has launched more than 100 manned flights. It is now about to enter a new era of space exploration with future missions to Mars. Moreover, it not unreasonable to say that in the next decades, space tourism will become an achievable dream.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Even if no emergency has happened so far, NASA established a partnership in 2002 with the U.S. National Institute of Justice to promote the knowledge of criminalistic techniques in the case of a crime being committed on a space mission. Nonetheless, forensic sciences still remain an understudied topic in space research.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5">Neurosciences</strong></div><div><span class="fs11lh1-5">Based on forensic neurosciences, the protocol specifically includes the evaluation of certain brain areas whose anomalies may generate antisocial behavior as well as the use of behavioral genetics to show how biological markers predictive of criminal behavior (polymorphisms) can trigger impulsive reactions in response to stress. This protocol may prove critical when space agencies are evaluating candidates for extra-orbital flights of long duration.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In fact, these kinds of space voyages will subject astronauts to psychological and interpersonal stressors they have never experienced before, such as an unknown level of isolation, issues raised by forced cohabitation and the so-called Earth-out-of-view phenomenon that astronauts engaged in Mars missions will experience for the very first time in human history. All these risk factors can be critical in individuals with genes linked to violent behavior.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Over time, forensic neurosciences have become increasingly important in criminal proceedings. As a result, many courts of justice consider neurobiological and neuroimaging analyses essential to prove a defendant’s sanity. Starting from an analysis of recent case reports, this protocol examines the parameters related to behavioral genetics, neuroanatomy and cognitive physiology that underlie the mechanisms dedicated to controlling impulsive behavior and aggressivity in both a healthy individual and one suffering from psychic disorders.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Within behavioral genetic parameters, the protocol examines the monoaminergic system of an aspiring astronaut. Monoamines (e.g., serotonin, dopamine and norepinephrine) are the neurotransmitters usually dedicated to controlling impulsivity and aggression. Present at the brain level, they are synthesized by such enzyme actions as MAO-A (on the X chromosome) and catechol O-methyltransferase COMT. Thus, the genetic mutation of the MAO-A enzyme, as a polymorphic version of MAOA-L in the short variant, involves in carrier individuals an inclination toward aggressivity or impulsive acts that may lead to violent anti-social manifestations.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">The protocol also examines the candidate’s wa key modulator in serotonergic transmission able to inhibit aggressive behaviors and coding for the serotonin transporter (SERT). Any reduction of serotonin in the brain may therefore result in an increase in impulsive and aggressive behavior. <br>Lastly, the protocol also examines an aspiring astronaut’s dopaminergic system. Indeed, the dopaminergic circuits are involved in controlling such fundamental functions for emotional behavior as approaching an objective, motivations, attention, learning and gratification. Finding reduced sensitivity in the dopaminergic system may thereby increase pathological aggressive behavior.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5">Brain imaging</strong></div><div><span class="fs11lh1-5">The protocol anticipates brain imaging diagnostic tests to assess how brain areas dedicated to controlling violent behavior function. An aspiring astronaut will undergo a computerized EEG analysis that selectively maps electrical activity in specific brain areas; computed tomography (CT); functional magnetic resonance imaging (fMRI); positron emission tomography (PET); magneto-encephalography (MEG), and single photon emission computed tomography (SPECT). The latter examination evaluates information exchange at the synaptic connection level, considering the energy produced in the brain by burning glucose with oxygen. In fact, the glucose and oxygen transported by blood flow to a greater extent to where brain activity is in progress. In this regard, the PET measures glucose consumption, while the fMRI detects the blood flow.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A neuroanatomical analysis of the brain’s structure and its functions instead allows any anomalies in the brain of an aspiring astronaut to be detected. The forebrain, where the cerebral cortex resides, is the area most dedicated to regulating violent behavior. The cerebrum is the seat of the limbic system, the region delegated to emotions. The protocol thus takes into consideration the limbic system, reviewing the literature that analyzes the dysfunction and lesser capabilities of the thalamus, hippocampus, midbrain, prefrontal cortex and amygdala. In particular, the increase of white matter in the corpus callosum or the reduction of gray matter in the prefrontal cortex has been observed in sociopathic individuals with antisocial behaviors.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">The protocol also provides for an in-depth analysis of the hypothalamic-pituitary-adrenal axis in controlling and adapting to stress, as well as examining the connections between the limbic system (the seat of emotions) and the prefrontal cortex (impulse control including aggressive impulses). A detailed analysis of the amygdala permits an evaluation of the control of predatory and affective attacks. In fact, the amygdala is involved in emotional generation and its dysfunction. As mentioned, it leads to the manifestation of impulsive or violent behaviors.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">For example, a decrease of its volume equal to 18% has been found in sociopathic individuals. The protocol then analyzes hippocampal activity in the regulation of aggressive instincts. This brain region plays a primary role in emotional response in general and in fear conditioning in particular. <br>Moreover, studies report that reduced hippocampal function is to be placed in relation to high levels of psychopathy. The analysis of the thalamus permits evaluating the connection between the limbic emotional areas and the cortical zones, while an examination of the midbrain in the active phase pertains to the management of aggressive impulsive behaviors. Finally, the investigation of the posterior cingulate cortex, an area of the brain located inside the midbrain, allows anger management to be evaluated.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5">Neurolaw</strong></div><div><span class="fs11lh1-5">As expected, the protocol examines neurocriminology’s contribution in the field of case law. In particular, the results have been evaluated in the following Italian criminal trials.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><em>The Bayout case</em><br>Involved in a fight in 2007 in Udine, an Algerian, under stress, kills the individuals who had provoked him. During the process, anomalies were detected in five of the genes linked to violent behavior, including one gene polymorphism (MAO-A). The Court of Justice declared that being a carrier of the low activity allele for the MAOA gene (MAOA-L) made Bayout “more prone to manifesting impulsive and aggressive behavior if provoked or socially excluded as well as particularly reactive in terms of aggressivity in stressful situations,” (Judgment of the Court of Assizes of Appeal of Trieste (Italy) no. 5 09/18/2009).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><em>The Albertani case</em><br>The Criminal Court of Como condemned a woman accused of multiple murders. The neuroscientific investigations verified the alleles associated “with an increased risk of impulsive, aggressive and violent behavior” (from Ruling 05/05/2011 #536), like the low-activity MAO-A allele, SCL6A4 (STin2 polymorphism) and COMT (rs4680 polymorphism). Neuroimaging examinations (including voxel-based morphometry) determined an abnormal density of gray matter in the woman’s brain and in the anterior cingulate. In fact, the volume of gray matter in the anterior cingulate gyrus was abnormal, compared with that in the control group of 10 neurotypical women. As stated, the cingulate gyrus is designed to inhibit automatic and instinctive behaviors as well as regulate aggressive reactions and a propensity to lie in critical situations (Court of Como (Italy), Ruling 05/05/2011 no. 536).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">The protocol is thus implemented together with the psychological and aptitude tests usually used in astronaut selection to assess the astronaut candidate’s genetic and neuroanatomical profile. Finally, research supporting the development of this protocol demonstrates the undoubted advantages that forensic sciences and neurocriminology can contribute to an unlikely field like space exploration.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5"><br></strong></div><div><span class="fs11lh1-5"><strong>Vincenzo Lusa, JD</strong>,<em> is a professor of forensic anthropology at Pontifical University S. Bonaventura in Rome and a professor of Criminal Law at UNISED University (Milan). His main research interests focus on crime responsibility and the neuroscience of intent.</em></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><strong>Annarita Franza, Ph.D.</strong>,<em> is a professor of Anthropology at University of Florence. Her main research interests focus on forensic anthropology and neurocriminology.</em></span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 25 Nov 2017 17:41:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?le-scienze-forensi-nello-spazio--protocollo-di-sicurezza-per-gli-astronauti</link>
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			<title><![CDATA[Incendio alla Grenfell Tower di Londra: una prima analisi forense dell’evento]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazione_incendi_ed_esplosioni"><![CDATA[Investigazione incendi ed esplosioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4c72s9p0"><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Grenfell-Tower-durante-incendio.jpg"  width="774" height="492" /></div><div><br></div><div><b class="fs11lh1-5">Intervista all'Ing. Andreas Melinato dell'Istituto di Scienze Forensi</b></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’incendio che ha devastato la Grenfell Tower di North Kensington a Londra, nella notte tra il 13 e il 14 giugno scorsi, è stato indubbiamente una tragedia di proporzioni incalcolabili, soprattutto in termini di vite umane. Per questo sarà necessario scoprire al più presto le sue cause, affinché tali sciagure non si ripetano e per individuare le responsabilità di chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei residenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Abbiamo chiesto all’Ing. Andreas Melinato, esperto in investigazione di incendi dell’Istituto di Scienze Forensi, come sia potuto accadere un disastro simile e quali saranno le modalità con cui si cercherà di arrivare alla verità.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">L’immagine che ogni persona ha in mente dell’incendio della Grenfell Tower è quella di un rogo di proporzioni incredibili, con fiamme che si estendevano dalla parte inferiore dell’edificio fino all’ultimo piano. Come ha potuto svilupparsi un incendio così devastante?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Le fiamme fuoriuscivano dalle finestre e, quindi, provenivano dall’interno dei locali, ma soprattutto prendevano incredibilmente forma sulle superfici esterne della torre. Vi sono quindi due temi di grande interesse per noi tecnici: il motivo per cui l’incendio si è propagato in tutti gli ambienti interni della torre, dai piani più bassi fino alla sommità del palazzo, e la ragione per cui le fiamme hanno avvolto interamente la superficie esterna dell’edificio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Grenfell-Tower-dopo-incendio.jpg"  width="220" height="330" /><b class="fs11lh1-5">Secondo Lei le cause del disastro potrebbero riguardare l’utilizzo di materiali di costruzione non idonei o vizi di progettazione?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il rischio di incendio negli edifici residenziali, ancor più se abitati da molte persone, è un argomento di grande rilevanza che deve essere limitato al minimo e gestito, qualora si concretizzi, in modo da ridurre i danni e salvare le vite degli abitanti. Appare evidente, visto l’esito degli accadimenti, che molte cose non hanno funzionato a dovere, specie tenendo conto del fatto che l’edificio era stato da poco sottoposto ad una rilevante ristrutturazione. Proprio la recente ristrutturazione sarà certamente oggetto di attenta analisi da parte delle strutture investigative chiamate a stabilire la causa dell’incendio. Per quanto riguarda eventuali vizi di progettazione, un principio base della prevenzione antincendio risiede nel concetto di compartimentazione, ossia la progettazione e la realizzazione di volumi prestabiliti entro i quali l’incendio dovrebbe essere contenuto per evitarne la propagazione. Nel caso di specie, l’incendio non è stato contenuto e l’effetto è stato il totale interessamento dei volumi della struttura da parte del fumo e delle fiamme.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5">A Suo parere, la macchina dei soccorsi, soprattutto quella dei pompieri londinesi, è risultata efficiente?