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Studi sull’aggressività: verso una risposta eziologica(?) e prospettive future di modifica normativa dell’irrilevanza penale degli stati emotivi e passionali

Pubblicato da in Neuroscienze forensi ·


Autore: dr. Domenico Piccininno, criminologo forense

Abstract
La presente ricerca ha per oggetto lo studio del genoma dell’aggressività attraverso l’analisi e la comprensione dei fattori eziologici causativi dello stato emotivo in esame al fine di attuare il progetto di modifica della regola che impone all’organo giudicante di punire il reo sempre e comunque allorquando l’evento criminoso è frutto di uno “stato emotivo o passionale.”  Regola scolpita principalmente nell’articolo 90 del c.p., ma che la ritroviamo topograficamente collocata, in termini soprattutto differenti rispetto a quest’ultima, in altre disposizioni del codice Rocco. Il principio de quo è espressione di una “eterna contraddizione” sotto vari profili.
Pertanto, per una questione di coerenza sistematica deve essere modificata.
Proprio partendo dalla linfa vitale dalla quale il Codice Rocco, data dalla simbiosi del sapere classico e positivo, si evidenzia quanto oramai questa norma rappresenta una figura difforme allo stato di diritto. Dunque, bisogna recuperare i valori sia infusi dai principi scientifici della Scuola Positiva, che hanno evidenziato l’importanza del determinismo biologico, sia quelli provenienti dalle teorie sociologiche di nuovo conio, come il costruzionismo sociale che hanno evidenziato ad unisono come il reato non è altro che il prodotto di entrambe le condizioni.
Di talché l’evento criminoso è frutto di una serie infinita di fattori biologici e socio-ambientali. Ricordandoci altresì dello studio della colpevolezza fondato su un accertamento “normativo” di rimproverabilità secondo lo schema di cui agli articoli 27 della Costituzione e 43 del codice penale.
Quanto appena esposto non ritrova riscontro nella norma in esame. Infatti, possiamo affermare sia che gli stressor socio ambientali e i deficit psicologici, biologici possono condizionare la condotta di ogni individuo, così come ci insegnano le ricerche scientifiche in campo neuroscientifico, che, sotto un profilo meramente giuridico, il legislatore del ’30 non ha forgiato il codice attualmente vigente in maniera completamente coerente.
Dalla lettura combinata di alcune disposizioni del codice penale si rileva invero il mancato coordinamento dell’articolo 90 c.p. con altre disposizioni legate con quest’ultimo solo per l’antinomia esplicita con il principio in esame.
Si pensi ad esempio al combinato disposto articolo 90 c.p. e articolo 599, II comma del c.p. che prevede la “ non punibilità” di colui che ha diffamato terzi nello “ stato d’ira”.
Da questo chiarissimo esempio si evidenzia la contraddizione in cui è incorso il nostro legislatore degli anni 30, benché sotto un profilo prettamente giuridico.
Allora ecco che il punto su cui si snoda l’intero tema preso in esame: “gli stati passionali o emotivi possono o non possono essere cause di esclusione della punibilità?”
Il presente saggio, pertanto, è finalizzato a ricordare che “Non si può continuare a disconoscere che il delitto, prima di essere un’infrazione ad una norma giuridica, è un’azione umana che non è possibile conoscere, nel suo contenuto psicologico e nel suo aspetto sociale, se non attraverso lo studio della personalità di colui che l’ha ideata, preparata ed attuata. Ed è in base a questi concetti che si giunge ad affermare sempre più concordamente, da parte di studiosi di ogni paese, che il processo penale deve basarsi, sempre più rigorosamente, su una duplice indagine. l’una giuridica, diretta ad accertare l’esistenza di un reato; l’altra antropologica, diretta a conoscere la personalità di colui che l’ha compiuta.”.
Questo obiettivo, cui devono tendere tutte le forze implicate verso una verità sostanziale e processuale, non potrà mai essere realizzato se si cerca ancora di “sviare” ai risultati strabilianti che hanno prodotto le ricerche neuro-scientifiche sul fronte degli accertamenti della personalità tout court del reo.
Il bilanciamento dei beni giuridici deve avere come unico monito il progresso delle garanzie sostanziali e processuali poste a tutela della dignità della persona.

1. Il genoma wide
Lo studio dell’aggressività è stato oggetto di molte ricerche scientifiche che hanno, da sempre, cercato di comprendere il fattore eziologico determinante l’emozione in esame per sperimentare metodi di prevenzione socio-criminologico.
Bisogna sin da subito precisare che allo stato dell’arte la ricerca non è giunta ad una soluzione univoca.
Invero, tre sono le linee di pensiero che si sono formate nel corso del tempo; un indirizzo netto biologico, l’altro neuro-sociologico e l’ultimo indirizzo di carattere misto che associa ad entrambi i fattori l’attivazione dell’aggressività.
È necessario fornire una definizione di aggressività.
L’aggressività è un fenomeno emotivo-conservativo complesso che si estende a diversi lati dell’agire umano, che vanno dalla labilità emotiva e caratteriali (irritabilità) alla violenza fisica (Lesch et al., 2012) che possono provocare condotte antisociali interne, ovvero l’autolesionismo, o esterne, verso oggetti o persone.
Gli studi scientifici non hanno escluso apriori le componenti genetiche e ambientali alla base delle condotte aggressive, benché, ad avviso dello scrivente, questi si sono orientati principalmente sul fattore genetico, quasi in linea con la scuola Freudiana. È un atteggiamento complesso innato, per dirla alla Cannon (1929).[1] Difatti, varie evidenze scientifiche hanno cercato di individuare il gene candidato dell’aggressività, quale il c.d. genoma-wide (GWAS) ed è risultato che questo è associato a geni che regolano la neurotrasmissione “dopaminergica e serotoninergica(5-ht)”, GABA, ovvero il sistema ormonale[2] che ha prodotti ottimi risultati in termini di comprensione della genetica dell’aggressività, senza tuttavia raggiungere la certezza genomica.[3].
La genetica, quindi, è un fattore importante per lo sviluppo dell’aggressività, come è stato dimostrato da uno studio associato del genoma-ampia (wide) sull’aggressività infantile nel disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD)[4]. Secondo questo studio, infatti, alcuni marcatori biologici sono coinvolti in merito all’attivazione dell’aggressività infantile; il comportamento dei pazienti che ne sono affetti è caratterizzato da una forte aggressività e violenza protratta anche in età adulta con un tasso di persistenza nell'età adulta di circa il 50% (Faraone et al.,2015).
In particolar modo, nel sistema di dopamina meso-cortico-limbico che, comprendendo i neuroni dopaminergici situati in alcune strutture limbiche, quali anche l’amigdala, è deputato all’attivazione del processo dell’aggressività, dall’iniziazione alla cessazione della condotta aggressiva.[5].
Così, rilevano gli studiosi che, al fine di prestare una prospettiva di cura allo stato emotivo in questione, sarà necessario intervenire adeguatamente sulla regolazione del recettore GABAegico e seroto-ninergico che modulano l’escalation dell’aggressività.
Anche se v’è da evidenziare che non esistono terapie adeguate e assolute per il trattamento della condotta aggressiva, tuttavia, si può sottolineare che la “modulazione dei recettori GABA e GABA (A) di 5-HT nei neuroni corticolimbici” e lo studio di alcuni sottotipi di recettori della serotonina possono aprire nuovi orizzonti terapeutici, anche per forme di aggressività dovute all’alcool[6].
Il GABA quindi è importante per il controllo neuro-chimico dell’aggressività[7] come è stato comprovato da ricerche neurochimiche che hanno rapportato “le misurazioni GABA” con segnali comportamentali aggressivi anche degli uomini.
Se, quindi, il sistema ormonale è connesso all’attivazione della rabbia e alti livelli di testosterone determinano un aumento dell’aggressività, allora il genere maschile è più violento della donna, dato che ha più concentrazione di testosterone?
In verità, la risposta al quesito non può essere così riduttiva, perché la chiave di lettura non è: uomo=testosterone + alto = aggressività, ma testosterone alto= aumento dell’aggressività.
Studi di settore hanno riscontrato, invero, che un elevato livello di testosterone e , quindi, di aggressività può essere riscontrato anche nelle donne, come quelle detenute in un carcere di massima sicurezza ( Dabbs e Hargrove, 1997) e le giocatrici di una squadra di rugby femminile. In quest’ultimo caso si è scoperto che l’aumento prepartita del testosterone era connesso positivamente all’aggressività durante il gioco (Bateup et al., 2002).
Possiamo affermare, pertanto, che con “buona probabilità” non ci sono differenze di genere nella relazione testosterone e aggressività (Prasad et al., 2017; Probst et al., 2018; Denson et al., 2013, Cashdan, 2003, (Cotrufo et al., 2000).
Uno studio condotto su donne in fase premestruale ha rilevato una connessione tra alto livello di pro-gesterone e una minor aggressività nella fase premestruale delle donne (Ziomkiewicz et al., 2012)e, viceversa, bassi livelli di progesterone aumenta il rischio di aggressività. Per questo si è associata ai livelli bassi del progesterone la possibile causa dei tentativi di suicidio delle donne(Baca-Garcia et al., 2010).
Il progesterone può, quindi, migliore capacità di regolazione delle emozioni.