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Di fronte ad un incendio di tali proporzioni e in grado di propagarsi tanto velocemente, poco hanno potuto fare i pompieri. Sono intervenuti in massa ma sono stati costretti ad agire da terra e dall’esterno, quindi efficaci non oltre la metà dell’altezza utile dell’edificio. Anche i residenti avranno potuto fare ben poco, trovandosi nella condizione di non riuscire a trovare vie di uscita mentre fuoco e fumo invadevano i locali. A nulla è valso altresì il naturale tentativo di trovare aria respirabile e temperature sopportabili alle finestre, considerato che le facciate esterne producevano fiamme e fumo in modo attivo e consistente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5">Quali attività investigative saranno messe in campo per far luce su questo tragico evento?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">L’indagine dovrà puntare a stabilire la causa dell’incendio ma ciò non sarà sufficiente. È quindi prevedibile che l’attività tecnico-investigativa, oltre alla ricerca di ciò che ha innescato le fiamme, dovrà fare luce sul modo in cui il sistema di sicurezza antincendio era stato predisposto, se lo stesso abbia funzionato e sulla correttezza delle scelte tecniche fatte nel corso della ristrutturazione, specialmente in relazione ai materiali utilizzati per il rivestimento delle facciate esterne e alla loro modalità di installazione.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><img class="image-2 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Prove-simulazione-incendi.png"  width="219" height="138" /><b class="fs11lh1-5">Quali tecniche vengono utilizzate per l’investigazione di un incendio?</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Le migliori tecniche sono quelle che prevedono prove di combustione dei materiali e simulazioni di combustione di ambienti che riproducano quelli realmente interessati dall’incendio, al fine di comprenderne le modalità e le tempistiche di propagazione. Ciò avverrà all’interno di strutture specializzate come i laboratori di cui dispone il nostro Istituto quale rappresentante italiano di una delle maggiori società di investigazioni di incendi, la FI UK, i cui esperti, in questi giorni, sono chiamati a fornire pareri ai media più importanti del Regno Unito.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jun 2017 16:35:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?incendio-alla-grenfell-tower-di-londra--una-prima-analisi-forense-dell-evento</link>
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			<title><![CDATA[Dimenticare il proprio figlio in auto: le cause non sono psicologiche ma sociali]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neurosociologia"><![CDATA[Neurosociologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_i9hq4uj3"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Dimenticato-bambino-auto-1_um82p94f.jpg"  width="343" height="192" /><span class="fs11lh1-5"><b>Tratto da: "Vita sociale e disattenzione sensoriale" </b><b>in <i>Fondamenti di Neurosociologia</i>, Blanco M. (2016), </b><b>Primiceri Editore, Padova</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Noi occidentali del Terzo millennio siamo abbastanza inclini, chi più chi meno, a vivere una vita interiore quantitativamente molto significativa. Rimuginazioni, desideri, progetti, preoccupazioni e speranze connotano i nostri pensieri e il nostro dialogo interiore[1], mentre le nostre azioni di routine sono perlopiù affidate ad una sorta di “pilota automatico”. Nel nostro tempo, i troppi impegni quotidiani, gli eccessivi stimoli esterni e le pressioni sociali hanno assunto caratteristiche troppo gravose da gestire persino per il nostro potente cervello. Basti pensare a quei genitori che abbandonano il proprio bambino in auto credendo di averlo già accompagnato al nido. A pensarci bene, la nostra ipertecnologica società ha imboccato una strada assai pericolosa se possono accadere certe disgrazie così innaturali come dimenticarsi il proprio figlio. Le probabilità di avere dei “buchi” nella memoria sono sempre in agguato e questo aspetto deve portare ad una attenta riflessione su come è articolata la nostra vita di tutti i giorni e sulle insidie che essa nasconde.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sul fronte delle relazioni sociali le cose non vanno meglio. Infatti, più ci perdiamo nel nostro mondo interiore, più ci allontaniamo dalle interazioni con l’ambiente e con gli altri. A tutto ciò, negli ultimi anni, si sono aggiunti i moderni strumenti di comunicazione che, paradossalmente, avvicinano persone lontane e allontanano quelle vicine. Molte persone dedicano forse più tempo alle interazioni tramite i servizi di messaggistica istantanea piuttosto che alle interazioni con le persone che hanno di fronte. Chissà quante volte sarà capitato anche a voi di notare due o più persone sedute allo stesso tavolo di un ristorante le quali interagiscono con il proprio smartphone piuttosto che con i commensali. Queste situazioni le si notano dappertutto: in strada, sui mezzi di trasporto pubblici, nelle sale d’attesa ecc. Possono verificarsi in qualsiasi luogo e tempo facendoci perdere la consapevolezza delle persone e dell’ambiente intorno a noi. Ad esempio, mentre si guarda la tv o si lavora al pc, se arriva un messaggio o una telefonata si passa da un apparecchio elettronico all’altro e i contatti visivi o uditivi con le persone e l’ambiente circostante passano in secondo piano. Le relazioni sociali, fatte anche solo di sguardi attenti alla realtà esterna, all’ambiente e alle persone, sono eventi sempre più rari. Infatti, i lassi temporali in cui il cervello si estranea dalla realtà diventano sempre più lunghi nell’arco della giornata e l’imponente attività che si svolge nel nostro mondo interno prende il sopravvento sulle interazioni che dovremmo naturalmente avere con il mondo esterno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quando siamo assorbiti dai nostri pensieri, stiamo svolgendo attività routinarie, oppure siamo presi dal chattare, parlare al telefono, guardare o ascoltare contenuti multimediali, si verificano stati mentali di dissociazione tra attenzione ed elaborazione sensoriale in relazione a ciò che ci circonda. Il cervello distoglie l’attenzione da ciò che vede o sente nell’ambiente fisico per dedicarsi ad altre informazioni sensoriali visive o uditive derivanti da computer, smartphone, iPod ovvero a quelle provenienti dai pensieri. Il nostro sistema cognitivo, per quanto potente, non ha risorse illimitate e quando giudica qualcosa come prioritario, deve necessariamente escludere altro. Per molte persone, la priorità sono i mille pensieri che pervadono la loro mente. Pensieri che riguardano il denaro, l’educazione dei figli, il rapporto con il partner, le tragiche notizie date dai media ecc. Il tutto condito dai grandi nemici che accompagnano l’esistenza dell’essere umano occidentale moderno, cioè l’orologio e il calendario.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ultimamente, gli scienziati stanno studiando sempre con maggiore attenzione due fenomeni cerebrali che riguardano gli aspetti fino ad ora trattati: la cecità e la sordità da disattenzione. La <b>cecità da disattenzione</b>, chiamata anche <b>cecità percettiva</b>, si verifica quando uno stimolo che entra nel nostro campo visivo non viene elaborato dal cervello e, pertanto, viene a mancare la percezione di quanto avremmo dovuto vedere. Ciò accade anche per la <b>sordità da disattenzione</b> nel merito della percezione uditiva. Ultimamente, la cecità e la sordità da disattenzione vengono studiate in relazione all’uso di cellulari, tablet, pc, iPod ecc. In uno dei diversi esperimenti condotti dai ricercatori in questo ambito, i partecipanti ai test furono divisi in quattro gruppi. I soggetti del primo gruppo dovevano camminare per strada mentre erano impegnati in una conversazione telefonica con il cellulare, quelli del secondo gruppo mentre ascoltavano musica con le cuffie da un lettore mp3, quelli del terzo mentre conversavano con un amico, mentre quelli del quarto erano soli, quindi senza nessuna distrazione. Mentre i soggetti di tutti i quattro gruppi passeggiavano per la strada, ad un tratto spuntavano dei clown su un monociclo. Il risultato fu che la maggior parte di coloro che erano impegnati a parlare con il cellulare, non aveva notato i clown. Nella classifica dei più distratti, seguirono chi ascoltava musica con le cuffie e chi camminava in coppia chiacchierando (Hyman, 2010). In un altro esperimento, fu appurato che, anche se le mani sono libere perché si utilizza il vivavoce, guidare e telefonare contemporaneamente può portare ad un deterioramento delle prestazioni di guida in sicurezza causato da una ridotta attenzione verso gli input visivi (Strayer et al., 2003). Recentemente, uno studio condotto, in questo caso, sulla sordità da disattenzione, ha confermato precedenti numerosi risultati sperimentali in cui si è rilevato che le persone, quando sono impegnate in un compito visivo che richiede attenzione, letteralmente non sentono (Masutomi et al., 2015). I dati di tutti gli esperimenti su cecità e sordità da disattenzione, indicano in modo palese che l’uso di dispositivi mobili di qualsiasi genere, quando si è impegnati a svolgere qualsiasi compito che richiede perizia e attenzione, rappresenta un significativo pericolo per l’incolumità delle persone. La cecità visiva e la cecità uditiva, che possono essere considerate una sorta di <b>agnosia benigna</b>[2], si possono verificare altresì nel momento in cui, anziché essere presenti nella realtà esterna, i nostri sensi vengono inquinati dai ricordi di esperienze passate o scenari futuri[3]. Ad esempio, quando siamo impegnati in un’attività, la percezione di ciò che entra nel nostro campo visivo può essere bypassata da un ricordo o da un pensiero sotto forma visiva (Kang et al., 2011). A tutti sarà capitato di non trovare qualcosa di importante come le chiavi di casa. Dopo qualche minuto di ricerca, la visione del potenziale topo d’appartamento che potrebbe approfittarne o del fabbro che dovremo inevitabilmente chiamare per rientrare nel nostro “rifugio”, inizia ad inquinare la nostra percezione visiva. Più la visione di questi potenziali scenari prende piede, più le nostre ricerche risultano vane. Alla fine, in preda alla disperazione, troviamo le chiavi in un luogo che abbiamo già ispezionato decine di volte. Ma abbiamo effettivamente “guardato” oppure no? Le chiavi sono entrate a più riprese nel nostro campo visivo ma sono sfuggite alla nostra percezione, poiché essa era inquinata da una rappresentazione visiva nel nostro cervello estranea alla realtà esterna. Quando una madre o un padre dimenticano il proprio figlio di uno o due anni in auto a causa del falso ricordo di averlo accompagnato al nido, è possibile che, dopo essere scesi dall’auto, la loro retina abbia acquisito lo stimolo visivo del bimbo chiuso in auto ma che il loro cervello non lo abbia percepito, poiché il sistema visivo stava elaborando altro. Questa appena descritta è probabilmente la peggiore delle disgrazie che possano capitare ad una persona, ma se ci pensate bene le circostanze in cui siamo di fatto ciechi o sordi verso l’ambiente durante la giornata, mettendo in pericolo noi stessi e gli altri, sono molte. Il fatto, poi, che certe azioni od omissioni siano attuate spesso da soggetti che risultano psicologicamente equilibrati, denota che le cause di certe situazioni siano esclusivamente di carattere sociale. I telefoni cellulari, Internet, i social network, i servizi di messaggistica istantanea, gli iPod, la televisione ecc., influiscono sulle nostre attività cerebrali compromettendo la nostra vita sociale, dal livello interattivo più basso, come una semplice occhiata con un passante per strada, sino ad arrivare alle complesse relazioni sociali come l’accudimento genitoriale, passando per le attività potenzialmente a rischio sicurezza come la guida di un veicolo. Le cause di tutto ciò non sono psichiche ma sociali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott. Massimo Blanco</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] Il dialogo interiore è la comunicazione con sé stessi, un’abitudine che nasce nell’infanzia quando il bambino inizia ad interiorizzare le conversazioni con gli adulti. In questo modo, egli riesce a concentrarsi o a tranquillizzarsi. &nbsp;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] L’agnosia è un disturbo della percezione è un disturbo della percezione a causa del quale un individuo non riconosce persone, oggetti, suoni ecc. già noti. La cecità e la sordità da disattenzione di cui sto parlando in questo paragrafo, riguardano soggetti sani, ecco perché ho aggiunto il termine “benigna”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Il cervello elabora la realtà presente e immagina scenari futuri sempre in relazione al patrimonio di esperienze passate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">HYMAN I.E., BOSS S.M., WISE B.M., McKENZIE K. E., CAGGIANO J. M., (2010), <i>Did you see the unicycling clown? Inattentional blindness while walking and talking on a cell phone</i>, in “Applied Cognitive Psychology”, 24, pp. 597-607</span></li><li><span class="fs11lh1-5">STRAYER D.L., DREWS F.A., JOHNSTON W.A. (2003), <i>Cell phone-induced failures of visual attention during simulated driving</i> in “Journal of Experimental Psychology: Applied”, 9, pp. 23-32.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">MASUTOMI K., BARASCUD N., KASHINO M., McDERMOTT J.H., CHAIT M. (2015),<i>Sound segregation via embedded repetition is robust to inattention</i>. “Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance”, 42, pp. 386-400</span></li><li><span class="fs11lh1-5">KANG M.S., HONG S., BLAKE R., WOODMAN G. (2011), <i>Visual working memory contaminates perception</i>. “Psychonomic Bulletin &amp; Review”, 18, pp. 860-869</span></li></ul><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 15:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le batterie al litio e i casi di incendio ed esplosione]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Investigazione_incendi_ed_esplosioni"><![CDATA[Investigazione incendi ed esplosioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_488708l0"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Incendio-batterie-litio-30-e-31-gen-2017.PNG"  width="343" height="213" /><span class="fs11lh1-5">Il 30 e 31 gennaio 2017 si è tenuta l’Annual Training Conference dell’UK-AFI (United Kingdom Association of Fire Investigators), delegata nel Regno Unito dell’International Association of Arson Investigators (USA), a Latimer Place (UK).<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel corso delle due giornate, tra vari interventi di diversa natura sul tema dell’investigazione dei casi di incendio, è spiccato l’intervento del Dr. Quinn Horn che ha trattato l’argomento delle batterie al litio e delle loro modalità di coinvolgimento in casi di esplosione ed incendio. Allo scopo di meglio approfondire quanto trattato, nel corso della conferenza è stata proposta una seduta sperimentale durante la quale si sono analizzate casistiche di incendio ed esplosione di tali accumulatori di energia. Il filmato qui proposto è una sintesi dell’attività pratica svolta, risultata di grande interesse tecnico-scientifico data l’attualità dell’argomento ed i risvolti che lo stesso potrà avere in futuro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 17:29:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?le-batterie-al-litio-e-i-casi-di-incendio-ed-esplosione</link>
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			<title><![CDATA[La menzogna: indizi verbali e non verbali nell’interrogatorio del sospettato]]></title>
			<author><![CDATA[Monica Chiovini]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Psicologia_forense"><![CDATA[Psicologia forense]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_54o6t123"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Menzogna.png"  width="343" height="149" /><span class="fs11lh1-5">“Nessun mortale può mantenere un segreto: se le labbra restano mute, parlano le dita” (Freud, 1967 cit. in Mastronardi, 2010). Già Freud, in questo aforisma, nell’ormai lontano millenovecento, riconosceva come la comunicazione interpersonale non si basa esclusivamente sulle parole dette; dietro ad esse, si cela un mondo nascosto di messaggi non verbali che, ad un’attenta osservazione, possiamo cogliere attraverso tutti i pori della nostra pelle. Prima di lui, Cesare Lombroso (1897, cit. in Mastronardi, 2010) aveva introdotto il concetto di <i>uomo delinquente</i>, ovvero l’individuo, sin dalla nascita, porta i segni fisionomici di una personalità menzognera ed ingannatrice. Concezione oggi non del tutto convalidata, ma comunque di riferimento, in campo criminologico, nello studio degli indizi corporei più sovente associati ad una dichiarazione falsa. La comunicazione, infatti, si sa, non risulta sempre onesta e veritiera, a volte si mente inconsapevolmente per un difetto nel ricordo degli eventi, altre si omette, altre ancora si dice una bugia intenzionalmente. La menzogna è una componente insita nei rapporti sociali, di qualunque tipo essi siano (familiari, affettivi, lavorativi, giudiziari,…), mascherata o evidente, si esprime attraverso segnali sia verbali sia non verbali.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">La capacità di identificare e scoprire la falsità nonché riconoscere le manifestazioni, soprattutto fisiologiche, dell’impostore risulta competenza pertinente e necessaria a chi ricopre ruoli professionali quali il poliziotto, l’investigatore, l’avvocato, lo psicologo e il criminologo: professionisti che spesso si trovano di fronte ad una clientela il cui intento è proprio quello di ingannare l’interlocutore. Doveroso, è però sottolineare la cautela nel compiere un’analisi di tal genere, sia nei vari contesti della vita quotidiana sia specificatamente nelle indagini forensi, per evitare così errori di valutazione (a volte, il soggetto che ci sta parlando e nel frattempo sbatte forte le ciglia, non ci vuole né sedurre né ingannare, ma semplicemente soffre di fastidio da lente a contatto).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La menzogna può essere definita, quindi, come frutto dell’influenza di più variabili: fattori situazionali (utilità, vantaggi, conflitto tra soggetti, prevedibilità), caratteristiche personali del mittente (valori etici, età, tratti psicopatici e antisociali di personalità) ed interpretazioni soggettive del ricevente (opinioni, pregiudizi, grado di sospettosità e capacità di svelamento). Per riconoscere le sue manifestazioni, risulta fondamentale osservare il comportamento non verbale del nostro interlocutore, in quanto rappresenta la componente della comunicazione più difficile da controllare, inoltre costituisce il 93% del messaggio trasmesso (percentuale di cui il 38% deriva dalla voce mentre il 55% dal linguaggio corporeo) a dispetto delle parole che rappresentano solo il restante 7% (Miconi, 2009).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In ambito forense, segnali di menzogna possono provenire da colui che è sospettato di aver commesso un reato e quindi sottoposto alle indagini investigative. In particolare, nel momento dell’interrogatorio del presunto reo, o anche durante il colloquio con la vittima (se superstite) e con i testimoni, gli inquirenti supportati eventualmente da uno psicologo specializzato in materie criminologiche, hanno il compito primario di capire se il soggetto in questione sta riportando una ricostruzione del fatto vera (attendibile e accurata) o falsa. L’impostore infatti, afferma il falso e nega il vero, perciò cerca di sopprimere le proprie emozioni (quali, ad esempio, la paura di venir scoperto, l’ansia, la rabbia, la vergogna) e tutte quelle espressioni esterne che possono tradire l’atto di mentire. Nonostante la sua volontà, tuttavia, risulta difficile per l’uomo avere un controllo completo della comunicazione: egli presta maggiore attenzione alle parole pronunciate, riducendo così l’influenza su voce, corpo e volto in quest’ordine. I periti chiamati a valutare la testimonianza, dunque, dovrebbero ascoltare il tono vocale dell’interrogato, meno controllabile; osservare i movimenti degli arti nonché delle mani, dei piedi e del busto, anch’essi affidabili canali di identificazione della menzogna; ed infine cogliere i cambiamenti facciali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Comunemente, si ritiene che il soggetto mendace appaia frenetico, impacciato, rosso in volto, in evidente stato di tensione e disagio, con la tendenza a balbettare nonché a distogliere lo sguardo dall’interrogante. In realtà, dalle numerose ricerche emerge come il bugiardo esperto si presenti più statico nelle movenze rispetto a colui che dice la verità: si dimostra, a questo proposito, efficace cogliere alcune sottili alterazioni nella posizione delle gambe, nella mimica e nella gestualità. Si tratta di <i>microespressioni </i>descritte da Ekman (2011) come valevoli indizi, di brevissima durata, che lasciano trasparire sul volto e nel corpo del sospettato il passaggio da un’emozione all’altra, istante nel quale risulta più difficile il controllo delle espressioni di paura. Utile supporto agli inquirenti per capire se il soggetto sta mentendo, la rilevazione delle microespressioni può avvenire mediante un’osservazione accurata da parte del perito (meglio se diverso dall’interrogante), oppure per mezzo di strumenti di audio-video registrazione che consentono un’analisi a posteriori di quanto emerso nell’interrogatorio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nello specifico, indici comportamentali di menzogna sono l’aumento dei sorrisi (si veda box) e dei gesti adattatori ovvero segnali, quali ad esempio toccarsi una parte del corpo con l’altra (più frequentemente, la bocca con la mano, le labbra con la lingua), grattarsi il naso, strofinarsi la fronte, sistemarsi il colletto della camicia, che lasciano trapelare la ricerca di sicurezza in un momento di disagio emotivo; la riduzione degli sguardi verso l’interlocutore; una maggiore sudorazione. Ad essi, si aggiungono poi, i cosiddetti <i>segnali vocali non verbali</i>: tono di voce innalzato, velocità dell’eloquio ridotta, silenzi, pause, esitazioni e ripetizioni. Dal punto di vista verbale, invece, indizi che insinuano il dubbio di una manipolazione da parte del soggetto indagato si riscontrano in un discorso contenente frasi brevi, poco coerenti, prive di riferimenti spazio-temporali e di descrizioni dettagliate; i contenuti ridotti appaiono, inoltre, accompagnati da un’eccessiva gentilezza nei confronti dell’esaminatore oltre che da un esagerato tentativo di voler collaborare con la polizia per risolvere il caso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A questo punto, è lecito domandarsi se un professionista operante nel campo forense possieda una spiccata capacità di scoprire le menzogne; in realtà, non è ancora stata dimostrata una correlazione significativa tra ruolo professionale del poliziotto o del criminologo e abilità di svelamento. L’esperienza, tuttavia, nonché lo studio degli aspetti più di frequente indice di inganno e l’osservazione allenata dei movimenti corporei, costituiscono ottime risorse di aiuto nel giudizio sulla veridicità di una testimonianza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per elaborare la sua perizia, inoltre, il perito può eventualmente ricorrere ad alcuni strumenti di indagine. Dalla storica “macchina della verità”, il<i> poligrafo</i> (in inglese <i>Lie Detector</i>), che misura le reazioni fisiologiche (sudorazione, battito cardiaco, pressione sanguigna, respirazione) dell’impostore ai quesiti posti dall’interrogante, ossia alterazioni somatiche innescate dall’emozione provata in quel momento, alle tecniche più recenti come i test psicologici, la <i>SVA </i>(<i>Statement Validity Analysis</i>) e la <i>CBCA</i> (<i>Criteria Based Content Analysis</i>), in cui procedura comune è indagare se il resoconto del soggetto contenga un certo numero di criteri, considerati di veridicità, coerenza ed accuratezza. Entrambe le ultime due prevedono, peraltro, la videoregistrazione dell’interrogatorio e sono impiegate efficacemente nei casi di presunto abuso sessuale minorile (Gulotta, 2008).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In conclusione, è bene ricordare che un gesto o una parola non sono sempre e necessariamente segnale di inganno, le conoscenze che possediamo in materia devono rigorosamente essere rapportare al contesto socio-culturale, ai fattori ambientali nonché alla personalità e allo stato psico-fisico del soggetto con il quale ci troviamo ad interagire. Un’aula di tribunale, la presenza dell’Autorità, sentirsi sotto esame, costituiscono già di per sé elementi ansiogeni che possono influenzare le reazioni emotive, quindi i gesti e le parole, del nostro utente. Nella giustizia italiana, i segnali verbali e non verbali di menzogna non rappresentano una prova effettiva, tuttavia la loro valutazione può fungere da stimolo nella conduzione di ulteriori indagini circa il soggetto verso il quale sussiste un sospetto. Allo stesso modo, l’art. 188 del nostro codice di procedura penale (cit. in De Cataldo Neuburger, Gulotta, 2008) non ammette l’applicazione, neppure con il consenso della persona interessata, di tecniche in grado di alterare la capacità di pensare e ricordare autonomamente; di conseguenza mezzi quali il poligrafo o l’ipnosi, benché ampiamente adoperati negli USA, nel campo forense nostrano non sono autorizzati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott.ssa Monica Chiovini</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Dec 2016 16:21:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?la-menzogna--indizi-verbali-e-non-verbali-nell-interrogatorio-del-sospettato</link>