Secondo l’orientamento neuro-sociologico[8] non sono da escludere, tuttavia, i fattori socio-ambientali che possono provocare stress, traumi psico-sociali cronici, la tristezza, la frustrazione[9], la depressione a causa ad esempio di una delusione, di una violenza o da un maltrattamento subito. Secondo gli esperti queste emozioni spiacevoli possono provocare la rabbia e l’aggressione, poiché gli “affetti negativi” tende ad attivare ricordi e reazioni “espressive motorie” associate alla rabbia.[10]
La delusione, la depressione possono essere la conseguenza della perdita del controllo o della dominanza relativo ad uno status personale che causano a sua volta rabbia. Blanchard e Blanchard avevano rilevato che il “conflitto sul controllo di risorse importanti, come il cibo e la sessualità… “innesca la rabbia con “grandissima probabilità”.[11] Sicché, a dire della scuola psicoanalista, l’aggressività è l’impulso più atavico.
Una interazione gene-ambiente è stata dimostrata da alcuni studi genetici.
Si è detto che probabilmente la diversità nei geni (polimorfismo) del trasportatore 5-HT può determinare la vulnerabilità a fattori ambientali stressanti-avversi che aumentano l’aggressività.[12]; una diversità che può essere causata anche da una differenza di sesso, ovvero ci sono dati scientifici che hanno rilevato una diversità fondamentale di sesso nella regolazione neurale dell’aggressività[13].

2. Differenze di genere nell’aggressività?
A tal proposito, esaminando la letteratura al riguardo, si è potuto rilevare che le donne tendono a manifestare forme di aggressività indirette per il timore di essere danneggiate.
La percezione di questo timore può subire una riduzione della percezione quando l’ossitocina è elevata e determina un aumento della reattività alla provocazione.
I meccanismi neurali connessi all’aggressività nelle donne sono dati principalmente da un basso contenuto di cortisolo e un elevato contenuto di testosterone manifestano una aggressività maggiore.
Quindi come dice uno studioso le: "...le femmine... non sono passive vittime della violenza. Piuttosto, rispondono alla provocazione e partecipano attivamente alle interazioni aggressive" (Richardson, 2005, 245).
Secondo alcuni studi le donne[14], dall’età di 11 anni (Archer, 2004), utilizzano forme di aggressività diverse rispetto a quella degli uomini, come si è detto, quella indiretta (Archer and Coyne, 2005), ovvero quella che si verifica quando qualcuno è mosso dall’intento di nuocere il prossimo mascherando l’intento aggressivo (Björkqvist et al., 1992; Arnocky et al., 2012), come criticare la personalità del prossimo, diffamare, fare insinuazione infondate, escludere gli altri da un gruppo sociale.
C’è una differenza di aggressività dettata da una diversità sessuale tra gli uomini e le donne, secondo l’orientamento bio-sociale di Wood e Eagly (2002), determinato da una questione biologica: la differenza di attributi fisici e nella riproduzione causa diversità di attività quotidiane. Ad es. gli uomini sono sempre stati maggiormente impegnati nelle attività di caccia e di guerra rispetto alle donne, perché “fisicamente più grandi e forti” o come, di converso, l’assistenza sociosanitaria delle donne per i bambini rendeva improbabile che le donne viaggiassero lontano per impegnarsi in una guerra (Wood e Eagly, 2002).
È la “posizione sociale” dei due sessi, pertanto, a determinare una diversità nell’aggressività?
Secondo Eagly e Steffen (1986) si, proprio perché il “ruolo sociale” favorisce l’aggressività nel genere maschile, ma soprattutto ciò che alimenta questo stato emotivo negli uomini è dato proprio dal tipo di provocazione indotto, tipo quello diretto a mettere indubbio l’intelligenza e produrre frustrazione (Bettencourt e Miller (1996). È stato condotto uno studio di genere sull’aggressività da parte di Miller et colleghi in ordine alla tipologia di provocazione ed è risultato che le donne quando non provocate risultavano essere meno aggressive fisicamente e verbalmente rispetto agli uomini.
Una provocazione che se associata ad “indizi” relativi all’aggressione, come parole e immagini violente, alcool[15] provocano una “rete cognitiva di associazione connessa all’aggressione” (Berkowitz e LePage, 1967; Carlson et al., 1990).
Le ricerche, insomma, hanno dimostrato che le donne sono meno aggressive solo fisicamente rispetto agli uomini, come è dimostrato dalle statistiche sul crimine, salvo se non sono provocate.
Il fattore provocazione accorcia le distanze tra generi in ordine all’aggressività, anche nel caso di rapporti tra partner che, a causa della gelosia, la possessività, l’insoddisfazione personale e sociale, sono caratterizzati da una percentuale da non sottovalutare di aggressioni.
Sono stati condotte studi forensi in ordine alla percentuale di aggressività nelle relazioni tra partner ed è risultato che i dati non sono univoci.