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			<title><![CDATA[“Sulla scorta degli uomini coraggiosi”: nel Salento la macchina della scorta di Giovanni Falcone]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_1xy02puc"><div><big><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.org/images/QS15-Salento-2016-home_8521r298.png"  width="765" height="434" /><br></big></div><div><big><br></big></div><div><big class="fs11lh1-5">La Sezione Sicurezza del cittadino, politiche per le migrazioni ed antimafia sociale della Regione Puglia e l’Associazione “Nomeni, per Antonio Montinaro” danno vita alla iniziativa “Sulla scorta degli uomini coraggiosi”.</big></div><div><big class="fs11lh1-5">Quarto Savona 15 è il nome in codice della squadra cui era assegnata la tutela di Giovanni Falcone. Il salentino Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani persero la vita, assieme a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, il 23 maggio 1992 alle 17.58 nell’attentato messo in atto da Cosa Nostra a Capaci.</big></div><div><big class="fs11lh1-5">Matilde e Tina Montinaro, rispettivamente sorella e moglie di Antonio, hanno espresso il desiderio che la macchina su cui lavoravano Antonio, Rocco e Vito, potesse attraversare la regione in cui Antonio e Rocco sono nati e cresciuti.</big></div><div><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div><big class="fs11lh1-5">“La Puglia ricorda Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani - dichiara il presidente della Regione Puglia <b>Michele Emiliano</b> – facendo tesoro della lezione di Carmela, madre di Antonio, che voleva onorarne la memoria come agenti della scorta e come uomini, attraverso i loro nomi, le loro storie, i loro valori di servitori dello Stato che hanno dato tutto per difendere la democrazia. Per la prima volta arriverà in Puglia la Quarto Savona 15 che percorrerà la regione da nord a sud. &nbsp;Con essa viaggerà non solo la testimonianza di quanto accaduto, ma anche un messaggio di legalità e di lotta alle mafie che intendiamo rinnovare e rafforzare”.</big></div><div><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div><big class="fs11lh1-5">“La possibilità che le cittadine e i cittadini della Puglia avranno di vedere con i propri occhi cosa ha significato il sacrificio di Antonio, Rocco e Vito, e cosa può provocare la violenza terrorista della mafia, credo abbia un valore più forte di mille convegni - commenta Stefano Fumarulo, dirigente della Sezione antimafia sociale della Regione Puglia - In questa fase in cui troppo spesso si accusa l’antimafia sociale di fare retorica, la Puglia, insieme e grazie ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, ha organizzato un momento di riflessione molto concreto.”</big></div><div><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div><big class="fs11lh1-5">“Per me, per Tina e per i suoi figli Gaetano e Giovanni - spiega <b>Matilde Montinaro</b>, sorella di Antonio - portare la teca contenente l’auto dal nome in codice Quarto Savona 15 rappresenta un messaggio importante per chi vuole capire veramente ciò che è stato quel 23 maggio di ventiquattro anni fa. La Quarto Savona 15 era l’auto apripista della scorta del giudice Falcone e su quell’auto Antonio, Rocco e Vito condividevano non solo le paure di quel momento ma anche sogni e soprattutto speranze. Per tutta la Puglia, da nord a sud, il suo passaggio significherà un momento di memoria condivisa e rappresenterà soprattutto la speranza che quella Croma possa continuare a camminare attraverso ognuno di noi, perché quella strage del 23 maggio in realtà non l’ha mai fermata”.</big></div><div><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div><big class="fs11lh1-5">La Quarto Savona 15 toccherà le città di Foggia, Andria, Bari, Triggiano (città natale di Rocco Di Cillo), Mottola, Taranto, Cisternino, Brindisi e<b>Calimera</b> (città natale di Antonio Montinaro).</big></div><div><big class="fs11lh1-5"><br></big></div><div><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">PROGRAMMA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><big></big></span></div><div class="imTAJustify"><big class="fs11lh1-5">9 maggio: Foggia</big></div><div><big class="fs11lh1-5">13 maggio: Andria</big></div><div><big class="fs11lh1-5">14 e 15 maggio: Bari</big></div><div><big class="fs11lh1-5">16 e 17 maggio: Triggiano (BA)</big></div><div><big class="fs11lh1-5">18 maggio: Mottola (TA)</big></div><div><big class="fs11lh1-5">19 maggio: Taranto</big></div><div><big class="fs11lh1-5">20 maggio: Ceglie Messapica (BR)</big></div><div><big class="fs11lh1-5">21 maggio: Mesagne (BR)</big></div><div><b><big class="fs11lh1-5">Dal 22 al 29 maggio: Calimera (LE)</big></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 May 2016 16:23:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?-sulla-scorta-degli-uomini-coraggiosi---nel-salento-la-macchina-della-scorta-di-giovanni-falcone</link>
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			<title><![CDATA[In memoria di Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e Vito Schifani, gli Uomini della Quarto Savona Quindici]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_i8nlq0mt"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/3.jpg"  width="342" height="257" /><span class="fs11lh1-5">Sabato 9 aprile 2016, a Corsico (MI), si è tenuta la manifestazione intitolata “Una storia di Eroi” organizzata dalla Città di Corsico in collaborazione con l’Università Popolare UNISED e l’associazione “Quarto Savona Quindici”. L’evento si è svolto in due fasi: la prima presso l’Istituto scolastico Omnicomprensivo di Corsico; la seconda nel centro della Città.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alle 9,30 è iniziata la prima cerimonia di apertura nel cortile della scuola. Il sindaco di Corsico Filippo Errante, il questore di Milano dr. Antonio De Iesu e i comandanti provinciali dell'Arma dei Carabinieri colonnello Canio Giuseppe La Gala e della Guardia di Finanza generale Paolo Kalenda, oltre al colonnello Luca Franchini, comandante della Caserma Santa Barbara di Milano, hanno salutato le centinaia di studenti presenti. Sono seguiti gli interventi delle dirigenti scolastiche, Prof.ssa Amantea (IIS “Falcone-Righi”) e dott.ssa Bassi (Liceo “G.B. Vico”). Per finire, Tina Montinaro che ha raccontato di quel maledetto 23 maggio 1992. &nbsp;<b><i>«La memoria è importante, deve essere coscienza. Vorrei che tutti i giovani facciano da scorta alla nostra Italia. La Quarto Savona Quindici è l'auto che scortava Giovanni Falcone. Tutti noi siamo la Quarto Savona Quindici! Quella macchina continua a camminare perché dobbiamo dimostrare a quella gentaglia che la Quarto Savona Quindici non l'hanno fermata, perché continua a girare l'Italia e a macinare chilometri. Dovete fotografarla, essere curiosi, dovete farvi tante domande. Perché sono accadute determinate cose? Perché non viene fuori la verità? È questo che dovete pretendere: la verità!»</i></b>. Tina Montinaro, la “moglie” (non vuol essere chiamata “vedova”) di Antonio, ha parlato ai ragazzi come sempre: con il cuore. E con il cuore commosso e pieno di speranza i ragazzi le hanno manifestato tutto il loro affetto.</span></div><div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/1.jpg"  width="342" height="257" /><span class="fs11lh1-5">Alle 10,30, sulle note dell’Inno nazionale, è stata scoperta la teca contenente il relitto della “Quarto Savona Quindici”, nome in codice della Croma blindata marrone sulla quale viaggiavano Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, la quale fu investita in pieno dalla deflagrazione di 500 kg di tritolo e ritrovata dopo ore dall’attentato in un uliveto. Il 23 maggio 1992, a Isola delle Femmine (Pa), luogo esatto in cui si consumò la strage nota come “Strage di Capaci”, oltre agli Uomini della scorta, come tutti sanno persero la vita anche il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo la cerimonia di apertura, nell’auditorium dell’Istituto, gli studenti delle classi quarta e quinta hanno incontrato Tina Montinaro insieme ai nostri docenti Massimo Blanco e Deborah Capasso de Angelis. Tina Montinaro e i criminologi hanno interagito con i presenti in sala i quali si sono dimostrati attenti e curiosi di conoscere non solo i particolari dell’attentato ma anche cosa si è fatto all’epoca e cosa si fa oggi per combattere la mafia. Tina, Blanco e Capasso, all’unisono, hanno affermato che il punto da cui partire per riuscire a sconfiggere la mafia è la scuola. Una scuola dove ogni bambino e ragazzo possano conoscere, interrogarsi e riflettere sui gravi danni che causa la mafia ad un meraviglioso Paese come l’Italia.</span></div></div><div><div><img class="image-2 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/16.jpg"  width="343" height="206" /><span class="fs11lh1-5">Alle ore 17, nel centro della Città di Corsico, davanti a centinaia di persone, il Sindaco ha aperto la cerimonia pubblica. Tina Montinaro ha raccontato la storia degli Eroi della scorta e, in particolare, di suo marito Antonio e della sua famiglia nel giorno del vile attentato mafioso. «Quel giorno, 500 chili di tritolo sono entrati in casa mia… mio marito ed io eravamo consapevoli che ogni giorno poteva essere quello in cui sarebbe successa una cosa del genere…» ha detto Tina. Davanti ad una folla commossa e indignata nel contempo, sono seguiti gli interventi dei docenti di UNISED Deborah Capasso de Angelis, Giovanni Sabatino, Massimo Blanco e dell’assessore Giacomo Di Capua.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-3" src="https://www.scienzeforensi.org/images/12998699_10206302614466802_883635099810570121_n.jpg"  width="769" height="578" /></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il ringraziamento di UNISED e della Quarto Savona Quindici va alla Giunta comunale di Corsico, dal Sindaco Filippo Errante agli assessori Di Capua e Mannino, nonché allo staff dell’Ufficio Comunicazione per aver coordinato in modo impeccabile l’organizzazione della manifestazione, coinvolgendo anche le scuole che hanno ospitato la prima fase dell’evento.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 09 Apr 2016 16:17:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?in-memoria-di-antonio-montinaro,-rocco-dicillo,-e-vito-schifani,-gli-uomini-della-quarto-savona-quindici</link>
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			<title><![CDATA[Il Prof. Lusa primo Fellow italiano di giurisprudenza dell’American Academy of Forensic Sciences]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8da59tl9"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Vincenzo-Lusa-fellow-Las-Vegas.PNG"  width="343" height="224" /><span class="fs11lh1-5">Al 68° Congresso Mondiale dell’American Academy of Forensic Sciences, tenutosi a Las Vegas (Nevada) dal 22 al 27 febbraio scorsi, il dirigente ANCRIM Prof. Vincenzo Lusa, docente di diritto penale all’Università UNISED di Milano e all’Università San Bonaventura di Roma, è stato insignito del titolo di <i>Fellow</i>, la più alta onorificenza accademica e scientifica nel mondo anglosassone. L’American Academy of Forensic Sciences è la maggiore organizzazione internazionale per lo studio e la ricerca nelle scienze forensi e annovera migliaia di studiosi di tutto il mondo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il riconoscimento conferito al Prof. Lusa giunge a coronamento di una lunga carriera al servizio delle scienze antropologiche e forensi iniziata più di vent’anni fa. All’attivo del Prov. Vincenzo Lusa oltre sessanta pubblicazioni e otto monografie che hanno contribuito all’avanzamento delle scienze penalistiche e antropologico-criminali. Già lo scorso anno, il Professore ha stupito il mondo delle scienze forensi portando alla luce una variazione del sesso umano sino ad allora ignota. L’ultimo straordinario lavoro del Prof. Lusa è l’elaborazione di un protocollo di sicurezza per gli astronauti NASA basato sulle tecniche di studio neuroscientifico del comportamento deviante. Il protocollo in questione è stato discusso con successo, sempre nel corso del Convegno Mondiale, nell’ambito delle presentazioni orali della Sezione di Psichiatria e Scienze del Comportamento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 01 Mar 2016 17:16:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?il-prof--lusa-primo-fellow-italiano-di-giurisprudenza-dell-american-academy-of-forensic-sciences</link>
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			<title><![CDATA[Gli studenti dell'Istituto "Catullo" a lezione con il collega Roberto Possamai]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_z2t029p8"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/CATULLO-BELLUNO-29.01--2-.JPG"  width="343" height="226" /><span class="fs11lh1-5">Il 29 febbraio 2016, il collega Prof. Roberto Possamai, presso il Teatro "Giovanni XXIII", ha incontrato oltre 200 studenti dell'Istituto "Catullo" di Belluno. Nel corso dell'evento, gli studenti della scuola superiore hanno affrontato con l'esperto il tema "Criminologia e Criminalità" e appreso quali sono le competenze del criminologo negli ambiti psicosociale e giudiziario. </span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 17:14:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?gli-studenti-dell-istituto--catullo--a-lezione-con-il-collega-roberto-possamai</link>
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			<title><![CDATA[Gioco d’azzardo e cocaina: per il cervello hanno molto in comune. Uno sguardo neurosociologico al problema della dipendenza dal gioco d'azzardo]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neuroscienze_forensi"><![CDATA[Neuroscienze forensi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9i448nw5"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/gamb.jpg"  width="343" height="229" /><span class="fs11lh1-5">Il gioco d’azzardo patologico (GAP), spostato sulla quinta edizione del DSM tra le dipendenze come quella da sostanze stupefacenti, sinteticamente può essere definito come l’incapacità di rispondere adeguatamente all’impulso di ricorrere a giochi che comportano il rischio della scommessa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’immagine che in molti hanno del giocatore d’azzardo è quella di una persona che scommette per vincere e arricchirsi o di chi è già ricco e gioca giusto per passare il tempo, tanto ha abbastanza denaro per poterselo permettere.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma la ricerca neuroscientifica e gli studi di carattere psicosociale degli ultimi dieci anni ci offrono un quadro totalmente diverso sul GAP.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Vediamo cosa ci dicono autorevoli studi compiuti sul cervello.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Luke Clark, dell’Università di Cambridge, ha recentemente pubblicato uno studio riguardante il gioco d’azzardo prendendo in esame soggetti con lesioni alla corteccia prefrontale orbitale, all’amigdala e all’insula (Clark et al., 2014). Tali soggetti, unitamente ad un gruppo di controllo costituito da persone sane, sono stati sottoposti a dei test con la roulette e le slot machine. Nel corso dell’esperimento, quasi tutti i partecipanti erano sempre più motivati a giocare non solo in caso di vincita ma anche nel caso di vincita "sfiorata" (ad esempio quando si verifica l’uscita di un numero precedente o successivo a quello su cui si è puntato). In diversi hanno poi anche ammesso di affidarsi al numero "ritardatario" la cui uscita, secondo le credenze, diviene sempre più probabile ad ogni puntata. Al termine del gioco i partecipanti sono stati intervistati in relazione alle emozioni provate, facendo emergere quanto appena descritto. Gli unici soggetti che hanno dichiarato di non aver avuto una accresciuta motivazione a giocare erano quelli con danno all’insula. I risultati di questo esperimento hanno portato Clark e colleghi a confermare l’ipotesi di un coinvolgimento dell’insula nei circuiti di ricompensa attivati dal gioco d’azzardo. Infatti, prima del 2014 vi sono stati altri diversi studi che hanno indagato il ruolo dell’insula nelle dipendenze dal gioco. Sempre Clark, nel 2009, aveva riscontrato che l’insula può contribuire agli effetti gratificanti del gioco d’azzardo persino in assenza di una ricompensa (Clark et al., 2009), mentre nel 2010 è stato scoperto che la medesima struttura cerebrale si attiva anche nei giocatori occasionali (Miedl et al., 2010). Infine, nel 2012, una ricerca con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) ha evidenziato che, nei giocatori d’azzardo patologici, la "quasi-vincita" alle slot machine produce un’attivazione dell’insula pressoché identica a quella della vincita (Billieux, 2012). Oltre all’attivazione dell’insula e di altre strutture sottocorticali che innescano le spinte verso il gioco d’azzardo e generano piacere, nei giocatori patologici si è riscontrata altresì una bassa attività della corteccia prefrontale, cioè la regione che limita o inibisce gli impulsi e che pianifica il comportamento. Precisamente, è stato dimostrato con la fMRI che gli stimoli derivanti dal gioco e la grave perseverazione comportamentale correlano con una ipoattività della corteccia prefrontale anche in caso di perdita di denaro (de Ruiter, 2011). Ciò significa che il giocatore d’azzardo patologico perde la propria sensibilità di fronte alla ricompensa e alla punizione. Ma c’è di più. Uno studio effettuato nel 2011 con la PET (tomografia ad emissione di positroni) sugli effetti delle slot machine, ha evidenziato che il gioco d’azzardo attiva lo striato, una struttura sottocorticale legata alla ricompensa, e i relativi recettori della dopamina, cioè il neurotrasmettitore del "piacere". Gli effetti del gioco d’azzardo, a livello cerebrale, si sono rivelati i medesimi sia per i giochi ad alta ricompensa che per quelli a bassa ricompensa, sia nei giocatori patologici che nei soggetti sani (Joutsa et al., 2012). Questo significa due cose: la prima è che il giocatore d’azzardo prova piacere indipendentemente dal guadagno o dalla perdita; la seconda è che il gioco d’azzardo ha un potenziale di "uncinamento" molto simile a quello delle sostanze come la cocaina. Pertanto, le strutture cerebrali implicate nel gioco d’azzardo patologico (insula e striato), le sostanze rilasciate e maggiormente disponibili legate alle sensazioni di piacere (dopamina) e le forti pulsioni verso il gioco ci mostrano uno scenario molto simile alla dipendenza da sostanze stupefacenti, anche in relazione alle diminuite capacità della corteccia prefrontale (Lawrence, 2009), cioè la struttura del cervello che modula gli istinti e ci fa prendere decisioni vantaggiose.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I fattori di vulnerabilità biologica al gioco d’azzardo, così come quella da sostanze, sono ancora oggetto di studi e approfondimenti, ma la vulnerabilità derivante da fattori sociali è indubbia. Uno di questi fattori è sicuramente quello della solitudine, favorita non solo dalla crisi delle relazioni sociali ma anche dalla sempre minore offerta di "occasioni" in cui socializzare.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">I luoghi delle occasioni sociali, infatti, per molte persone che vivono sole o che hanno necessità di evadere dai loro problemi, sono diventati anche posti in cui regna l’insidia di una subdola dipendenza del tutto assimilabile a quella dalla cocaina. Una dipendenza che può portare alla compromissione psicofisica non solo del giocatore ma di intere famiglie, alimentando altresì il racket dello strozzinaggio visto che il "gambler" (giocatore d’azzardo) non poche volte è costretto a ricorrere a prestiti di denaro per continuare ad acquistare la sua "droga".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A tutti sarà capitato di entrare in un qualsiasi tabaccaio e notare i giocatori d’azzardo in fila per comprare una giocata del lotto o i vari "gratta e vinci", oppure davanti ad un monitor in attesa delle estrazioni. Ebbene sì, "giocatori d’azzardo", perché l’appellativo è proprio questo. Uomini e donne, di cui molti pensionati, tra i quali, con molto rammarico, si nota quello con la mazzetta di denaro contante in mano pronto a giocarsi la pensione o i risparmi. Per non parlare delle slot machine; se entri in un bar e non le vedi ti meravigli della loro assenza. Forse non tutti sanno che la vincita alle slot machine e ai videopoker non è dovuta al "caso". Infatti, slot machine e videopoker sono programmati per far vincere dopo un certo numero di tentativi. Così si spiega la ragione per la quale, talvolta, nascono liti furibonde tra giocatori che vogliono giocare alla stessa macchinetta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">E’ chiaro che la maggior parte delle persone che giocano d’azzardo non svilupperanno mai una vera patologia, ma è anche vero che l’offerta di gioco (di cui buona parte "prodotta" direttamente dallo Stato) è assai diffusa e raggiunge il giocatore in qualsiasi luogo (gioco online). Con i dati che ci hanno fornito tutti gli studi compiuti fino ad ora sulle relazioni cervello-gioco d’azzardo, risulta superfluo affermare che la questione sia ampiamente sottovalutata. Nello specifico, ben poco si sta facendo per informare (ed educare) la cittadinanza e le politiche sociali e sanitarie, nei fatti, sono come al solito concentrate sulla cura di una malattia in senso stretto piuttosto che sul fronte della prevenzione. E’ da rilevare, in tale contesto, che molti medici di base non hanno idonee conoscenze sul fenomeno del GAP e, tantomeno, dei chiari punti di riferimento nelle aziende sanitarie territoriali. &nbsp;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come ho già argomentato, gli effetti del gioco d’azzardo sono i medesimi sia in soggetti sani che in giocatori patologici (Joutsa et al., 2012). Ciò significa che il gioco d’azzardo è potenzialmente rischioso per chiunque, soprattutto se abbinato a stati emotivi di sofferenza come la perdita del lavoro, un abbandono, un lutto o una qualsiasi situazione che genera ansia e preoccupazione. Oltretutto, il gioco d’azzardo, con la complicità e la partecipazione diretta dello Stato nella sua vendita, è una pratica assolutamente conforme alle norme sociali; quindi, il giocatore d’azzardo patologico e i giocatori che si avviano a dipendenza certa, possono "drogarsi" senza temere reazioni sociali di particolare effetto.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2009, l’equipe di John T. Cacioppo, attraverso studi effettuati con la risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha dimostrato che lo striato, la struttura del cervello che abbiamo visto essere implicata nei circuiti di ricompensa e piacere relativi al gioco d’azzardo, risulta molto più attivo nelle persone che hanno relazioni sociali appaganti e meno attivo nelle persone solitarie (Cacioppo et al., 2009). Lo striato è coinvolto, quindi, sia nel gioco d’azzardo patologico sia nelle relazioni sociali, potendosi dedurre, da tale circostanza, che il giocatore d’azzardo compensa gli squilibri cerebrali derivanti da una vita sociale negativa con gli effetti del gioco. Altro dato, questo, che deve far riflettere sulla gestione del problema "GAP" e che si somma pesantemente agli altri problemi di natura sociale che meriterebbero una "cura sociale" piuttosto che una cura medica la quale resta, per ora, il metodo maggiormente sponsorizzato dalle Istituzioni per affrontare disagi "sociali".<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott. Massimo Blanco</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><b>Bibliografia</b></b><br></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Billieux J., Lagrangec G., Van der Lindenb M., Lançond C., Adidac M., Jeanningrosc R. (2012)<i>Investigation of impulsivity in a sample of treatment-seeking pathological gamblers: A multidimensional perspective</i>, in Psychiatry Research, Volume 198, Ed. 2, 30 July 2012, pp. 291–296</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cacioppo J.T., Norris C.J., Decety J., Monteleone G., Nusbaum H. (2009), <i>In the Eye of the Beholder: Individual Differences in Perceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli, in Journal of Cognitive Neuroscience</i>, January 2009, Vol. 21, No. 1, pp. 83-92</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Clark L., Lawrence A.J., Astley-Jones F., Gray N. (2009),<i> Gambling near-misses enhance motivation to gamble and recruit win-related brain circuitry, </i>Neuron 2009<i> </i>Feb 12;61(3):481-90</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Clark L., Studera B., Brussc J., Tranelc D., Bechara, A. (2014), <i>Damage to insula abolishes cognitive distortions during simulated gambling</i>, PNAS April 22, 2014 vol. 111 no. 16 6098-6103</span></li><li><span class="fs11lh1-5">de Ruiter M.B., Oosterlaanb J., Veltmana D.J., van den Brinka W., Goudriaana A.E. (2011),<i>Similar hyporesponsiveness of the dorsomedial prefrontal cortex in problem gamblers and heavy smokers during an inhibitory control task</i>, in Drug and Alcohol Dependence Volume 121, Ed. 1–2, 1 February 2012, pp. 81–89</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Joutsa J., Johansson J., Niemelä S., Ollikainen A., Hirvonen M.M., Piepponen P., Arponen E., Alho H., Voon V., Rinne J.O., Hietala J., Kaasinen V. (2012), <i>Mesolimbic dopamine release is linked to symptom severity in pathological gambling</i>, in NeuroImage, Volume 60, Edizione 4, Maggio 2012, pp. 1992–1999</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lawrence A.J., Luty J., Bogdan N.A., Sahakian B.J. , Clark L. (2009), <i>Impulsivity and response inhibition in alcohol dependence and problem gambling</i>, in Psychopharmacology, November 2009, Volume 207, Edizione 1, pp. 163-172</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Miedl S.F., Fehr T., Meyer G., Herrmann M. (2010), <i>Neurobiological correlates of problem gambling in a quasi-realistic blackjack scenario as revealed by fMRI</i>, Psychiatry Research, Mar 30;181(3):165-73.</span></li></ul><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Feb 2016 16:15:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?gioco-d-azzardo-e-cocaina--per-il-cervello-hanno-molto-in-comune--uno-sguardo-neurosociologico-al-problema-della-dipendenza-dal-gioco-d-azzardo</link>
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			<title><![CDATA[Convegno dell’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti del 28 ottobre 2015: i Professionisti ANCRIM in prima linea per i veri problemi del Paese. ]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6k2wniq0"><div><img class="image-5 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/1-Associazione-Nazionale-Criminologi.jpg"  width="343" height="257" /><span class="fs11lh1-5">Nella suggestiva cornice della Sala Convegni della Caserma della Polizia di Stato "Lungaro", con un pubblico formato da appartenenti alle Forze dell’Ordine, avvocati, giornalisti e professionisti del settore, si è tenuta la presentazione siciliana dell’’ANCRIM - Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti, in collaborazione con le associazioni "Quarto Savona Quindici" e "Libera".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un appuntamento all’insegna della legalità e della cultura civica, che ha visto succedersi negli interventi la Prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, in qualità di Presidente Nazionale, Tina Montinaro, Presidente dell’associazione "Quarto Savona Quindici", l’Avv. Stefano Giordano, Vice Presidente Nazionale, il Dott. Giuseppe Bellassai, Questore Vicario di Palermo, Don Luigi Ciotti, Presidente dell’associazione "Libera", la Dott.ssa Federica Luzzo, Consigliere Comunale di Palermo, il Dott. Carmelo Dublo, docente di grafologia forense all’Università Internazionale di Scienze della Sicurezza e della Difesa Sociale UNISED, e il Prof. Massimo Blanco, Segretario Generale Nazionale e Rettore di UNISED.<br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo una breve presentazione da parte del Segretario Generale Massimo Blanco, prende la parola il Presidente Nazionale, Deborah Capasso de Angelis, presentando l’Associazione e le finalità della stessa, ponendo l’accento sulla necessità di distinguere chiaramente tra le due professionalità oggetto d’esame: il criminologo e il criminalista. Figure che meritano dignità professionale e distinzione sociale, anche grazie alla particolare struttura giuridica che caratterizza l’ANCRIM: difatti, l’ente è costituito ai sensi della legge n. 4/2013 che riconosce le figure professionali non organizzate in ordini o collegi. Il Presidente prende così le distanze da tutti quei soggetti che si occupano di divulgare sui media contenuti in materia di criminologia e criminalistica, limitandosi spesso a spettacolarizzare l’evento drammatico o a trattare esclusivamente questioni di "criminal profiling"; quest’ultimo sicuramente interessante ma che, con la realtà criminale italiana, prevalentemente legata alle organizzazioni criminali mafiose che investono sovente la sfera economica e politica, ha poco a che vedere. Sottolinea l’aspetto evolutivo del crimine, ponendo l’attenzione sulla necessità di formare professionisti competenti e aggiornati, senza tuttavia scadere nel qualunquismo e nella "tuttologia".</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5">La parola passa così a Tina Montinaro, vedova del capo della scorta di Giovanni Falcone e presidente dell’associazione "Quarto Savona Quindici" (nome in codice dell’unità che proteggeva il Giudice) la quale, con estrema chiarezza ed incisività, ribadisce la necessità di una sempre maggiore collaborazione tra i professionisti del settore, criminologi e criminalisti, le Forze dell’Ordine e la Magistratura, ricordando come la lotta alla mafia sia una delle priorità nel nostro Paese, per non ripetere gli errori del passato e non cadere in trappole culturali come la corruzione e l’assenza di cultura della legalità. Senza girarci troppo intorno, Tina Montinaro rafforza il legame umano e professionale con l’ANCRIM, offrendo pubblicamente la sua "spalla" e la sua mano protesa verso il futuro, affinché si possa tutti insieme andare avanti nell’obiettivo comune di vincere la dura battaglia che ha visto cadere uomini di giustizia e delle forze di polizia di grande spessore umano e culturale, tra cui il marito, 23 anni fa, componente della scorta del Giudice Giovanni Falcone, perito nella strage di Capaci.