Infatti, se da un lato, è stato dimostrato che le donne sono più inclini rispetto agli uomini a lanciare oggetti contro le loro vittime, a usare le armi ed a mordere le loro vittime (Magdol et al., 1997; Archer, 2002; Melton and Belknap, 2003), mentre gli uomini hanno maggiori probabilità di picchiare, soffocare o strangolare le loro vittime (Archer, 2002) e, quindi, a causare più danni fisici alle donne per via del dimorfismo sessuale negli attributi fisici. Addirittura, le donne sono più soggette sia a lesioni fisiche che a disturbi da stress post-traumatico, depressione e ansia rispetto alle controparti maschili (Caldwell et al., 2012); oltre il 60% delle persone ferite dai loro partner in una aggressione tra partner erano donne (Archer, 2000).
Altri studi, invece, hanno confutato quanto su esposto, rilevando che ci sono degli elementi in comune in merito alla violenza tra partner (cd. IPV), sulla base di ricerche giudiziarie.
Queste ricerche hanno evidenziato che gli imputati, senza distinzioni di sesso, hanno “la stessa probabilità” di adottare un comportamento molesto, violento e coercitivo (Stets e Pirog-Good, 1990, Stets, 1991, Felson e Outlaw, 2007, Hines et al., 2007; Straus and Gozjolko, 2014), come pugni, colpi, schiaffi o pugnalate (Melton e Belknap, 2003, Busch e Rosenberg, 2004; Henning e Feder, 2004, Hamel et al., 2015) e di ferire gravemente il loro partner.
Sorge spontanea una domanda: quali sono i motivi che spingono un genere di partner rispetto ad un altro a perpetrare violenze? Anche sul punto gli studiosi sono divisi.
C’è, invero, una parte in letteratura al riguardo che ha evidenziato un comune denominatore tra generi, dato dall’autodifesa, il potere di controllo, la difficoltà di comunicazione e la gelosia (Caldwell et al., 2009, Elmquist et al., 2014).
Le donne, pertanto, sono mosse principalmente dai fattori su esposti ( Bair-Merritt et al., 2010), per perpetrare in modo significativo un’aggressione fisica nei confronti dei partner.
Recenti studi sulle statistiche ufficiali del crimine e sondaggi su vasta scala in ordina alla vittimizzazione hanno dimostrato sia una differenziazione di età nel genere femminile, ovvero circa il 2,2% dei detenuti sessuali erano donne; cioè le ragazze avevano maggiori probabilità di perpetrare rispetto alle donne adulte, che una percentuale elevata di vittime di sesso maschile, circa il 40% delle vittime erano uomini (Budd et al., 2017).
Si è ricavato, da una recente meta-analisi, sia l’individuazione di 60 fattori di rischio divisi in 4 classi, ovvero la popolazione, la famiglia di origine, lo status psichico e la personalità degli individui (Spencer et al., 2016), sia l’individuazione di differenze di genere in soli tre fattori, l’abuso di alcool, titubanza nel porre le domande, abusi domestici in età infantile che rappresentano fattori di rischio molto più forte per la perpetrazione dell’ IPV negli uomini (Spencer et al., 2016).
Altri ricercatori ritengono che è necessario compiere maggiori studi in merito all’individuazione della possibili differenze di generi nell’IPV, perché questo è un fenomeno molto “complesso che deriva da molteplici fattori di rischio e motivazionali (ad es. Elmquist et al., 2014; Spencer et al., 2016)”.
L’indifferenza di genere in ordine alla perpetrazione delle violenze tra partner è spiegata, secondo alcuni, dall’aggressione bidirezionale che si riscontra durante i litigi; ciascun partner, quindi, è sia autore che vittima della violenza (Mennicke e Wilke, 2015).
Difatti, secondo alcuni studi di settore, si è accertato che tra il 49,2% e il 69,7% di IPV era bidirezionale (Langhinrichsen-Rohling et al., 2012).
È fatta salva però la recidiva delle donne. Queste infatti, secondo gli studi criminologici, sono meno propense ad essere accusate per reati ripetuti (Hester, 2009) e, sulla base di 16 fattori di rischio empiricamente validati per la recidiva criminale, si è rilevata la maggior predisposizione maschile verso la violenza futura, ovvero i reati commessi dagli uomini sono risultati essere caratterizzati da una maggior “escalation della frequenza e / o gravità dei conflitti, (delle)… minacce di uccidere e l'abuso di sostanze” (Henning e Feder, 2004).