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">E sempre di cultura della legalità parla il Vice Presidente Nazionale ANCRIM Avv. Stefano Giordano, auspicando una maggiore presa di coscienza e di posizione da parte delle Autorità, spingendo la leva della giustizia non solo verso quel garantismo giuridico realizzato e immaginato per proteggere l’indagato e l’imputato, ma anche verso la ricerca della verità, in particolare nel pieno rispetto della vittima, come riporta l’art. 5 CEDU in tema di diritti di libertà e di sicurezza. «La vittima prima di tutto e su tutto».<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si apre così lo spiraglio per l’intervento pubblico del Questore Vicario Dott. Giuseppe Bellassai, intervenuto su delega del Questore di Palermo Dott. Guido Nicolò Longo chiamato improvvisamente a Roma per questioni di estrema urgenza. Con grande chiarezza, il Dott. Bellassai conferma quanto espresso da tutti gli altri relatori, ricordando come le forze di polizia siano ogni giorno in strada per la difesa del cittadino e per lottare contro la criminalità organizzata. Il Dott. Bellassai fonda inoltre il suo intervento sulla cultura della legalità e sul bisogno di una sempre maggiore e costante preparazione, anche in relazione ai rapporti professionali con i tecnici del settore, quindi i criminologi e i criminalisti, non di meno auspicando la continuazione dei rapporti con associazioni legate alla lotta contro le mafie, come "Libera" e "Quarto Savona Quindici", e con enti che garantiscono la costante formazione in tema di legalità e sicurezza come l’Università Popolare UNISED.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 17:07:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?convegno-dell-associazione-nazionale-criminologi-e-criminalisti-del-28-ottobre-2015--i-professionisti-ancrim-in-prima-linea-per-i-veri-problemi-del-paese--</link>
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			<title><![CDATA[I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente. La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa.]]></title>
			<author><![CDATA[Massimo Blanco]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Neurosociologia"><![CDATA[Neurosociologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_854s2h86"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/father-and-son-talk.jpg"  width="343" height="205" /><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">I neuroni specchio, scoperti per la prima volta nel 1992 dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori all’Università di Parma, sono delle cellule nervose che si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato e si attivano allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. La definitiva prova della presenza e delle incredibili proprietà dei neuroni specchio nell’uomo, è stata fornita da una ricerca pubblicata nel 2010 dal Prof. Marco Iacoboni della University of California di Los Angeles, il quale, insieme alla sua equipe, è riuscito a studiare queste cellule per mezzo di elettrodi inseriti nel cervello di pazienti volontari già in cura per epilessia grave (Iacoboni et al., 2010).</span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria (Buccino et al., 2004b). Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti (Meltzoff e Moore, 1977). Infine, la maggior parte degli etologi sono fermamente convinti che l’imitazione sia una caratteristica spiccatamente umana e, grazie agli studi effettuati sui neuroni specchio, oggi sappiamo che essa è resa possibile da queste particolari cellule nervose (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni (Gallese et al., 2004). Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni<i>risuonano</i> in me, perché mi rispecchio in essa. In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia: sperimentiamo dentro di noi le emozioni che prova un nostro simile (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). Inoltre, l’empatia promuove l’apprendimento per imitazione grazie a meccanismi automatici di <i>simulazione incarnata</i>, come ha ulteriormente confermato uno studio pubblicato nel 2011 dai ricercatori della Scuola Internazionale Superiori di Studi Avanzati di Trieste (Crescentini et al., 2011). Infine, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sento aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla mia dove non vedo l’autore di quell’atto motorio, i miei neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessi compiendo io stesso (Rizzolatti et al., 2003). Con i medesimi meccanismi, in me viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vedo ma che sento ridere, piangere o urlare dal dolore.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In un contesto di educazione genitoriale, grazie alle conoscenze che abbiamo sul sistema mirror, si possono fare diverse considerazioni in relazione alla comunicazione genitore-figlio che spesso è alla base di numerose problematiche educative, soprattutto con i ragazzi adolescenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Da pochi anni, grazie alle strumentazioni di <i>neuroimaging</i>, sappiamo che a 15 anni il cervello di un essere umano risulta ancora nella sua piena fase di maturazione e uno studio pubblicato nel 1999 indica nei 30 anni di età il termine medio di maturazione della corteccia prefrontale (Sowell et al., 1999). Nella fase dell’adolescenza i circuiti neurali delle emozioni e degli istinti (sistema limbico) sono già al massimo del loro sviluppo e delle loro potenzialità, pertanto, un quindicenne, per quando possa dimostrarsi maturo, è potenzialmente una bomba pronta per esplodere. Infatti, il ragazzo attraversa una fase in cui le aree cerebrali che modulano il comportamento sociale e la capacità di giudizio (la corteccia prefrontale) risultano ancora assai inadeguate rispetto a situazioni che impongono certe responsabilità o scelte. Ciò non significa che un quindicenne debba essere considerato ancora un bambino ma indica chiaramente che esso attraversa una delicata fase in cui ha bisogno e, soprattutto,<i>diritto</i> di avere a disposizione modelli comportamentali sociali adeguati. Purtroppo, oggi, i genitori non sempre riescono ad assolvere pienamente le loro funzioni educative in quanto essi stessi vittime di <i>stressor sociali</i>sempre più incalzanti. L’adolescente cresce e reclama la sua autonomia mentre il genitore viene chiamato a decidere se lasciar fare al ragazzo le sue esperienze oppure se tenerlo legato a sé rischiando di essere percepito (o diventare realmente) troppo autoritario. Di norma un genitore saggio cerca la giusta via di mezzo, ma non sempre la buona volontà risulta premiante, in quanto, come vedremo in seguito, il "mestiere" del genitore richiede la conoscenza di alcuni meccanismi cerebrali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Nell’adolescenza, l’intima relazione sociale vissuta tra genitore e figlio fino alle ultime fasi dell’infanzia perde inesorabilmente significato: il "mondo" dell’adolescente si separa da quello del genitore e la comunicazione risulta difficoltosa o impossibile per via della distanza creatasi tra il mondo del genitore (e della famiglia) e il mondo del figlio. Quindi, mancando la comunicazione, viene anche a mancare la possibilità per il genitore di educare i figli e accompagnare le loro esperienze fino alla maturazione delle strutture cerebrali implicate nel comportamento sociale. Infatti, il cervello risponde al principio di plasticità esperienza-dipendente (Cozzolino, 2008) e ciò significa che le strutture neuronali si modellano in base a quel che viene appreso e a come viene interiorizzato. Il cervello è estremamente plastico per tutta la durata della vita, quindi ognuno di noi può sempre modificare comportamenti, attitudini ecc., ma la maturazione si ha nell’infanzia e nell’adolescenza. Nell’infanzia si sviluppano e si modellano i circuiti emozionali e sociali tipici del bambino, nell’adolescenza si formano e si modellano quelle strutture cerebrali sociali indispensabili per rendere una persona pienamente autonoma. In pratica, chi è chiamato ad educare è un vero e proprio "allenatore" di cervelli, ma se questo allenatore non riesce a comunicare con il proprio atleta, sarà poco probabile vincere qualsiasi gara.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’educazione si realizza solo se vi è una adeguata <i>interazione comunicativa</i> tra<i>caretaker</i> ed educandi. L’interazione comunicativa non è un processo a senso unico, dove, ad esempio, il genitore parla e il figlio ascolta, ma uno scambio comunicativo in cui si realizza una condivisione dei significati. Senza interazione non c’è comunicazione e senza comunicazione non c’è interazione. Di conseguenza, senza un’interazione comunicativa, qualsiasi tentativo di educare risulta quantomeno difficoltoso se non proprio inutile.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">George Hebert Mead (1863 - 1931), filosofo, sociologo e psicologo statunitense considerato tra i padri fondatori della psicologia sociale, affermava che per avere un’efficace interazione comunicativa è necessario "mettersi nei panni dell’altro", cioè assumere il punto di vista di quest’ultimo. Solo superando il proprio egocentrismo cognitivo risulta davvero possibile l’interazione comunicativa (Mead, 1934); quindi, un genitore che implementa un’interazione comunicativa efficace, favorisce nel ragazzo la creazione di un dialogo interiore affine al proprio e questo facilita l’interiorizzazione delle regole sociali. Mead non sapeva ancora dell’esistenza dei neuroni specchio, ma già la sua teoria sull’interazione comunicativa anticipava da un punto di vista psicologico sociale ciò che oggi sappiamo sotto il profilo neurofisiologico.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La nostra cultura occidentale insegna che, per conoscere i pensieri, le idee e gli stati d’animo altrui, condividendo ciò che gli altri sentono, è necessario stabilire un dialogo con essi. Infatti, molti genitori di figli adolescenti ricorrono a questa strategia e dedicano anche molto tempo a parlare con i loro ragazzi, cercando di capire e farsi capire. Il problema è che ogni forma di comunicazione richiede una connessione tra gli attori dell’interazione comunicativa e se non c’è connessione non può realizzarsi una comunicazione. Così, molti genitori si ritrovano in vere e proprie crisi con i loro figli adolescenti perché non sanno più cosa fare, lamentandosi di averle tentate tutte per entrare in contatto con il mondo dei loro ragazzi ma senza risultati apprezzabili. Come vedremo ora, il dialogo verbale non è un metodo efficace per comunicare con un figlio e, tanto meno, per riuscire a connettersi nuovamente con un adolescente il cui legame intimo ha perso la sua identità originaria. Anzi, nella maggior parte dei casi il dialogo improntato sulla comunicazione verbale risulta inutile o controproducente, rendendo il ragazzo ancor più refrattario a ristabilire una connessione con il genitore e a condividerne i codici comportamentali sociali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Gli esperti di comunicazione affermano che, in un’interazione tra due soggetti, la comunicazione verbale incide per un misero 7% e il 55% appartiene alle espressioni facciali e ai movimenti del corpo (comunicazione non verbale). Il restante 38% all’aspetto vocale che riguarda il volume, il ritmo e il tono della voce (Mehrabian, 1971). In sostanza, ciò che hanno scoperto i neuroscienziati negli ultimi vent’anni sui neuroni specchio, si sposa perfettamente con gli studi condotti dallo psicologo statunitense Albert Mehrabian e li conferma da un punto di vista neurofisiologico. Infatti, i neuroni specchio rispondono ai movimenti e ai suoni che, per l’interlocutore, diventano molto più significanti delle parole alle quali siamo abituati dalla nostra cultura a dare la precedenza nella comunicazione. Pertanto, il primo passo per capire come comunicare con i figli è comprendere come agisce il sistema dei neuroni specchio. Il "mestiere del genitore è il più difficile del mondo" recita un detto e, sfortunatamente, non esiste metodo educativo genitoriale che sia davvero efficace sempre e comunque. Nonostante ciò, io credo che sapere come funzionano i neuroni specchio e la comunicazione interpersonale dovrebbe essere patrimonio culturale di qualsiasi donna o uomo che vuole avere dei figli, farli crescere sereni, sicuri, con una adeguata autostima e appropriate competenze sociali. Ai genitori, in tale contesto, aggiungerei tutti gli attori sociali coinvolti nell’educazione e nella formazione di un ragazzo, come gli insegnanti, gli educatori, gli assistenti sociali, gli operatori dei riformatori, gli istruttori sportivi, gli animatori degli oratori ecc.