V’è da rimarcare l’opinione degli studiosi del settore che hanno denunciato l’importanza di compiere ulteriori studi sull’aggressività della donna, perché “ci sono una serie di aspetti sconosciuti sulle cause e la natura dell'aggressività delle donne… è necessario molto più lavoro… Pertanto, ci sono poche opportunità per trarre conclusioni solide su come i processi esaminati qui influenzino l'aggressività nelle donne. Al contrario, i dati comportamentali sono chiari in quanto le donne tendono ad impegnarsi in aggressività prevalentemente indiretta”.[16]
I ricercatori sono fiduciosi in merito all’indirizzo di studio che è stato intrapreso che ha per oggetto gli ormoni nella causazione dell'aggressività delle donne “… meritevole di studi futuri in quanto lo sviluppo teorico in questo settore sta diventando sempre più sofisticato (Mehta e Prasad, 2015; Shamay-Tsoory e Abu-Akel, 2016).
Una prima mappatura delle zone dell’encefalo coinvolte nell’aggressività si è riscontrata attraverso lo studio sociale indotto della provocazione, reazione, paura= aggressione (Eagly e Steffen, 1986, Bettencourt e Miller, 1996), quali l’amigdala, ipotalamo.
Ad ogni modo, il dato più allarmante, ad avviso dello scrivente, è sempre il black number in ordina alle denunce di violenza che, come da nel caso degli uomini, anche se perpetrate dalla donna non viene denunciata all’Autorità giudiziaria (Stemple et al., 2017). Invero, ricerche al riguardo hanno evidenziato la prevalenza della vittimizzazione a circa l'11%, (Cortoni et al. (2017) per vari motivi, come la vergogna, il senso di colpa, l’uso di alcool o che le denunce non vengano prese sul serio dai professionisti (Fisher e Pina, 2013; Stemple et al., 2017).
Corre l’obbligo dei professionisti di tutti i settori della criminologia di risolvere al più presto questo problema cercando di individuare delle misure di prevenzione e di gestione delle evidenze sin qui riportate.
Curiosi sono, a mio sommesso avviso, alcuni studi neuro-biologici che sono stati compiuti in ordine alle influenze pre-natali e post-natali sul sistema nervoso e neuro-endocrino delle donne.
Si è rilevato che l’esposizione a particolari fattori di rischio sia sociali che biologici, durante il periodo di sviluppo, può causare una interruzione del “normale” sviluppo del sistema nervoso e, quindi, può spianare il terreno all’aggressività futura nella vita della prole (Archer, 2004).
Sulla base dei fattori di rischio che sono stati esaminati dagli studiosi Liu (2011), quali il fumo durante la gravidanza, la pedofilia, la depressione materna e malnutrizione materna, solo in questi due ultimi casi sono state provate differenze di genere.
I figli di madri depresse “avevano 2,5 volte più probabilità di essere classificate con disturbo antisociale di personalità da adulti” e, soprattutto, una differenza di genere si è riscontrata in ordine alla c.d. condotta esternalizzante, ovvero distruttiva, per una fascia di ragazze dell’età di 6 anni (Blatt-Eisengart et al., 2009) che è risultato essere più forte rispetto ai ragazzi.
Anche l’esposizione prenatale al fumo o sostanza psicotrope ha causato una maggiore aggressività in bambine in una fascia di età tra 18 e 42 mesi (El Marroun et al., 2011), nonché l'esposizione alla cocaina ha accresciuto l'aggressività prenatale nei bambini di 5 anni (Bendersky et al., 2005) e nelle bambine di 6-7 anni (Sood et al., 2005).

3. Il cervello: i sistemi cerebrali coinvolti nell’aggressività
Si è visto che molte strutture cerebrali assolvono un ruolo determinante nella regolazione delle emozioni, come quella in esame.
L’ipotalamo e le connessioni con l’amigdala e l’ippocampo, situati vicino al lobo temporale, rappresentano il centro neuronale dell’aggressività. La stimolazione elettrica di questi siti può produrre risposte di rabbia, violenza e paura[17].
È degna di nota, infatti, la ricerca sperimentale condotta da un gruppo di ricercatori del Karolinska Institut a Stoccolma[18] che non fa altro che suffragare quanto su esposto. Secondo questo studio l’aggressività è controllata dall’attivazione di neuroni presenti in un’area dell’ipotalamo, ovvero il nucleo premammilare ventrale (PMv) che è una zona cerebrale che gestisce molti impulsi “di sopravvivenza fondamentali”.[19] Conseguentemente se viene stimolata questa zona si assisterà ad una reazione aggressiva o, viceversa, se viene inibita ad una interruzione del comportamento aggressivo.
I lobi frontali inoltre, come è noto, partecipano alla gestione dei processi cognitivi superiori, uno fra questi è la regolazione delle emozioni[20]. Se la rabbia è una emozione e i lobi frontali gestiscono anche la regolazione delle emozioni allora una lesione in queste aree dell’encefalo causano deficit nei processi cognitivi[21], quali anche la regolazione dell’emozione in esame, come ad esempio un tumore che colpisce il lobo temporale e frontale può causare un aumento dell’aggressività ( Mattson e Levin 1990).