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Come già argomentato, i neuroni specchio sono delle speciali cellule nervose presenti nel nostro cervello che ci permettono di apprendere per imitazione, e questo apprendimento avviene in modo molto più efficace in un contesto empatico. L’empatia si realizza tramite meccanismi di <i>simulazione incarnata </i>consentiti dal sistema mirror<i> </i>il quale permette alle persone di condividere l’uno il "mondo" dell’altro. In questo modo, un genitore può ristabilire con il proprio figlio adolescente un’intima connessione che permetterà di procedere con la comunicazione. In ciò che si è appena detto, ritroviamo quanto già affermava Mead quasi sessant’anni prima della scoperta di Rizzolatti e colleghi: per realizzare l’interazione comunicativa, è necessario mettersi nei panni dell’altro. Pertanto, nella relazione con un’adolescente, mettersi nei suoi panni, cioè <i>empatizzare </i>con esso, risulta indispensabile. Empatizzare significa comprendere l’altro, entrare nel suo mondo, condividerne le emozioni e gli stati d’animo. Il termine "emozione" deriva dal francese émouvoir, cioè "mettere in moto" e qui, il parallelo con i neuroni specchio, che sono neuroni motori, è presto fatto. L’emozione, quindi, da un punto di vista neurofisiologico riguarda l’attivazione di un movimento: osservo il tuo volto e si "mette in moto" (émouvoir) un meccanismo che fa risuonare in me ciò stai provando.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dall’analisi fin qui fatta, si può agevolmente giungere a delle conclusioni che lasciano spazio a poche alternative possibili. Il dialogo efficace tra un genitore e un figlio adolescente non si realizza con la comunicazione verbale ma con quella resa possibile dai neuroni specchio. Il tempo passato con i ragazzi adolescenti al fine di comprendere il loro mondo, non può essere affidato al dialogo verbale. Le parole, per quanto possa suonare strano, hanno poco significato e poco ci permettono di condividere. E questo è un concetto che vale non solo per l’interazione con i bambini e gli adolescenti ma per l’interazione con tutti gli esseri umani. "Quando non mi comportavo bene, bastava uno sguardo di mio padre!". Questa è una delle classiche frasi che molte persone adulte, oggi, proferiscono con un pizzico di nostalgia per una metodologia educativa che, a mio parere, attualmente viene da molti ingiustamente definita antiquata. In realtà, un tempo, molti genitori, soprattutto i padri, verbalizzavano poco ma comunicavano molto con i propri figli e lo facevano in contesti che, a prima vista, possono sembrare carenti di comunicazione. Ad esempio, molti padri si facevano aiutare dai maschi in piccoli lavori di manutenzione, mentre le mamme chiedevano alle figlie di dare una mano in cucina. In tali situazioni, dietro l’apparenza di una semplice collaborazione familiare, in realtà i cervelli di genitori e figli si connettevano ed entravano in sincronia per mezzo dei neuroni specchio proprio grazie agli atti motori derivanti dalle attività domestiche condivise. Oggi, diversi genitori utilizzano ancora gli stessi sistemi ma, ad un certo punto, quando il ragazzo o la ragazza divengono adolescenti, i momenti di condivisione tendono ad affievolirsi. Come già rappresentato, da una parte l’adolescente reclama autonomia e indipendenza e, dall’altra, il genitore cerca di adottare sistemi meno restrittivi di quelli che ha vissuto alla stessa età oppure tende a far valere la sua figura in modo autoritario. Così, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza segna anche il passo della disconnessione tra genitore e figli che, talvolta, viene vissuta dai primi in modo tragico. &nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Cercare di mettersi in comunicazione con un adolescente senza essere passati da una connessione improntata sui neuroni specchio, è come cercare di telefonare senza avere inserito la spina nella presa telefonica. Se si desidera comunicare con un adolescente non è affatto necessario ricorrere a fini strategie cognitive ma, semplicemente, iniziare a considerare il ragazzo il protagonista dell’interazione comunicativa, osservarlo, far parlare il volto, i gesti, i comportamenti e le emozioni, lasciando fare ai neuroni specchio il loro lavoro. Questo è il quadro di un rapporto sereno e costruttivo al quale la comunicazione verbale fa solo da cornice.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dott. Massimo Blanco</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></b></div><div class="imTAJustify"><ul><li class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><span class="">Buccino G., Vogt S., Ritzl A., Fink G.R., Zilles K., Freund H.-J. And Rizzolatti G. (2004b</span><i class="">), Neural circuits underlying imitation learning of hand actions: an event-related fMRI study</i><span class="">, Neuron, 42: 323- 334</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Cozzolino L. (2008),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane</i><span class="imTALeft">, Raffaello Cortina Editore, pp. 83-87</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Crescentini C., Mengotti, P., Grecucci A. e Rumiati R.I. (2011),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">The effect of observed biological and non biological movements on action imitation: An fMRI study</i><span class="imTALeft">, in Brain Research, v.1420, 2011 Oct 28, p.80(13)</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Gallese, V., Keysers, C. e Rizzolatti, G. (2004)</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">A unifying view of the basis of social cognition.</i><span class="imTALeft"> </span><span class="imTALeft">Trends in Cognitive Sciences, 8: 396-403.</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Iacoboni M., Mukamel R., Kaplan J, Ekstrom A.D., Fried I.,</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">Single-Neuron Responses in Humans during Execution and Observation of Actions</i><span class="imTALeft">, in Current Biology, p750–756, 27 April 2010, Elsevier Ltd</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Rizzolatti G., Kohler L., Keyers C., Umiltà M.A., Fogassi L. e Gallese V. (2003),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">Hearing sounds, understanding acrions: Action rappresentation in mirror neurons</i><span class="imTALeft">, in Science, n. 297, pp. 846-48; Keyers C., Umiltà M.A., Nanetti L., Fogassi L. e Gallese V. (2003),</span><i class="imTALeft">Audiovisional mirror neurons and action recognition</i><span class="imTALeft">, in Experimental Brain Research, n. 153, pp. 628-36</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Mead G.H. (1934),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">Mind, Self and Society</i><span class="imTALeft">, Chicago University Press</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Mehrabian A. (1971),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">Silent Messages</i><span class="imTALeft"> </span><span class="imTALeft">(1st ed.), Belmont, CA Wadsworth</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Meltzoff A.N. e Moore M.K. (1977</span><i class="imTALeft">), Imitation of facial and manual gestures by human neonates</i><span class="imTALeft">, in Science, n. 198, pp. 74-78</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Rizzolatti G. e Sinigaglia C. (2006),</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">So quel che fai. Il Cervello che agisce e i neuroni specchio</i><span class="imTALeft">, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 95, 121 e 179</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Sowell E.R., Thompson P.M., Holmes C.J., et al.</span><span class="imTALeft"> </span><i class="imTALeft">In vivo evidence for post-adolescent brain maturation in frontal and striatal regions</i><span class="imTALeft">, in Nature Neuroscience, 1999;2:859–61</span></span></li></ul><div class="imTALeft"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 14:58:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?i-neuroni-specchio-e-la-comunicazione-genitore-adolescente--la-prospettiva-neurosociologica-dell-interazione-comunicativa-</link>
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			<title><![CDATA[Tribunale di Torre Annunziata: nasce lo sportello antiviolenza e antistalking]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7axb6045"><div><span class="fs11lh1-5">Maggiori tutele per donne e bambini, che potranno ora usufruire di un apposito sportello presso il Tribunale di Torre Annunziata, creato ad hoc per sostenere alcune fattispecie di reato che difficilmente vengono incanalate tra le pieghe della giustizia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si tratta dello sportello dell’antiviolenza e dell’antistalking, in soccorso di due piaghe che attanagliano la quotidianità di molti focolari domestici, visto che anche nel terzo millennio, come indebitamente pronosticato, non è calato il numero di indebite violenze perpetrate nei confronti di donne e bambini, soggetti ritenuti ancora deboli sotto il profilo psicosociologico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A illustrare il progetto è stato il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torre Annunziata Gennaro Torrese, che coadiuvato da due criminologhe di spessore come la dott.ssa Antonella Esposito e la dott.ssa Deborah Capasso de Angelis, e dall’Assessore di Gragnano Francescopaolo De Rosa, ha descritto la pugnace realtà della violenza domestica che ancora oggi inonda interi rotocalchi, e soprattutto delle relative strategie per arginare questi due fenomeni, come ad esempio convenzioni con imprese o parrocchie in vista della prevenzione e del recupero.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Particolari degni di nota, sono gli interventi delle due criminologhe succitate, che hanno ben marcato la vitale importanza dei social network, etichettandoli come vere e proprio “scene del crimine”, quasi a voler evidenziare problemi di enorme portata che troppo spesso vengono presi con estrema leggerezza.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 15:39:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?tribunale-di-torre-annunziata--nasce-lo-sportello-antiviolenza-e-antistalking</link>
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			<title><![CDATA[Dall’immigrazione emarginata al delitto]]></title>
			<author><![CDATA[Sabrina Apa]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Criminologia"><![CDATA[Criminologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7bxm278g"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/Dall-immigrazione-emarginata-al-delitto.jpg"  width="342" height="214" /></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo i dati Istat aggiornati al 30 settembre 2014, i detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane sarebbero 17.522, una cifra impressionante che porta a riflettere su come la legislazione italiana gestisca il fenomeno dell’immigrazione e sulle conseguenze che ne derivano nell’ambito del rapporto tra devianza e immigrazione. Invero, nella disamina di questa tematica, sebbene sia opportuno considerare sia l’eventualità che per alcuni migranti il percorso migratorio sia finalizzato all’esercizio di attività illegali, va rilevato come per moltissimi l’arrivo in Italia rappresenti la chimera di un futuro migliore. Di guisa che, nel momento in cui la più rosea aspettativa del migrante, si infrange clamorosamente sul dissesto del nostro Welfare State, incapace finanche di garantire un lavoro agli stessi cittadini, e viene altresì negata la richiesta di protezione internazionale alla quale in molti aspirano poiché provenienti da situazioni di violazione dei più basilari diritti umani, sia apra quel variegato scenario di possibili ricadute dell’evento migratorio. Invero, il migrante si trova esposto al rischio di coinvolgimento nella devianza, come autore o come vittima di reati, spesso in conseguenza ad un processo di esclusione, capace di contribuire alla costruzione di nuove figure di devianti, perché diversi, per usi e costumi, ma soprattutto per condizioni economiche e possibilità di raggiungere quel pieno sviluppo della persona proclamato dall’art. 3 della nostra Costituzione radicato nel principio di eguaglianza che trova il suo substrato nel valore primordiale e internazionale della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali.<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come sottolinea Vittorio Cotesta, "Quando parliamo di immigrati, noi parliamo di noi stessi in relazione agli immigrati", ne consegue che in quest’ambito, la categoria del crimine, già frutto di per sé della costruzione sociale, patisce le conseguenze della percezione sociale dell’altro, dell’estraneo, del diverso, innescando un meccanismo di selettività negativa nell’interazione sociale. Di guisa che, il processo di costruzione sociale della devianza, avendo il suo fondamento nella stigmatizzazione sociale, si configura allo stesso tempo come causa ed effetto della sua emarginazione. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come ben evidenziato nella teoria criminologica della privazione relativa, la propensione alla delinquenza rappresenterebbe la risultante della percezione da parte di un gruppo etnico, in questo caso dell’immigrato tout court, della sua condizione di inferiorità rispetto al contesto sociale che assume come valore dominante l’uguaglianza delle opportunità. Ne consegue che, il fallimento dell’integrazione economico-sociale comporta per lo straniero uno stato di frustrazione tale, perché ritenuto senza via d’uscita, da poter generare l’escalation della violenza criminale. Da notare come la stessa Fondazione ISMU – Iniziative e Studio sulla Multietnicità -, abbia utilizzato questo approccio ai fini dello studio sulla devianza degli immigrati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">E’ opportuno mettere in evidenza come, l’ordine di considerazioni finora esposto, si possa rintracciare nella fattispecie che ha visto protagonista Adam Kabobo, il ghanese condannato a 20 anni di reclusione per l’omicidio di tre persone e il tentato omicidio di altre tre a Milano nel maggio del 2013. Ebbene, nelle motivazioni della sentenza che il 15 aprile 2014 ha condannato Kabobo, il Gup ha rilevato che "la condizione di emarginazione sociale e culturale dell’imputato è stata valutata quale concausa della patologia mentale riscontrata, nel riconoscimento della seminfermità mentale ed è stata quindi oggetto di adeguata considerazione ai fini della quantificazione della pena". Invero dalla stessa perizia psicopatologico-forense ad opera di due illustrissimi esperti, quali Isabella Merzagora e Ambrogio Pennati, si evince un quadro psicopatologico di tipologia gravemente psicotica, potenzialmente rilevante a fini dell’imputabilità. Il profilo delineato è compatibile con una malattia dello spettro schizofrenico, caratterizzata dalla compresenza di elementi cosiddetti positivi (delirio, allucinazioni), e negativi (ridotta espressività emotiva, alogia, avolizione, asocialità). Cosicchè: "La narrazione del periziando evidenzia una tematica delirante elementare, scarsamente strutturata, a contenuto a tratti persecutorio, a tratti megalomanico, che gli fa pensare di essere il creatore del mondo. La consapevolezza del disvalore sociale dei comportamenti reato (a volte denegati nella loro esistenza) è presente, anche se a tratti a forma ambivalente".