Quindi una tipica alterazione comportamentale di origine frontale è l’aggressività connessa al circuito fronto-sottocorticale orbitario mediale.
Un deficit di regolazione delle emozioni negative determinato da una lesione della corteccia cingolata anteriore, orbitaria, l’insula, l’ippocampo, l’amigdala e l’ipotalamo (Davidson, Katherine e Larson, 2000) innesta l’aggressività.
Si è riscontrato che la rabbia è connessa alla riduzione dell’ampiezza parietale e/o centrale di P3, che è un’onda ERP funzionale a riflettere processi di valutazione dello stimolo e quindi dell’elaborazione delle informazioni (Harmon-Jones et al., 1997; Gerstle et al., 1998; Mathias and Stanford, 1999); gli individui aggressivi, secondo i risultati, possono “avere menomazioni in queste capacità cognitive”.
Una ricerca ha dimostrato, infatti, che l’attivazione frontale sinistra è connessa all’aumento dell’aggressività comportamentale dopo la provocazione quando i partecipanti, di genere indifferente, erano arrabbiati ( Hortensius et al., 2012; Riva et al. 2015).
Invece, uno studio condotto sulla rilevazione del grado di aggressività sociale a seguito di provocazione “sociale” ha rilevato che l’esclusione da un gioco ha causato un aumento della rabbia e l'attivazione nella corteccia cingolata anteriore dorsale (Chester e DeWall, 2016).

4. Scopo dell’aggressività e prospettive future
Secondo una visione biologica l’aggressività è funzionale alla sopravvivenza della specie, ovvero, come è descritto ampliamento dal professor Robert Plutchik, alla difesa del territorio, della specie e della prole.
Secondo altri ha finalità, quasi, terapeutiche, sicché serve a superare una insicurezza personale, ovvero per superare meglio un ostacolo perché produce un aumento delle energie fisiche.
Ebbene, si è appreso sin qui che l’aggressività è un comportamento conservativo con origine evolutive che, indipendentemente dall’aspetto funzionale positivo dato dalla sopravvivenza della specie, produce conseguenze distruttive per la persona e per la società con o senza associazioni a gravi disturbi psicologici o malattie mentali.
Le ricerche di settore sull’aggressività sono ancora lontani nel fornire una risposta certa sui fattori causali determinanti questo stato emotivo, ma non v’è dubbio che i notevoli sviluppi scientifici cui la ricerca è giunta in ordine alla collocazione topografica delle zone cerebrali coinvolte, alle “ipotesi” di nascita e di cura del fenomeno in esame possono rappresentare ora per allora un primo passo verso la rivisitazione di alcune teorie e principi rétro sui quali si fonda il diritto penale.
Proprio in virtù di questo è necessario rivedere, a mio sommesso avviso e come preciserò anche in altra sede, l’articolo 90 c.p. che impone al giudice di punire sempre e comunque il reo che ha commesso il reato in stato emotivo o passionale, perché questi “non escludono né diminuiscono l’imputabilità”.
Quid iuris: Come si fa a considerare imputabile, ovvero capace di intendere e di volere, un soggetto patologicamente o geneticamente collerico? Come si fa a considerare capace di intendere e di volere un soggetto che, anche per una frazione di secondo o minuto, ha bassi livelli di progesterone, alti livelli di testosterone, una lesione o anomalia al lobo temporale, nonché al nucleo premammillare ventrale dell’ipotalamo, da causare una grave crisi aggressiva, di rabbia tali da portarlo a cagionare una offesa a terzi?
Se l’imputabilità è l’anticamera della colpevolezza, ovvero è punibile solo colui che al momento del fatto era capace di intendere e di volere il valore della condotta illecita realizzata, allora un soggetto in preda ad uno stato di rabbia dettato da svariati fattori eziologici, accertabili processualmente con gli strumenti che offre oggi la neuroscienza, può essere considerato ancora totalmente capace di intendere e volere?
Se gli artt. 88-89 c.p. escludono l’imputabilità per vizio totale o parziale di mente per infermità e se, come è noto, nel concetto di infermità sono ricondotti sia le malattie mentali che i disturbi della personalità tali da inficiare le capacità intellettive e volitive ed impedire un controllo delle proprie azioni secondo le S.U. n.9163/2005, allora qual è il motivo reale dell’esclusione dell’aggressività nel novero dei casi di non imputabilità.
Si è visto infatti che l’aggressività può essere determinata da fattori biologici-genetici o sociali e, quindi, può essere associata anche a disturbi psicologici che possono comportare una diminuzione della pena e l’applicazione della misura di sicurezza che può essere idonea a contenere la pericolosità sociale del reo, come case di cura e di custodia o misure di sicurezze non detentive finalizzate alla limitazione della libertà di circolazione.