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’emergere nel soggetto, in balia di allucinazioni acustiche (secondo cui egli sarebbe il creatore del mondo), della consapevolezza della sua impotenza nel cambiare la situazione fattuale (dormire per strada, al freddo, senza cibo, senza persone cui fare riferimento), generandogli frustrazione e rancore, sfocia nell’episodio omicidario, con vittime scelte casualmente, come disperata richiesta di aiuto all’indifferenza della gente che, alla sua vista, si volta dall’altra parte, e come mezzo per porre fine, sperando di essere catturato, alle sue sofferenze. Invero, tale condizione di stress, esacerbando la patologia di base, ha aggravato la sintomatologia delirante, allucinatoria e la compromissione cognitiva (Arnsten Amy F.T., 2011; Weinberger DR &amp; Harrison PJ, 2011).<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altresì interessante appare l’analisi criminogenetica e criminodinamica secondo la quale il comportamento omicidario risulta, nella fattispecie umana, funzionale alla soluzione di un’ampia varietà di problemi adattativi (Duntley JD, Shakelford T, 2008), di guisa che l’omicidio è percepito quale unica e potente strategia che conduce alla fine del conflitto/competizione (per l’acquisizione e gestione delle risorse utili al mantenimento di sé e del proprio status sociale). Nell’omicidio ad impatto disadattativo, come appare quello del caso di specie, sul pattern comportamentale, fisiologico, che normalmente è controllato da quello cognitivo che valuta il rapporto tra costi/benefici dell’azione, ha influito grandemente la patologia psichica. Secondo la perizia dunque, si è realizzata "la condizione di acting aut psicotico, ove anche le difese più elementari (nel caso in oggetto le allucinazioni rassicuranti) implodono: il soggetto in preda alla necessità di soddisfare i bisogni primari (cibo, sonno, protezione) e non in grado di soddisfarli per la limitatezza strutturale delle risorse emotive- cognitive e della confusione psicotica, mette in atto un comportamento predatorio primitivo finalizzato all’acquisizione di tali risorse, senza operare una valutazione razionale del rapporto costi/benefici di tale condotta". <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dall’analisi emerge, quindi, una capacità di intendere, (idoneità del soggetto a rendersi conto del valore sociale delle proprie azioni) grandemente scemata, ma non totalmente assente, e una sufficientemente conservata capacità di volere (attitudine dell’individuo ad autodeterminarsi e, quindi orientare gli atti compiuti in modo finalistico rispetto al significato percepito).<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla luce delle considerazioni esposte, è evidente quale sia la sfida che si pone all’apparato legislativo, vale a dire quella tesa allo sviluppo di politiche sociali attente ai diritti di tutti coloro che, cittadini e stranieri, vivono nel territorio italiano, per garantire loro quelli che sono i fondamentali diritti della persona.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dott.ssa Sabrina Apa</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 15:33:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?dall-immigrazione-emarginata-al-delitto</link>
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			<title><![CDATA[Omicidio della Baronessa di Carini: riaperto il caso]]></title>
			<author><![CDATA[Scienze Forensi Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.org/blog/index.php?category=Cold_case"><![CDATA[Cold case]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_dyer30k2"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.org/images/baronessa-uccisa.jpg"  width="344" height="151" /><span class="fs11lh1-5">La vera storia della baronessa di Carini? Uno studio: uccisa per soldi, amore e follia</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La scoperta: le nuove teorie di un grafologo che ha indagato con l’aiuto dei Ris. Il giallo della tomba senza nome nella cripta dei Lanza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In occasione delle "Vie dei tesori", <b>Carmelo Dublo</b> ha confrontato i suoi dati con le nuove tecnologie di indagine del comandante del Ris di Messina, Sergio Schiavone. L’intreccio sembra una fiction. Donna Laura amava Dante, passava ore a leggere accanto alla finestra del castello di Carini. Bellissima, portava con grazia i suoi trent’anni, in un periodo in cui una donna a cinquanta era già vecchia. Donna Laura, otto figli ripudiati dal marito, uccisa dal padre quando fu trovata con l’amante Lodovico Vernagallo, nel letto coniugale.<br>Ma andò veramente così il delitto d’onore più narrato dai cantori popolari? Al di là della fiction e dei canzonieri, la storia di Laura Lanza intriga ancora: se fosse successa oggi, se ne discuterebbe nel salotto di Bruno Vespa, con tanto di plastici del castello di Carini con la famosa impronta insanguinata. C’è un grafologo che si è talmente intrigato nella storia seicentesca, che ancora oggi ne cerca il bandolo. Che sembrerebbe portare alla cripta dei Lanza, a San Mamiliano, dove una tomba senza nome, ma con una giovane donna in marmo dormiente, potrebbe accogliere le spoglie della bella baronessa. Ieri, per le Vie dei tesori, Carmelo Dublo ha confrontato i suoi dati con le nuove tecnologie di indagine del comandante del Ris di Messina, Sergio Schiavone. Tutto cominciò quattro anni fa quando criminologi e psicologi riaprirono il caso della nobile signora di Carini. Non tornano i tempi, né le distanze, tutto è avvolto in un mistero di carte bollate, archivi di famiglia, lettere al re di Spagna. Una sola cosa è certa: Laura Lanza viene assassinata il 4 dicembre 1563, nel castello di Carini. Chi l’ha uccisa? il padre, don Cesare Lanza, o il marito, il barone Vincenzo La Grua Talamanca? E perché la fecero franca? «Laura, Vincenzo e Lodovico crescono insieme in via Alloro, non deve meravigliare il fatto che Lodovico frequenti casa La Grua – riannoda Carmelo Dublo – Laura è costretta dalla famiglia a sposare Vincenzo a 14 anni, avrà otto figli, ma dopo la sua morte, i sei rimasti saranno disconosciuti, anzi il nonno, Cesare Lanza, li “pagherà” al padre 300 tarì l’uno all’anno. Le femmine verranno poi fatte sposare e Lanza incamererà la dote. Il primogenito, Pietro, invece morirà a 13 anni, pochi mesi prima del “fattaccio”. E forse fu proprio la morte dell’erede a far piombare Vincenzo nella follia». Tale da uccidere la moglie? Forse, fatto sta che le cronache vogliono che i due amanti siano stati chiusi in una stanza per otto ore dal padre di lei, in attesa del marito: al suo arrivo, donna Laura sarebbe caduta per mano del padre (così la sua dote non doveva essere restituita) e Lodovico, del marito cornuto (quindi, per la lex Julia, non colpevole). Carte e atti raccontano poi che don Cesare Lanza sarebbe stato costretto alla latitanza, fino a quando non viene graziato dal re di Spagna… Insomma, sembra più un fattaccio di beni, scambi e follia, più che un delitto d’onore. «Oggi avremmo scoperto tutto in fretta, tra telecamere, luminol e celle telefoniche – sorride Sergio Schiavone – anche se io sono ancora convinto che il “delitto perfetto” esiste». Eccome.<br>Fonte: http://www.lamescolanza.com/la-vera-storia-della-baronessa-di-carini-uno-studio-uccisa-per-soldi-amore-e-follia-310/<br><b><br></b></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>I Ris e un grafologo riaprono il caso della Baronessa di Carini</b><br>Forse anche quello della baronessa di Carini, uccisa nel 1563 nel castello di Carini, è un “cold-case”. Il suo è stato etichettato come un delitto d’onore, commesso d’impeto dal padre Cesare Lanza per vendicare un presunto tradimento da parte di Ludovico Vernagallo. Ma la verità potrebbe essere un’altra. A quattrocento anni di distanza dal delitto, il grafologo del Tribunale di Palermo, Carmelo Dublo, cerca di decodificare le antiche carte, alla ricerca di nuovi indizi. Se n’è parlato alla chiesa di San Mamiliano a Palermo, nel corso de “Le vie dei tesori”, il festival della conoscenza organizzato dall’Università di Palermo &nbsp;e giunto alla nona edizione. Con lui il comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Messina dei carabinieri, il tenente colonnello Sergio schiavone che spiega le tecniche investigative di oggi che potrebbero anche spiegare i misteri di ieri. Tutto nella chiesa in cui è la cripta della famiglia Lanza, con una sepoltura senza nome, che potrebbe contenere proprio le spoglie della baronessa uccisa (di Mario Pintagro).<br>Fonte: http://video.repubblica.it/edizione/palermo/i-ris-e-un-grafologo-riaprono-il-caso-della-baronessa-di-carini/180067/178854<br><br><b>Baronessa di Carini, il mistero dell’omicidio svelato dopo 500 anni</b><br><i>La verità sul delitto dal sarcofago ritrovato a Palermo. Nel 1563 il padre si accusò: era a letto con l’amante, l’ho uccisa.</i><br>A vederla così, la giovane nobil donna con la testa reclinata sul cuscino, viene da pensare che davvero sia questa la tessera mancante del puzzle, il segreto nascosto per quasi 500 anni. Che la fanciulla scolpita nel marmo del sarcofago della chiesa di San Mamiliano – nel centro storico di Palermo – sia proprio lei, Laura Lanza, la baronessa di Carini uccisa nel 1563 in quello che è passato alla storia come il più clamoroso dei delitti d’onore. E che quindi questa sia la sua tomba, cercata per secoli e mai finora trovata, neanche dalla squadra di cercatori di fantasmi “Ghpa” che da tempo registra voci e apparizioni. A queste conclusioni è arrivato un gruppo di studiosi (criminologi, grafologi, psicologi), che ha indagato per 4 anni tra archivi e chiese da Carini a Madrid. «L’ho sempre immaginato – dice il parroco, padre Giuseppe Bucaro -. Questa è la cripta della sua famiglia, qui sono seppelliti il nonno Blasco Lanza, la seconda moglie del padre Castellana<br>Centelles, e probabilmente anche il padre Cesare Lanza che la uccise o, m e g l i o, c h e s i autoaccusò del delitto». La storia è nota, rilanciata poi da due fortunati sceneggiati televisivi: quello del 1975 con Ugo Pagliai e Janet Agren e il remake del 2007 con Luca Argentero e Vittoria Puccini. Teatro del delitto è Carini, paese a 30 chilometri da Palermo dove il 4 dicembre 1563 – secondo la ricostruzione ufficiale – la baronessa Laura Lanza, sposata con Vincenzo La Grua, ve n n e t rovat a a l e t t o co n l’amante Ludovico Vernagallo e assassinata dal padre nella stanza del castello. Un delitto d’onore confessato dall’assassino in una lettera al re di Spagna conservata nella Chiesa Madre. «Ma non torna niente di questa ricostruzione – dice Carmelo Dublo, grafologo e perito del tribunale che guida la ricerca – perché per raggiungere Carini da Palermo ci volevano a cavallo almeno 6 ore e quindi Cesare Lanza non avrebbe potuto sorprendere nessuno. Inoltre, Vernagallo era un amico di famiglia con cui Laura giocava già da bambina, e la sua presenza al castello era consueta. L’impressione è che Lanza, uomo straordinario, giureconsulto, si sia sacrificato per coprire il vero autore del delitto». Per la legge del tempo al padre dell’adultera era consentito uccidere la figlia e l’amante, se colti sul fatto. Al marito, invece, solo il diritto di uccidere il rivale, ma non la moglie. Primo obiettivo, trovare la tomba di lei. Le ricerche sono partite nel 2010, per mano degli investigatori dell’Icaa (International crime analysis association), nella chiesa madre di Carini, dove la tradizione vuole che esista la cripta della famiglia La Grua, poi chiusa e mai più individuata. «Le ricerche – dice Dublo – sono arrivate a risultati poco chiari, certo è che secondo la tradizione il sarcofago della baronessa fu collocato a lungo nella cappella accanto all’altare e poi portato nella cripta. Ma noi ci siamo convinti che sia una falsa pista». Una convinzione maturata alla luce delle “lettere di discolpa” inviate da Cesare Lanza al re di Spagna, ora custodite all’Archivio di Stato della Casa reale di Madrid. E ancora attraverso le carte custodite a Carini, «alcune certamente contraffatte». Poi l’indagine si è spostata nelle tante cappelle delle due famiglie, alla ricerca delle tombe. Tutto porta al sarcofago anonimo della fanciulla dormiente nella cripta della chiesa di San Mamiliano (cripta tornata alla luce alla fine degli Anni 90) posto proprio sotto a quello del nonno Blasco Lanza, «segno di una profonda familiarità tra i due defunti». Per avere la certezza, bisogna ora passare ai prelievi nella tomba, più volte profanata e depredata tra l’Ottocento e il Novecento. «Sono sepolta in una tomba dove ci sono tanti cani, dov’è il malefico», avrebbe detto lo spirito della nobildonna ai ghostbuster. Che fossero i ladri quei cani malefici?<br>Fonte: http://www.lamescolanza.com/baronessa-di-carini-il-mistero-dellomicidio-svelato-dopo-500-anni/</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 16:04:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.scienzeforensi.org/blog/?omicidio-della-baronessa-di-carini--riaperto-il-caso</link>
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