Del resto, analizzando il codice penale, ho potuto riscontrare una contraddizione, un mancato coordinamento dell’art. 90 c.p. con altre norme del Codice penale, ovvero l’art. 599, II co. c.p. che prevede la “non punibilità” di colui che ha diffamato terzi mosso dallo “stato d’ira” o l’art. 62 c.p. che disciplina la circostanza attenuante del reato per “aver agito in stato di ira”.
Ecco il punto su cui si snoda l’intero tema preso in esame: “gli stati emotivi e passionali possono o non possono essere cause di esclusione della punibilità?”.
Dunque, le novità apportate dagli studi della neuroscienza sugli stati emotivi, come quello esaminato in questo contributo, non possono essere più disattese dal legislatore, tano più se si tiene in considerazione l’incoerenza in cui è incorso.
Occorre intervenire per allinearsi ai risultati cui sono giunti le scienze forensi e far si che il processo penale si fondi sulla ricerca della verità processuale e sostanziale attraverso lo studio analitico dell’antropologia criminale funzionale all’accertamento della personalità tout court del reo.
Il bilanciamento dei beni giuridici in rilievo in sede processuale deve avere come monito il progresso delle garanzie sostanziali e processuali poste a tutela della dignità della persona, in ossequio al principio di eguaglianza che è posto per eliminare le disuguaglianze di ogni genere e condizione personale e sociale. Ed invero, non mi sembra che il mancato riconoscimento dello stato emotivo come causa di esclusione o diminuzione dell’imputabilità si allinei ad uno dei principi fondamentali della Costituzione appena citato.
Si auspica un intervento del legislatore che tenga a mente sempre che “possiamo essere liberi solo se tutti lo sono” (Hegel) e che il vero rispetto dei diritti umani passa attraverso il dovere delle Istituzioni di attivarsi per tutelarli, per riadattare un pensiero di uno dei più grandi teorici del diritto (N. Bobbio)[22].

Bibliografia
1) Aggression in Woman: Behavior, Brain and Hormones, Thomas F. Denson, 1, Siobhan M. O'Dean, 1 Khandis R. Blake, 2 e Joanne R. Beames1, In PUBMED, School of Psychology, University of New South Wales, Sydney, NSW, Australia 2Evolution & Ecology Research Centre, School of Biological, Earth & Environmental Science, University of New South Wales, Sydney, NSW, Australia, Edited by: Nelly Alia-Klein, Icahn School of Medicine at Mount Sinai, United States , Reviewed by: Lesley J. Rogers, University of New England, Australia; Gennady Knyazev, Institute of Physiology and Basic Medicine, Russia Disclaimer, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5942158/
2) Neuropsicologia dei lobi frontali-Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, D.Grossi e L. Trojano, II ed. Il Mulino
3) La regolazione delle emozioni, a cura di Olimpia Matarazzo, Vanda Lucia Zammuner, ed. Il Mulino
4) Psicologia e biologia delle emozioni, Manuali di Psicologia Psichiatria Psicoterapia, Robert Plutchik, ed. Bollati Boringhieri

Note
[1] Robert Plutchik, in “Psicologia e biologia delle emozioni”, pag. 334 ss . ed. Bollati Boringhieri
[2] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 676-96. doi: 10.1002 / ajmg.b.32419. Epub 2016, 15 gennaio, in Comportamento aggressivo nell'uomo: geni e percorsi identificati attraverso studi di associazione, Fernàndez-Castillo N 1, 2, 3 , Cormand B 1, 2, 3
[3] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 Jul;171(5):641-9. doi: 10.1002/ajmg.b.32363. Epub 2015 Aug 19, in “Genetic architecture for human aggression: A study of gene-phenotype relationship” in OMIM, Zhang-James Y1, Faraone SV1,2,3. Author information 1 -Department of Psychiatry, SUNY Upstate Medical University, Syracuse, New York.2Department of Neuroscience and Physiology, SUNY Upstate Medical University, Syracuse, New York. 3K.G. Jebsen Centre for Research on Neuropsychiatric Disorders, University of Bergen, Bergen, Norway.
[4] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 733-47. doi: 10.1002 / ajmg.b.32434. Epub 2016, 29 marzo, in Analisi genome-wide di aggressività nel disturbo da deficit di attenzione e iperattività, Brevik EJ 1, 2, 3 , van Donkelaar MM 4 , Weber H 5 , Sánchez-Mora C 6, 7, 8 , Jacob C 9 , Rivero O 10 , Kittel-Schneider S 10 , Garcia-Martínez I 6, 7 , Aebi M 11,12 , van Hulzen K 4 , Cormand B 13, 14, 15 , Ramos-Quiroga JA 6, 7, 8, 16 ; IMAGE Consortium ,Lesch KP 9, 17 , Reif A 5 , Ribasés M 6, 7, 8 , Franke B 4, 18 , Posserud MB 1, 2 , Johansson S 19, 20 , Lundervold AJ 2, 3 , aavik J 1, 2 , Zayats T 2.
[5] Eur J Pharmacol. 2005 5 dicembre; 526 (1-3): 51-64, in “Comportamento aggressivo escalation: dopamina, serotonina e GABA”, de Almeida RM 1, Ferrari PF , Parmigiani S , Miczek KA .
[6] Ann NY Acad Sci.2004 Dec; 1036: 336-55, in Comportamento aggressivo escalation: nuovi approcci e opportunità farmacoterapeutici. Miczek KA 1, Faccidomo S , De Almeida RM , Bannai M , Pesce EW , Debold JF .
[7] cf Miczek KA 1 , Fish EW , De Bold JF , De Almeida RM, “Determinanti sociali e neurali del comportamento aggressivo: bersagli farmacoterapeutici a sistemi di serotonina, dopamina e acido gamma-aminobutirrico”.
[8] Am J Med Genet B Neuropsychiatr Genet. 2016 lug; 171 (5): 650-75, doi: 10.1002 / ajmg.b.32388, E-pub 2015 22 ottobre, Le basi neurobiologiche dell'aggressività umana: una revisione dei meccanismi genetici ed epigenetici, Waltes R1,Chiocchetti AG1, Freitag CM.
[9] Clore GL 1, DB , Analizzando la rabbia: come far impazzire la gente, Dipartimento di Psicologia, Università della Virgina, Charlottesville 22904-4400, USA, gclore@virginia.edu
[10] Sulla formazione e regolazione della rabbia e dell'aggressione. Un'analisi cognitivo-neoassociazionistica. Berkowitz L 1.
[11] Robert Plutchik, in “Psicologia e biologia delle emozioni”, pag. 324 ss . ed. Bollati Borinhieri.
[12] cfr. Aki Takahashi et al Curr. Top Behav, Comportamento e farmacogenetica del comportamento aggeressivo, , pubmed: 22297576.
[13] cfr. , J.I Terranova et colleghi , Serotonina e arginina-vasopressina differenziano le differenze sessuali nella regolazione della dominanza e dell’aggressione da parte del cervello sociale, in Pubmed 27807133.
[14] Björkqvist et al., 1994; Österman et al., 1998.
[15] L'aggressività legata all'alcol è stato oggetto di studio da parte dei neuroscienziati, sicché si rilevato che l'uso acuto e cronico di alcool aumenti il rischio di aggressione attraverso la disfunzione nella corteccia prefrontale (PFC, Giancola, 2000, Heinz et al., 2011; Gan et al., 2015). E’ stato dimostrato che il consumo dell’alcool è implicato nel 54% di casi di crimini violenti (Martin e Bryant, 2001) e, solo recentemente, una meta-analisi ha dimostrato un aumento significativo dell’aggressività nelle donne a causa dell’uso dell'alcol (Crane et al., 2017) e della provocazione (Crane et al., 2018), benché il numero di studi al riguardo è ancora ridotto.
[16] Thomas F. Denson, 1, Siobhan M. O'Dean, 1 Khandis R. Blake, 2 e Joanne R. Beames1, in “Aggressione nelle donne: comportamento, cervello e ormoni”, INFO. sul copyright e sulla licenza Disclaimer.
[17] D.Grossi e L. Trojano , Danni ai lobi frontali possono causare alterazioni comportamentali anche produttivo, come l’eccessiva impulsività, in Neuropsicologia dei lobi frontali, Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, ed. Mulino, pag . 276 ss.
[18] Pubblicato su “Nature Neuroscience”.
[19] cfr. La centralina cerebrale dell’aggressività, in Lescienze.it
[20] Nauta (1971) riteneva che i lobi frontali fossero i “rappresentanti neocorticali del sistema limbico” e sono funzionali a gestire i meccanismi emozionali del sistema limbico, perché i lobi frontali recepiscono le informazioni delle emozioni mediante le connessioni con l’ipotalamo e le altre strutture del sistema limbico, tra cui l’amigdala; in Neuropsicologia dei lobi frontali, D.Grossi e L. Trojano, ed. Mulino, pag . 50 ss.
[21] D.Grossi e L. Trojano, danni ai lobi frontali possono causare alterazioni comportamentali anche produttivo, come l’eccessiva impulsività, in Neuropsicologia dei lobi frontali, Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento, ed. Mulino, pag 36.
[22] “I nostri diritti non sono altro che i doveri degli altri nei nostri confronti” (N. Bobbio)

Dr. Domenico Piccininno
Pubblicazione autorizzata dall'autore e dalla rivista "SalvisJuribus" (27 ottobre 2018)
http://www.salvisjuribus.it/studi-sullaggressivita-prospettive-sullirrilevanza-penale-degli-stati-emotivi-e-passionali/



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